LETTURE
MARIO QUATTRUCCI
      

Fattacci brutti a via del Boschetto

 

Robin editore, Roma 2010, pp. 430, € 14,00

    

      


di Giuseppe Neri

 

Come ormai sanno molto bene i suoi lettori, i romanzi di Mario Quattrucci non possono essere confinati nel recinto delle opere di genere, perché essi, per una serie di motivi che tenterò, sia pur brevemente di enucleare, appartengono alla letteratura tout court. Certo essi non rinunciano alla struttura e alle modalità proprie del romanzo giallo, ma accanto a questi elementi se ne incontrano altri, ad esempio una forte tendenza alla riflessione sulla storia italiana di questi nostri sciagurati anni, una ferma attitudine a scandagliare nel marciume che s’acquatta e dilaga nella società italiana, caratteristiche queste che non attengono necessariamente al romanzo poliziesco, ma si attagliano più precisamente ad una narrativa permeata da un marcato impegno civile.

E certamente non è da ascrivere al genere del romanzo giallo, l’assiduo, lucido, appassionato lavoro sulla lingua, che viceversa e come vedremo meglio più avanti, si riscontra costantemente in ogni sua opera. D’altra parte una lettura orientata in questo senso viene avallata dallo stesso Quattrucci allorché, nella postfazione a questo suo recente romanzo dal gaddiano titolo Fattacci brutti a via del Boschetto, annota, non senza un filo di sottile ironia: “Scrivo romanzi di genere (di genere umano mi verrebbe da dire parafrasando Einstein), storie tinte di giallo, o se si preferisce di noir, (ma io preferisco giallo e rosso, e non in senso calcistico) e tendo, per quanto congetturalmente e in modo espressionistico alla realtà natural-sociale”. E a proposito della lingua da lui usata, afferma: “Non mi rassegno a una scrittura giallese e italianese, e neanche romanese: cerco di non appiattire, di non piallare e di non plastificare, di suscitare solo una suspense e qualche emozione, ma anche una riflessione critica, e di qui, se mi riesce, un certo godimento intellettuale.”

I lettori delle precedenti opere di Quattrucci sanno anche che partendo dalla notizia criminis, le indagini del commissario Marè imboccano strade, seguono piste che si dilatano, per cerchi concentrici, nei vari contesti sociali che la vittima ha frequentato o avrebbe potuto frequentare; e in questa perlustrazione, serrata e minuziosa, condotta col fiuto del segugio e l’intelligenza critica di un intellettuale – perché Marè è un raffinato e aguzzo intellettuale – il commissario si trova quasi sempre a mettere il naso in storie di malaffare che travalicano il caso di cui si sta occupando.

Insomma Quattrucci-Marè – perché Marè è una sorta di alter ego dell’autore – si muovono in quella zona “in cui si toccano vite comuni e vita della città, il polverio delle storie e la storia del Paese, il caso privato e l’ambiente dei pubblici misfatti, la malattia del singolo e il male della società”, come annotò, con efficace sintesi, lo scrittore in un suo precedente romanzo.

E certamente non è un caso che Quattrucci abbia scelto Roma a far da sfondo a queste sue storie tinte di giallo e rosso. Non è un caso, non perché Roma abbia il primato dei morti ammazzati, ma perché essa, nel corso dei decenni, si è trasformata da capitale del Regno e poi della Repubblica, in capitale “del furto, dell’imbroglio, del raggiro, del sistema bancario uno e trino, del riciclaggio dei piccioli di cosche e ‘ndrine, delle trame, dei misteri di Stato, dei complotti, delle spie, della P2, dei frammassoni, delle tonache e delle toghe imparentate a satanasso”.

La passione civile, l’amarezza, lo sdegno e l’intento inquisitorio che muovono la penna di Mario Quattrucci sono così evidenti e marcati che basterebbe gettare un’occhiata d’insieme alle indagini condotte dal commissario Marè, per accorgerci che il nostro autore, di volume in volume, è venuto componendo, con puntigliosa acribia, un vasto, poderoso, inquietante affresco dei molti, dei troppi misteri irrisolti dell’Italia di oggi, delle innumerevoli collusioni tra criminalità e poteri dello Stato, della dilagante corruzione, appena mascherata con i veli di un untuoso perbenismo, che prospera nei vari settori della società.

