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DIARIO D’AUTORE (17)
A L’Aquila due anni dopo il sisma, sulle ali della poesia che ‘si mangia’


      
Resoconto di una giornata passata, lo scorso 13 febbraio, nel capoluogo abruzzese, invitato della poetessa Anna Maria Giancarli ad un reading di solidarietà nell’ex Asilo Occupato di Viale Duca degli Abruzzi. Tra i vari incontri quello con i ragazzi del “Comitato 3e32” denunciati per avere occupato il locale “Casematte Collemaggio” nell’ex Ospedale Psichiatrico, oggetto delle mire degli speculatori edilizi. E la triste conferma che ci vorranno ancora decenni (due, tre?) per poter vedere un’effettiva rinascita della città. E nel frattempo come non andare fuori di testa? A ciò si aggiunge la vicenda poco edificante delle dimissioni, poi rientrate del sindaco Cialente.
      



      


di Marco Palladini

 

 

Ritorno a L’Aquila – è la terza volta nel post-terremoto – invitato con Michele Fianco ad una ‘lettura di solidarietà’ presso l’Asilo Occupato di Viale Duca degli Abruzzi, dalle poetesse aquilane dell’antologia La parola che ricostruisce, capitanate dalla sempre tenace, combattiva e attivissima Anna Maria Giancarli.

 

Due poeti in viaggio, in macchina – guida Michele – mi fanno sempre pensare, per antico vizio, a Jack Kerouac e ai suoi compagni della Beat Generation che vagabondano per le highways a stelle e strisce cercando la “… vita sulla strada. Avevamo finalmente trovato la terra incantata alla fine del viaggio e non ci saremmo mai sognati quanto fosse grande quella magia… Un’ultima visione dell’America oltre le luci ardenti del ponte sul Rio Grande, e poi le voltammo le spalle e i paraurti e partimmo rombando”.  

 

Il nostro on the road è più modesto e non stiamo rombando sull’A24, ma il paesaggio tra Lazio ed Abruzzo, anche sotto un cielo rannuvolato, grigio ferro, ha una sua scabra e dolce bellezza tra la corona dei monti, e sappiamo che stiamo andando a cercare la vita in una effettuale ‘città morta’. Ché tale continua ad essere L’Aquila a due anni dal sisma (6 aprile 2009) che l’ha messa kappaò.

 

Giungendo nella periferia della dead city, continuo a vedere i palazzi pericolanti ancora transennati, con interni di appartamenti esposti alla vista come ferite oscene, intimità violate, viscere oramai calcificate. Non ci sono più le tendopoli, così mi pare, ma vedo ancora assembramenti di roulottes e col freddo pungente che c’è, non deve essere uno scherzo per quelle persone anche soltanto affrontare la quotidianità di sfollati.




L'Aquila 2011: Corso Vittorio Emanuele


Parcheggiamo l’auto sotto il Parco del Castello, presso la Fontana Luminosa, e imbocchiamo Corso Vittorio Emanuele, siamo già nel cuore del centro storico, gli edifici lungo il medievale corso sono tutti puntellati, si vedono case con porte e finestre inchiodate con assi di legno, e appaiono come rabberciate, sfigurate, come dei pugili gonfi e tumefatti dopo un match perso male. I vicoli laterali sono tutti sbarrati, squarci di ‘zona rossa’, interdetta al passaggio, con ancora cumuli di macerie, tetti sfondati, chiese piegate e piagate. C’è un presidio militare all’altezza di via Verdi, con un gruppetto di soldati in mimetica che fuma e confabula. C’è però animazione, molta gente in giro. È domenica 13 febbraio, il giorno della manifestazione di protesta delle donne d’Italia “Se non ora, quando?”.

