SPAZIO LIBERO
CINEPRIME
La luminosa
e commovente parabola
di Simone Weil


      
Il film di Emanuela Piovano “Le stelle inquiete”, cerca di tratteggiare la complessa e rigorosa figura umana e intellettuale della pensatrice ebrea francese, morta a soli 34 anni nel 1943, a partire da un episodio sconosciuto della sua vita. Quando nell’estate del ’41 si rifugiò, vicino Marsiglia, nella tenuta agricola di Gustave Thibon, un filosofo contadino che la ospitò per sottrarla alle leggi razziali del regime di Petain.
      



      

di Enzo Natta





“Limpida come un cristallo, dura come un diamante”. Così la definì Carlo Bo, fra i primi nell’immediato dopoguerra a scoprire l’acume e la profondità del suo pensiero filosofico oltre che l’intensità del suo esempio, parlando di Simone Weil, nata a Parigi nel 1909 da una colta e facoltosa famiglia ebrea.

Laureatasi in filosofia alla Sorbona, ebbe un’educazione laica e si impegnò giovanissima nel sindacalismo rivoluzionario collaborando attivamente alla rivista “Révolution prolétarienne”. Docente di filosofia in un liceo di provincia nel dipartimento della Loira, lasciò l’insegnamento per lavorare come operaia alla catena di montaggio della Renault, convinta che non avrebbe mai potuto essere d’aiuto a una classe sociale se non condividendo le sue stesse esperienze di vita e di lavoro. Per lo stesso motivo durante la guerra di Spagna si arruolò nelle Brigate Internazionali combattendo sul fronte dell’Ebro con la colonna di Buenaventura Durruti, il leggendario leader anarchico. Ferita, rientrò in Francia dove andò incontro a quella svolta mistica che avrebbe cambiato radicalmene la sua esistenza.

Esclusa dall’insegnamento in seguito alle leggi razziali promulgate dal governo di Vichy, si ritirò nell’entroterra di Marsiglia lavorando nei campi assieme a contadini e braccianti. Nel maggio del 1942, raggiunse Casablanca in compagnia dei genitori e da lì, nel luglio dello stesso anno, riparò negli Stati Uniti dove si impegnò a fondo nell’assistenza dei poveri di colore nel quartiere di Harlem. Ma a dicembre era già rientrata in Europa, e in Inghilterra entrò a far parte di France Libre, pronta a essere paracadutata nella Francia occupata per unirsi alla Resistenza. Ma una grave forna di tubercolosi stroncò la sua fragile vita nell’agosto 1943.

Il rigore ascetico aveva permeato tutta l’esistenza di Simone Weil, dove azione e pensiero si erano fusi in un unico postulato. Non a caso la chiamavano la “santa rivoluzionaria” e la “vergine rossa”. A dieci anni, con grande scandalo dei familiari, già si proclamava bolscevica e soltanto qualche tempo dopo si indignava per le umilianti condizioni imposte dalla Francia alla Germania con il trattato di pace di Versailles.

Animo sensibile, dedicò tutta la vita alla ricerca della verità. Inizialmente si era formata sui testi di Marx, ma poi si era accorta che il materialismo non era in grado di rispondere ai suoi bisogni interiori e alla sua sete di verità e di giustizia. La sinistra l’aveva delusa e così tutti gli altri schieramenti politici, tanto è vero che in Spagna militò con gli anarchici e il suo ultimo scritto proponeva il superamento della partitocrazia, unico mezzo per abbattere gli steccati delle divisioni e perseguire il bene comune.

Mascherata dietro le ideologie vedeva una spaventosa oppressione, detestava il sopruso e la violenza, da qualsiasi parte esercitati. E infatti non esitò a rimproverare aspramente Georges Bernanos quando nei Bianchi cimiteri sotto la luna denunciò i crimini franchisti ma tacque su quelli altrettanto efferati dei repubblicani. Pacifista, non si sottraeva al dovere dell’azione ma si tormentava per la contraddizione intrinseca tra le due diverse forme di impegno chiedendosi come fosse possibile ricorrere alla forza quando nel profondo dell’animo si detestava il suo impiego. Per questo motivo riteneva che l’unico eroe moderno fosse Lawrence d’Arabia, capace di soffrire atrocemente per lo stridente contrasto fra pensiero e azione incarnato nella sua stessa persona.

