LUOGO COMUNE
GENERAZIONI
A CONFRONTO
Dall’euforico sogno di rivolta di ieri allo stato di depressione presente e senza via d’uscita


      
La logica del ‘tempo’ e del ‘fuori tempo’, della ‘rivoluzione’ e della ‘rivoluzione impossibile’ letta all’interno di due libri di recente pubblicazione in cui s’incrociano la vicenda dei giovani ribelli, estremisti politici negli anni Settanta, e quella dei giovani precari di oggi, pressocché impossibilitati a ribellarsi, quasi paralizzati negli anni attuali della grande crisi globale. I volumi in questione sono: “Non abbiamo potuto essere gentili (Padri figli & guerre a seguire)” di Marco Palladini e “Non è un Paese per giovani, l’anomalia italiana: una generazione senza voce” di Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

«[…] sentivo che non ci si poteva fermare, eravamo in un fluxus d’energia irresistibile, come drogati, intrippati e stravolti d’ideologia e di movimentismo, potevamo soltanto correre e correre senza fermarci mai. Era quello il nostro modo di stare on the road. Era probabilmente una corsa cieca, la rincorsa a qualcosa, la Rivoluzione, che non sarebbe mai passata, ma allora era quella per noi l’unica maniera di essere, di percepirci veramente vivi.»

(M. Palladini, Non abbiamo potuto essere gentili)

 

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«Raccontare in dettaglio quale sia lo stato d’animo di un lavoratore con contratto di pochi mesi è indispensabile per capire molte – anche se non tutte – ragioni per le quali i giovani non mettono in atto una dura protesta. Anche chi ha molti ottimi motivi per protestare, di fatto si trova costretto a pensare a cosa mangerà, da rivoluzionario, una volta che il contratto sarà scaduto (a meno che non si faccia imprigionare, visto che in prigione almeno il vitto è assicurato).»

(E. Ambrosi e A. Rosina, Non è un Paese per giovani)

 

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Come cambiano i tempi! E già! Scrivere in questi giorni, recensire, fare pure delle relazioni sociopolitiche e culturali, in questi anni di logica post-distruzione, post 11 settembre, è davvero disarmante. È qualcosa che sembra di più umiliarti che redimerti. Niente ci salva, nemmeno la forza e il coraggio. Forse, neanche la denuncia. Sembrano, le mie, parole di un anziano che ha vissuto tutto e che rimpiange il tempo passato, il proprio inimitabile cammino. Invece no, sono parole di un giovane trentenne, costretto ormai all’abiura più che alla lotta. Eppure persone per bene, persone domiciliate con il senso del diritto e del rispetto all’interno di una democrazia sana continuano a scrivere, a denunciare, a fare il loro lavoro. Io devo fare il mio, il mio lavoro che non ho, che non posseggo, che non detengo in alcun modo. La mia è davvero una strage delle illusioni, come avvertiva inesorabile il grande Giacomo Leopardi. Mi occupo di poesia, quindi, mi masturbo, agli occhi dei più, e non riesco in nessun modo a incidere con metodo il mio pensiero nella pietra del tempo attuale che è ben più dura del tempo passato. Le pietre sono dure! Sono molto simili alle menti, ai cervelli che ci circondano. Non desidero lamentarmi ingenuamente, ma desidero che si sappia che niente mi dà la spinta giusta per continuare a fare quello che da circa cinque anni sto facendo, gratis, senza un euro di giusta ricompensa, non perché io sia la grande firma da pagare, ma perché come direbbe Einstein “la mia razza è umana”, e scrivo tanto per me e tanto per un potenziale pubblico di lettori presente su “Le reti di Dedalus”. Il deserto che vedo all’orizzonte è fatto di mutuo soccorso, cioè di un’economia che non c’è più, di un lavoro che non c’è più. Il mio deserto è rappresentato dal danaro, che non c’è, che non circola più perché si vive ma solo perché si sopravvive. Il mio deserto è rappresentato dal danaro perché non ne posseggo per potermi occupare di poesia come desidererei davvero. Ergo, non ho soldi per comprarmi i libri che mi occorrono per fare uno studio davvero accurato, per tenermi informato, aggiornato su le novità editoriali che riguardano la poesia. I libri vengono pubblicati ed esposti nelle librerie, ed io non posso comprarli come vorrei. Fine. Studio per quel che posso. Non sarò un critico del tutto attendibile, ma un militante, questo si, di sicura possa, e quello che indosso è ormai più una divisa che una scelta di gusto. Lo devo ai miei genitori se non vado in giro come un francescano.

