LUOGO COMUNE
“CALPESTARE L’OBLIO”
Il Noi collettivo
di un’assise di poeti
in rivolta


      
Si è tenuta a Roma lo scorso 8 gennaio l’assemblea nazionale dei cento autori che hanno dato vita all’anti-antologia poetica pubblicata dalla edizioni Argo, come gesto di reazione creativa contro l’attuale regime politico berlusconiano teso alla sostanziale rimozione della memoria della Costituzione repubblicana e antifascista, nonché alla desertificazione del panorama culturale italiano. Dall’incontro è nato un coordinamento che vuole connettere in rete le istanze degli scrittori, critici e filosofi con quelle degli studenti in lotta, dei ricercatori e docenti universitari e dei giornalisti culturali. Per unire il dissenso ideale con l’antagonismo sociale.
      



      

di Antonino Contiliano

 

 

Je suis en grève (Sono in sciopero)

A. Rimbaud

 

 

Dallo sciopero immaginario dell’io di ogni poeta allo sciopero concreto e storico del NOI POETICO COLLETTIVO dell’“anti-antologia” dei poeti come “macchina da guerra” alla Gilles Deleuze. Questo è il valore d’uso che  100 poeti danno alla poesia civile e politica di Calpestare l’oblio: incremento del capitale conflittuale e antagonista e produzione di soggetti e soggettivazioni ribelli in azione molteplice.

La poesia antagonista può “Rendere migliore il mondo”, scrive il poeta Luca Rosi nell’“ordine del giorno” (2007) della rivista “Collettivo / Atahualpa R” (dove “R” sta per: 1- Resistenza – antifascismo, antinazismo, antitotalitarismo –; 2- Rivoluzione  “profondo cambiamento, continua messa in discussione di ciascuno di noi all’interno della propria coscienza e della propria storia personale” –; 3- Ricerca – “laboratorio ispirato al work in progress poetico, politico e sociale, quel poiein che dagli antichi greci in poi ha caratterizzato la poesia” –), soprattutto se  la guerriglia della poesia non rimane “un fatto semplicemente estetico, o, peggio à la page […] Ma la poesia è anche una “matita” che “qualche volta graffia, / s’impunta sopra il foglio” (Riccarda Barbieri) e diventa un’arma non convenzionale usata dalla donna […]  o come scrive la poetessa mapuche Rayen Kvyeh nella sua Luna di cenere ( corsivo nostro) “Un bosco di tenerezza / s’annida nel mio ventre / dando vita / a un embrione ribelle’.”.[i]

Questi ribelli sono i poeti di “Calpestare l’oblio”, quelli che guardano alla poesia come un sapere e una conoscenza della realtà trasformabile o in cui operare con la riflessione e l’azione comune. Il “comune”, il bene comune, di scritture poetiche stilisticamente polifoniche, ma assolutamente singolarità sociali plurali. L’individualità della scrittura poetica infatti non esclude la potenza del comune e dell’azione condivisa e molteplice.

Questi poeti, poi, così diversi ognuno nella propria lexis, non hanno in comune solo il tema coagulato nel sintagma “calpestare l’oblio” (che è poi l’immagine concettuale presente in un verso del testo “Un appunto in prosa di poesia” del poeta Roberto Roversi); comune è loro anche quello che può essere individuato quale il breviario della formazione testuale po(i)etica che è il general intellect del poiein, il patrimonio – inventio, dispositio e lexis –  elaborato storicamente dal sapere sociale dell’artistico e letterario di ogni tempo.

Ogni parola, ogni verso, ogni testo di questi 100 poeti è infatti un programma di azione comune contro il degrado della vita culturale, civile e politica messo in campo (nel paese Italia) dalla congrega della “dittatura dell’ignoranza” e dell’omologazione coatta massmediatica della governance neocapitalistica berlusconiana. A “sinistra” non mancano colpe e omissis, anzi.

