LE VIE DEL RACCONTO
MARIA PIA QUINTAVALLA
 

Parlavi per intonare una tua antica voce

 

1)

 Andavo in visita a mia madre negli inverni, quando da anni preferiva restare immobile e seduta,

silenziosa sognando un po’ certi pensieri tristi.

La vista danneggiata, i piedi e la schiena compromessi, la paura di cadere e di muoversi, al mio arrivo, volevi sfogarti un po’ con me, stringevi gli occhi miopi per far sentire come anche tu non vedessi bene, ma allungandoti verso di me, chiedevi un’attenzione.

Volavano tristezze e non potevi fermarle, ti appoggiavi allo schienale, tuo unico sostegno, e con la voce dalla grana piena di suoni amorosi ci parlavi:

Parlavi per intonare una tua antica voce, sensibile e profonda venirci incontro maturare, fiorire

e poi cadere seminare, più melodie nella tua stanza, che ne restava scossa, impregnata al fondo;

lamentavi il presente troppo avaro di gesti affettuosi per te, ma lamentavi anche la sera le sue solitudini anziane, appassite per poca vita.

 

E ci straziavi il cuore, noi col cappotto in mano, vitellini scappati o già venduti al mercato,

tanto tempo prima, senza che là nessuno il marchio avesse mai potuto scioglierlo mondarlo,

poi estirparlo, tumore colpa di nessuno, che una vita o il destino, ci si incollasse alla pelle come sanguisuga.

 

 

2)

Molte volte, era la storia dalla cupola illimitata a farti volare:

prendevi l’inizio da un qualsiasi ricordo, più spesso strano lieto o di tragedia, della tua famiglia, e partiva la danza che ariosa procedeva, senza limiti di spazio. Di profilo vedevo il tuo naso bello e diritto segnare l’orizzonte, lasciare traccia durevole nell’aria e, come la tua voce dare un segno impregnante  poi sparire, disseminare sé. I saluti più tardi venivano evitati perché vissuti come il dramma dell’addio che dovevamo ripetere, eseguirlo; e mai tra noi nessuna, che strappasse l’ipnotica catena, che  rompesse il suo ordine, strattonando il cappio.

 

E nessuna sapeva più di te, di quei fatti misteriosi cui parlavi che ritessevi come tradizione tua, quel nostro libro detto, e non scritto – cui ciascuno doveva credere per fede, quando attaccavi a dire,

“Tu non sai quando...” le orecchie mi si spalancavano, il fiato si faceva corto, le mani immobili per non disturbare te sola, in solitaria positura, la corolla abbassata, vaticinavi e narravi di noi, della tua vita tutta, e di generazioni che ci avevano precedute, in quella musica dolente risaputa si ricreava intera la storia di un popolo, la sua stanchezza girovaga e vana verso le periferie: la vita dei Lama prendeva  spesso un’aria dolorosa ma pur sempre ariosa, e perenne al punto che sentivo di esserne parte anch’io, di quella storia intima, vi appartenevo con il cuore più persuaso.

 

 

3)

Altre volte, ancora, era la storia immensa dalla cupola senza tempo a ispirarti, 

come la storia del fratello prediletto, accompagnato a casa di già morto annegato, a braccia dai paesani, poiché l’altro, il più piccolo non era riuscito a muoversi gridare, trarlo in salvo dal letto del torrente Parma, dov’era andato ad imparare il nuoto.

E tua madre nel riconoscerlo era impazzita, si era strappata i capelli e già gridava, non si sa quali grida, Accorrete correte! e tutti tornavano lentamente a casa, dove lasciarsi fulminare poi dalla visione. E il fratello maggiore, i parenti gli amici tutti tornavano, dai campi verso sera, ma lui solo, Glauco non poteva, il più dolce sensibile, il più a te vicino, che ti aiutava a studiare, e a proteggerti dagli altri, già amico di quel Piero che ti avrebbe sposata.

E tu là ragazza, unica femmina incapace, d’avvicinare la madre sempre lontana e dura, che strappandosi i capelli sulla scena di casa, rendeva pubblico lo strazio e sul dormiente urlava, senza più fiato lo chiamava indietro; a te nessuno che prendeva le mani, che calmava.

 

 

 

 

 

 




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