Ebbene, scrivo queste cose perché la lettura incrociata di due libri mi ha fatto capire quanto sia abissale la differenza generazionale che c’è tra i giovani che hanno vissuto a fine anni Sessanta e Settanta la loro esistenza migliore, e la generazione degli attuali trentenni, nati nella metà degli anni Settanta e inizi anni Ottanta, che esprimono una giovinezza che è la negazione di sé stessa. Il mio dissenso iniziale ha una marca simil-depressiva-aggressiva-urlante e languente, una specie di acedia sovrastrutturale che si rivela essere il risultato più intestino di questa cesura generazionale nei confronti di persone e cose, fatti politici e fatti privati. Una generazione che porta nel cuore una lotta disarmata, a differenza di quella generazione che portava, non solo nel cuore, una lotta armata. Questa è una parabola che serve a spiegare non tanto le decisioni dei singoli individui, quanto la realtà sia il segno indelebile e tangibile di un cammino a ritroso, che s’immerge sempre più nelle acque dell’oblio e del dissidio. Quello che più si rischia oggi è il disfacimento dei rapporti sociali sempre più evidente sotto i nostri occhi, qualcosa che simula residui di passione e di ragione che interferiscono con l’attuale stato di disaffezione per le cose reali e concrete a favore di quelle sempre più astratte e artificiali. Di ogni cosa viviamo i residui. Dell’amore come del lavoro. Sono i tempi che furono quelli che adesso di più ci mancano, e la nostalgia è di tipo vitalistica più che politico-ideologica. Di sicuro è esistito un passato che ha espresso tanta vita.






La lettura incrociata di questi due libri, come dicevo, mi ha fatto capire quanto pesi e sia davvero sconvolgente la scomparsa di questa vitalità. I libri in questione portano con loro un carico inevitabile sia di felicità, di gioia, di desiderio di vivere, e sia un carico altrettanto inevitabile di delusione, di amarezza, di sconforto, di, a volte, totale negazione del significato dell’operato umano, civile e politico. I libri in questione sono: il primo, ormai posso dire, è scritto da un amico, s’intitola Non abbiamo potuto essere gentili (Padri figli & guerre a seguire) di Marco Palladini, edizioni Onyx, Roma, 2007, (€ 18,00; pp. 168); l’altro libro, il secondo, sembra stato scritto da due amici che però non conosco, che sono Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina, i quali hanno steso un libro-inchiesta che diventa anche romanzo inter-generazionale e psico-politico, dal titolo Non è un Paese per giovani (l’anomalia italiana: una generazione senza voce), edito per i tipi Marsilio-I Grilli, Venezia, 2009, (€ 10,00; pp. 111).

È difficile trattenersi, ma in alcuni brani del secondo libro, personalmente, giungevo quasi ad una commozione, grazie ad una scrittura niente affatto complessa e gestita con la responsabilità dell’analisi obbiettiva e del cuore, perché niente è più difficile da accettare per un giovane quanto il tornare indietro, quando, di fatto, si desidera una cosa sola, andare avanti, crescere, vivere, farsi una famiglia oppure non farsela, ma in libertà, sapendo che c’è stata un’altra generazione che lo ha preceduto, sia pur commettendo degli errori, che ha fatto di tutto per andare avanti in anni che gli storici hanno definito “anni di piombo”. Il risultato? Il risultato è che non si è andato né avanti e né indietro, ma ci si è scontrati, con forza, con delirio anche, generando un immenso baratro su questioni che stanno ancora nel piatto goloso dei principi della democrazia, della giustizia, del lavoro e della cultura.