Anche questo suo nuovo romanzo Fattacci brutti a via del Boschetto è, naturalmente, ambientato a Roma e per l’esattezza in uno dei suoi più antichi e popolari rioni: rione Monti. Un quartiere con le sue botteghe artigiane, le sue oneste osterie, i suoi baretti, con palazzine eleganti e palazzi restaurati, un quartiere dove si respira ancora una genuina aria popolare, ma dove si percepisce anche, per alcune enigmatiche presenze, che qualcosa di sospetto, forse addirittura di torbido, è penetrato fra le sue mura.

Qui vive ed opera anche un famoso artista: il Maestro Peppe Dell’Arco, un artista che non vive chiuso nel bozzolo dorato della sua creatività, catafratto nel suo egotismo, soddisfatto e appagato dei suoi successi. No, il maestro Dell’Arco cerca e sollecita il confronto con gli abitanti del rione, con i monticiani, è il promotore di iniziative culturali e non solo culturali. Con alcuni amici fidati ─ il Gruppo – ha inventato anche un Sistema per erogare un microcredito, a un tasso simbolico, agli artigiani e ai commercianti in difficoltà ed è grazie a queste sovvenzioni che alcuni di loro hanno, poi, fatto fortuna.

Questa attività sociale del Gruppo è così riassunta da un amico del Maestro: “Il Gruppo fu un’idea geniale. Innanzitutto un callarone di esperienze umane, un focolare e un tetto per persone che soffrono a sta’ sole, un mezzo per parlare tra di noi e con il mondo. Un modo per sentirci utili e al lavoro… e non per noi soltanto ma per tutti… E nella grande crisi che ci ha quasi tramortiti, un sostituto di quello che avevamo e in cui riponevamo tutte le speranze. Tutto si sgretolava, non c’erano più fedi, il mondo ci crollava addosso: e noi ci siamo costruiti sto rifugio. A un certo punto ci pareva di fare il socialismo in un rione solo”.

Eppure quest’uomo, qualche giorno prima di Natale, viene assassinato nella sua bottega-galleria. Chi aveva interesse ad uccidere Peppe Dell’Arco? E per quale motivo?

La costernazione è grande fra i monticiani, anche perché l’indagine ufficiale avviata dal magistrato e dalla questura sembra procedere in maniera inadeguata e inconcludente. È a questo punto che compare il commissario Marè, amico d’infanzia dell’artista assassinato. Coadiuvato dalla nipote, la giornalista Flavia Pasti e dall’investigatore privato Marq Antonì, Marè inizia la sua inchiesta, seguendo il suo metodo abituale: parlare con la gente, confrontare le varie opinioni, non tralasciare i dettagli, non trascurare l’episodio apparentemente insignificante, il particolare anche modesto e poi affidarsi al fiuto e all’intelligenza critica per leggere nella mappa delle acquisizioni.

Come sempre accade nei romanzi di Mario Quattrucci e naturalmente anche in Fattacci brutti a via del Boschetto, l’inchiesta si allarga, si dilata come una ragnatela e Marè, ancora una volta, indagando sull’assassinio di Dell’Arco, si trova ad annusare anche un’altra realtà, torbida e purulenta, si trova a frugare in quella zona grigia, dove prospera il malaffare, dove la corruzione, l’intrallazzo, l’intrigo dell’onorevole, dell’alto funzionario ministeriale, del politico sono coperti da una maschera di ostentato moralismo e da un perbenismo di facciata.

Alla fine dell’indagine si scoprirà che la mela bacata, er puzzone, si annidava fra gli amici del Maestro. Ma la scoperta dell’assassino non servirà a rasserenare completamente il lettore, perché resta la certezza che i ladri di Stato, gli spregiudicati faccendieri che operano all’interno di quella zona grigia, di cui parlavo prima, resteranno per sempre impuniti.

