LUOGO COMUNE
“NOI REBELDÌA 2010” –
UN ESAME CRITICO
Se una nuova avanguardia gioca con la rete


      
Un esperimento ludico-poetico composto di segmenti difformi sotto ogni aspetto – metrico, ritmico, tonale, sintattico, lessicale e persino tipografico – eppure il lettore non ha mai l’impressione di una casuale giustapposizione di pezzi, né si avverte una tensione centrifuga che disperde le molte vocalità e ne vanifica il messaggio. Quasi per una magia, che solo la poesia è in grado di realizzare, l’effetto d’insieme è quello di una composizione corale che, se a volte introduce improvvise accelerazioni e impennate della voce o degli assolo più lenti e sommessi, sembra tutta percorsa da un’intima solidarietà fra tutte le voci. Dove emerge una dichiarata volontà etico-politica a permettere ‘l’accordarsi’ tra tutti.
      



      

di Marta Barbaro

 

Qualcuno ricorderà un vecchio gioco di gruppo con cui i bambini si divertivano a passare il tempo, magari sotto l’accorta regia di genitori volenterosi che, senza l’aiuto di alcuno psicologico, tentavano esperimenti di socializzazione: si prendevano un foglio di carta e una penna, e a turno ciascuno scriveva una frase, un pezzo di una storia, e passava il foglio ripiegato a fisarmonica a un altro giocatore, in modo da lasciare visibili solo le ultime parole. Passando di mano in mano, e non potendo leggere ciò che gli altri avevano aggiunto alla storia, si andava componendo un testo bizzarro e sconnesso, che, però, alle volte aveva una certa, folle coerenza; e più il risultato finale rivelava certe improvvise sintonie fra una penna e l’altra e una qualche unità nell’insieme, più il gioco dava soddisfazione e divertimento al gruppo.

Probabilmente nel tempo dei videogames e delle virtual communities questo gioco può sembrare addirittura arcaico. Ma cosa succede se un gioco simile è guidato da un gruppo di poeti che sostituiscono i vecchi strumenti, la carta e la penna, con i supporti informatici e invitano il popolo del web a partecipare alla costruzione di un testo letterario? È questo l’esperimento lanciato sulla rivista elettronica “Reti di Dedalus” (del Sindacato Scrittori italiani) da “Noi Rebeldìa 2010”, un progetto che, nelle modalità ludiche di ogni sperimentazione, esprime una profonda serietà e un consapevole intento politico-letterario. L’obiettivo è quello di realizzare un testo poetico collettivo, capace di orchestrare una pluralità di voci anonime e di fondere le individualità dei singoli in un nuovo soggetto e in una comune volontà politica, «alternativa e antagonistica».

Innanzitutto, come ogni gioco, “Noi Rebeldìa 2010” ha le sue regole, pubblicate sul sito www.retididedalus.it , che indicano le modalità con cui ciascun poeta o navigante può inserirsi e collaborare alla costruzione del testo poetico. Il progetto si avvia a partire da un incipit fornito dal soggetto proponente, e si articola in due fasi con l’alternarsi di due gruppi distinti: il primo gruppo è interpellato per chiamata diretta ed è invitato a comporre un testo iniziale intorno a quell’incipit dato; una volta pubblicato on-line, chiunque può prelevare un frammento di questo primo testo e integrarlo con i propri versi, inviando il contributo ad un indirizzo e-mail. Nella libertà di ciascun partecipante di scegliere la forma poetica che gli è più congeniale, senza vincoli per la lingua, lo stile e la lunghezza dei versi proposti, l’inserimento dovrà essere comunque limitato a un solo frammento compreso fra i cinque e gli undici versi. Tutti i contributi pervenuti sono, infine, integrati e ricombinati dal soggetto proponente in un unico testo sine nomine, pubblicato in itinere man mano che le voci si aggiungono al coro, in modo da dare evidenza delle diverse fasi del montaggio e delle trasformazioni che il testo subisce durante l’intero percorso. Nessuna firma, quindi, se non quella di “Noi Rebeldìa 2010”, e nessun diritto autoriale può essere imposto all’opera finale – il numero e i nomi dei poeti intervenuti verranno comunicati solo alla fine dell’esperimento – che proprio per il suo costruirsi in progress, dà l’impressione al lettore di non essere mai conclusiva e di rimanere piuttosto aperta a sempre nuove sollecitazioni e metamorfosi.

L’esito di questo esperimento, che è arrivato alla sua fase finale nel mese di dicembre 2010 con cinque diverse redazioni, è il testo collettivo we are winning wing, in accordo con l’incipit che ha dato avvio al gioco. Il verso ricalca il «we are winning» di Seattle 1999[i], frase simbolo della “Battaglia” contro il sistema della globalizzazione capitalistica, e con il concreto richiamo alla realtà contemporanea e il ritmo trionfalmente allitterante detta il motivo politico a cui gli interventi devono ispirarsi:

Movimento, sono le voci che ci parlano dentro,

e i volti, che con una luce violenta come un lampo

rompono il vuoto e spaccano il velo falso, e il muro finto.

