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di Franco Cordelli
Ho
gettato alle ortiche il saio di una precedente relazione. Era di tipo storico-biografico,
rievocavo a modo mio questi ultimi venti anni di teatro. Ma troppe volte lo avevo
già fatto, di tanto in tanto; e dopo tutto non aveva più senso. Che senso
attribuire ad una rievocazione, ad una celebrazione? È un genere che non è nelle
mie corde. In secondo luogo, se il convegno di Ivrea si fosse tenuto dieci anni
fa, quella relazione avrebbe galleggiato, se non altro, sulla cresta dell’onda.
Ma venti anni si sono rivelati eccessivi. Oggi siamo troppo al di là del luogo
in cui credevano di essere, ed erano, coloro che passeranno alla storia come i
primi teorici del teatro sperimentale: ed ogni uomo di chiesa, come ogni militare,
è innamorato della sua divisa, ma può essere costretto dalle circostanze della
vita a disfarsene. Bene. Tali circostanze per me qui sono sopraggiunte pensando
piuttosto che ad una mia presumibile autobiografia teatrale, tra entusiami e repulsioni, o piuttosto che ad una succinta
storia di ciò che da poco ci siamo lasciati alle spalle – tali circostanze sono
sopraggiunte, dicevo, pensando alle
posizioni di due osservatori del teatro contemporaneo: Giuseppe Bartolucci e Franco Quadri. Ed ho pensato a loro, più che a
me, per una ragione puramente caratteriale, in quanto portato ad ascoltare le
ragioni del mio interlocutore, se non de1 mio avversario, fin che l’ascolto non
si tramuti in un sentimento negativo, puro e semplice. Non è vero che la
democrazia dia la felicità. La non democrazia dà la felicità a pochi e
l’infelicità a molti. La democrazia un po’ di infelicità a tutti.
Dunque,
Bartolucci e Quadri. A chi fare riferimento, nel contesto
di un discorso italiano sulle ragioni del teatro sperimentale? Ma per Bartolucci, nella misura in cui egli ha identificato la
vita e il teatro, o meglio il teatro sperimentale, appaiono astrattamente
contrapposti due sistemi: la vita e la distruzione. Cos’altro è stato il teatro
sperimentale se non un grandioso tentativo di restituire al teatro un passo più
veloce, immetterlo a viva forza nel sistema delle comunicazioni estetiche del
nostro tempo? Eliminare quanto più contenuto possibile per renderlo più leggero
– e dunque distruzione di tutto ciò che trattiene il teatro nel luogo che a me
sembra massimamente gli compete, il museo cioè il museo vivente? Al contrario,
io non credo che la vita sia un valore in sé, quindi credo che sia sleale
contrapporre logicamente alla vita, o al teatro, la distruzione. La vita, e il
teatro, sono
un valore ove si organizzino in un certo modo, ove siano criticamente esperiti.
Solo in questo senso si potrà parlare di distruzione in termini ragionevoli,
cioè storicamente ragionevoli.
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Franco Quadri ritratto con Pina Bausch
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Diverso
il discorso di Quadri, valutato nel suo insieme, ed alla distanza. Per Quadri,
in realtà l’avanguardia è stata ed è l’avanguardia dell’informazione, piuttosto
che delle forme. Il suo è stato un atteggiamento di svecchiamento delle
conoscenze, di sprovincializzazione della nostra
cultura teatrale. Ma mai un autentico territorio di scelte. Come se del modo
americano di valutare le cose, Bartolucci avesse
privilegiato quello giovanile, rapido, di chi non tentenna di fronte alla necessità
di abbattere un grattacielo perché se ne può costruire sempre un altro; e Quadri
avesse privilegiato quello che alla fine dice: anche noi disponiamo di una
tradizione, benché recente: ma il suo massimo significato consiste nell’essere
pluralistica, lasciamo che faccia da sé – che potrebbe essere tradotto in un’opzione
per la democrazia, ma anche in un’opzione sia pure generosa, per il mercato,
come se dicessimo, per fare il verso a Bartolucci, o
mercato o morte.
