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di Antonino Contiliano
Je suis en grève (Sono in sciopero)
A. Rimbaud
Dallo sciopero
immaginario dell’io di ogni poeta allo sciopero concreto e storico del NOI
POETICO COLLETTIVO dell’“anti-antologia” dei poeti come “macchina da guerra”
alla Gilles Deleuze. Questo è il valore d’uso che 100 poeti danno alla poesia civile e politica
di Calpestare l’oblio: incremento del
capitale conflittuale e antagonista e produzione di soggetti e soggettivazioni
ribelli in azione molteplice.
La poesia antagonista può
“Rendere migliore il mondo”, scrive il poeta Luca Rosi
nell’“ordine del giorno” (2007) della rivista “Collettivo / Atahualpa R” (dove “R” sta per: 1- Resistenza – antifascismo, antinazismo,
antitotalitarismo –; 2- Rivoluzione
– “profondo cambiamento, continua messa
in discussione di ciascuno di noi all’interno della propria coscienza e della
propria storia personale” –; 3- Ricerca
– “laboratorio ispirato al work in
progress poetico, politico e sociale, quel poiein che dagli antichi greci in poi ha caratterizzato la poesia”
–), soprattutto se la guerriglia della
poesia non rimane “un fatto semplicemente estetico, o, peggio à la page […] Ma la poesia è anche una “matita” che “qualche
volta graffia, / s’impunta sopra il foglio” (Riccarda Barbieri) e diventa
un’arma non convenzionale usata dalla donna […]
o come scrive la poetessa mapuche Rayen
Kvyeh nella sua Luna di cenere ( corsivo nostro) “Un bosco di tenerezza / s’annida
nel mio ventre / dando vita / a un embrione ribelle’.”.[i]
Questi ribelli sono i
poeti di “Calpestare l’oblio”, quelli
che guardano alla poesia come un sapere e una conoscenza della realtà
trasformabile o in cui operare con la riflessione e l’azione comune. Il
“comune”, il bene comune, di scritture poetiche stilisticamente polifoniche, ma
assolutamente singolarità sociali plurali. L’individualità della scrittura
poetica infatti non esclude la potenza del comune e dell’azione condivisa e
molteplice.
Questi poeti, poi, così
diversi ognuno nella propria lexis,
non hanno in comune solo il tema coagulato nel sintagma “calpestare l’oblio”
(che è poi l’immagine concettuale presente in un verso del testo “Un appunto in
prosa di poesia” del poeta Roberto Roversi); comune è loro anche quello che può
essere individuato quale il breviario della formazione testuale po(i)etica che
è il general intellect del poiein, il patrimonio – inventio, dispositio e lexis –
elaborato storicamente dal sapere sociale dell’artistico e letterario di
ogni tempo.
Ogni parola, ogni verso,
ogni testo di questi 100 poeti è infatti un programma di azione comune contro
il degrado della vita culturale, civile e politica messo in campo (nel paese
Italia) dalla congrega della “dittatura dell’ignoranza” e dell’omologazione
coatta massmediatica della governance
neocapitalistica berlusconiana. A “sinistra” non mancano colpe e omissis, anzi.
