LETTURE
FRANCO ARMINIO
      

Cartoline dai morti

 

Nottetempo Editore, collana Gransasso, Roma 2010, pp. 137, € 8,00

    

      


di Sarah Panatta

 

 

Messaggi minimali dall’iperspazio “oltre tomba”

 

Equivalenza inesplicabile. Passaggio di binario senza annunci, ma su passerelle infinite. Frenesia annullante, ripiegamento necessario, fumo intangibile dopo il fuoco (fatuo) della vita. Franco Arminio visita il mondo da antipodi ultra tombali e amoreggia con lancinante, lucida, aggressiva ironia con la morte, dama oscura per eccellenza, eminenza personificata del “margine” odiato, volto severo dell’“altra” sponda, spogliandola della sua fama temuta e catastrofica, e trattandola come semplice, dimessa tenda da sipario, spazio scenico momentaneo.

 

In Cartoline dai morti Arminio sonda in qualità di esploratore muto, addetto alle spedizioni da un immateriale altrove, i lidi sconfinati del non più esistere. La morte diventa, nei suoi (in)tempestivi, deliziosi epigrammi-autoepitaffi, gustosa e paradossale finestra sul cortile della quotidianità umana, specchio rovesciato della rovinosa routine che imprigiona ogni creatura sino al fatidico abbraccio del misterico, orribile, comico nulla a volte agognato.

 

I pizzini telegrafici, le missive testimoniali, gli ultimi appelli-impressioni-scuotimenti che Arminio veicola dalla sua (in tal caso) onnipotente postazione quantificano il baleno che tramortisce e allo stesso tempo dona nuova coscienza a nuovi “chi”, trasparenze scomode che rammentano e considerano dalla propria nicchia senza respiro oggetti, abitudini, persone dell’al di qua abbandonato. 128 brani di vita compressa nell’addio, 128 notizie flash del trapasso, 128 riprese “finalmente” a colori di piccole consuetudini sottovalutate o mai “misurate”.

 

Per alcuni la morte è la ciliegina attesa sulla torta delle troppe banalità appena digerite; per altri la zampata definitiva di un’esistenza mai colta, lasciata a languire sul fondo di un serrato vaso di potenzialità latenti; per altri ancora l’ennesima tappa oppure un originale diversivo in uno spettacolo dal monocorde nonsenso. Ombre sul bianco, aliti spettrali, fruscii di brezze acidule, sghignazzi rabbiosi, rimpianti senza redenzione, esorcismi del dopo, saluti ideali di esseri mai più reali. In essi è metaforizzato il grottesco andirivieni del mondo, tra suicidi per impiccagione, solitudini taciute, ronzii di insetti sull’odore di “mele” marce, mani pudiche a coprire la vergogna dello sgarro imperdonabile, biscotti andati di traverso, imbrogli manifesti, passioni liofilizzate, malattie sorde, infanzia anziana, spese ritardatarie, passatempi perduti, sciroppi per cancri, denti per figli, amplessi sfuggiti, balconi plateali, frigoriferi traditori, ghiaccio nelle vene, veglie in gusci di lumaca, sonni interminabili, beffarde sedie a rotelle, violenza domestica, amicizia ubriaca, fumo passivo, tumulazioni anticipate, curiosità inappagate, fessure nella neve.

 

L’autore-caronte si presta quale traghettatore del vuoto e di vuoti, spazzino metafisico, postino di postille che trafiggono come lame e accarezzano come conferme, guardiano di recapiti impossibili, venditore di scampoli di stoffa, “bagnata” nell’umore penetrante, acre, costante della non-vita in agguato, che solo un temerario titubante ipocondriaco sognatore può scrutare e (ri)cucire.




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