 

Follie sei tu, dentro il chiasso assordante del silenzio

Dentro il mio cuore, le tue lettere sibilanti,

cadono a volte come tizzoni ardenti

e a volte rosse sanguinanti come un melograno ferito.

 

Chi sei tu? Con l’occhio interno ti vedo muovere ma non ti conosco,

sei nero, sei rosso, sei giallo o sei bianco?

sei donna, sei uomo, sei adulto o sei un bambino?

 

È, forse, “la vittoria vera

su tempo e gravità: passare

senza lasciare tracce, senza

proiettare ombra

 

sui muri...

                    Forse – con la rinuncia

prendere? Cancellarsi da ogni specchio?”

 

No, non siamo per la rinuncia ma per la scelta

della traccia da lasciare, passo dopo passo,

perché è tempo di sapere da che parte stare:

passando lasciare non solo tracce ma solchi

aprire varchi nei muri, buttarli giù tutti;

ribaltare lo specchio delle mie brame,

trasformarlo nello specchio da oltrepassare

 

[…]

 

l’esperienza insegna – non è mai troppo igienico falsificare la storia /

istituire confronti taroccati. Finalmente conclusa – almeno pare –

la saltellante Parata dell’Inutile tra sorrisi promesse impegni solenni e forse

più di un’arrière pensée a favore dell’Aquila e degli altri uccelli

 

dispersi / l’Ytaglia spensierata / montana e marina / aprutina e viareggina /

torna al suo naturale stato di emergenza perenne / con tanti saluti

tanta voglia di vacanza dimenticanza teatro-danza santa arroganza

diseguaglianza finanza nebulosa adunanza mafiosa panza piena / di Spagna

 

[…]

 

Ma proprio

da questa marcescenza

malata da millenni di angosce versate

a inondarmi le cosce, da quest’ombelico

dove languiscono recintate le nostre utopie

voglio vacillare in preda alla rabbia

di chi corre lontano per non fuggire

ma per fermarmi più in là

e nel teatro della storia riconoscere la mia casa

in questo andarsene colpevoli di disubbidienza

colpevoli di credere ancora

 

La poesia e l’utopia intrappolate

a rischio d'estinzione – dicevi –

amico mio guardando in tv

nani e ballerine alla corte del sultano.

Può darsi, può darsi, ma noi – come Neruda –

siamo le donne e gli uomini del pane e del pesce

e non deporremo le uniche nostre armi:

i versi e gli sberleffi.

 

[…]

Nell’insieme, si tratta di una successione di lasse, o meglio di frammenti poetici, difformi sotto ogni aspetto – metrico, ritmico, tonale, sintattico, lessicale e persino tipografico – che, nel variare continuamente la modulazione della voce e le strategie comunicative e letterarie, creano una sorta di anarchica disarmonia: si passa da versi di una sola parola a strofe lunghe e prosastiche, dalla terza persona al «noi», al «tu» e in qualche caso all’«io», dall’assolo lirico all’invettiva e poi al dialogo, dal calembour alla meditazione filosofica e alla riflessione poetica, dalla citazione colta contraffatta in chiave sessuale al proverbio che innesca una logica distorta, in un rimescolamento di linguaggi e di elementi eterodossi che non dissimula l’intervento di più mani nella composizione del testo.





Carlo Bernardini, La luce che genera lo spazio, Bolzano, 2010


Eppure, nonostante l’articolazione segmentata e l’effetto spiazzante in alcuni passaggi da un segmento all’altro, il lettore non ha mai l’impressione di una casuale giustapposizione di pezzi, né si avverte una tensione centrifuga che disperde le molte vocalità e ne vanifica il messaggio. Quasi per una magia, che solo la poesia è in grado di realizzare, l’effetto d’insieme è quello di una composizione corale che, se a volte introduce improvvise accelerazioni e impennate della voce o degli assolo più lenti e sommessi, sembra tutta percorsa da un’intima solidarietà fra tutte le voci. Da un lato, è il richiamo all’impegno etico e politico a permettere l’accordo di tutti, come era nelle intenzioni dichiarate dal soggetto proponente; dall’altro lato, si avverte l’intervento di un’accorta regia che, coordinando i frammenti secondo suggestioni prevalentemente foniche, dà al testo una continuità musicale e realizza un perfetto arrangiamento intorno al verso «we are winning wing», che sale e scende con estrema fluidità.