Una congrega o banda a
delinquere, finalizzata al dissesto totale della democrazia italiana nella
totalità delle sue forme storiche (e consolidate dalle lotte sociali e
culturali), e insieme proiettata cinicamente all’abrogazione (per populismo
plebiscitario) della stessa Costituzione Repubblica italiana (nata dalla
resistenza antifascista e antinazista); quella democrazia repubblicana che, da
padri fondatori, è strutturata – e virtualmente articolata (potenzialità via
via da realizzare – sia come un organismo di parte-cipazione diretta, sia come
irrinunciabile valore politico culturale plurale da lasciare alla memoria. Un
impegno (diverso dal vecchio engagement subordine al “principe”) per
sedimentarne il senso e lasciarlo lievitare nella direzione della libertà,
della giustizia sociale e dell’eguaglianza sostanziale come una lotta e una
conquista senza deleghe. Sì che gli ideatori dell’anti-antologia poetica – Calpestare l’oblio –, i poeti e gli
intellettuali Davide Nota, Fabio Orecchini e Valerio Cuccaroni –, oggi, a
fronte di uno smantellamento così reazionario e tritamemoria, operato da questa
banda(-na) in doppio petto e doppietta che governa l’Italia da un trentennio,
hanno scritto (discorso di apertura all’assemblea dei cento poeti a Roma – 8
gennaio 2011 –, “Beba do Samba”):
«Calpestare l’oblio, che al di là del
pretesto antologico dei cento poeti uniti contro la rimozione della memoria
repubblicana si è da tempo auto-sviluppato nelle forme di un vasto movimento
spontaneo di rivolta generale contro quello che abbiamo definito il trentennio
della interruzione culturale e della rimozione della coscienza critica, poetica
ed artistica dai media italiani, vuole dire che una vasta e crescente porzione
generazionale non intende più rassegnarsi al silenzio di fronte alla
desertificazione culturale del proprio Paese, desertificazione che se può
essere definita sinteticamente “berlusconismo” più propriamente è la storia di
trent’anni di vita nazionale, un trentennio battezzato nel 1978 con la
fondazione di Telemilano cavo e da cui, con non pochi silenzi o assensi anche a
sinistra, ha avuto inizio quel progetto malato di pacificazione ed unificazione
nazionale fondato sulla lobotomia di massa e sulla pedagogia mediatica del
disimpegno, del disinteresse, dell’indifferenza ed infine del più volgare
cinismo, di cui viviamo oggi le più desolanti ed evidenti conseguenze.
[…]
Quella che abbiamo definito
in quest’anno di lotta come “ideologia della separazione” (tra ruoli sociali,
ambienti, generi, individui) è riuscita nel silenzio generalizzato a radicarsi
nel Dna di quel corpo sano che era stato, dalla Resistenza contro il fascismo
alla simbolica morte di Pasolini, un autentico coordinamento plurale di
produzioni e diffusione di culture, sensibilità e coscienze come presagio e
presentimento di un Paese da costruire nell’alleanza e nel continuo scambio tra
fermento artistico, vivacità giornalistica, approfondimento scolastico e
ricerca universitaria.»
Allora l’azione dei 100
poeti e della critica con le armi della loro parola poetica! Un’azione di singolarità plurale legata al comune e
pubblico bene della cultura, della poesia e della politica “democratica”
parte-cipata che, ormai, si è auto-sviluppato nelle forme di un vasto movimento
di rivolta generale. Un movimento che esce – scrivono i protagonisti
dell’iniziativa – dalla spontaneità e individualità dei singoli per
organizzarsi come movimento antagonista e conflittuale pur dentro alle
ineludibili contraddizioni del “sistema-mondo” proprie all’Azienda Italia. Un
movimento che aggredisce il trentennio
della interruzione culturale, e insieme morde e scioglie sia la rimozione della
coscienza critica, sia la desertificazione di cui si è resa responsabile l’epoca
triste o della bêtise berlusconiana.
Una vera rivolta
antropologica (e non solo) e un nuovo punto di vista del “comune” e “pubblico”
culturale-politico che impegna la poesia in nuove forme di avanguardia
co-operativa aperta e plurale. Una posizione associativa plurale e dia-lettica,
questa dei 100 poeti, che non si aliena dall’economico e politico nell’attuale
transizione – che decide della trasformazione dei rapporti sociali e
individuali nel mondo interconnesso (i poeti non rimangono isolati nella loro
interiorità; come ricordava il poeta G. Lorca amano “sporcarsi” le mani anche
con il “politico”) – e avanza nel “risveglio” della “qualità e tendenza” (W.
Benjamin).
