LUOGO COMUNE
CINEMA E RISORGIMENTO
Qui si fa l’Italia o… si recita


      
Soltanto Mario Martone con “Noi credevamo” ha raccolto un appello che lanciò l’ex presidente della Repubblica Ciampi a girare dei film per il 150° anniversario dell’Unità. Eppure fin dagli albori – a partire da “Garibaldi” (1907) di Mario Caserini – il filone risorgimentale ha nutrito la cinematografia nazionale. Passando per “La cavalcata ardente” di Carmine Gallone, “Anita” di Aldo De Benedetti, “Un garibaldino al convento” di Vittorio De Sica, fino ai capolavori di Luchino Visconti “Senso” (1954) e “Il Gattopardo” (1963). E ricordando ancora, tra gli altri, “Quanto è bello lu murire acciso” di Ennio Lorenzini, “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” di Florestano Vancini, “In nome del popolo sovrano” di Luigi Magni.
      



      

di Enzo Natta

 

 

Era un pallino di Carlo Azeglio Ciampi, che durante il suo settennato lo caldeggiò vivamente durante un incontro con i cineasti in occasione dei David di Donatello. Eravamo nel 2002 e da allora soltanto Mario Martone ha raccolto l’appello con Noi credevamo (proiettato in anteprima all’ultima Mostra di Venezia per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia). Film il cui titolo è preso in prestito dal romanzo di Anna Banti e in cui i quarant’anni cruciali del Risorgimento sono raccontati “dal basso” (secondo i parametri dello storico francese Jacques Le Goff), con Giuseppe Mazzini interpretato da Toni Servillo e Francesco Crispi da Luca Zingaretti.

Tanto basta per dimostrare quanta poca familiarità goda il Risorgimento sui set del cinema italiano. Un disinteresse che non è sfuggito a un altro regista, Davide Ferrario, alle prese con un documentario che da Bergamo alla Sicilia ripercorre l’itinerario dei Mille di Garibaldi per sondare quel che resta di quell’impresa nella memoria storica degli italiani.

I risultati che emergeranno dal sondaggio di Ferrario contribuiranno senza dubbio a chiarire le ragioni dello scarso “feeling” fra quella che dovrebbe essere la coscienza patriottica e la storia dell’unità nazionale. Il filo che accompagna l’inchiesta di Ferrario è lo stesso da cui muovono le preccupazioni di Carlo Azeglio Ciampi e dal quale traspaiono le labili tracce filmografiche che del Risorgimento si trovano nel nostro cinema. Eppure le premesse, quando il cinema italiano era ancora agli esordi, erano state più che incoraggianti. Nel 1905 la Cines realizza La presa di Roma di Filoteo Alberini, le cui immagini con i bersaglieri che varcano la breccia di Porta Pia sono ancora oggi utilizzate come materiale di repertorio ogni volta che si rievoca l’evento.

In quegli anni, a teatro, furoreggiano drammi storici come Carlo Alberto, Giovane Italia, Il tessitore e il buon esito di quelle “pièces” nel 1907 contribuisce alla nascita del filone risorgimentale con Garibaldi di Mario Caserini,  seguìto tre anni dopo da Anita Garibaldi, sempre di Caserini, e dai Mille nel 1911, anche questo firmato da Caserini, che con la trilogia garibaldina si qualifica come il più attivo e prolifico regista del Risorgimento ai tempi del cinema muto. L’accoglienza delle platee è favorevole e il momento si rivela propizio a insistere sul tema. Una vera e propria marea di pellicole risorgimentali investe gli schermi. Fra queste O Roma, o morte!, La battaglia di Palestro, I carbonari, Confalonieri. Titoli talmente espliciti da colpire immediatamente la fantasia dell’immaginario collettivo, già messo sotto pressione dall’incalzante propaganda interventista e dal clima antiaustriaco che spingeranno l’Italia a schierarsi al fianco di Francia e Gran Bretagna nella prima guerra mondiale. Molti i ritratti di eroi del Risorgimento che accompagneranno l’ondata nazionalista, come Silvio Pellico, il martire dello Spielberg e Brescia, leonessa d’Italia dedicato a Tito Speri.      




Toni Servillo impersona Giuseppe Mazzini nel film di Mario Martone Noi credevamo (2010)


Ad alimentare la campagna interventista ci pensa anche la letteratura e infatti tra i romanzi che nella vigilia dell’entrata in guerra toccheranno punte di elevato consumo ci sono Romanticismo di Gerolamo Rovetta e Il dottor Antonio di Giovanni Ruffini, che troveranno più tardi la via dello schermo proprio sulla spinta della popolarità vissuta nel periodo precedente il 24 maggio. Il primo diretto da Clemente Fracassi e interpretato da Amedeo Nazzari, il secondo da Enrico Guazzoni.