 

Svoltiamo per Piazza Palazzo, lì dove si tiene il raduno delle donne aquilane, giungiamo a fine manifestazione, ma un centinaio di donne, giovani e meno giovani ancora sosta nel rettangolare quadrilatero, esponendo striscioni e cartelli. Donne-sandwich con la scritta “RiabbracciAMO la città” sopra una vignetta di Staino che illustra un grande, pulsante cuore rosso, trasportato su una carriola. Chiara allusione al “movimento delle carriole” che lo scorso anno ha smosso l’apatia delle autorità, portando migliaia di persone a protestare con rabbia e slancio, incominciando concretamente a rimuovere con vanghe e carriole le macerie a tumulo che ancora ingombravano il centro della città.




L'Aquila 2011: una manifestante


Ma oltre alla protesta nel cuore dell’Aquila, oltre agli edifici storici nascosti dalle incastellature di tubi Innocenti, oltre alle facciate ingabbiate dentro ‘maschere di legno’ di sicurezza, oltre ai palazzi circondati da reti metalliche e lunghe strisce di nastro di plastica rosso tipo “Crime Scene - No Trespass”, vedo qualche segno di ripresa di attività, che è come un piccolo invito alla speranza. Ai Quattro Cantoni, sotto un portico, c’è un caffè che ha riaperto. Nonostante la bassa temperatura, la gente affolla i tavolini all’aperto, sotto gli ormai consueti funghi di riscaldamento a gas. In un angolo del portico c’è una giovane cantante, accompagnata da un pianista elettrico, che intona standard di jazz. Ci fermiamo ad ascoltarla. Fluenti capelli neri, viso grazioso, ma soprattutto una gran bella voce. Mi sembra che, cantando, gridi soprattutto la voglia di ‘normalità’ degli abitanti – un café-concerto all’ora dell’aperitivo – in una situazione di totale anomalia civica ed esistenziale.

 

Volgo lo sguardo e vedo una rete di ferro a cui decine di persone hanno appeso le loro chiavi di casa. Come a dire, immagino con amarezza e dolore: ve le restituiamo, noi una casa non ce l’abbiamo più. C’è pure uno striscione: “We have a dream L’Aquila”. Perché L’Aquila – come era e come, forse, non sarà mai più – adesso è un sogno, senza scomodare Martin Luther King. Accanto allo striscione spicca la targhetta della ditta che ha apposto la transennatura: Condor Group. Sorrido per questo casuale incrocio ornitologico-nomenclatorio. Ma i grandi uccelli volano, qui i ‘nomi delle cose’ ci riportano sempre a terra, ad una terra paralizzata.

 

A Piazza Palazzo, dove c’è il monumento a Sallustio, abbiamo incontrato Anna Maria Giancarli, indomita e volitiva. Con la figlia Alessandra e la giovane poetessa Isabella Tomassi, ci porta a pranzare. Prendiamo l’auto e usciamo dall’Aquila, la cui periferia è trafficata anzichéno e punteggiata da gruppi di abitazioni del progetto C.A.S.E., sono in pratica casette prefabbricate e multicolori che hanno accolto circa 15mila persone, in parecchie delle quali già ci piove dentro. Chiedo: e gli altri sfollati? Molti ancora a svernare negli alberghi sulla costa, con gli albergatori che reclamano dallo Stato il pagamento degli arretrati. Altri, come abbiamo visto, tuttora nelle roulottes, una parte è riuscita a rientrare, come Anna Maria, la cui villetta bifamiliare è stata ristrutturata con moderni criteri antisismici dal fratello ingegnere, che l’ha pure provveduta di aggiornatissimo impianto termico-solare. Produciamo così tanta energia, ci dice, che potremmo venderne. Lei per ora è intenta a risistemare tutti i quadri e le tante opere visive del marito Ennio Di Vincenzo, innovativo e importante artista deceduto pochi mesi dopo il terremoto.