Un’esplosione che è implosa: questa è la sensazione che ho ricevuto dalla lettura incrociata di questi due libri, i quali, a primo impatto emotivo, davvero fanno scaturire una reazione nostalgica ed anche un po’ severa su come siano cambiati drasticamente i tempi, i tempi generazionali. I quali stanno tracimando verso il basso, straripando con la coscienza di infliggere colpi tremendi. Colpi alla testa, al viso, allo stomaco, alle gambe dei trentenni di oggi, mentre la terra sotto i piedi si sgretola, frana. Quando dei libri riescono a dare uno spaccato preciso di due epoche (gli anni Settanta del Novecento e gli anni della grande crisi occupazionale che inizia nel 1992 in Italia, fino a protrarsi ai giorni attuali), sia pur con un condimento speciale fatto di sentimenti personali ma niente affatto sofisticati e affettati, si ottiene un miracolo della letteratura a dir poco eclatante, chiaro, tangibile, che ci fa capire come nulla nella vita conti di più dell’esperienza diretta, della ferita, del taglio e di tutto quell’armamentario non necessariamente ideologico che abita di fatto la sommità di un sogno.

 

A quest’ultima parola si può legare e far discorrere l’intensa trama pellicolare, quasi filmica, – un film privato, ovviamente, una specie di video-otto girato su pellicola amatoriale – dei ricordi personali di Marco Palladini che non hanno nessuna pretesa storica e didascalica, bensì emotiva e culturale per inquadrare “un’epoca di fuoco” più che di piombo, come la definisce l’autore del libro, il quale, immergendosi in una operazione che egli stesso definisce di “mnemonautica”, cioè di navigazione dentro la propria memoria, ricostruisce quelli che sono stati gli anni della sua attività politico-militante di giovane, giovanissimo ragazzo studente liceale e poi universitario, romano, animato da un concreto spirito non solo di ribellione, ma di cambiamento collettivo e costruttivo dell’allora società italiana. Il suo approdo esistenzial-politico negli anni Settanta del Novecento non è solo quello di un militante di base della sinistra giovanile più alternativa, rappresentata dal gruppo Avanguardia Operaia che, insieme a Lotta continua, ha riprodotto, sia pur con delle sbavature di metodo, un filo democratico extraparlamentare di una sovversione che non ammetteva le degenerazioni che furono poi evidenti nella costituzione delle Brigate Rosse, ma di un dirigente della federazione cittadina, quindi con tanto di rappresentanza democratica presso gli operai della zona Tufello-Val Melaina, oltre che responsabile della sezione universitaria di Av.Op della facoltà di Lettere alla “Sapienza” di Roma.

Un percorso che non è solo di qualcuno che ricorda, ma è innanzitutto di una persona che mentre ricorda rivive e capisce azioni giuste e sbagliate di un movimento non solo studentesco e, successivamente, universitario, bensì para-politico e di libera aggregazione socio-avanguardistica che inquadra i presupposti della lotta sociale in azioni che ancora oggi hanno la loro dignità e la loro empatia storica. Al di là degli scontri con i gruppi fascisti, cioè al di là delle questioni di politica interna, viscerali quanto perenni, i giovani che Palladini ha frequentato, cercando di raggiungere il cuore e l’intelligenza degli operai, (impresa ardua adesso come allora), che vivevano una vita interessata e non rassegnata, come molti di loro hanno poi iniziato a fare dal 1978 in poi a seguito della linea politica del Pci sempre più “revisionista” e avviatasi ad accettare il compromesso storico voluto da Moro e dalla Democrazia cristiana, erano giovani così polimorfi, così colorati, anche nell’abbigliamento oltre che nelle idee, che stabilivano l’esigenza, non diremo elitaria, anche se poi molti di loro diventeranno l’élite di una Sinistra che porta tutt’ora i nomi di Adornato, Borgna, D’Alema e Veltroni, «eredi preconizzati di Togliatti e Berlinguer»[i], ma un’esigenza di vivere il più possibile e al massimo il tempo che gli era destinato e concesso vivere, senza indugi e senza freni. Tant’è che Palladini parlerà di una personale e generazionale cavalcata on the road di quegli anni Settanta, volendo con ciò mettere in evidenza non tanto il marchio culturale di un’America fin troppo nemica in quel frangente storico, bensì una estravagante esperienza sentimental-sociale che in sé oltre alla politica, alle riunioni alle manifestazioni ai convegni e alle occupazioni delle case, portava con sé anche esperienze sessuali, allucinogene e paradisiache.

