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di Enzo Natta
Era un pallino
di Carlo Azeglio Ciampi, che durante il suo settennato lo caldeggiò vivamente
durante un incontro con i cineasti in occasione dei David di Donatello. Eravamo
nel 2002 e da allora soltanto Mario Martone ha raccolto l’appello con Noi credevamo (proiettato in anteprima all’ultima
Mostra di Venezia per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia). Film il cui
titolo è preso in prestito dal romanzo di Anna Banti e in cui i quarant’anni
cruciali del Risorgimento sono raccontati “dal basso” (secondo i parametri
dello storico francese Jacques Le Goff), con Giuseppe Mazzini interpretato da
Toni Servillo e Francesco Crispi da Luca Zingaretti.
Tanto basta per
dimostrare quanta poca familiarità goda il Risorgimento sui set del cinema
italiano. Un disinteresse che non è sfuggito a un altro regista, Davide
Ferrario, alle prese con un documentario che da Bergamo alla Sicilia ripercorre
l’itinerario dei Mille di Garibaldi per sondare quel che resta di quell’impresa
nella memoria storica degli italiani.
I risultati che
emergeranno dal sondaggio di Ferrario contribuiranno senza dubbio a chiarire le
ragioni dello scarso “feeling” fra quella che dovrebbe essere la coscienza
patriottica e la storia dell’unità nazionale. Il filo che accompagna
l’inchiesta di Ferrario è lo stesso da cui muovono le preccupazioni di Carlo
Azeglio Ciampi e dal quale traspaiono le labili tracce filmografiche che del
Risorgimento si trovano nel nostro cinema. Eppure le premesse, quando il cinema
italiano era ancora agli esordi, erano state più che incoraggianti. Nel 1905 la Cines realizza La presa di Roma di Filoteo Alberini, le
cui immagini con i bersaglieri che varcano la breccia di Porta Pia sono ancora
oggi utilizzate come materiale di repertorio ogni volta che si rievoca l’evento.
In quegli anni,
a teatro, furoreggiano drammi storici come Carlo
Alberto, Giovane Italia, Il tessitore e il buon esito di quelle “pièces”
nel 1907 contribuisce alla nascita del filone risorgimentale con Garibaldi di Mario Caserini, seguìto tre anni dopo da Anita Garibaldi, sempre di Caserini, e dai Mille nel 1911, anche questo firmato da Caserini, che con la trilogia
garibaldina si qualifica come il più attivo e prolifico regista del
Risorgimento ai tempi del cinema muto. L’accoglienza delle platee è favorevole
e il momento si rivela propizio a insistere sul tema. Una vera e propria marea
di pellicole risorgimentali investe gli schermi. Fra queste O Roma, o morte!, La battaglia di Palestro, I
carbonari, Confalonieri. Titoli
talmente espliciti da colpire immediatamente la fantasia dell’immaginario
collettivo, già messo sotto pressione dall’incalzante propaganda interventista
e dal clima antiaustriaco che spingeranno l’Italia a schierarsi al fianco di
Francia e Gran Bretagna nella prima guerra mondiale. Molti i ritratti di eroi
del Risorgimento che accompagneranno l’ondata nazionalista, come Silvio Pellico, il martire dello Spielberg
e Brescia, leonessa d’Italia dedicato
a Tito Speri.
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Toni Servillo impersona Giuseppe Mazzini nel film di Mario Martone Noi credevamo (2010)
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Ad alimentare la
campagna interventista ci pensa anche la letteratura e infatti tra i romanzi
che nella vigilia dell’entrata in guerra toccheranno punte di elevato consumo
ci sono Romanticismo di Gerolamo
Rovetta e Il dottor Antonio di
Giovanni Ruffini, che troveranno più tardi la via dello schermo proprio sulla
spinta della popolarità vissuta nel periodo precedente il 24 maggio. Il primo
diretto da Clemente Fracassi e interpretato da Amedeo Nazzari, il secondo da
Enrico Guazzoni.
A guerra finita,
chi si affretta a raccogliere la fiaccola del Risorgimento per farla propria è
il fascismo, che si fa interprete del combattentismo e si proclama depositario
dell’amor patrio autoinvestendosi dello spirito risorgimentale con l’avallo del
filosofo Giovanni Gentile e dello storico Gioacchino Volpe. D’altra parte olio
di ricino e manganello finiscono presto in soffitta (Mussolini in persona proibisce
la circolazione di Giovinezza eroica
di Salvatore Di Bonito, unico film interpretato da Romilda Villani, la madre di
Sophia Loren, proprio per la sua esaltazione dello squadrismo), così come la
connotazione repubblicana e quella anticlericale che avevano tenuto a battesimo
il fascismo sansepolcrista nel 1919, sepolti dalla Conciliazione con la Chiesa e dalla fabbrica del
“consenso”. Che cosa, meglio del Risorgimento, può rappresentare il collante di
una pacificazione interna che soltanto nella memoria condivisa di una Storia
accomodante (dove Garibaldi, anziché costretto a deporre le armi, stringe la
mano a Vittorio Emanuele II) riesce a trovare il cardine della ritrovata unità?