La tendenza della
denaturalizzazione dei rapporti della dominanza e del lancio dell’universalità
dell’eteros come pluralità delle
differenze all’interno di un mondo globale che si ibrida e si fa meticcio,
mentre la controrivoluzione del capitalismo globale si nutre di stragi,
genocidi, guerre continue, campi di concentramento e stermini programmati a
cielo aperto, etc. Se in mano ai vincitori neanche “i morti sono al sicuro” (W.
Benjamin), allora questo è il tempo proprio – kairòs – per cui i loro destinatari (noi del presente) si tagli la
“miccia prima che arrivi alle polveri” dell’annientamento (criminale) totale e
irreversibile dell’ambiente e della storia.
Perché, in questo
contesto, si legge ancora nel documento d’apertura della seconda assemblea dei
100 poeti, continuerebbe una convivenza insostenibile: un passaggio dalla
povertà alla miseria (più totale e sordida) come campo predatorio dell’“intreccio”
di quei poteri forti che giocano sulla disgregazione e l’irrisione della
progettualità e conflittualità antagonista della cultura e della poesia, e
insieme una partita di disumanizzazione del volto dell’altro con una politica
di governo razzista e terroristica, oltre che classista.
E una società, o meglio,
un intreccio di poteri che ha dominato nell’ultimo trentennio la società italiana
fondando il proprio controllo sociale sulla disgregazione degli individui e
sulla separazione coatta dei fenomeni per cui tutto il reale apparisse
arbitrariamente preesistente, inconoscibile ed irremovibile, non poteva che
essere radicalmente e naturalmente nemico della poesia, così come è stato
inconsciamente nemico di ogni spazio di riflessione e di socializzazione non
traducibile in rendiconto immediatamente spendibile e strumentalizzabile,
spazio che infatti il potere italiano ha rimosso prima dalla comunicazione e
poi dalla società reale. Questo è l’oblio che intendiamo calpestare.
Così i 100 di “Calpestare l’oblio”, che non vogliono
più essere soggetti imbalsamati in un libro, si aggregano come movimento
culturale libero, spontaneo ed eterogeneo. Un gruppo di lavoro che propone e si
propone come un osservatorio permanente, aperto e plurale, sulla questione
culturale italiana:
«Un luogo aperto e di incontro per una
pluralità sempre più gravida di domande ed orfana di risposte: scrittori
schiacciati dalla censura editoriale sulla qualità e dall’indifferenza dei
media, editori massacrati da processi monopolistici di distribuzione e vendita,
studenti e ricercatori accerchiati da ogni lato, da una politica di tagli e
sfruttamento intensivo del precariato ma anche, e non può essere taciuto a
sinistra, da baronati feudali che esistono, che sono pressoché la norma del
lobbismo localistico italiano e che non devono essere più accettati. […]
Considerarci tutti quanti come un’unica grande questione aperta: la questione
culturale italiana.»
E questo luogo aperto, di
progetto e iniziative, all’insegna dell’idea del Politecnico di Vittorini , ha
già la proposta operativa di farsi “raccoglitore
di tutte le istanze del mondo della cultura (saggi, articoli, approfondimenti
critici, ricerche universitarie, poesie, ecc.) e produzione di discorso, scontro,
dibattito e dialogo culturale, interfacciandosi anche con il mondo della
politica (attento a questi temi), mettendo finalmente in stretta correlazione:
- la ‘nuova’ cultura: i creatori di opere (poeti, scrittori, critici,
autori, filosofi, artisti, antropologi, politologi, scienziati, ecc.) e
il fermento mappato da riviste, e-zine, ass. culturali e centri sociali;
- l’università: i collettivi, i ricercatori, i giovani docenti che fanno
ricerca;
- il giornalismo
culturale: in questo caso l’osservatorio servirà soprattutto da polo
informativo per i giornalisti che si occupano di cultura e da spazio pubblico
di diffusione e fruizione per tutti i lettori delle migliori "opere"
suggerite dall'Osservatorio.
