LETTERATURE MONDO
CARTOLINE
DA BRUXELLES (3)
Quando il mercatino
di quartiere diventa una frontiera interna

      
Passeggiando per la zona di Schaerbeek, durante il giorno del ‘brocante’, che sarebbe la svendita pubblica che gli abitanti fanno delle proprie cose (dai libri ai dischi, dai mobili d’epoca ai vestiti per bambini dei figli). Una piccola esperienza che fa però riflettere sul rapporto fra vita privata e melting-pot sociale, fra locale e globale, in cui si insinuano nuove divisioni, separazioni, problematiche relazioni tra convivenza civile e sentimenti xenofobi.
      




   

 

di Daniele Comberiati

 

Ieri nel mio quartiere, a Schaerbeek, è stato il giorno del brocante. Il brocante è il modo in cui le persone svelano la propria intimità, vendendo le proprie cose (dai libri ai dischi, dai mobili d’epoca ai vestiti per bambini dei figli) nella propria via, a due passi dalla porta di casa. È un modo per fare qualche soldo, per liberarsi di oggetti accumulati senza buttarli, per riciclare, ma anche per conoscere chi abita accanto. Una parte del brocante è destinata ai commercianti, mentre un’altra è esclusivamente per gli abitanti del quartiere, che devono iscriversi a una lista se vogliono partecipare. A volte possono sorgere delle situazioni imbarazzanti: un amico mi ha raccontato di aver regalato anni fa una sciarpa siriana alla sua fidanzata dell’epoca. Dopo essersi lasciati, lei è andata a vivere con un altro uomo, e anche lui ha cercato un’altra casa, casualmente e pochi isolati di distanza. Passando una domenica per il brocante del suo quartiere, ha incontrato l’ex fidanzata che vendeva vecchi vestiti, tra cui... la sciarpa siriana!

Sono arrivato da poco tempo e non ho nulla da vendere, ma decido di fare una passeggiata per vedere se c’è qualche buon affare. Ho comprato quasi subito un tostapane per soli tre euro,  apparentemente funzionante. A questo punto spero solo non sia un regalo di qualche vecchio fidanzato... Tra l’altro vi è un’ulteriore possibilità: qualora il tostapane non dovesse funzionare bene (o nel caso in cui me ne regalino uno nuovo) posso sempre rivenderlo (per essere onesto a non più di due euro) al prossimo brocante: un oggetto potrebbe quindi passare di mano in mano fra gli abitanti del quartiere, oppure ritornare al proprietario precedente che ne ha nostalgia.

Attraverso gli oggetti è possibile vedere le differenze di un quartiere storico e complesso come Schaerbeek, che ha la sua parte più ricca nella zona residenziale in prossimità della Commissione Europea, e la sua parte povera verso la Gare du Nord, la zona delle prostitute in vetrina con i prezzi segnati sul vetro (ai prezzi sono assegnate bibite e non il tipo di prestazione sessuale: si va da una coca-cola a cinque euro fino allo champagne a centoventi); in mezzo ci sono zone più o meno popolari, come quella vicina alla stazione ferroviaria di Schaerbeek Gare (un edificio bellissimo, una delle stazioni più antiche, se non la più antica, dell’Europa continentale) o quella accanto al parco, decisamente più huppé, come dicono da queste parti francesizzando (anche nella pronuncia) l’inglese up.




Cherubina, Senza titolo


Alcune famiglie di origine marocchina vendono pentole e teiere di rame, una mano di Fatima da appendere al muro e alcuni dvd  di comici belgi, oltre a una vecchia videocassetta di Io e Annie di Woody Allen. Una famiglia fiamminga ha tutta una serie di gialli e di giochi per i bambini, oltre ad un letto per neonati in buono stato. Una donna olandese vende delle belle scatole che ha dipinto lei stessa, riprendendo lo stile, a quanto dice, di alcuni artisti che vivono nelle isole Frisone, nell’Olanda del nord. Sono isole dove è possibile girare solo a piedi e in bicicletta e, a sentire lei, sono note per le foche e per le vacche. Lassù solo i primigeniti possono gestire le fattorie, così fratelli e sorelle più piccoli si sono ingegnati per colorare scatole da vendere, a prezzi altissimi, ai turisti. La signora invece li vende a prezzi più bassi, ma non tanto da convincermi a comprarli. Nella piccola via adibita a mercato conto almeno quattro vecchie radio di legno, affascinanti ma troppo care. Una famiglia francese vende libri di Simenon e Amelie Nothomb, ma c’è anche un libro di Hugo Claus che non conosco e che decido di comprare a un euro. Il bimbo piccolo vende anche vecchie copie di Topolino, nella doppia versione francese e olandese.

Dalla piccola passeggiata al brocante è abbastanza facile ricostruire l’intimità degli abitanti del quartiere, e la cosa al tempo stesso mi affascina e mi mette a disagio. Il rapporto fra vita privata e melting-pot sociale mi fa pensare allo stesso Belgio, dove da una parte vige la comunità europea e l’abbattimento delle frontiere, mentre dall’altra fiamminghi, valloni e tedeschi, che pure per più di un secolo hanno convissuto, non riescono a mettersi d’accordo su questioni come la scuola pubblica e la sanità. È il rapporto fra locale e globale, che oggi a quanto pare è una delle chiavi per comprendere il mondo.

A questo proposito mi viene in mente una fotografa olandese nata al confine con il Belgio, ma residente a Bruxelles, che ha analizzato nella sua opera il rapporto fra locale e globale. Isabelle Pateer, nel suo lavoro Unsettled, ha fotografato alcune persone di un piccolo paese del Limburgo, alla frontiera con l’Olanda, che verrà spopolato per ingrandire il porto di Anversa. Le foto sono visibili sul sito www.isabellepateer.com e raccontano di giovani in ambienti isolati o decadenti, costretti ad andarsene ma legati in qualche modo ad un paese che non esiste più. Sono giovani provenienti da tutto il mondo che si sono costruiti un’identità nel Limburgo e che ora sono costretti ad abbandonarla e, se possibile, a trovarsene un’altra, in un paese che sull’identità (anzi, sulle identità) ha già diversi problemi per conto suo. E come se l’identità fosse un lavoro a tempo determinato, che finisce e ricomincia nel giro di pochi mesi. Poi si può anche pensare che l’ingrandimento del porto sia un fatto positivo, poiché porta lavoro, migliora trasporti di merci e persone, azzera le distanze. Ma è paradossale che per avvicinare alcune persone sia necessario sradicarne altre. I visi dei modelli di Isabelle Pateer sono l’espressione del Belgio, ma anche dell’Europa centrale di oggi: un ventre molle che non è frontiera, ma si costituisce come frontiera interna, frontiera a se stessa, si potrebbe dire, e che oscilla pericolosamente (e schizofrenicamente) fra convivenza civile e violenza xenofoba.




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