Una congrega o banda a delinquere, finalizzata al dissesto totale della democrazia italiana nella totalità delle sue forme storiche (e consolidate dalle lotte sociali e culturali), e insieme proiettata cinicamente all’abrogazione (per populismo plebiscitario) della stessa Costituzione Repubblica italiana (nata dalla resistenza antifascista e antinazista); quella democrazia repubblicana che, da padri fondatori, è strutturata – e virtualmente articolata (potenzialità via via da realizzare – sia come un organismo di parte-cipazione diretta, sia come irrinunciabile valore politico culturale plurale da lasciare alla memoria. Un impegno (diverso dal vecchio engagement subordine al “principe”) per sedimentarne il senso e lasciarlo lievitare nella direzione della libertà, della giustizia sociale e dell’eguaglianza sostanziale come una lotta e una conquista senza deleghe. Sì che gli ideatori dell’anti-antologia poetica – Calpestare l’oblio –, i poeti e gli intellettuali Davide Nota, Fabio Orecchini e Valerio Cuccaroni –, oggi, a fronte di uno smantellamento così reazionario e tritamemoria, operato da questa banda(-na) in doppio petto e doppietta che governa l’Italia da un trentennio, hanno scritto (discorso di apertura all’assemblea dei cento poeti a Roma – 8 gennaio 2011  –, “Beba do Samba”):

 

«Calpestare l’oblio, che al di là del pretesto antologico dei cento poeti uniti contro la rimozione della memoria repubblicana si è da tempo auto-sviluppato nelle forme di un vasto movimento spontaneo di rivolta generale contro quello che abbiamo definito il trentennio della interruzione culturale e della rimozione della coscienza critica, poetica ed artistica dai media italiani, vuole dire che una vasta e crescente porzione generazionale non intende più rassegnarsi al silenzio di fronte alla desertificazione culturale del proprio Paese, desertificazione che se può essere definita sinteticamente “berlusconismo” più propriamente è la storia di trent’anni di vita nazionale, un trentennio battezzato nel 1978 con la fondazione di Telemilano cavo e da cui, con non pochi silenzi o assensi anche a sinistra, ha avuto inizio quel progetto malato di pacificazione ed unificazione nazionale fondato sulla lobotomia di massa e sulla pedagogia mediatica del disimpegno, del disinteresse, dell’indifferenza ed infine del più volgare cinismo, di cui viviamo oggi le più desolanti ed evidenti conseguenze.

[…]

Quella che abbiamo definito in quest’anno di lotta come “ideologia della separazione” (tra ruoli sociali, ambienti, generi, individui) è riuscita nel silenzio generalizzato a radicarsi nel Dna di quel corpo sano che era stato, dalla Resistenza contro il fascismo alla simbolica morte di Pasolini, un autentico coordinamento plurale di produzioni e diffusione di culture, sensibilità e coscienze come presagio e presentimento di un Paese da costruire nell’alleanza e nel continuo scambio tra fermento artistico, vivacità giornalistica, approfondimento scolastico e ricerca universitaria





Allora l’azione dei 100 poeti e della critica con le armi della loro parola poetica! Un’azione  di singolarità plurale legata al comune e pubblico bene della cultura, della poesia e della politica “democratica” parte-cipata che, ormai, si è auto-sviluppato nelle forme di un vasto movimento di rivolta generale. Un movimento che esce – scrivono i protagonisti dell’iniziativa – dalla spontaneità e individualità dei singoli per organizzarsi come movimento antagonista e conflittuale pur dentro alle ineludibili contraddizioni del “sistema-mondo” proprie all’Azienda Italia. Un movimento che aggredisce  il trentennio della interruzione culturale, e insieme morde e scioglie sia la rimozione della coscienza critica, sia la desertificazione di cui si è resa responsabile l’epoca triste o della bêtise berlusconiana.

Una vera rivolta antropologica (e non solo) e un nuovo punto di vista del “comune” e “pubblico” culturale-politico che impegna la poesia in nuove forme di avanguardia co-operativa aperta e plurale. Una posizione associativa plurale e dia-lettica, questa dei 100 poeti, che non si aliena dall’economico e politico nell’attuale transizione – che decide della trasformazione dei rapporti sociali e individuali nel mondo interconnesso (i poeti non rimangono isolati nella loro interiorità; come ricordava il poeta G. Lorca amano “sporcarsi” le mani anche con il “politico”) – e avanza nel “risveglio” della “qualità e tendenza” (W. Benjamin).