Gli organizzatori e
ideatori di “Calpestare l’oblio”,
Davide Nota, Fabio Orecchini e Valerio Cuccaroni, parlano così di una RETE che
“avrà un centro di coordinamento virtuale, sul web, e uno fisico,
una volta l’anno (in gennaio), in cui si farà il punto sulla questione
culturale italiana”, presentando uno studio sull’anno precedente. All’interno
del sito ogni realtà che ha aderito e aderirà al progetto “Calpestare l’oblio” avrà un apposito
spazio, in cui un proprio coordinatore potrà segnalare le migliori analisi e
opere prodotte o promosse dalla propria struttura, così, ad esempio, riviste ed
e-zine accreditate potranno segnalare i post con i saggi e le opere migliori o
ancora i ricercatori universitari promuovere le proprie ricerche.
L’e-mail di riferimento,
e di servizio, per questo tipo di
interazione è:
calpestareloblio@gmail.com.
Ogni mese, poi verrà
proposto «un focus,
al quale si chiederà ai coordinatori di attenersi nella scelta delle
informazioni da segnalare. All’interno del sito, inoltre, troverà spazio un
book-shop online, che conterrà opere in formato digitale e che sarà allo
stesso tempo collegato con una libreria-deposito, a cui piccoli editori e
autori potranno spedire quei saggi e quelle opere segnalate nell’Osservatorio,
che […] sarà anche un mezzo per fare pressione sui media e sui canali
distributivi affinché diano spazio non solo alle produzioni e alle iniziative
istituzionali o consacrate dal mercato, ma anche e soprattutto a quelle
prodotte dal nuovo tessuto culturale nazionale e internazionale, il quale ha i
suoi centri nevralgici nella miriade di blog, riviste, associazioni, media
indipendenti e nei centri artistici e culturali autogestiti che animano le
nostre città e le nostre vite.»
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Il rumore fa bene, collage, 2010
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Il movimento di “Calpestare l’oblio” allora, secondo noi,
nasce così all’insegna della costruzione condivisa di un soggetto plurale: il NOI
degli eteros. Il soggetto
collettivo plurale che si propone non come somma di individui separati,
singolarmente operanti e gerarchizzati, ma ‘differenziazione’ di un
noi-collettivo fondante o di un comune socio-politico-culturale pre-cedente le
unità individuali. Del resto, qualcuno ha già scritto che l’Io è un usurpatore
(e neanche padrone a casa propria); per non ricordare l’io scioperante – “Je suis en grève” (Sono in sciopero) –
di Rimbaud.
Ora, aspettiamo che la proposta fatta (da qualcuno, in
qualche intervento) alla seconda assemblea dei 100 poeti (“Beba do Samba”, Roma,
8 gennaio 2011) di uno sciopero reale in piazza, unitamente alle altre forze
del risveglio e del conflitto cooperanti (che qualcuno ha lanciato nella stessa
assemblea), diventi concreto e storico corteo dei poeti (affamati di verità e
bellezza spiazzanti) in carne ed ossa. Un corteo di poeti incazzati per le vie
di Roma e dell’Italia e nelle piazze del mercato dei palazzi del potere del
trentennio berlusconiano.
L’acquiescenza e la
rassegnazione lasciamo così agli “ignobili preti” (Breton, Arcano 17), mentre lasciamo che la ribellione, “la scintilla nel
vento, … la scintilla che cerca la polveriera” (ivi), si propaghi come un’onda sismica ondulatorio-sussultoria.
La polveriera è già
pronta. Dalla sua cenere incandescente – come nel “cuore nero di Osiride” e
come nella calda gravità quantica dei “buchi neri” – si diparte una nuova
radioattività po(i)etica congetturale e modellante relazioni di
com-parte-cipazione diretta. È un’onda di propagazione ribelle e rivoluzionaria
che attraversa la “facies ippocratica” della storia spingendo insieme operai
del sogno e sogni operai occupati/disoccupati. Un insieme di singolarità
plurali che si annodano nella rete della poiesis
disoccupante il valore vivo della potenza (inespropiabile) della forza d’uso singolare
di tutti i “sans”. Le parti senza parte che, in tempi di depoliticizzazione
massificata e mercificata, sono il solo Pil in aumento costante. Ed a questa
voce non soffocabile che, unendovisi, dà voce come espressione del “gruppo” (L.