L'Aquila 2011: il 'muro del sogno'


Non è facile trovare un ristorante aperto, nel territorio disastrato. Nei vari giri e rigiri, passiamo dalle parti di Paganica, completamente distrutta, che è in pratica ancora tutta ‘zona rossa’. Qui la ‘domenica del villaggio’ è un deserto urbano, scorgo un paio di anziani vestiti di scuro che guardano oltre la strada transennata e scuotono la testa. I vecchi temono, credo giustamente, che moriranno ben prima che il loro paese possa risorgere. Moriranno con il ricordo di una cosa che non c’è più e che, però, ha coinciso con la loro intera esistenza. Dunque, la morte del paese è, neppure troppo simbolicamente, la prolessi della loro medesima fine. È il tempo del finire cristallizzato nelle case ridotte a vuoti, pericolanti e sfondati gusci, che essi vedono scorrere sotto i loro occhi.

 

A pranzo parlo con Alessandra, la figlia di Anna Maria ed Ennio, che insieme ad altre undici persone è stata denunciata per avere occupato abusivamente una struttura pubblica. Vale la pena di raccontarla tutta la vicenda: è una storia assai istruttiva per capire, una volta di più, come funziona questo Paese pur in presenza di grandi catastrofi ‘naturali’. Dunque, il ‘corpo del reato’ si chiama “Casematte Collemaggio”: è in pratica un capanno situato all’interno dell’enorme comprensorio dell’ex Ospedale Psichiatrico di Collemaggio, abbandonato da circa trent’anni. In questa vastissima zona che comprende una ventina di edifici, peraltro lievemente lesionati, e un ameno parco intorno, alcuni mesi or sono i ragazzi del “Comitato 3e32” (dall’ora del terremoto > www.3e32.com) hanno occupato un prefabbricato in legno, l’hanno ripulito, ridipinto, ridecorato con graffiti per farne una ‘casamatta’ autogestita, un avamposto di resistenza sociale all’inedia e all’assenza di luoghi di riferimento e di aggregazione per i giovani. Cosa che è avvenuta con indubbio successo e favore da parte della popolazione non narcotizzata dalla telecrazia berlusconiana. Ma la cosa ha dato fastidio a qualcuno: segnatamente al nuovo direttore generale della Asl locale che dipende dalla Regione, a maggioranza di centrodestra. La sera mi sono recato a “Casematte Collemaggio” e mi sono reso conto che quello che è stato occupato, rispetto all’entità dell’ex Ospedale, è poco più di un aiuola, un fazzolettino di territorio riconquistato dalla volontà dei giovani di ritrovarsi lì, per ascoltare musica, organizzare serate culturali, bere una birra e, anche, aiutare alcuni soggetti disagiati psichici a non diventare dei meri barboni.

E dunque? Ciò che dà fastidio è che il “Comitato 3e32” sia una sentinella contro le mire della speculazione e dell’affarismo. Si dice infatti che il signor manager dell’Asl voglia approfittare della situazione per vendere, o meglio svendere il comprensorio, magari ad imprenditori amici, che potrebbero approfittare dei finanziamenti pubblici per la ricostruzione dell’Aquila, dirottarli ad hoc e, così, riuscire a dar vita ad una zona residenziale di lusso. Insomma, comprare a dieci (forse neppure con quattrini propri) per, poi, poter lucrare a cento o a mille. Se questo è il progetto, è evidente che pure un piccolo centro sociale ‘dà fastidio’ e bisogna spazzarlo via, mandando la Digos che fotografa i pericolosi ‘sovversivi’ e trovando un solerte magistrato che li denuncia, sparando nel mucchio. Come nel caso di Alessandra che non è stata tra gli occupanti di “Casematte”, ma ne è semplicemente una frequentatrice. Ecco, questa è l’Italia dei banditi al comando, questa è la centocinquantenne Ytaglia che non vogliamo, che avversiamo con tutte le nostre forze.




L'Aquila 2011: il centro autogestito "Casematte Collemaggio"


Perché, poi, c’è un’altra Italia, un Italia tenace, pulita, che fa e resiste meravigliosamente contro tutto l’orrore che ci assedia. È l’Italia di cui mi parla Isabella Tomassi, partecipe dello straordinario progetto dell’ecovillaggio postsismico “Eva Pescomaggiore”, lì dove in un piccolo borgo medievale, posto a mille metri di altezza, a pochi chilometri dal capoluogo, duramente colpito dal terremoto, un gruppo di ardimentosi volontari e di giovani architetti hanno costruito sette “case di paglia” con eco-tecnologie insieme antichissime e all’avanguardia e con costi iper-contenuti. (Ne scrive da protagonista e, dunque, con piena e lucida cognizione di causa, la stessa Isabella in un articolo in questo numero delle Reti di Dedalus).      

