LETTURE
MAURIZIO LANDINI
      

Permanenze lontane

 

Edizioni della Sera, Roma, 2011, pp. 80, € 10,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

Le permanenze lontane sono giorni trascorsi sulla carta. Soggiorni comunque piacevoli, andirivieni emozionanti come il respiro profumato. Fiato all'anima, suono dietro l'occhio. Lo sguardo disattento sul paesaggio che non cambia. È un viaggio lungo per visitare ciò che non sembra. Riprendersi la terra e l’erba cattiva sotto l’asfalto. Residui dove crescono malinconie rigogliose. Orti incurati e incuranti della quotidianità. Vacanze d'assenza. Piramidi di passato e presente dove riposa in silenzio il silenzio. Nervi scoperti su tutto.

 

 

La puntuale presentazione di questa concisa e incisiva raccolta di poesie, viene dal pugno diretto dell’autore stesso, Maurizio Landini, scrittore versatile e innovativo compositore di musica elettronica, che dal 2007 collabora con il movimento letterario connettivista con lo pseudonimo di ScarWeld.

Poche righe, dunque, per provare a verbalizzare la spinta sinestetica e straniante che soggiace alla stesura dei suoi versi, architettonicamente ben definiti, limpidamente organizzati sulla pagina bianca, quasi a imprimere sensazioni fisicamente dissonanti e riflessioni blandamente disincantate, sulla tabula rasa dell'inesperienza conoscitiva del mondo.

 

«C’è tutta una materia poetica che è humus, terra, umori. Un qualcosa di profondamente palpabile fino quasi a modificare significanti con significati nuovi o inversi», spiega il critico letterario Matteo Chiavarone, nella sua prefazione. E continua: «Come l’aedo il poeta vede che altri non vedono, i “nervi scoperti”, e, viceversa, non vede, non riesce a vedere, quello che gli altri vedono.».

 

Proviamo noi, dunque, a perimetrare lo sguardo, penetrante e impietoso, di Maurizio Landini.

La prima parte del libro, Anni-città e stanze, è dedicata al padre del poeta, definito poeta segreto anch’egli, e consta di una quarantina di componimenti, tutti di una certa irriverente ma sapida brevità.

Immediatamente, si evince l’intento rammemorativo col quale Landini ammanta ogni verso, accordando visioni fotografiche e flashback onirici rubati ad un periodo evidentemente infantile e domestico, che può riguardare tanto la sua stessa prima giovinezza, quanto una globale ricerca eziologica dell’umanità intera, a sottolineare l’inesausto bisogno di radicamento sociale e affettivo, insito in ognuno di noi.

 

 

Avevamo t-shirt stupende,

e ragazze bionde.

Eravamo piccoli,

sulle poltrone rosse.

Avevamo il cinema,

e i capibanda.

Eravamo belli,

come il passato lontano.

 

Colori e suoni, forme e tessuti, si intagliano perfettamente nella spietata dialettica landiniana,  intessendo una retorica di nostalgie impressionistiche e fin quasi ultraterrene, in un processo marmoreo di stabilizzazione critica della sintassi, di formalizzazione sensoriale degli oggetti poetici e degli impoetici contenuti.

Ad accompagnare questa pur mai laconica griglia di sovraesposizione extra-corporale e corporativa, un impenitente, onnipresente velo di morte, di finitudine, di cupezza sensibile e ragionativa.

 

Adagio,

imploro nei giorni.

Dietro lo scudo,

avanzo.

Come il fango,

la morte solo,

arresta il cammino.

 

La seconda parte della raccolta, infine, Occhi-luce di fecondità, ospita esattamente la metà dei brani, ed è dedicata, questa volta, all’arte del giovane pittore ligure Matteo Arfanotti.

Qui, la parola poetica, simbiotica e allitterante, sembra squarciare l’agonia del buio, ancora tormentoso e attonito, che offuscava le precedenti memorie ammalate, prestando piuttosto il fianco ad una vitalistica osservazione umanizzata, tipizzata e ricorretta, del panorama storico e sociale contemporaneo.

 

Rampicanti,

pelli-radici,

sangue:

aorta di sterpi,

fino al sogno

e oltre,

dove ingialliscono i canti a mezzaluna.

 

Volti demoniaci e angelicate capigliature femminili, si mescolano a fisiognomiche danze linguistiche, riannodando le fila, slabbrate dall’esasperazione claustrofobica, di un presente statico e senza apparente cognizione di sé.

Coppie di lemmi rafforzativi e fraseggi spesso antitetici, vengono musicalmente rimaneggiati dalla penna capricciosa di Maurizio Landini, nella perpetua ricerca di un vigoroso e prospettico punto di fuga, verso il quale poter finalmente incanalare le più fervide e funamboliche possibilità espressive.

 

Lucciole-perle, lingue di mare,

Derive di carta,

estensioni del mio sguardo-silenzio,

versi del naufragio.

 

 

 




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