Parlavi per intonare una tua antica
voce
1)
Andavo in visita a mia madre negli inverni,
quando da anni preferiva restare immobile e seduta,
silenziosa
sognando un po’ certi pensieri tristi.
La vista
danneggiata, i piedi e la schiena compromessi, la paura di cadere e di
muoversi, al mio arrivo, volevi sfogarti un po’ con me, stringevi gli occhi
miopi per far sentire come anche tu non vedessi bene, ma allungandoti verso di
me, chiedevi un’attenzione.
Volavano
tristezze e non potevi fermarle, ti appoggiavi allo schienale, tuo unico
sostegno, e con la voce dalla grana piena di suoni amorosi ci parlavi:
Parlavi per
intonare una tua antica voce, sensibile e profonda venirci incontro maturare,
fiorire
e poi cadere
seminare, più melodie nella tua stanza, che ne restava scossa, impregnata al
fondo;
lamentavi il
presente troppo avaro di gesti affettuosi per te, ma lamentavi anche la sera le
sue solitudini anziane, appassite per poca vita.
E ci straziavi il cuore, noi col cappotto in
mano, vitellini scappati o già venduti al mercato,
tanto tempo
prima, senza che là nessuno il marchio avesse mai potuto scioglierlo mondarlo,
poi estirparlo,
tumore colpa di nessuno, che una vita o il destino, ci si incollasse alla pelle
come sanguisuga.
2)
Molte volte, era la storia dalla cupola
illimitata a farti volare:
prendevi
l’inizio da un qualsiasi ricordo, più spesso strano lieto o di tragedia, della
tua famiglia, e partiva la danza che ariosa procedeva, senza limiti di spazio.
Di profilo vedevo il tuo naso bello e diritto segnare l’orizzonte, lasciare
traccia durevole nell’aria e, come la tua voce dare un segno impregnante poi sparire, disseminare sé. I saluti più
tardi venivano evitati perché vissuti come il dramma dell’addio che dovevamo
ripetere, eseguirlo; e mai tra noi nessuna, che strappasse l’ipnotica catena,
che rompesse il suo ordine, strattonando
il cappio.
E nessuna sapeva
più di te, di quei fatti misteriosi cui parlavi che ritessevi come tradizione
tua, quel nostro libro detto, e non scritto – cui ciascuno doveva credere per
fede, quando attaccavi a dire,
“Tu non sai
quando...” le orecchie mi si spalancavano, il fiato si faceva corto, le mani
immobili per non disturbare te sola, in solitaria positura, la corolla
abbassata, vaticinavi e narravi di noi, della tua vita tutta, e di generazioni
che ci avevano precedute, in quella musica dolente risaputa si ricreava intera
la storia di un popolo, la sua stanchezza girovaga e vana verso le periferie:
la vita dei Lama prendeva spesso un’aria
dolorosa ma pur sempre ariosa, e perenne al punto che sentivo di esserne parte
anch’io, di quella storia intima, vi appartenevo con il cuore più persuaso.
3)
Altre
volte, ancora, era la storia immensa dalla cupola senza tempo a ispirarti,
come la storia del fratello prediletto, accompagnato a casa
di già morto annegato, a braccia dai paesani, poiché l’altro, il più piccolo
non era riuscito a muoversi gridare, trarlo in salvo dal letto del torrente
Parma, dov’era andato ad imparare il nuoto.
E tua madre nel riconoscerlo era impazzita, si era strappata
i capelli e già gridava, non si sa quali grida, Accorrete correte! e tutti
tornavano lentamente a casa, dove lasciarsi fulminare poi dalla visione. E il
fratello maggiore, i parenti gli amici tutti tornavano, dai campi verso sera,
ma lui solo, Glauco non poteva, il più dolce sensibile, il più a te vicino, che
ti aiutava a studiare, e a proteggerti dagli altri, già amico di quel Piero che
ti avrebbe sposata.
E tu là ragazza, unica femmina incapace, d’avvicinare la
madre sempre lontana e dura, che strappandosi i capelli sulla scena di casa,
rendeva pubblico lo strazio e sul dormiente urlava, senza più fiato lo chiamava
indietro; a te nessuno che prendeva le mani, che calmava.