Sono tanti i film sul Risorgimento che nonostante la crisi produttiva (la banca
che nel primo dopoguerra scontava il portafoglio cinematografico era fallita)
arrivano sugli schermi negli anni ’20: La
cavalcata ardente di Carmine Gallone, I
martiri d’Italia di Domenico Gaido, Anita
(anche conosciuto come Garibaldi, l’eroe
dei due mondi) di Aldo De Benedetti. Ma è nel 1934 che, favorito dalla
prima legge sugli aiuti statali alla cinematografia e dall’inaugurazione dei
nuovi studi della Cines attrezzati per il sonoro, esce 1860 di Alessandro Blasetti, rievocazione della spedizione dei
Mille che il regime esibirà all’occhiello vantandola come esemplare sintesi di
arte e ideologia. Non a caso uno storico del cinema, Morando Morandini, parla
di consonanze con la propaganda del regime e sottolinea che “i 5 minuti che
mancano dall’edizione originale ne
contenevano i segni più grossolani”.
Il filone
prospera con film come Villafranca di
Giovacchino Forzano, Teresa Confalonieri
di Guido Brignone, Piccolo mondo antico
di Mario Soldati, Giacomo l’idealista
di Alberto Lattuada, Mater dolorosa
di Giacono Gentilomo, Un garibaldino al
convento di Vittorio De Sica e prosegue nell’immediato secondo dopoguerra
con Cavalcata d’eroi di Mario Costa, Camicie rosse di Goffredo Alessandrini
(con Anna Magnani nel ruolo di Anita), Eran
trecento…di Gian Paolo Callegari e l’episodio deamicisiano del tamburino
sardo in Altri tempi di Blasetti.
A segnare una
svolta, nel 1952, è La pattuglia sperduta
di Piero Nelli, dove il movente apologetico e celebratrivo cede il passo al
dramma psicologico e individuale del povero soldatino abbandonato e sperduto
sul campo di battaglia. Una visione antieroica del Risorgimento che continua
con Senso (1954) e con Il Gattopardo (1963), entrambi di
Luchino Visconti, che hanno in comune la fine di un mondo e la nascita di nuove
classi sociali, pur nel persistere di forze che ostacolando il progresso della
Storia non accennano a sgombrare la scena ma continuano a proiettare la loro
ombra sulle sorti d’Italia.
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Il Gattopardo (1963), regia di Luchino Visconti
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Fra questi due
film c’è Viva l’Italia (1961) di
Roberto Rossellini, film del “compromesso storico” (alla sua sceneggiatura
contribuirono cattolici come Diego Fabbri e Antonio Petrucci, comunisti come
Antonello Trombadori e Sergio Amidei) che dell’epopea garibaldina offre una
lettura demitizzata, con un Garibaldi carico di acciacchi (interpretato da Renzo
Ricci) che dovrebbe restituire non una dimensione eroica ma umana del
personaggio.
È l’avvio
dell’altra faccia del Risorgimento che si delinea non soltanto con i tratti dei
suoi oppositori (in prima fila il brigantaggio meridionale, un’autentica guerra
civile che rappresentò la “resistenza” borbonica, con film come Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro
Germi, I briganti italiani di Mario Camerini,
Li chiamarono briganti! di Pasquale
Squitieri, O’ Re di Luigi Magni sulla
figura di Francesco II di Borbone), ma anche con le attese deluse e le speranze
tradite. Che arrivano tramite opere quali Quanto
è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini (la fallita spedizione di Carlo
Pisacane a Sapri letta in una chiave politica che condanna gli astratti furori
della rivoluzione) e Bronte, cronaca di
un massacro che i libri di storia non hanno raccontato di Florestano
Vancini (la rivolta popolare di Bronte, nel Catanese, poco prima dell’arrivo di
Garibaldi fu stroncata nel sangue da Nino Bixio che confuse un’insurrezione con
un teppistico moto di piazza), In nome
del popolo sovrano di Luigi Magni (la fine cruenta della Repubblica Romana).
Dopo tante
forzature retoriche, prima sabaude e poi fasciste, non alieno da revisionismi
d’ogni tipo, borbonici, leghisti e quant’altro, il Risorgimento, e con lui il
cinema che lo interpreta, deve forse ancora trovare il giusto equilibrio in
quell’intento educativo, civile e patriottico che nei Miei ricordi Massimo D’Azeglio indicava come l’esperienza da
seguire perché un’intera nazione potesse stringersi in un unico abbraccio
capace di conciliare il vecchio e il nuovo. Si riparte da Noi credevamo?
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