La tendenza della denaturalizzazione dei rapporti della dominanza e del lancio dell’universalità dell’eteros come pluralità delle differenze all’interno di un mondo globale che si ibrida e si fa meticcio, mentre la controrivoluzione del capitalismo globale si nutre di stragi, genocidi, guerre continue, campi di concentramento e stermini programmati a cielo aperto, etc. Se in mano ai vincitori neanche “i morti sono al sicuro” (W. Benjamin), allora questo è il tempo proprio – kairòs – per cui i loro destinatari (noi del presente) si tagli la “miccia prima che arrivi alle polveri” dell’annientamento (criminale) totale e irreversibile dell’ambiente e della storia.

Perché, in questo contesto, si legge ancora nel documento d’apertura della seconda assemblea dei 100 poeti, continuerebbe una convivenza insostenibile: un passaggio dalla povertà alla miseria (più totale e sordida) come campo predatorio dell’“intreccio” di quei poteri forti che giocano sulla disgregazione e l’irrisione della progettualità e conflittualità antagonista della cultura e della poesia, e insieme una partita di disumanizzazione del volto dell’altro con una politica di governo razzista e terroristica, oltre che classista.

 

E una società, o meglio, un intreccio di poteri che ha dominato nell’ultimo trentennio la società italiana fondando il proprio controllo sociale sulla disgregazione degli individui e sulla separazione coatta dei fenomeni per cui tutto il reale apparisse arbitrariamente preesistente, inconoscibile ed irremovibile, non poteva che essere radicalmente e naturalmente nemico della poesia, così come è stato inconsciamente nemico di ogni spazio di riflessione e di socializzazione non traducibile in rendiconto immediatamente spendibile e strumentalizzabile, spazio che infatti il potere italiano ha rimosso prima dalla comunicazione e poi dalla società reale. Questo è l’oblio che intendiamo calpestare.

 

Così i 100 di “Calpestare l’oblio”, che non vogliono più essere soggetti imbalsamati in un libro, si aggregano come movimento culturale libero, spontaneo ed eterogeneo. Un gruppo di lavoro che propone e si propone come un osservatorio permanente, aperto e plurale, sulla questione culturale italiana:

 

«Un luogo aperto e di incontro per una pluralità sempre più gravida di domande ed orfana di risposte: scrittori schiacciati dalla censura editoriale sulla qualità e dall’indifferenza dei media, editori massacrati da processi monopolistici di distribuzione e vendita, studenti e ricercatori accerchiati da ogni lato, da una politica di tagli e sfruttamento intensivo del precariato ma anche, e non può essere taciuto a sinistra, da baronati feudali che esistono, che sono pressoché la norma del lobbismo localistico italiano e che non devono essere più accettati. […] Considerarci tutti quanti come un’unica grande questione aperta: la questione culturale italiana.»

 

E questo luogo aperto, di progetto e iniziative, all’insegna dell’idea del Politecnico di Vittorini , ha già la proposta operativa di farsi “raccoglitore di tutte le istanze del mondo della cultura (saggi, articoli, approfondimenti critici, ricerche universitarie, poesie, ecc.) e produzione di discorso,  scontro,  dibattito e dialogo culturale, interfacciandosi anche con il mondo della politica (attento a questi temi), mettendo finalmente in stretta correlazione:


- la ‘nuova’ cultura: i creatori di opere (poeti, scrittori, critici, autori, filosofi, artisti, antropologi, politologi, scienziati, ecc.) e  il fermento mappato da riviste, e-zine, ass. culturali e centri sociali;
- l’università: i collettivi, i ricercatori, i giovani docenti che fanno ricerca;

- il giornalismo culturale: in questo caso l’osservatorio servirà soprattutto da polo informativo per i giornalisti che si occupano di cultura e da spazio pubblico di diffusione e fruizione per tutti i lettori delle migliori "opere" suggerite dall'Osservatorio.