Sul frontespizio del romanzo si legge che questa è l’ultima inchiesta di Marè. Non so, dunque, se Fattacci brutti debba essere considerato il suo commiato dai lettori. Io mi auguro di no. Ma se così fosse, vorrei rendergli un piccolo omaggio. Sì, perché Marè è stato un questurino speciale, un commissario sui generis. Prima ancora che poliziotto, Marè era un intellettuale. Veniva dal Partito d’Azione e di quel partito conosceva e praticava la rettitudine e il rigore morale. Aveva letto, ne sono certo, anche se non l’ha mai dichiarato, le opere di Gobetti e dei fratelli Rosselli e non aveva trascurato, anche di questo sono certo, gli scritti di Antonio Gramsci. Era, Marè, un commissario democratico che aveva fatto suo, come etica di vita, un verso del Belli: E sempre verità sempre er dovere.

Frequentava anche, ma questo non aveva difficoltà ad ammetterlo, alcuni grandi scrittori, soprattutto quelli che si erano dannati a plasmare uno strumento espressivo adeguato a rappresentare, ad interpretare la realtà e le sue contraddizioni. Giuseppe Gioacchino Belli naturalmente e Carlo Emilio Gadda, ma anche il primo Testori dalla prosa umorosa e sanguigna ed altri ancora. Ma Marè era un intellettuale non solo perché questo era il suo background culturale, ma perché aveva l’attitudine ad esercitare lo spirito critico, a leggere gli eventi e le cose attraverso il filtro della ragione, a riflettere sul senso della Storia e sul trascorrere del tempo, a porsi le grandi domande e queste sue riflessioni oscillavano sempre tra un lucido disincanto e una consapevole malinconia.

In ogni romanzo che lo ha visto protagonista, si trova sempre una pagina in cui questa sua attitudine alla riflessione si fa esplicita, diventa eloquente. Anche in Fattacci brutti a via del Boschetto non manca di consegnarci il suo pensiero e lo fa prendendo a pretesto il burattino per antonomasia, Pinocchio: “Fabbricato con un semplice pezzo di catasta per essere un inerte burattino, aveva invece preso vita di persona, e s’era messo a contestare tutta la falsità del perbenismo e servilismo che impregnava il mondo. La menzogna della giustizia alla rovescia, l’accettazione della povertà come un destino, la carità pelosa e la salvezza attesa dalle fate… Un libero inesperto ma audace pensatore diventato veramente burattino solo quando divenne un bambino perbene”.

Questo era Marè, di questa pasta erano fatti i suoi pensieri e per questo penso che non sia ancora arrivato il momento per uscire di scena.

E qui si potrebbe anche mettere punto. Ma è possibile chiudere questa nota, senza fare almeno un cenno sulla lingua adoperata, forgiata da Quattrucci per narrare le sue storie? No, non è possibile. E allora dirò molto brevemente – rimandando chi volesse approfondire l’argomento al saggio che chiude il romanzo, nel quale l’autore spiega le ragioni e fornisce le motivazioni che sono all’origine delle sue scelte linguistiche – allora, dicevo, mi soffermerò molto brevemente su questo tipo di operazione.

Quello che subito si nota è un sapido impasto linguistico in cui confluiscono la favella di Roma com’è oggi (che risulta guasta e corrotta più di quella del Belli e della sua Roma), un italiano educato e persino elegante, un ventaglio di altri dialetti e in più, a rendere la trama linguistica più fitta e variegata, una serie di locuzioni circolanti nei bar, nei salotti, nei palazzi di Roma: anch’esse, come afferma lo scrittore, “per lo più snervate, denucleate, imbastardite”. In tale contesto il dialetto e i dialetti vengono usati per una “insopprimibile esigenza etica e gnoseologica” (G.Pinotti)

Il risultato è una sorta di polifonia linguistica in grado non solo di rappresentare criticamente le varie sfaccettature della realtà, ma di imprimere anche alla narrazione una cadenza, un ritmo di pervasiva affabilità.




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