LETTURE
FILIPPO LA PORTA
      

Meno letteratura, per favore!

Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 138, € 11,00

    

      


di Rossella Grasso

 

 

“Meno letteratura, per favore!” è la protesta di Filippo La Porta e il titolo del suo pamphlet edito da Bollati Boringhieri. Il saggista, giornalista e critico militante, elabora una pacata invettiva dai toni amari contro il panorama letterario dell’ ultimo decennio, salvando qualche eccezione. La sua protesta nasce da un’insofferenza cronica al dilagare ovunque della fiction.

Oggi tutti tendono a raccontare storie per affascinare il lettore: i politici narrano storie (e/o barzellette) invece di rendere conto del proprio operato e di fare proposte concrete utili a tutti, i giornalisti non riportano più fatti di cronaca, ma ne fanno storie esemplari o ne caricano i tratti romanzando il tutto, e persino gli scienziati ricorrono alla fiction per spiegare le proprie tesi.

Tutto ciò è il frutto dell’epoca del reality show, quando deve apparire reale tutto ciò che non lo è, e il pubblico è abituato a farsi affabulare in ogni ambito del quotidiano. Considerando che la buona letteratura è per sua natura fittizia, ma racconta la verità e fa riflettere sul reale, ci troviamo di fronte al grande paradosso, per cui la letteratura perde il suo ruolo fondamentale di agitatrice di coscienze e diventa mero divertissement di storielle.

 

“L’intera letteratura”, scrive La Porta, “è un trompe-l’oeil, immensa finestra dipinta sul muro attraverso la quale entriamo mentalmente in qualsiasi luogo. Contro la trista recita televisiva dell’autenticità, meglio un trompe-l’oeil che dichiara di essere tale”, ma che è utile anche ad aprire la mente piuttosto che sopirla in una costante ipnosi. La fiction si impossessa sempre di più di tutti i campi della vita quotidiana e la letteratura ‒ in qualsiasi forma ‒ rischia di diventare solo finzione e retorica pronta a distorcere la realtà. Persino il non-fiction novel odierno, figlio del new journalism di Capote, viene male interpretato dal lettore, che pur essendo consapevole di leggere storie vere se ne distacca autoassolvendosi circa le proprie responsabilità.

In questo panorama di finzione e di superficialità si è sviluppata una sorta di snobismo di massa, alla quale “basta l’aroma culturale e l’apparente sofisticatezza”, che fa sì che ci siano miriadi di Festival letterari, file ai musei… insomma la letteratura è diventata “alibi e decorazione, consumo più o meno chic e status symbol, repertorio di citazioni squisite per ogni occasione, uno spettacolo che nobilita se stesso e i suoi fruitori, ansia di esserci, come pretesa di un diritto di ciascuno alla creatività”, scrive La Porta. Insomma nell’epoca della fiction si scrive e si legge perché fa tendenza, ci si informa e si ha l’impressione di sapere, ma non è così. La partecipazione agli eventi raddoppia e le pubblicazioni di libri si triplicano, ma ciò che manca è la sostanza e il senso di realtà che sta affogando nella finzione globale.

Il pubblico è approdato ad una sorta di nichilismo estetico, dove una scelta vale l’altra, è indifferente a tutto ciò che lo riguarda, anche da vicino, e non prende nulla sul serio. È come se già si fosse reso conto che tutto ciò che legge non è vero, ma che dichiaratamente non lo volesse sapere: va bene così. E questo atteggiamento lo si riscontra in qualsiasi ambito del quotidiano, dalla letteratura alle elezioni.

 

Consapevole di questa situazione, Filippo La Porta cerca qualche scrittore che nelle sue opere abbia conservato il senso cardine della letteratura di rivelazione, viaggio dell’anima e scintilla. Lo stesso critico che qualche anno fa dichiarò “Pasolini scrittore che non serve a nulla” (opinione per lo meno discutibile), nel pamphlet passa in rassegna gli ultimi dieci anni di produzione letteraria, italiana e no, e sorprendentemente ne riporta una valutazione positiva, attraverso alcuni esempi di scrittori (pareri anch’essi discutibili). Cita Niccolò Ammaniti e Sandro Veronesi per la loro capacità di racchiudere nei loro testi modelli dell’inconscio e del linguaggio collettivi; Roberto Saviano per la potenza visiva del suo linguaggio; Walter Siti che usa i meccanismi della fiction contro la falsità sociale. Il critico propone gli scrittori che ritiene autentici, quelli che possono provocare una reazione alla scomparsa della realtà sotto la finzione, pur ammettendo qualche loro difettuccio.

Convinto che “la letteratura nasce sempre da un attrito, da un contatto elettrico tra la lingua e qualcosa che comunque sfugge al nostro controllo”, La Porta suggerisce come antidoto contro l’istupidimento, non ardite sperimentazioni linguistiche ma “la libera commistione dei generi” e maggiore impulso al racconto. Quest’ultimo non piace agli editori, ma è l’unico genere che procura spaesamento nel lettore, fondamentale a renderlo propenso a farsi scuotere dalla scintilla della letteratura. Il suo compito è rappresentare con la menzogna la verità, raccontare il mondo con un’allegoria e svegliare i lettori dal torpore. Proprio per questo motivo la letteratura serve ancora a molto: ma solo quella vera, a tutte le altre finzioni Filippo La Porta dice “basta!”.

L’autore sostiene che non è importante leggere un’opera da cima a fondo. In contrasto con questa sua opinione, proprio il suo pamphlet è da valutare globalmente: ci sono infatti affermazioni che per il lettore è facile condividere, ma non tutte.

                                                        

                                                                                                    

 

 

 

 

 

 




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