Goldmann), e ci sembra in maniera inequivocabile, il testo poetico “Disoccupato disossato”[ii]
della poetessa Natalia Paci:
Sono un disoccupato attivo
disponibile
al reimpiego
da
quando ho perso il posto
sono
stato socialmente utilizzato
collocato
in varie posizioni
per tutte
le mansioni
sopra
mobili, sotto tavoli
l’importante
è restare immobili:
perché
la stabilità del posto
è al
primo posto.
Anche
se la paga non appaga
bisogna
lavorare, dimostrarsi attivo
anche
un po’ sportivo
il
fisco verifica il fisico:
che i
nervi siano saldi
anche
senza soldi.
Mostrarsi
aperti ai creditori
in
attesa di tempi migliori:
non
ho alcun preconcetto
verso
il precetto
porgo
tutto il mio rispetto all’ufficiale giudiziario
che
arriva in orario.
Pignorate
pure, tutti i beni
dalla
testa ai piedi
toglietemi
le unghie, i capelli,
il
primo strato di pelle, tagliate pure la lingua
prendetemi
l’anima per pulirci per terra.
Sono
un disoccupato disossato:
felice di fluttuare nel mercato.
La voce del testo di Natalia Paci (letto alla seconda assemblea
dei 100 poeti al “Beba do Samba” di Roma l’8 gennaio 2011, e di cui si possono
vedere frammenti filmati al sito http://www.youtube.com/user/Lucreziocaro90)
così si espone come la singolarità di “Natalia noi”. Un’individualità sociale in cui il
gruppo – come si legge anche nella cultura amerinda dei Wintu – si differenzia
ri-producendosi sotto nuove forme e modi di soggettivazioni e soggetti agenti
dialoganti; perché il general intellect
del soggetto NOI (collettivo) media (in risonanza di retroazione) il passaggio
dall’individualistico “ego sum, ego existo” al “nos sumus, nos existimus”[iii]
(Jacques Rancière). Decolla cioè il rapporto
cooperativo aperto e diretto della mutua interdipendenza degli eteros in un contesto storico
dinamicizzato dalle nuove forme delle forze produttive e dei rapporti di
produzione in campo, e che la ricapitalizzazione della logica del profitto
tende a dominare con interventi e politiche securitarie sfidando non solo
l’antagonismo sociale ma la stesse armi della critica del dissenso e
dell’opposizione.
Nessuna
soggettivazione, infatti, si crea ex nihilo. Ogni processo di trasformazione, abbandonata la “barbarie della
trasparenza” (E. Glissant, La poetica del
diverso; La poetica della relazione)
e del monolinguismo omologante, è perciò
una ri-organizzazione delle identità. Una ri-organizzazione, non indenne dalle
turbolenze e, tuttavia, produzione qualitativa che “trascende” e decompone
l’ideologia della naturalizzazione, per porsi istanza e progetto di esperienza
conflittuale. Un conflitto che orienta verso il segno di una alternativa
culturale e politica, la quale avanza, ci sembra (anzi ne siamo certi), con la
poesia della tempesta delle ali dell’Angelo
della storia di Paul Klee, ovvero il futuro che è già il kairòs presente e “messianico” che
cammina con i sandali del presente NOI .
[i] Luca Rosi, La
poesia non cambia il mondo, ma può renderlo migliore, in “Collettivo /
Atahualpa R”, gennaio-dicembre, 2007, n. 4-6, pp. 2, 3.
[ii] Natalia Paci, Disoccupato disossato, in “Calpestare l’oblio - Cento poeti
italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria
repubblicana”, Argo, Ancona 2010, p. 113.
[iii] Cfr. Emanuela Fornari, La democrazia e i suoi soggetti, in Iride, XXII, n. 58, Dicembre 2009, p. 632.
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