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PAP KHOUMA
“Noi italiani neri”: perché non può esistere il ‘colore’ dominante

      
Lo scrittore di Dakar che vive a Milano in questa sua fiction documentaria passa in rassegna, con sarcasmo e vivo pathos sofferto sulla propria pelle, tutti i luoghi comuni che nascono dall’impulso razzista, i molti ‘volti’ dell’intolleranza, i labili confini e le pervicaci, antiche radici della discriminazione su base etnica. Il suo è uno sguardo dissacratorio e implacabile sull’Italia del centocinquantenario dell’Unità, e insieme un invito ai connazionali ‘colored’ al riscatto non vittimistico e a guardare con orgoglio in avanti.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Indossare mentalmente un sospirato tricolore senza per questo accettare un artificioso mal cucito abito “di” colore. Difendere il diritto della “propria” nazionalità al di là di adesivi/adesioni etniche criminosamente premeditate in secoli lontani di barbarie incancrenita, sin troppo vicini per non sentirne l’alito colloso costante sulla pelle. Vivere la connaturata condizione del dispatrio[1] quale permanenza ontologica indistruttibile, baluardo prezioso e irrinunciabile di un Ego viaggiante, in costante evoluzione e distensione verso l’alterità, che desidera tuttavia nazionalità fisica. Essere migrante-italiano-senegalese-umano, granello “buio” di una gigantesca galassia, che esige uno spazio di definizione, non necessariamente statica, anzi multipla e dunque viva. Un Io tra milioni, milioni di (anch’)Io che pretendono da forze bianche e aliene non elemosina di privilegi e commiserazione, bensì convinto tributo di uguaglianza, solidarietà, mutuo rispetto.

 

Lo racconta, rivendica e insegna in giro per il globo da vent’anni, Pap Khouma[2], figlio nero di un ex “resistente” italiano cresciuto nelle valli padane e di una donna senegalese, nato nella sabbia morbida di Dakar, in transito genetico tra i due mondi, l’Europa e l’Africa subsahariana, e “tornato” in Italia a metà degli anni ’80, ad infoltire la bruna schiera dei vu’ cumprà riminesi della prima ora. Pap vive adesso stabilmente a Milano, con la sua fitta prole, dirige un’autorevole rivista on line di scrittori migranti[3] e in collaborazione con i vari provveditorati porta nelle aule scolastiche il vento reale dell’esistenza migrante, il senso traverso della negritudine, la via e le storie di chi possiede molteplici indubitabili sé e deve manifestarli al consesso civile quale testimonianza del meticciato naturale chiamato umanità.





Dopo il grande successo dei due precedenti romanzi[4] – a seguito delle numerose edizioni divenuti ormai, da sbarco esotico, capostipiti esemplari di una nuova corrente – Pap Khouma ha riversato nelle pagine della fiction documentaria Noi italiani neri[5] la propria instancabile verve (auto)biografica, costruendo un lungo apologo monologato “anti cromatico” sull’impulso razzista, sui confini e le radici della discriminazione, ma soprattutto sulle “misure” dell’appartenenza. L’autore si ispira e cita eventi grondanti fetido, doloroso realismo, fatti di cronaca passati per contorte turbine mediatiche e giuridiche, personaggi che hanno raggiunto la deità di status symbol pur restando oggetti di soprusi eclatanti.

 

Appellandosi come imputato ad una corte che deve giudicarlo per aggressione a pubblici ufficiali Pap Khouma/Paolo Diop Ravenna dipinge il pretesto per nulla pittoresco, ma del tutto “comune” di una rissa-pestaggio uomo nero-controllori bianchi, dando letteralmente fiato ad una potente arringa difensiva. Nell’arena il protagonista parlante richiama le disavventure grottesche e i gesti indomabili di teste “coronate” e di ragazzi di strada, di ambasciatori per i diritti delle minoranze e di amici senza nome fatti a pezzi in troppi altrove, enumerando nei dettagli le prove dell’urgenza di una svolta culturale destrutturante nell’Europa civilizzata dei “padroni”.

Il presupposto della narrazione-cronaca-dissertazione di Pap Khouma è l’inadeguata, pusillanime distinzione in razze, in quanto «affermare l’esistenza di razze umane diverse basate sui colori della pelle, sui tratti somatici o sulla religione, era un imbroglio colossale, escogitato nel passato per giustificare dei terrificanti crimini di massa», una menzogna vigliacca per la quale non devono sussistere alibi dopo che persino la scienza bianca ha dimostrato che «esiste una sola razza»[6].

I tanti Paolo Diop Ravenna che stanno ripopolando il nostro sterile e ipocrita paese, quello delle degradanti marionette-bingo bongo al governo, sono «i nuovi cittadini italiani… Definiti erroneamente immigrati di seconda generazione… figli o figlie nati dai matrimoni misti… adottati sin dalla nascita e cresciuti in famiglie con la pelle diversa dalla loro… semplicemente persone[7]» che hanno lo stesso diritto di “approdo” che qualunque essere umano dovrebbe poter detenere con orgoglio.