A guerra finita, chi si affretta a raccogliere la fiaccola del Risorgimento per farla propria è il fascismo, che si fa interprete del combattentismo e si proclama depositario dell’amor patrio autoinvestendosi dello spirito risorgimentale con l’avallo del filosofo Giovanni Gentile e dello storico Gioacchino Volpe. D’altra parte olio di ricino e manganello finiscono presto in soffitta (Mussolini in persona proibisce la circolazione di Giovinezza eroica di Salvatore Di Bonito, unico film interpretato da Romilda Villani, la madre di Sophia Loren, proprio per la sua esaltazione dello squadrismo), così come la connotazione repubblicana e quella anticlericale che avevano tenuto a battesimo il fascismo sansepolcrista nel 1919, sepolti dalla Conciliazione con la Chiesa e dalla fabbrica del “consenso”. Che cosa, meglio del Risorgimento, può rappresentare il collante di una pacificazione interna che soltanto nella memoria condivisa di una Storia accomodante (dove Garibaldi, anziché costretto a deporre le armi, stringe la mano a Vittorio Emanuele II) riesce a trovare il cardine della ritrovata unità? Sono tanti i film sul Risorgimento che nonostante la crisi produttiva (la banca che nel primo dopoguerra scontava il portafoglio cinematografico era fallita) arrivano sugli schermi negli anni ’20: La cavalcata ardente di Carmine Gallone, I martiri d’Italia di Domenico Gaido, Anita (anche conosciuto come Garibaldi, l’eroe dei due mondi) di Aldo De Benedetti. Ma è nel 1934 che, favorito dalla prima legge sugli aiuti statali alla cinematografia e dall’inaugurazione dei nuovi studi della Cines attrezzati per il sonoro, esce 1860 di Alessandro Blasetti, rievocazione della spedizione dei Mille che il regime esibirà all’occhiello vantandola come esemplare sintesi di arte e ideologia. Non a caso uno storico del cinema, Morando Morandini, parla di consonanze con la propaganda del regime e sottolinea che “i 5 minuti che mancano  dall’edizione originale ne contenevano i segni più grossolani”.   

Il filone prospera con film come Villafranca di Giovacchino Forzano, Teresa Confalonieri di Guido Brignone, Piccolo mondo antico di Mario Soldati, Giacomo l’idealista di Alberto Lattuada, Mater dolorosa di Giacono Gentilomo, Un garibaldino al convento di Vittorio De Sica e prosegue nell’immediato secondo dopoguerra con Cavalcata d’eroi di Mario Costa, Camicie rosse di Goffredo Alessandrini (con Anna Magnani nel ruolo di Anita), Eran trecento…di Gian Paolo Callegari e l’episodio deamicisiano del tamburino sardo in Altri tempi di Blasetti.

A segnare una svolta, nel 1952, è La pattuglia sperduta di Piero Nelli, dove il movente apologetico e celebratrivo cede il passo al dramma psicologico e individuale del povero soldatino abbandonato e sperduto sul campo di battaglia. Una visione antieroica del Risorgimento che continua con Senso (1954) e con Il Gattopardo (1963), entrambi di Luchino Visconti, che hanno in comune la fine di un mondo e la nascita di nuove classi sociali, pur nel persistere di forze che ostacolando il progresso della Storia non accennano a sgombrare la scena ma continuano a proiettare la loro ombra sulle sorti d’Italia.




Il Gattopardo (1963), regia di Luchino Visconti


Fra questi due film c’è Viva l’Italia (1961) di Roberto Rossellini, film del “compromesso storico” (alla sua sceneggiatura contribuirono cattolici come Diego Fabbri e Antonio Petrucci, comunisti come Antonello Trombadori e Sergio Amidei) che dell’epopea garibaldina offre una lettura demitizzata, con un Garibaldi carico di acciacchi (interpretato da Renzo Ricci) che dovrebbe restituire non una dimensione eroica ma umana del personaggio.   

È l’avvio dell’altra faccia del Risorgimento che si delinea non soltanto con i tratti dei suoi oppositori (in prima fila il brigantaggio meridionale, un’autentica guerra civile che rappresentò la “resistenza” borbonica, con film come Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi, I briganti italiani di Mario Camerini, Li chiamarono briganti! di Pasquale Squitieri, O’ Re di Luigi Magni sulla figura di Francesco II di Borbone), ma anche con le attese deluse e le speranze tradite. Che arrivano tramite opere quali Quanto è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini (la fallita spedizione di Carlo Pisacane a Sapri letta in una chiave politica che condanna gli astratti furori della rivoluzione) e Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato di Florestano Vancini (la rivolta popolare di Bronte, nel Catanese, poco prima dell’arrivo di Garibaldi fu stroncata nel sangue da Nino Bixio che confuse un’insurrezione con un teppistico moto di piazza), In nome del popolo sovrano di Luigi Magni (la fine cruenta della Repubblica Romana).     

Dopo tante forzature retoriche, prima sabaude e poi fasciste, non alieno da revisionismi d’ogni tipo, borbonici, leghisti e quant’altro, il Risorgimento, e con lui il cinema che lo interpreta, deve forse ancora trovare il giusto equilibrio in quell’intento educativo, civile e patriottico che nei Miei ricordi Massimo D’Azeglio indicava come l’esperienza da seguire perché un’intera nazione potesse stringersi in un unico abbraccio capace di conciliare il vecchio e il nuovo. Si riparte da Noi credevamo?

  




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