LETTURE
MARIA JATOSTI
      

Per amore e per odio

 

Manni, San Cesario di Lecce 2011, pp. 270,
€ 17,00

    

      


di Mario Lunetta                      

 

 

     Sono convinto che Per amore e per odio di Maria Jatosti, da poco apparso da Manni, sia il libro più rappresentativo della scrittrice romana. Il “libro della vita”, come con qualche enfasi usa dire. È in primis il titolo, così esposto e privo di filtri, a dare il senso e la dimensione della spinta pulsionale molto particolare che lo anima. In un momento in cui la nostra narrativa si accontenta prevalentemente di praticare un minimalismo futile, questo è un romanzo in forte controtendenza, che non mi pare esagerato definire “massimalista”, in quanto animato da situazioni e desideri, slanci e frustrazioni nei quali l’autrice si mette in gioco raccontando in una sorta di autobiografia straniata le aggrovigliate vicende di una vita sempre generosamente proiettata verso l’orizzonte di un’utopia liberatoria in continuazione oscurato.

    

     Maria Jatosti ha una storia lunga e ricca. È stata un’infaticabile organizzatrice culturale, ha prodotto libri di poesia, è autrice di quattro romanzi. Quest’ultimo si aggiunge alla terna che ha al proprio centro una prova anch’essa carica di conflitti (Tutto d’un fiato, Editori Riuniti, 1977), in cui la figura di Luciano Bianciardi emerge con forza e nitidezza. Quest’ultimo libro mi pare tuttavia  differenziarsi dai precedenti: e la differenza la fa la lingua. Si ricorderà come lo scintillante Boris Vian, autore che Maria ama molto, e la cui scrittura è stata assimilata allo stile “jungla” di Duke Ellington, amasse giocare con tutta una serie di divagazioni incrociate. Bene: direi che in qualche misura un quid che non di rado si aggira nelle pagine di Per amore e per odio arieggi questo stile “jungla”, e alla fine ne costituisca una delle più vive fonti energetiche.

    

     Nel romanzo non si afferma una narrazione storico-biografica di tipo orizzontale, ma piuttosto – senza tregua e quasi in modo febbrile – un rimescolìo delle carte, delle situazioni, delle maschere: tanto che il protagonista princeps, fra i tanti pro e co-protagonisti che ne agiscono le dinamiche almeno quanto ne sono dialetticamente agìti, è una sorta di linguaggio meticcio nella cui vasca ribollente riemergono memorie, ricordi, possibilità realizzate o no, perfino attraverso tic e tilt, associazioni e analogie, espressioni idiomatiche e nonsense colorati di francese, inglese, romanesco, meneghino, ligure, partenopeo, siciliano e via e via, in cui si mescola un patrimonio foltissimo di esperienze che non è mai immobile, mai monumentale o celebrativo, mai paralizzato su se stesso. Il fatto è che Maria Jatosti, anche oggi che non ha più 25 anni ma qualcuno di più, continua ad essere animata da una curiosità inesausta: il che la rende molto vitale, forse anche troppo per i gusti di quel personaggio sguincio che nel libro è il fratello Virgilio, smagato pittore che tiene studio a Parigi. C’è tra loro un rapporto di grande amore ma anche di accesa conflittualità, perché nell’artista persiste uno scetticismo che manca a Maria, una cautela ai limiti del sospetto e uno occhio strabico che la passionalità della sorella non può contemplare. Egli vede la realtà in modo non frontale, come càpita a chi – come la sorella, appunto – affronta di slancio cose e situazioni (dalla politica agli affetti privati); per cui l’artista è portato a misurare costantemente le contraddizioni oggettive e soggettive, e la sua presenza viene a marcare nel libro una sorta di costante, di refrain da cauteloso grillo parlante. Di tanto in tanto, quasi alla stregua di un siparietto che ritmi i movimenti del romanzo, appare il personaggio del pittore che lavora nel suo Atelier Rouge, e che dà del mondo e delle cose definizioni molto più prudenti ed amare di quanto non sia nelle corde della protagonista.

    

     In Per amore e per odio non si può sottovalutare la presenza delle città e dei luoghi del vissuto: che non sono puri fondali, ma anch’essi personaggi vividamente scorciati. Roma, in cui Maria è nata durante un fascismo ormai consolidato, o Milano in cui ha vissuto il suo profondo e lacerante rapporto con l’autore de La vita agra. Rapallo, con la memoria di uno dei massimi poeti del ’900, Ezra Pound, fascista per sbaglio, ma in realtà anarcoide di straordinario intelletto e di assoluta energia innovativa sul piano del linguaggio come pensiero-lingua. E poi Parigi, Barcellona, New York.

    

     Ci sono, in questo libro continuamente smembrato e ricomposto, spezzettato, negato quasi per un’auto-interrogazione costante che alla fine mette in crisi tutte le certezze – anche se la forza delle passioni e delle pulsioni finisce in qualche misura per prevalere – queste possibilità che Maria non si nega affatto, malgrado le delusioni che la vita a tutti riserva. Le zone che tornano ad esplorare quel luogo mitico che è il romano quartiere di Garbatella, dove essa ha visto la luce, con al centro la mitica “Villetta”, prima sede rionale del PNF poi del PCI, sono certo fra le più toccanti del romanzo.