Era il sogno nella realtà unito ad una realtà che faceva, di fatto, sognare davvero. Finanche la violenza aveva un suo scopo benefico. Nulla accadeva per caso, e laddove esso appariva più prepotente, come negli abbandoni della lotta, nelle dispersioni dei compagni, nei suicidi, nelle overdose ecc., la frustrazione per una mancata realizzazione muoveva ad una lotta che doveva imprimersi con maggior coraggio e maggior convinzione. Niente fermava niente, neanche la prassi degli scontri in strada con la fin troppo sbrigativa sepoltura dei morti. C’è un aspetto che è dirimente nel libro di Palladini rispetto alla cultura dell’oggi, e riguarda la questione della rivoluzione che assume oltre al connotato ideologico-politico di parte, un altro aspetto che è ben più evidente e trasversale alla questione in sé, rappresentato dal tema della violenza, non solo come ciò che accade quando si conduce una battaglia, ma ciò che è insito in una ragione che vuole evidenziare il fatto stesso della lotta sentendola come il corrispettivo di una lungimirante eversione che non si macchia di squadrismo, di violenza gratuita e basso-ideologica, bensì di straordinaria nemesi, quindi di violenza da autodifesa, motivata da ingiustizie che sono il vero punto focale, politico e parlamentare, di uno Stato che non dà garanzie e non offre soluzioni al tema dei salari e della abitazione a migliaia di famiglie di operai. Il referente culturale, mi chiedo, non poteva non essere Bertolt Brecht, il quale in una sua sentenza e summa idealistico-razionale si esprime dicendo “anche noi che volevamo preparare il terreno alla gentilezza, non abbiamo potuto essere gentili”: frizione quasi escatologica che mira a confermare come la nozione di parlamentarismo si riduca ad un vano legiferare che non tiene in considerazione i bisogni dei cittadini, e offre soltanto una visione caco-idealistica della politica raggruppata in mere fazioni, in meri interessi. Così, soprattutto dopo l’avvento del nazifascismo, Brecht, che ipotizzava e auspicava il ritorno alla gentilezza, quindi alla democrazia, di fatto, intercetta il nervo scoperto della politica che affonda i suoi interessi nella lotta di classe e nell’egoismo partitico, al punto da estromettere il popolo che più di tutto dovrebbe stare al centro della polis. La gentilezza si trasforma in violenza, il nervo scoperto viene pestato. È il significato supremo dell’autodifesa: volevamo essere gentili, ma abbiamo dovuto difenderci per non essere calpestati! Una violenza necessaria, dunque. Il senso di fondo è che il cambiamento non si ottiene con il parlamentarismo, con la mediazione e il dialogo, bensì con la lotta, non solo di classe, ma con la lotta che inquadra il significato del cambiamento nel sangue. Non esiste lotta che non faccia feriti, mediatici quanto reali.

Lo stesso Palladini scrive che «il tema della violenza è uno di quei tormentoni che tutt’oggi – anzi tanto più oggi in miserabili tempi di “politicamente corretto” e di ‘bbuonismo’ democratico-sinistro – mi vedono schierato, da ferreo sadiano, in totale controtendenza rispetto all’ipocrisia opinante dominante. Per stare agli anni ’70 la violenza di autodifesa contro gli apparati repressivi o nell’antifascismo militante era per noi fuori discussione. Il Pci ormai da tempo sdraiato sull’idea dell’“ordine democratico” non accettava neppure questo livello, e con ciò ci sembrava tradire le sue stesse radici di partito combattente nella Resistenza al nazifascismo.[ii]» Per Palladini la lotta è necessaria, ma non lo è solo nella sua accezione idealistica, ma soprattutto nella sua traduzione pratica, in azioni e in manifestazioni che possono portare a scontri inevitabili. Certamente nulla è più condivisibile come altrettanto opinabile e biasimevole.