Invece
io credo che come dobbiamo assumere verso la vita e le sue forme di organizzazione
una posizione critica – così non possiamo non fare verso la tradizione. Cioè:
per ottenere 1’avanguardia, l’unica consentita ad una forma antica come quella
teatrale, dobbiamo far parlare la tradizione, piegarla alle nostre necessità,
piegarla ai nostri bisogni attuali. La tradizione o, se preferite, la morte, se
non è presente se non si presentifica (e mai come nel
teatro è necessario parlare in termini di presentificazione),
non è un valore – proprio come non lo è la vita finché non diventa la nostra
vita, vale a dire una scelta.
Mi
dico: da un punto di vista dei riferimenti culturali niente di sorprendente.
Noi italiani, cioè noi europei, parliamo ancora e sempre la lingua
aristocratica delle classi colte d’Europa, almeno a teatro: la lingua di
Shakespeare, di Büchner, di Brecht, di Artaud. Gli americani invece non hanno avuto bisogno di
elaborare una specie di inaccessibilità, di mascherarsi; loro sono entrati nel
mondo tutti alla pari, in democrazia. La loro lingua è quella di Arthur Miller,
quella di Bob Wilson e quella di Sam Shepard: una
lingua diretta, che conosciamo bene, e di cui invidiamo cordialmente i trionfi
passati e quelli attuali dai trionfi della veloce lingua dei corpi, alleggerita
da ogni tipo di simboli; a quella del naturalismo e del suo ritorno.
Ma
la spiegazione storica non mi convince. Avrei potuto disinteressarmi e andare
per la mia strada europea. Se non l’ho fatto, è perché all’improvviso ho
ritenuto più importante di ciò che avevo scritto in precedenza riflettere sul
senso della celebrazione di un ventennio di teatro nel modo in cui possono
averlo vissuto due persone eminenti come Bartolucci e
Quadri, i quali tuttavia ci hanno invitato a parlare in casa loro come se
fossimo, non essendolo, in casa nostra.
Ecco:
io credo che la spiegazione storica e sociologica del mondo sia di per se
stessa insufficiente. Prima ho detto perché noi europei abbiamo avuto una
aristocrazia, abbiamo assaporato la felicità e vogliamo gelosamente trattenerne
il sapore. Ma neppure questa è la spiegazione valida. Esiste in vero una
complessità della lingua del mondo. Esistono tali e tante possibilità di
sottigliezza nell’analisi delle cose; tali e tante ipotesi e sfumature
nell’invenzione del mondo, da rendere fatale l’ulteriore semplificazione del
celebrare ciò che è stato sia come distruzione che come vittoria. Cioè come
mercato. Certo, Whitman è il padre della patria, il padre della poesia
americana; pure, nel mondo, nella stessa America, non c’è solo Whitman, non ci
sono solo i suoi figli; e, appunto da democratico, mi auguro che con la
quantità (per esempio degli immigrati) aumenti almeno la varietà e che venga
lasciato un po’ di posto nella stessa tradizione poetica a Hart
Crane e a Charles Olson, per
citare due poeti che mi sembrano non parlare né con la lingua di Quadri né
quella di Bartolucci (in conseguenza della iper-selettività o della quantità di mediazioni che manifestano
le loro poesie).
Ogni
volta che mi imbatto nell’invito all’iper-selettività,
sottratta alle mediazioni, come ne1 caso di Bartolucci;
e in quello delle mediazioni ad oltranza come nel caso di Quadri, per dire
tutta la verità, addirittura mi spavento. Sento in atto quel processo
filosofico che, se non sbaglio, si chiama di “reductio in unum”. O forse era un
cammino religioso. Ma oggi l’invito alla chiarezza, alla spontaneità, alla
parola diretta; o all’implicito, all’assolutamente sintetico, alla sognante
cristallinità – come ci vengono da Quadri e Bartolucci,
e da un convegno che vanta gli invitati che vanta (un convegno che offre nella
sua lista quei certi nomi, e solo quelli), e che forse ci viene, come ci viene,
dal mondo intero, non è naturalmente né un processo filosofico né un cammino religioso.
Ai miei occhi è puramente e
semplicemente il cammino della forza (o della debolezza, che è lo stesso). È il
processo della violenza di una società che noi chiamiamo di massa, e che
spaventata com’è dalla legge dei grandi numeri, che sembra dominarla, cerca di
ridurre la propria paura o impugnando quella legge o inventandosi un’unità a
tutti i costi, ottenendo lo stesso risultato.