 

Gli organizzatori e ideatori di “Calpestare l’oblio”, Davide Nota, Fabio Orecchini e Valerio Cuccaroni, parlano così di una RETE che “avrà un centro di coordinamento virtuale, sul web, e uno fisico, una volta l’anno (in gennaio), in cui si farà il punto sulla questione culturale italiana”, presentando uno studio sull’anno precedente. All’interno del sito ogni realtà che ha aderito e aderirà al progetto “Calpestare l’oblio” avrà un apposito spazio, in cui un proprio coordinatore potrà segnalare le migliori analisi e opere prodotte o promosse dalla propria struttura, così, ad esempio, riviste ed e-zine accreditate potranno segnalare i post con i saggi e le opere migliori o ancora i ricercatori universitari promuovere le proprie ricerche.

 

L’e-mail di riferimento, e di servizio,  per questo tipo di interazione è:

calpestareloblio@gmail.com.

 

Ogni mese, poi verrà proposto «un focus, al quale si chiederà ai coordinatori di attenersi nella scelta delle informazioni da segnalare. All’interno del sito, inoltre, troverà spazio un book-shop online, che conterrà opere in formato digitale e che sarà allo stesso tempo collegato con una libreria-deposito, a cui piccoli editori e autori potranno spedire quei saggi e quelle opere segnalate nell’Osservatorio, che […] sarà anche un mezzo per fare pressione sui media e sui canali distributivi affinché diano spazio non solo alle produzioni e alle iniziative istituzionali o consacrate dal mercato, ma anche e soprattutto a quelle prodotte dal nuovo tessuto culturale nazionale e internazionale, il quale ha i suoi centri nevralgici nella miriade di blog, riviste, associazioni, media indipendenti e nei centri artistici e culturali autogestiti che animano le nostre città e le nostre vite.»




Il rumore fa bene, collage, 2010


Il movimento di “Calpestare l’oblio” allora, secondo noi, nasce così all’insegna della costruzione condivisa di un soggetto plurale:  il NOI  degli eteros. Il soggetto collettivo plurale che si propone non come somma di individui separati, singolarmente operanti e gerarchizzati, ma ‘differenziazione’ di un noi-collettivo fondante o di un comune socio-politico-culturale pre-cedente le unità individuali. Del resto, qualcuno ha già scritto che l’Io è un usurpatore (e neanche padrone a casa propria); per non ricordare l’io scioperante – “Je suis en grève” (Sono in sciopero) – di Rimbaud.

Ora, aspettiamo  che la proposta fatta (da qualcuno, in qualche intervento) alla seconda assemblea dei 100 poeti (“Beba do Samba”, Roma, 8 gennaio 2011) di uno sciopero reale in piazza, unitamente alle altre forze del risveglio e del conflitto cooperanti (che qualcuno ha lanciato nella stessa assemblea), diventi concreto e storico corteo dei poeti (affamati di verità e bellezza spiazzanti) in carne ed ossa. Un corteo di poeti incazzati per le vie di Roma e dell’Italia e nelle piazze del mercato dei palazzi del potere del trentennio berlusconiano.

L’acquiescenza e la rassegnazione lasciamo così agli “ignobili preti” (Breton, Arcano 17), mentre lasciamo che la ribellione, “la scintilla nel vento, … la scintilla che cerca la polveriera” (ivi), si propaghi come un’onda sismica ondulatorio-sussultoria.