L’ombra di Pasolini si erge feroce su queste considerazioni, specie se la lotta si riduce ad uno scontro con la polizia, altro elemento di un sistema che non regge, per definizione comune, il confronto idealistico con chi desidera e vuole un vero cambiamento, ma niente può altrettanto eliminare l’importanza e la necessità di un apparato di difesa legale per i cittadini: quindi, la polizia, bene o male, serve, ed è per questo che diventa anch’essa un’altra vittima del sistema, proprio perché deve servire, in entrambi i sensi. Personalmente sto con Pasolini: mi interessa davvero poco fare una lotta che diventa giorno dopo giorno scontro con la polizia, e se anche fosse importante l’evento o quella causa, sapere già che, in qualsiasi manifestazione tu possa andare, “la pula” è dietro di te pronta a bastonarti, non mi aggrada!: io desidero combattere i politici e i bancarottieri che ci hanno fatto precipitare in questa crisi economica. Combattere in un modo nuovo, con una modalità che cambia la strategia, ma non la sostanza di fondo, ed è sulle strategie che bisogna investire.

Il modello Pasolini, che vede “vittime” del sistema ovunque, può essere risarcito nella sua funzione democratica e di protesta da quello che fanno alcuni comitati di liberi cittadini e credo disoccupati, perché per lottare occorre non solo del tempo, ma tanto tempo libero, che portano il nome di QuiMilanoLibera, QuiLeccoLibera, QuiBolognaLibera, il cui capostipite e iniziatore di questa pratica di lotta-ribellione, e informativa, è Piero Ricca, il giovane milanese che disse a Silvio Berlusconi il 5 maggio 2003, vincendo nel 2006 la causa che l’attuale premier gli intentò per diffamazione, all’uscita di uno dei suoi tanti processi, «Fatti processare, buffone! Rispetta la democrazia! Rispetta la dignità degli italiani! O farai la fine di Ceausescu e di Don Rodrigo![iii]» Questo è un esempio di protesta molto valido, perché stabilisce che a farla è il cittadino informato al di là di qualsiasi appartenenza a gruppi politici o di rivolta, come in passato invece era necessario che esistessero, e la dignità di quest’azione è sopra ogni cosa, perché prima di parlare il cittadino s’informa sul serio, quindi lotta con giusta cognizione di causa. L’esempio di Ricca, credo, sia valido anche sotto il profilo di una rinuncia ad un valore ideologico pedissequo, a favore di una protesta trasversale, che riguarda tutti gli italiani. È l’esempio di come il cittadino, se informato, diventa più forte dello Stato, che dovrebbe prevedere che nessun cittadino come Ricca esistesse, se solo lo Stato facesse quello che lo Stato deve fare: avere a cuore i propri cittadini senza considerarli dei sudditi.




Milano 1975: i giovani che 'sognavano la rivoluzione' assaltano la sede del Msi a via Mancini (ph. A. Bonasia)