Io
credo che questa unità sia autodiretta, che abbia in
sé le sue ragioni, almeno fondamentalmente. Eppure anche questa, a guardare
bene, è una verità parziale. Certi meccanismi, più sono vasti e più ubbidiscono
a una spinta inerziale, procedono per inerzia. E quale potrebbe essere questa
spinta, quale la sua origine se non quella impressa da chi si pone direttamente
dalla parte di questo movimento, per vincere o per perdere – questo è lo
stesso?
Quale
modello potremmo aver adottato se non quello di chi ha predicato la riduzione a
uno, la semplificazione, l’ubbidienza ai grandi numeri, o ai piccoli – anche
questo è lo stesso?
È
sempre la stessa idea fatale della democrazia – la democrazia che ha cominciato
a mordersi la coda – la democrazia come la vediamo sulla scena teatrale – vale
a dire su una scena che non vede più nessuno.
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Leo de Berardinis in Novecento e Mille (1987)
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Poco
fa ho accennato ai temi contrapposti della vita e della distruzione, del
mercato e della morte. Obietto dentro di me a codesti temi, se non sono del
tutto inventati ed arbitrariamente attribuiti, obietto che essi suonano alla
mia sensibilità come ambigui, spiritualistici, metafisici. Tutto ciò che elude
il sacrificio di scendere ai particolari – come a noi richiede la natura del
teatro, una natura eminentemente ermeneutica, là dove è proprio la scrittura
drammaturgica a porsi come opera aperta e dunque come testo (testo come
contenuto forte rispetto a contenuti più deboli) e avanguardisticamente
predisposto alla metamorfosi infinita, alla metamorfosi in scrittura scenica – tutto
ciò che elude quel sacrificio, prima di risalire all’universale, prima di
trovare la metafora o la parola buona per tutti, la parola di resurrezione – a
me sembra sbrigativo e riduttivo.
Di
nuovo mi chiedo: quale vita? Quale sarà la vita che si nasconde dietro il culto
di Bartolucci per il tagliar corto? È facile parlare
di distruzione se non si sa di che vita si sta parlando. Oppure: è ovvio che il
mercato in sé non è un valore, ma anche la vita in sé non lo è, e lo ripeto: il
teatro sperimentale che celebra se stesso e che si guarda allo specchio o quello
che “serenamente convive” non
possono essere lontani da una proposizione troppo vasta, indiscriminata e
rilassante – che non tiene conto che vi sono milioni di altre vite che
reclamano l’inferno pur di farla finita.
E
anche stavolta non è solo questione di storia ma di concetto. Non c’è significato
in sé. Neppure la vita è un significato in se stessa; né lo diventa
identificandola con il teatro, che esso sia tutto il teatro, o che sia il
minimo indispensabile. Siamo noi, è questa l’eventuale grandezza di ogni
regista e di ogni attore, a darlo, ad inventarne uno, ad inventarsi il suo testo
quale che sia la firma scritta sul manifesto. Cechov o Shakespeare. In questo
senso, le posizioni di Quadri e di Bartolucci come si
sono venute trasformando nel corso di questi venti anni, o come sono rimaste
fedeli a se stesse, mi sembrano comunque dichiarare il privilegio d’essere
dalla parte iniziale del meccanismo, la volontà d’essere quelle che forniranno il
modello cui gli altri si attengono.
Essere
i padroni del mondo comportandosi come tutti quelli che padroni non sono, ma
solo persone ubbidienti (è il vizio, oserei dire il limite strutturale della
critica – quella troppo aperta e quella troppo chiusa nel suo stesso metodo).
Da una parte la chiarezza d’una descrizione, dall’altra la distruzione, che è
la pena per chi non sarà chiaro; e in mezzo la vita, o almeno tutte quelle vite
che non impareranno ad elaborare l’unica forma di ubbidienza che a me sembra
davvero auspicabile: quella al linguaggio come autentico punto di arrivo, cioè
al linguaggio fatto proprio eppure perennemente in fuga, perennemente in via di
definizione – piuttosto che al linguaggio come puro o semplice
punto di partenza, il linguaggio autodiretto, o eterodiretto, non so, delle società di massa. L’ubbidienza,
intendo, alla propria singolarità e irriducibilità poetica; al proprio bisogno
di indossare un saio o una divisa, per pregare o per combattere; e insomma per
opporre resistenza, resistenza, dico, teatrale – non alla vita in sé, che non
esiste; ma proprio alla morte (ogni testo continuamente muore), così come è nel
tempo di ciascuno.
(settembre 1987)
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