     In tutti i casi, il ghost protagonist del libro, Luciano Bianciardi, assume dimensioni da contro-lare domestico per la formidabile incombenza che esercita nella narrazione-memoria: e appunto per questo non viene mai qualificato per nome e cognome, ma soltanto e sempre come Lui, quasi per un effetto di distanziamento. Col pronome (escamotage di facile decifrazione) l’autrice smentisce in qualche misura il sottotitolo del suo libro – forse in parte bugiardo – che è “romanzo”: quindi, la sua scelta è stata di opacizzare certe figure fondamentali per accrescerne la resa enigmatica.

    

     Un merito non da poco di Per amore e per odio è di non essere un romanzo storico, pur avendo tutti i diritti di esserlo in chiave di “genere”: magari rischiando la banalità. A evitargli un simile rischio è – come poco sopra osservavo – questo continuo rimescolare le carte, buttare per aria il banco per ricominciare da capo senza tregua, in una giostra nella quale il linguaggio si agita magnificamente: un linguaggio del tutto inatteso per chi conosce la pregressa produzione poetica e narrativa di Jatosti; una scrittura che mette sempre il lettore in stato di allarme, non tranquillizza né consola. Siamo in presenza di una contro-narrazione dura, ispida, talvolta perfino fosca, mai patetica e tuttavia sempre carica di impeti e di umori: insomma, il linguaggio di un’autrice di formazione marxista la quale è convinta che il mondo, e perfino i pensieri – come a più riprese afferma Leopardi nello Zibaldone – siano fatti soltanto di materia.

    

     Ecco perché ci troviamo a che fare con un romanzo molto sui generis: qualcosa che, per fortuna sua e del lettore, deraglia fortemente da quella che è la pratica dominante della narrativa italiana (e non soltanto italiana) dei nostri anni ammalati di scarsa reattività e di pervicace indifferenza. Al contrario, quello di Jatosti è un testo reattivo al massimo, un testo perfino capace di infastidire, un testo che non marcia a senso unico, ma torna in continuazione sui suoi passi per cercare un ritmo diverso e un’angolazione non ripetitiva. Gli anni vi scorrono dentro con tutte le loro correnti forti e tutti i loro detriti: eventi della grande storia e rapporti privati, impegno civile e politico, fascinazione intellettuale, dalla frequentazione di figure come quella di Gianni Toti, di Gianni Rodari, di Umberto Barbaro, di Carlo Lizzani, all’innamoramento per una musica che non può essere assegnata al piccolo parco della “musica leggera”, perché Brassens, Piaf, Montand, Brel, Gréco sono altra cosa – gente che ha dato uno scatto all’intelligenza europea. Tutti costoro tornano nel romanzo a più riprese, come vi torna la grande pittura del ’900, il grande cinema con preferenza franco-americana. E poi Pasolini, contraddittoria icona di liberazione e insieme chiusura.

    

     Stiamo insomma parlando di un libro aperto, costruito non su una schematizzazione che lo imprigiona, ma capace di lavorare oltre le sue gabbie non di rado anche autocostruite dall’autrice (come càpita a ogni vero scrittore di realizzare i propri progetti che possono anche essere “prigioni” da rompere ogni volta). È ciò che avviene appunto in questo libro che non è un’opera aperta in senso generico e vulgato, ma propenso piuttosto a disporsi a ventaglio perché si dà molte prospettive, può essere aggredito (e aggredisce) da molti punti di vista pur entro una coerenza indefettibile.

    

     Insomma, un’opera de-narrativa, qualcosa che travalica i personaggi perché li mette in una sorta di frullatore in moto, e il lettore è costretto a tener conto di questo spostamento costante di piani, di questo slittamento sistematico del gioco, di queste “trappole” magari anche felici, gustose: un romanzo quindi che nell’odierna situazione editoriale italiana, così depressa e prevedibile, realizzato da una ragazza che ha un’ottantina d’anni e se li porta in modi molto adolescenziali, gioca le sue carte non solo sulla memoria, che può essere qualcosa di molto rischioso, non solo sullo slancio delle aspettative tradite (che sarebbe un altro calappio di banalità), ma sulla lingua, in una dizione continuamente spappolata, per cui l’italiano diventa davvero un’altra cosa, una sorta di idioma “creolo” che si nutre costantemente di altri linguaggi. Manca, si direbbe, solo l’esperanto, forse l’eschimese. Tutto il resto c’è. Anche svariati dialetti, e naturalmente quella grande lingua che è il romanesco, che al sottoscritto è sempre piaciuto chiamare lingua romana, proprio per lo spessore di storia, esperienza, enormi contraddizioni che contiene.

    

     L’importante, mi pare, è che nel testo sia sempre presente una sintesi aperta non un paradigma da rispettare comunque: tanto che il libro comincia con una lettera minuscola e dei puntini di sospensione, come se capitassero casualmente in mano a colei che racconta una quantità di documenti, di carte smarrite e poi ritrovate, di pensieri, di umori, di spaesamenti; e finisce con l’oggi che è l’oggi della catastrofe del pianeta. “Gli occhi al soffitto alto sopra di me, aspetto la sentenza finale”: così si conclude (ma si conclude davvero?) questo libro di Maria Jatosti che Pino Corrias definisce in premessa “la lunga lettera della sua vita”, e che è un viaggio lungo, impetuoso e smagato nell’ultima modernità di un secolo terribile.                                                                                                               

 




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