Ecco che già da queste prime battute di riflessione emerge una lettura incrociata su temi, come la rivoluzione, che interscambiano, senza cadere dinanzi al principio generale, motivi diversi di attuazione. Una lettura incrociata che incontra tutte le azioni e defenestrazioni delle stesse, come se niente avesse mai raggiunto il suo vero scopo. L’aspetto dirimente, e mi preme ribadirlo per questioni che sono squisitamente di lettura attiva di questi libri sopra indicati, e che in qualche modo risolve il senso della dinamica della rivoluzione, della protesta sensata, in Palladini si alimenta del fatto che negli anni Settanta il «movimentismo» giovanile e studentesco-proletario-sindacale era abbastanza evidente ed anche formativo, laddove il «movimentismo» di questi anni in Italia, dal ’92 in poi, è, di fatto, statico, come se i cittadini avessero perso la bussola del loro orientamento civico. Anche Piero Ricca, a cui va un plauso per il coraggio e la capacità di esposizione, il che significa che non puoi più tornare indietro, mette in evidenza come il suo movimento sia ancora in fieri, e come sia altrettanto statico, nel senso che a muoversi, ad agitarsi, sono ancora in pochi. I filmati degli incontri-scontri, che finiscono su YouTube, con i politici a cui il “Ricca nazionale” recrimina in faccia le loro malefatte, diventano non un motivo di interesse sociale per una battaglia condivisa, bensì motivo di spettacolo, di rissa da strada, con tanto di clamore condominiale, un nuovo ed esilarante show dal quale la forza del contenuto rimane schiacciata dalla sudditanza all’immagine. Si vede Piero Ricca più per quello che fa e non per quello che dice, e questo è deprimente oltre che drammatico! È chiaro che se ciò viene letto e osservato da una persona che ha studiato il giudizio cambia, ma la maggioranza di noi, di fatto, non studia ed è sempre la meno attenta.

È per questi motivi che, da una parte il libro scritto da Palladini, e dall’altra il testo-inchiesta di Ambrosi e Rosina, è come se convergessero sul fatto che, mutamento o non mutamento delle istanze, il cambiamento rimane un’utopia oltre che una beffa. Ma come cambiano i tempi? Di fatto i tempi cambiano di per sé, ma cambiano nello specifico soprattutto perché avviene una mutazione antropologico-culturale in ogni uomo che si trova a vivere il suo tempo; aspetto, quest’ultimo, che Marco Palladini mette in evidenza facendo capire che l’impegno politico, la militanza, è qualcosa che si respira sempre e solo in condivisione con qualcuno, con un gruppo, fosse anche una setta, come egli stesso definisce ai suoi inizi Avanguardia Operaia, perché fortemente iniziatico e non partitico. Se non c’è un gruppo, di fatto, non c’è movimento e non c’è condivisione, e se non c’è condivisione non c’è partito e, di conseguenza, non c’è democrazia. Eliminata la coesione sociale, sopravvive un sogno di ribellione che è squisitamente romantico, che è di una purezza che sfiora l’astratto: rimane, in sintesi, quell’«io solo combatterò, procomberò sol io» di leopardiana memoria che non conduce a niente. Da soli non si va da nessuna parte!

Ciò che mina la lotta, benché resista il gruppo, è l’infiltrazione, cioè l’inserimento di soggetti nuovi che desiderano cavalcare uno scontro per trarne dei favori personali. «Rammento», scrive Palladini centrando un aspetto specifico di quel contesto storico, «che uno, reclutato da poco, vedendomi arrivare a una riunione con un volume di poesie di Rimbaud, ne prese spunto per accusarmi di non avere un adamantino stile di vita proletario, sottolineando che leggere poesia, tanto più se di un autore maudit (ma questo lui, nella sua crassa ignoranza, non lo sapeva) era una pratica borghese e andava censurata per preservare il puro costume comunista rivoluzionario. Ecco una simile mentalità idiota era, purtroppo, avallata da tutto un settore ultrapopulista e pseudoproletarista che stava ingrassando le sue fila dentro Av.Op e che io sentivo non soltanto profondamente estraneo, ma anche politicamente esiziale. Mi stavo accorgendo che più il gruppo reclutava, più apriva le sue porte a nuovi militanti e più si abbassava il livello di preparazione e il profilo culturale, e nel tourbillon dell’attivismo di massa, l’attività della scuola-quadri venne prima fortemente ridotta, poi pressoché accantonata. I nuovi gruppi di Av.Op che vedevo attorno a me erano sempre più rozzi, schematici, grossolani, criticamente inerti. Così mi dicevo: ed è con questa gente che vogliamo fare l’avanguardia del proletariato rivoluzionario?[iv]» