LETTERATURE MONDO
JACQUES BEAUDRY
Chiudendo gli occhi davanti alle colline per lanciarsi
nel vuoto

      
Pubblicato in italiano dall’editore Rubbettino “Cesare Pavese. L’uomo del fato”, un saggio dello studioso franco-canadese che rilegge in una chiave filosofica e mitologica la figura e l’opera dello scrittore langarolo. Partendo dal suo suicidio e dal libro “Dialoghi con Leucò” che fu trovato, quasi come lascito testamentario, accando al suo cadavere. In lui da una parte agiva la spinta all’unicità, a essere l’antitesi dell’uomo banale, ma dall’altra parte c’era anche il forte desiderio ‘di non essere nulla’. Si potrebbe dire: ‘Aut Caesar aut nihil’.
      




   

di Jacqueline Spaccini *

 

 

Leggendo questo saggio di Jacques Beaudry, studioso canadese di lingua francese, Cesare Pavese. L’uomo del fato, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, pp. 139, € 9,00, (traduzione dal francese di Giovanna Romanelli) oltre ad alcuni riferimenti bibliografici italiani, si avrà la fortuna di rintracciare nel suo testo anche un’apprezzabile varietà di suggerimenti letterari anglofoni e francofoni.

Tuttavia, quel che più conta in questo breve testo (140 pagine densissime), più filosofico che letterario, il vero mondo soggiacente, l’universo di riferimento, insomma non è la letteratura occidentale dei giorni nostri, bensì la mitologia e la letteratura greche. Lo esige Pavese, sembra dirci il saggista.

Il fatto è che Beaudry parte dalla fine (che poi sarebbe il principio); parte cioè dal momento della morte dello scrittore langarolo. Che cosa verrà ritrovato nella stanza dell’Hotel Roma di Torino, il 27 agosto 1950, subito dopo il suicidio, accanto al suo corpo esanime? Sedici bustine di sonniferi, lo strumento indispensabile per portare a compimento il gesto, certo; e poi le due frasi con le quali si accomiata dal mondo («Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi»). Nessun libro di letteratura italiana o straniera, nessun contemporaneo nessun classico del passato: un unico volume verrà rinvenuto, riposto sul comodino accanto al letto, una copia dei suoi Dialoghi con Leucò, come lascito, come tesoro, fors’anche come grimoire da decifrare per capire l’essenza di Pavese stesso. È uno strano libro: ventisei conversazioni a due (poemetti in prosa li definì Gianfranco Contini), tra due personaggi della mitologia greca, scritte in un italiano alto. Dialoghi difficili perché densi di contenuti sul senso dell’esistenza e del destino. Pavese lo considerava il suo libro migliore, il figlio più amato (e il meno gradito dal grosso pubblico).

Tornando all’Homme fatal di Beaudry, il titolo trae spunto da un passaggio del Mestiere di vivere: «È fatale chi realizza in sé un mito autentico in cui crede. L’uomo fatale non è libero» (30 gennaio 1945). L’Homme fatal del titolo, appunto. Ma bene ha fatto Giovanna Romanelli a non tradurre con il letterale «fatale»: decontestualizzato, infatti, l’aggettivo si fa ambiguo, rimanda sì a un collaudato sintagma nominale – ma al femminile – con qualcosa di prepotentemente sensuale, che fuorvierebbe un lettore naïf. Meglio chiarire allora, mettendo maggiormente l’accento sul sostantivo «Fato» che poi è il concetto attorno al quale ruotano le riflessioni del saggista québécois.

Beaudry si pone la fatidica domanda del biografo: chi fu Cesare Pavese? Come si è detto, parte dal suicidio. Aggiungiamo che si concentra altresì sugli incontri che fece lo scrittore piemontese. Incontri con uomini reali? No, al nostro autore d’oltreoceano interessano altri incontri – non per questo meno autentici – con scrittori, americani (Melville, London, Whitman) ed europei (Baudelaire, Goethe, Leopardi), contemporanei (Sherwood, Lee Masters, Mann) o dell’antichità (Eschilo, Sofocle, Ovidio, Callimaco), non disdegnando neppure i personaggi letterari (Achab, Faust, Bruto) né quelli biblici (Isaia, Giobbe) o mitologici (Dioniso, Eracle, i Titani). D’altronde, lo ricorda Beaudry, c’è una forte componente titanica in chi scrive «Noi siamo al mondo per trasformare il destino in libertà».





È peraltro, questa, un’affermazione che riprende – inconsapevolmente – una certa idea sartriana («L’homme est condamné à être libre»[i]). Affermazione che verrà amplificata dalla filosofia camusiana dell’uomo in rivolta ce qu’on appelle raison de vivre est en même temps une excellente raison de mourir»[ii]). Accettare il destino e viverlo pienamente. Se non fosse che l’interesse per il mondo sociale sfugge allo scrittore piemontese; se non fosse che l’es muß sein del premio Nobel francese, l’ordine morale ch’egli impone all’esistenza è quello di essere felici. Opzione che Pavese avrebbe ben volentieri contemplato se avesse potuto. Se avesse saputo.

Scrive Beaudry che due forze uguali e distinte si oppongono in Pavese. Da un lato egli vorrebbe essere l’antitesi dell’uomo banale: in cambio della sua sofferenza, della sua infelicità, richiede per sé l’unicità – Aut Caesar aut nihil; dall’altro, «prova anche il desiderio estremo di non essere nulla» (p. 13). Per quest’uomo che finirà per definirsi come vache à écrire (facendo un parallelo con le mucche da mungere, à traire), essere Cesare – nel senso di divenire un grande ma anche di essere se stesso – è possibile per lui solo in un mondo-altro, quello che sta nei libri. Il mondo-altro però non può essere quello modestamente provinciale della terra natia. Oppure sì, ma trasfigurato: ecco che la collina diventa «il favoloso Elicona» e sulle orme di Virgilio, mestiere del poeta sarà quello di «trasformare i luoghi in presenze mitiche, i ricordi in simboli» (p. 15).

Nel mondo mitologico-letterario che tanto attira Pavese, il suo ruolo non è comunque quello di Achille: la sua attitudine è quella ossimorica di «contemplazione inquieta» (p. 17). Dell’Achab melvilliano condivide non la furia combattiva, bensì l’angoscia ossessiva che ha e che dà forma e ritmo alla sua opera. Sicché, il mondo esterno si arresta sui bordi: delle ciglia dei suoi occhi o di una finestra. Sospeso. Contemplando inquieto la collina, «quella forma scura, incombente, selvaggia e misteriosa, [il poeta] vede apparire, come per miracolo, la realtà segreta del luogo che ammira: la massa piena delle colline sotto il suo sguardo ostinato all’improvviso si trasforma in una finestra sul vuoto» (p. 20).

Chi vive in bilico, prova l’inverosimile vertigine di vivere nel vuoto, luogo eterno e immoto. Pavese vive un non-luogo, quello dei suoi libri, vive diegeticamente  e non mimeticamente la realtà dell’esistenza (lo scriveva lui stesso – nel suo Diario – che nelle pagine dei suoi testi c’era lo spettacolo della vita ma non c’era la vita[iii]). Il vuoto è assenza di aria e,  «paradossalmente, la sua opera, che – scrive Beaudry – dovrebbe permettergli di conservarsi intatto per la posterità, diviene la prigione che lo priva di consistenza» (p. 118). Un loop, cappio, laccio, nodo scorsoio.

E lo studioso canadese moltiplica esempi e scende in profondità, richiamando sempre a sé miti greci, come i Titani – anime possedute, anime divise e dicotomiche – figli di Gea la Terra e di Urano il cielo, sempre protesi verso le vette celesti e il corpo radicato negli inferi: come i mirabili viaggiatori di Baudelaire, la cui «âme est un trois-mâts cherchant son Icarie»[iv]. Il colore che accompagna questo viaggiatore smarrito nel mare vegetale piemontese è il bianco, colore del vuoto, del marmo, della balena bianca di Achab, della falesia di Leucade da dove si suicida Saffo, incalza Beaudry; un bianco che precipita. Nella disperazione greca, nell’infelicità antica, il protagonista sa quel che deve fare: accettare il suo destino e viverlo pienamente.

D’altronde, chi è l’«eroe» se non colui che si sacrifica volontariamente? Il suicidio è una forma di rinuncia volontaria alla vita. Per Pavese dunque è eroica Britomarti, la ninfa cretese di cui si narra il sacrificio nei Dialoghi con Leucò, la quale sfuggendo alla concupiscenza di un mortale accetta il suo destino di morte, si getta suicida nel mare e diviene schiuma d’onda, «Spiccai il salto, per salvarmi. […] Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo». Ecco che se ne inferiscono due informazioni importanti: a) la fuga (fisica o figurata che sia), se coincide con il proprio destino non è comportamento vile; b) il salto nel vuoto, il suicidio, non soltanto non è la fine di tutto («Noi mutiamo. È morire a una forma e rinascere a un’altra», dice Britomarti), ma addirittura può rappresentare un gesto di autodeterminazione, l’affermazione della propria identità. Per sottrazione. Dice la Saffo pavesiana: «Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso essere Saffo, preferisco esser nulla».