    

Col viatico di quest’altra Italia che ragiona e opera e va avanti nonostante tutto e contro tutti, ci rechiamo nel pomeriggio presso l’ex Asilo Occupato, che è un edificio scolastico all’interno del centro storico, con due piani rialzati e un piano sotterraneo, e vasti spazi e cameroni per tutte le strutture sociali e i collettivi di autogestione in questo momento attivi a L’Aquila. In attesa di effettuare il nostro reading poetico, parlo con alcuni ragazzi del già citato “Comitato 3e32”, che è un po’ il simbolo e la punta di lancia del movimento che si oppone alla gestione speculativa e mafiosa del post-terremoto. Mi spiegano che l’ex Asilo è stato occupato all’inizio dell’anno e che per ora il Comune sta tollerando la situazione. A proposito del Comune non si può sottacere la vicenda poco edificante delle dimissioni prima ‘irrevocabili’, poi prontamente rientrate del sindaco di centrosinistra dell’Aquila, Massimo Cialente, un segnale contraddittorio e un sintomo di conflitti politici poco chiari che inducono nella popolazione un senso di ulteriore instabilità e di confusione politica.

Qui si vive nella permanente, angosciosa emergenza. Il decreto governativo “Milleproroghe” ha fatto slittare di sei mesi la restituzione delle tasse che da due anni non vengono versate dalla popolazione. Ma che senso ha? Come poter seriamente credere che da luglio in poi i cittadini dell’Aquila potranno ‘risarcire’ lo Stato se l’economia cittadina è in ginocchio? “The answer my friend – cantava Bob Dylan – is blowin’ in the wind” e, intanto, questa risposta nessuno è capace di captarla e di intenderla.

 

Continuando a conversare con gli esponenti del “3e32” mi confermano che la ricostruzione è in alto mare e anche le ‘fonti ufficiali’ parlano ormai di 15-20 anni per una rinascita della città. Il che stando ai parametri italici, fa credere che ci voglia almeno il doppio. Guardo in faccia i miei interlocutori, sono tutti sotto i trent’anni e mi scappa una battuta amara: “Ragazzi dovrete aspettare di avere la mia età per riavere la vostra città”. Mi rilanciano uno sguardo perplesso, smarrito. Li capisco. I giovani d’oggi vivono completamente immersi nel presente, già indurli a ipotizzare un futuro prossimo di uno o due anni li destabilizza, li costringe a fare un salto fuori dalle loro categorie mentali. Ma pensare ad un futuro tra venti o trent’anni è troppo per chiunque. È inumano. Eppure, è questa la dura, spietata realtà presente e cogente per gli abitanti dell’Aquila. Certo, magari la città verrà ripresa, incomincerà a rivivere progressivamente, pezzetto per pezzetto, quartiere per quartiere, ma intanto nel frattempo, come sopravvivere, come crescere, come darsi una vita, un’apparenza di vita che diventi sostanza? Come non deprimersi o impazzire, rimanendo in una realtà come questa? Sono domande drammatiche che faccio tra me e me. Non ho il coraggio di porle pubblicamente. Del resto, non ci sarebbe nessuno in grado di rispondere. Questo è lo stato delle cose. E il vero rischio è che ci sia un tracollo morale oltre a quello materiale.        