La polveriera è già pronta. Dalla sua cenere incandescente – come nel “cuore nero di Osiride” e come nella calda gravità quantica dei “buchi neri” – si diparte una nuova radioattività po(i)etica congetturale e modellante relazioni di com-parte-cipazione diretta. È un’onda di propagazione ribelle e rivoluzionaria che attraversa la “facies ippocratica” della storia spingendo insieme operai del sogno e sogni operai occupati/disoccupati. Un insieme di singolarità plurali che si annodano nella rete della poiesis disoccupante il valore vivo della potenza (inespropiabile) della forza d’uso singolare di tutti i “sans”. Le parti senza parte che, in tempi di depoliticizzazione massificata e mercificata, sono il solo Pil in aumento costante. Ed a questa voce non soffocabile che, unendovisi, dà voce come espressione del “gruppo” (L. Goldmann), e ci sembra in maniera inequivocabile, il testo poetico “Disoccupato disossato[ii] della poetessa Natalia Paci:

 

Sono un disoccupato attivo

disponibile al reimpiego

da quando ho perso il posto

sono stato socialmente utilizzato

collocato in varie posizioni

per tutte le mansioni

sopra mobili, sotto tavoli

l’importante è restare immobili:

perché la stabilità del posto

è al primo posto.

Anche se la paga non appaga

bisogna lavorare, dimostrarsi attivo

anche un po’ sportivo

il fisco verifica il fisico:

che i nervi siano saldi

anche senza soldi.

Mostrarsi aperti ai creditori

in attesa di tempi migliori:

non ho alcun preconcetto

verso il precetto

porgo tutto il mio rispetto all’ufficiale giudiziario

che arriva in orario.

Pignorate pure, tutti i beni

dalla testa ai piedi

toglietemi le unghie, i capelli,

il primo strato di pelle, tagliate pure la lingua

prendetemi l’anima per pulirci per terra.

Sono un disoccupato disossato:

felice di fluttuare nel mercato.

 

La voce del testo  di Natalia Paci (letto alla seconda assemblea dei 100 poeti al “Beba do Samba” di Roma l’8 gennaio 2011, e di cui si possono vedere frammenti filmati al sito http://www.youtube.com/user/Lucreziocaro90) così si espone come  la singolarità di “Natalia  noi”. Un’individualità sociale in cui il gruppo – come si legge anche nella cultura amerinda dei Wintu – si differenzia ri-producendosi sotto nuove forme e modi di soggettivazioni e soggetti agenti dialoganti; perché il general intellect del soggetto NOI (collettivo) media (in risonanza di retroazione) il passaggio dall’individualistico “ego sum, ego existo” al  “nos sumus, nos existimus”[iii] (Jacques Rancière). Decolla cioè il rapporto cooperativo aperto e diretto della mutua interdipendenza degli eteros in un contesto storico dinamicizzato dalle nuove forme delle forze produttive e dei rapporti di produzione in campo, e che la ricapitalizzazione della logica del profitto tende a dominare con interventi e politiche securitarie sfidando non solo l’antagonismo sociale ma la stesse armi della critica del dissenso e dell’opposizione.

Nessuna soggettivazione, infatti, si crea ex nihilo. Ogni processo di trasfor­mazione, abbandonata la “barbarie della trasparenza” (E. Glissant, La poetica del diverso; La poetica della relazione) e del monolinguismo omologante,  è perciò una ri-organizzazione delle identità. Una ri-organizzazione, non indenne dalle turbolenze e, tuttavia, produzione qualitativa che “trascende” e decompone l’ideologia della naturalizzazione, per porsi istanza e progetto di esperienza conflittuale. Un conflitto che orienta verso il segno di una alternativa culturale e politica, la quale avanza, ci sembra (anzi ne siamo certi), con la poesia della tempesta delle ali dell’Angelo della storia di Paul Klee, ovvero il futuro che è già il kairòs presente e “messianico” che cammina con i sandali del presente NOI .

 

 

 

 

 





 

[i] Luca Rosi, La poesia non cambia il mondo, ma può renderlo migliore, in “Collettivo / Atahualpa R”, gennaio-dicembre, 2007, n. 4-6, pp. 2, 3.

[ii] Natalia Paci, Disoccupato disossato, in “Calpestare l’oblio - Cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale, per la resistenza della memoria repubblicana”, Argo, Ancona 2010, p. 113.

[iii] Cfr. Emanuela Fornari, La democrazia e i suoi soggetti, in Iride, XXII, n. 58, Dicembre 2009, p. 632.

 




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