Mirando ad una configurazione di natura letteraria, infatti, la regia sfrutta al meglio le inconsapevoli occasioni poetiche offerte dal caso e, ora asseconda gli accostamenti umoristici suggeriti dai riscontri omofonici, creando un calcolato e irriverente attrito semantico, ora ridimensiona l’arbitrarietà del gioco e dà coerenza e coesione al testo con un uso sapiente delle congiunzioni e dei connettivi. L’opera così realizzata acquista pertanto un’efficacia comunicativa senza perdere la sua natura composita e il suo carattere ludico; se a livello tematico il filo conduttore è quello di una battaglia civile condotta all’unisono contro il sistema dei poteri e dei valori vigenti – economici, politici, culturali, mediatici – sul piano del risultato formale l’esperimento trova la sua bandiera nell’eterogeneità dei materiali e nella loro contaminazione, nonché nella mobilità potenzialmente infinita dell’assetto compositivo. E a ben vedere i due aspetti non sono separati, ma l’uno è specchio dell’altro, secondo il principio di identità fra ideologia e linguaggio ereditato dalle avanguardie ed espressamente richiamato nel Programma teorico di “Noi Rebeldìa 2010”.

Proprio in quanto intenzionale esperimento di una nuova avanguardia, infatti, il piano teorico-progettuale si accompagna e si fa parte integrante della prassi poetica, per cui è esplicito il rifiuto della poesia pura o intimistica che elude la propria responsabilità sociale, così come è respinta la linearità discorsiva incapace di agire nella babele linguistica e mediatica del mondo globalizzato. Un’«avanguardia del noi», si legge nel manifesto programmatico, che attraverso la costruzione di un testo collettivo open source si propone come un’identità plurale, un «io-noi» che rinuncia spontaneamente all’individualismo autoriale – anche nella misura del copyright – e «parla con la voce del gruppo». D’altro canto, alla rinuncia dell’«io» – atto che di per sé già nega tutta una tradizione poetica e una visione del mondo – corrisponde la vittoria del «noi» nel riscatto sociale e poetico delle diversità dei singoli. La fusione dell’«io» nel «noi», lo slittamento cioè da un piano di osservazione a un altro (ulteriormente marcato dall’uso mobile dei pronomi personali e possessivi), l’intreccio di competenze linguistiche, di saperi e di sensibilità diverse, diventano strategie consapevoli per dispiegare uno sguardo attivo sul presente, come l’occhio caleidoscopico della mosca capace di afferrare il reale da una molteplicità di angolazioni. Ma soprattutto, l’azione – politica-poetica – del singolo si configura come interazione e cooperazione con gli altri, e, come tale, anche rivoluzione:

Qui, in particolare, il discorso filosofico-concettuale esamina le derive oppositive dell’avanguardia ‘engagée’ e la progettualità di una scrittura poetica come messa-in-comune, vera e propria ‘open source’ anti-individuale, capace di sviluppare una alterità-estraneità rispetto all’ordine omologante del capitalismo digitale proprietario e di rete della modernità ‘liquida’.[ii]

Il messaggio politico di we are winning wing non risulta solo veicolato dal gioco combinatorio e intertestuale, ma viene a coincidere con esso. Così come è nelle intenzioni di ogni avanguardia, la poesia si fa prassi, azione sociale, e dunque politica, volta a modificare direttamente il mondo circostante, con la differenza che nell’era della comunicazione elettronica le «uniche armi: / i versi e gli sberleffi» della poesia viaggiano su canali velocissimi e possono raggiungere ogni parte del pianeta.

Ma l’operazione di “Noi Rebeldìa 2010” è rivoluzionaria anche nella misura in cui trasforma il canale della comunicazione, internet, da semplice mezzo a strategia compositiva, piegando il linguaggio e i mezzi del capitalismo digitale a un uso alternativo che destabilizza il sistema. Il rischio del gioco è che sia ringhiottito nel circuito – si pensi a WikiLeaks – e si disperda nella modernità ‘liquida’; la vittoria è nel aver trovato la maglia rotta nella rete che segnala una vita d’uscita, una diversa possibilità di vivere il web e di pensare l’interconnessione dei soggetti e dei linguaggi.

 



 

[i] Il richiamo alla “Battaglia di Seattle” del novembre 1999 contro il vertice del WTO torna esplicitamente all’interno del testo: «si pagano il funerale con il nostro suicidio/ Fmi (Fondazione dell’impiccagione mondiale) / e Bm (Banda per monnezza e bordello), / ma c’è una Waterloo per il Wto e per la strada / è il teatro della biodiversità, action direct net- / work, un urlo alla luna e un gioco d’azzardo», leitmotiv più volte ripetuto; e ancora: «we are winning vogliamo wing ballare / e con i lupi locuste inumane azzannare /l’intruso, e questa non è l’ultima guerra / emerge dalla contingenza con mille mani». 




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