 

Pap Khouma giunge certo con puntualità dissacrante in un momento storico paradossale, nel quale l’Italia sbanda sbandierando centocinquantennale unità – sospinta dal torpore dell’indeterminatezza e da un’omertà civica spaventosa –, unendosi al contempo con schizofrenico disinteresse o rabbioso, opportunistico feticismo della “proprietà”, al nord continentale del pianeta nel rifiuto degli “altri” dal Sud, dall’innominato (abusato) emisfero meridionale delle rotte ex coloniali. Lo scrittore omaggia e invita al riscatto non vittimistico gli italiani neri, coloro che appartengono a più paesi simultaneamente, che non vengono accettati, né capiti ma che possiedono un patrimonio incalcolabile, l’intreccio ereditario di tradizioni, storie, luoghi, sensibilità che li rende fortunati e completi, porosi[8] agli influssi di tutti i lidi della terra.





Mario Loprete, Turista per scelta, olio su tela 40x50x7, 2010


Khouma recupera in pieno l’elocuzione ardita e colloquiale tipica del mediatore sagace, abituato alla scarsa permeabilità delle masse all’abbraccio interculturale, facendo sfilare al “banco” storie di ordinaria intolleranza, di presunzione razziale, di esilio volontario, di tradimenti di pelle e testamenti sangue. Egli veicola nel simbolismo laconico dell’aggettivo “nero” la consistenza tangibile eppur sfuggente, mai autocritica e sempre deleteria, avvinghiata in certezze contraddittorie, del sistema del pensiero razzista dominante (da intendersi non come sovrastruttura esclusivamente “bianca”, bensì come giustificatorio meccanismo di difesa e di rigetto attuato in qualsiasi paese a nord o a sud dei tropici, che erige dovunque muri e dogane, campi di permanenza, celle, materializzando manette, pregiudizi, angoli di sconsolata “assenza”).

 

Pap/Paolo affonda ironico e incalzante in episodi che illuminano il cammino dello “straniero” in patria, di volta in volta marchiato, travestito “da”, Balotelli presuntuoso, cannibale stupra donne, venditore di perline-passeggero di tram-lavoratore abusivo, rapitore di (propri) bambini, ladro di identità. L’autore inanella compulsivo frammenti della sua storia personale, dai destini dei genitori “misti” col cuore perennemente itinerante ai colloqui con gli studenti altrettanto “misti” e italiani delle scuole meneghine; slogan delle orde di ultras neo-nazisti schierati sugli spalti come pedine politiche dalle mafie locali; l’orrore di italiani e senegalesi aspiranti francesi decorati al valore nelle grandi guerre del ’900 e deturpati nella dignità da capi di stato ottusi, mercivendoli sprezzanti; le frustranti lotte indipendentiste delle nazioni africane; i delitti della strategia cieca del branco bianco che distingue i membri legittimi solo tramite l’apparenza epidermica. Khouma non vuole semplicemente dimostrare le aporie del classismo razzista né proteggere a spada tratta i “suoi” simili. Brama anzi far conoscere a tutti la magnifica, ossigenata libertà che nasce dalla “mescolanza culturale”, dove ricchi e poveri, umani di ogni “tonalità” e inclinazione possano avere le stesse possibilità di autodeterminazione, perché non può esistere il concetto assurdo e mortale del colore dominante.

 

 

 



[1] Coniata dall’intellettuale e scrittore Luigi Meneghello, a lungo insegnante in “trasferta” britannica.

[2] Definito, insieme al tunisino Salah Methnani, un «classico d’apertura» da Armando Gnisci (p. 13, Scrivere nella migrazione tra due secoli in Nuovo planetario italiano, a cura di A. Gnisci, Città Aperta Edizioni, Troina 2006, pp. 537), poiché pioniere della letteratura della migrazione in Italia nei primi anni novanta, con l’opera di narrativa autobiografica Io, venditore di elefanti (scritto insieme ad Oreste Pivetta, Garzanti, Milano 1990). Un testo dirompente, che osava immettere un flusso “diverso” nel mercato della cultura e in un frangente storico insospettabile, quando ancora in pochi riconoscevano o prevedevano la portata atomica, destabilizzante e vitale della nuova “Grande Migrazione” annunciata nello stesso periodo dal poeta e critico tedesco Hans Magnus Enzensberger, la migrazione spinta dai moti di decolonizzazione, dalle guerre civili e dalle mille forme di umiliante “povertà” subite dagli uomini nel cosiddetto terzo mondo.

[3] “El Ghibli”, http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it.

[4] Io venditore di elefanti (v. nota 2) e Nonno dio e gli spiriti danzanti, Garzanti, Milano 2005.

[5] Baldi Castoldi Dalai editore, Milano 2010, pp. 159, € 16,00.

[6] Ivi, pp. 9-10.

[7] Ivi, p. 11.

[8] Ivi, pp. 145-147.




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