L'Aquila 2011: la statua dello storico romano Gaio Sallustio
sembra oggi ammonire la classe dirigente locale


Il reading mio e di Michele Fianco, nel nome dell’antologia La parola che ricostruisce – poeti italiani per L’Aquila (Edizioni Tracce, 2010), si intreccia con quello della Giancarli, della Tomassi (sempre emozionata ed emozionante) e di altri giovani poeti locali. Uno di loro si esibisce con due chitarristi rock, e il suo set diventa quasi un concerto. Scattano gli applausi, c’è una bella atmosfera, solidale e complice,  l’aula dove si svolgono le letture via via si riempie. La scommessa di Anna Maria – che la poesia, in un simile contesto, possa essere non un lenitivo, ma un enzima di linguaggio etico-creativo capace di dare animo e di sostenere chi non intende cedere, chi non si vuole abbattere –  mi pare che sia stata vinta. Le tribù della poesia ritengo, da sempre, che siano portatrici di positivo contagio. Fin dagli anni ’80 mi sono definito un ‘viruspoeta’, perché la poesia, parafrasando William Burroughs, è per me ‘un virus mutante che proviene dallo spaziotempo interiore’.

Peraltro, gira in mezzo a noi la MediaCrewCasematte e ci riprende in video e il giorno dopo già saremo piacevolmente su Youtube >   http://www.youtube.com/watch?v=tHulY_LYi7U

  

Finita la manifestazione poetica, le persone si accalcano lietamente attorno a un sano buffet contadino: salame, formaggi, olive piccanti, frittelle, vino rosso a volontà. Stringo mani amiche, alcuni poeti aquilani mi danno i loro libri, altre chiacchiere e la percezione nell’Asilo Occupato di un pullulare di attività e di fermenti, quasi festoso. La terra non è ferma, mi ripeto con Galilei, eppur si muove. A volte si muove catastroficamente, a volte benignamente e fecondamente.

Dopo l’incursione serale a “Casematte Collemaggio”, a cui ho già accennato, diamo un’altra occhiata al centro storico. È ormai notte, dai lampioni spiove luce gialla sulle strade deserte. Nessuno in giro, L’Aquila ridiventa col buio una città fantasma. Ci guardiamo, letteralmente, desolati e quindi ci diciamo con Fianco che si è fatto tardi, è ora di rientrare a Roma. Baci e abbracci con le nostre splendide ospiti. Io mi impegno a tornare presto, già in primavera, voglio visitare l’ecovillaggio di Pescomaggiore. Io sono per un quarto abruzzese e questa regione, ripensando a mio nonno paterno, la sento con orgoglio anche un po’ mia.

 

Di nuovo sull’autostrada, a rotta invertita. Nell’oscurità perforata dai fari anabbaglianti, i pensieri slittano via, ciascuno di noi si rincantuccia con se stesso, rimuginando le sensazioni della giornata. A chi ci dice con sprezzo che con la cultura non si mangia, io replico che la cultura e la poesia, invece, si mangiano per nutrire il nostro esprit. E così, mi rimastico dei recenti versi scritti pensando alla Festa della Liberazione del 25 aprile, ma che volendo si attagliano pure ai miei ambivalenti sentimenti nei rispetti dei 150 anni dello Stato Unitario:

 

(…)

Dalla resistenza di ieri alla desistenza del presente

posso misurare la perdita secca di autocoscienza

di una nazione che non è mai stata tale se non

nella desiderante visione di alcuni visionari, appunto,

sognatori e utopisti di belle bandiere e di politiche altre

attualmente finite come scarti nel dimenticatoio della storia

che si riconferma essere nient’affatto magistra vitæ

 

Rossokuore che batte (o batteva) in interiore homine

senza più bypass ideologici ed orizzonti palingenetici

lo spirito resistenziale è adesso un sentimento poietico

che si estroflette in questione pubblico-privata

in una messa a fuoco della nostra tenuta etico-noetica

 

Vedo l’ignavia di un paese corrotto e in stato di agonia

ma vagando nel bosco di notte ascolto le voci dei morti

e gli echi lunghi della memoria come una trepida spia

transumando e quasi transumanando la vita mia

allora riconosco il murmure di antichi canti ribelli

e per un momento, traslucido, ritrovo la loro via.

 

 

 

 

© Foto di M. Palladini




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