Probabilmente bruciata da qualche negativa esperienza sentimentale (non volle mai parlare di qualcosa di spiacevole che le capitò nei giardini del Lussemburgo) temeva l’amore, e con l’amore l’egoismo, la gelosia, il senso di possesso e di dominio, ma aveva un concetto sacro nei confronti dell’amicizia, secondo lei la virtù umana più elevata (“legame senza nodi” la definiva riferendosi ai giunchi con cui sono fissate le viti ai filari).

Di tutto questo si parla nel film Le stelle inquiete di Emanuela Piovano, episodio sconosciuto nella vita di Simone Weil, quando nell’estate del 1941 trovò rifugio nella tenuta agricola vicino a Marsiglia di Gustave Thibon, un filosofo contadino che l’aveva ospitata per sottrarla alle leggi razziali del regime di Petain.





Lara Guirao è la protagonista del film su Simone Weil Le stelle inquiete (2011)


Più che in fuga, invece di nascondersi avrebbe potuto seguire il fratello negli Stati Uniti, in quel periodo Simone era in cerca di qualcosa. Di un’identità, innanzitutto, inutilmente inseguita in politica, in fabbrica, al fianco dei miliziani nelle trincee di Spagna, negli studi di filosofia, nelle lettere e nello studio dei classici greci. Il silenzio della campagna, il raccoglimento ispirato dal lavoro agricolo, il contatto quotidiano con la natura, la condivisione della vita dei braccianti dopo quella degli operai, le fornirono l’occasione favorevole per una riflessione improntata a una visione agostiniana della verità. Simone era aninata da una passione di giustizia che nasceva dall’amore per l’umanità. Su se stessa sentiva gravare i disagi del mondo e per questo viveva con sofferenza un senso di opprimente impotenza.

La sua più assillante preoccupazione era l’indifferenza della gente che preferiva voltare la testa dall’altra parte per non provare sdegno di fronte a tante miserie e per non ascoltare il richiamo della coscienza alla responsabilità e alla solidarietà. Costretta in quel forzato isolamento osservava, rifletteva, ascoltava le stelle e parlava con le lucciole tessendo una tela fatta di ragione e di cuore in un percorso di vita che si apriva ogni giorno di più a una dimensione religiosa in generale e al cristianesimo in particolare.

Su questo frammento di tempo pressoché sconosciuto si intrattiene Emanuela Piovano nel film Le stelle inquiete, quasi a voler illuminare di nuova luce la vita di Simone Weil e a cercare il senso di risposte capaci di mettere meglio a fuoco la sua personalità. Un film rarefatto e quasi impalpabile, che ricorda la lezione rosselliniana del cinema didattico, ma che non sempre riesce a evitare il tono didascalico che filtra da una recitazione qualche volta straniata, altre impacciata e acerba. Mai come in questo caso operazioni del genere possono pretendere di esaurirsi nella pura visione se non accompagnate e integrate da approfondimenti e letture complementari. L’esperienza umana e intellettuale di Simone Weil (molto fitta la sua produzione filosofica, politica e letteraria) è infatti un percorso di vita e di fede così intenso e così ricco che non può essere compresso in un film, fosse anche una fiction di parecchie puntate. Eppure, nonostante questi vuoti e queste limitazioni,  Le stelle inquiete ha in sé tutta la potenzialità, i motivi di stimolo e di interesse per intraprendere una ricerca volta a conoscere la luminosa e commovente parabola esistenziale di Simone Weil. Non fosse altro per l’intima adesione al personaggio da parte di Lara Guirao, la brava attrice francese vista di recente nell’Esplosivo piano di Basil e in alcuni film di Bertrand Tavernier (La piccola Lola, Laissez passer, Legge 627).

 




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