Cesare Pavese (1908-1950)


E così torniamo all’aut Caesar aut nihil summenzionato. Inevitabilmente, per formazione letteraria, il pensiero di Beaudry corre prima a Martin Eden/Jack London (personaggio e autore morti suicidi) e poi alle anime rese celebri da Lee Masters nella sua Antologia di Spoon River. D’altra parte, London condivide con Pavese il mito del «selvaggio» (wild) che nello scrittore langarolo si verticalizza ben presto nell’«atavico» e che Pasolini sincretizzerà nel «primitivo». C’è una vena sotterranea di violenza nei tre autori che viene continuamente smorzata dalla loro vulnerabile indole, verrebbe fatto di pensare.

Ma cerchiamo ora di tirare le fila. I Titani, l’angoscia. Il selvaggio, l’archetipico e il mitico sono violenza, furore, luogo di non mediazione intellettuale. La reazione naturale è il grido. Bianco, senza fiato, ché al di qua di una finestra dai vetri chiusi il suono non viene percepito: la realtà appare esterna al poeta, ma al mondo  esterno è la sua realtà, di lui, ad apparire chiusa tra quattro muri. Una prigione insonorizzata.

E Pavese vi sopravvivrà ancora per un poco, in quella gabbia dalle inferriate invisibili, portando una maschera di latta a coprire parzialmente il volto. Pavese recita – come tutti gli esseri umani talvolta fanno – senza sosta, a beneficio di un pubblico composto in prima istanza dalle persone a lui care. Nella sua opera egli si (ri)specchia e alla fine la sola vista gli è intollerabile. Qual è la legge del Destino? Ciò che è stato, sarà ancora. Pavese replica: «ciò che deve essere sia» (p. 76); da molto, troppo tempo infatti si è accorto che l’amore non vince tutto, e il lavoro non fa eccezione.

Nel 1946, aveva scritto di sentirsi «come un fucile sparato» (p. 88), condizione che si protrarrà per altri quattro anni: scrivere lo ha svuotato e questo, a un uomo incapace di vivere la quotidianità, lascia null’altro che un pugno chiuso e sterile, senza nemmeno le fatidiche mosche. S’è allenato però, nel frattempo, e la vita gli è servita a preparare la sua morte. Un ennesimo spettacolo da mettere in scena, con la solita discrezione.

Con questo saggio l’autore canadese alimenta e fortifica il mito di Pavese in una lingua raffinata cui non è estranea la mano della coltissima traduttrice italiana. Oltre a ciò, Beaudry lo fa a partire da  un’opera pavesiana, Dialoghi con Leucò, libro di parole all’ennesima potenza, in cui la parola si fa destino e lo traccia, libro donato ai posteri da un Pavese suicida nel momento preciso in cui non credette più nel potere della parola. Neppure come farmaco lenitivo.

 

 

 

*  Université de Caen - Basse Normandie

 

**  Laureato in filosofia, Jacques Beaudry insegna letteratura all’università di Sherbrook, nel Québec. Si interessa da tempo alle ragioni che hanno motivato al suicidio alcuni autori italiani e québécois (Carlo Michelstaedter, Hector de Saint-Denys Garneau, Claude Gauvreau, Cesare Pavese, Hubert Aquin). Quest’anno, per i tipi di Rubbettino, Giovanna Romanelli ha curato la traduzione del suo Uomo del Fato (L’Homme Fatal) che ha valso al suo autore il Prix Victor-Barbeau 2009.

 

 

 



[i] Jean-Paul Sartre, L’existentialisme est un humanisme (conferenza tenuta a Parigi, il 29 ottobre 1945, poi divenuta un libro nel 1946). [L’uomo è condannato a essere libero].

[ii] Albert Camus, L’Homme révolté, 1951 [Quel che chiamiamo ragione di vivere è nel contempo un’eccellente ragione di morire].

[iii] Cesare Pavese, Il Mestiere di vivere (22 aprile 1936)

[iv] Charles Baudelaire, Les Fleurs du Mal, CXXVI Le Voyage (1861) [(la nostra) anima è un veliero che cerca la sua Icaria].




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