di Daniele Comberiati
Ieri nel mio quartiere, a Schaerbeek,
è stato il giorno del brocante.
Il brocante è il modo in cui le persone svelano la
propria intimità, vendendo le proprie cose (dai libri ai dischi, dai mobili
d’epoca ai vestiti per bambini dei figli) nella propria via, a due passi dalla
porta di casa. È un modo per fare qualche soldo, per liberarsi di oggetti
accumulati senza buttarli, per riciclare, ma anche per conoscere chi abita
accanto. Una parte del brocante
è destinata ai commercianti, mentre un’altra è esclusivamente per gli abitanti
del quartiere, che devono iscriversi a una lista se vogliono partecipare. A
volte possono sorgere delle situazioni imbarazzanti: un amico mi ha raccontato
di aver regalato anni fa una sciarpa siriana alla sua fidanzata dell’epoca.
Dopo essersi lasciati, lei è andata a vivere con un altro uomo, e anche lui ha
cercato un’altra casa, casualmente e pochi isolati di distanza. Passando una
domenica per il brocante
del suo quartiere, ha incontrato l’ex fidanzata che vendeva vecchi vestiti, tra
cui... la sciarpa siriana!
Sono arrivato da poco tempo e non ho nulla da vendere, ma
decido di fare una passeggiata per vedere se c’è qualche buon affare. Ho
comprato quasi subito un tostapane per soli tre euro, apparentemente funzionante. A questo punto spero
solo non sia un regalo di qualche vecchio fidanzato... Tra l’altro vi è
un’ulteriore possibilità: qualora il tostapane non dovesse funzionare bene (o
nel caso in cui me ne regalino uno nuovo) posso sempre rivenderlo (per essere
onesto a non più di due euro) al prossimo brocante: un oggetto potrebbe
quindi passare di mano in mano fra gli abitanti del quartiere, oppure ritornare
al proprietario precedente che ne ha nostalgia.
Attraverso gli oggetti è possibile vedere le differenze di un quartiere
storico e complesso come Schaerbeek, che ha la sua
parte più ricca nella zona residenziale in prossimità della Commissione
Europea, e la sua parte povera verso la Gare du Nord,
la zona delle prostitute in vetrina con i prezzi segnati sul vetro (ai prezzi
sono assegnate bibite e non il tipo di prestazione sessuale: si va da una
coca-cola a cinque euro fino allo champagne a centoventi); in mezzo ci sono
zone più o meno popolari, come quella vicina alla stazione ferroviaria di Schaerbeek Gare (un edificio bellissimo, una delle stazioni
più antiche, se non la più antica, dell’Europa continentale) o quella accanto
al parco, decisamente più huppé, come dicono da queste parti francesizzando (anche
nella pronuncia) l’inglese up.
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Cherubina, Senza titolo
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Alcune famiglie di origine marocchina vendono pentole e teiere di rame, una
mano di Fatima da appendere al muro e alcuni dvd di comici belgi, oltre a una vecchia
videocassetta di Io e Annie di Woody
Allen. Una famiglia fiamminga ha tutta una serie di gialli e di giochi per i
bambini, oltre ad un letto per neonati in buono stato. Una donna olandese vende
delle belle scatole che ha dipinto lei stessa, riprendendo lo stile, a quanto
dice, di alcuni artisti che vivono nelle isole Frisone, nell’Olanda del nord. Sono
isole dove è possibile girare solo a piedi e in bicicletta e, a sentire lei,
sono note per le foche e per le vacche. Lassù solo i primigeniti
possono gestire le fattorie, così fratelli e sorelle più piccoli si sono
ingegnati per colorare scatole da vendere, a prezzi altissimi, ai turisti. La
signora invece li vende a prezzi più bassi, ma non tanto da convincermi a
comprarli. Nella piccola via adibita a mercato conto almeno quattro vecchie
radio di legno, affascinanti ma troppo care. Una famiglia francese vende libri
di Simenon e Amelie Nothomb,
ma c’è anche un libro di Hugo Claus che non conosco e che decido di comprare a
un euro. Il bimbo piccolo vende anche vecchie copie di Topolino, nella doppia versione francese e olandese.
Dalla piccola passeggiata al brocante è abbastanza facile
ricostruire l’intimità degli abitanti del quartiere, e la cosa al tempo stesso
mi affascina e mi mette a disagio. Il rapporto fra vita privata e melting-pot sociale mi fa pensare allo stesso Belgio, dove
da una parte vige la comunità europea e l’abbattimento delle frontiere, mentre
dall’altra fiamminghi, valloni e tedeschi, che pure per più di un secolo hanno
convissuto, non riescono a mettersi d’accordo su questioni come la scuola
pubblica e la sanità. È il rapporto fra locale e globale, che oggi a quanto
pare è una delle chiavi per comprendere il mondo.
A questo proposito mi viene in mente una fotografa
olandese nata al confine con il Belgio, ma residente a Bruxelles, che ha
analizzato nella sua opera il rapporto fra locale e globale. Isabelle Pateer, nel suo lavoro Unsettled, ha fotografato alcune
persone di un piccolo paese del Limburgo, alla
frontiera con l’Olanda, che verrà spopolato per ingrandire il porto di Anversa.
Le foto sono visibili sul sito www.isabellepateer.com e raccontano di giovani in ambienti isolati o decadenti, costretti ad
andarsene ma legati in qualche modo ad un paese che non esiste più. Sono
giovani provenienti da tutto il mondo che si sono costruiti un’identità nel Limburgo e che ora sono costretti ad abbandonarla e, se
possibile, a trovarsene un’altra, in un paese che sull’identità (anzi, sulle
identità) ha già diversi problemi per conto suo. E come se l’identità fosse un
lavoro a tempo determinato, che finisce e ricomincia nel giro di pochi mesi.
Poi si può anche pensare che l’ingrandimento del porto sia un fatto positivo,
poiché porta lavoro, migliora trasporti di merci e persone, azzera le distanze.
Ma è paradossale che per avvicinare alcune persone sia necessario sradicarne
altre. I visi dei modelli di Isabelle Pateer sono
l’espressione del Belgio, ma anche dell’Europa centrale di oggi: un ventre
molle che non è frontiera, ma si costituisce come frontiera interna, frontiera
a se stessa, si potrebbe dire, e che oscilla pericolosamente (e schizofrenicamente) fra convivenza civile e violenza
xenofoba.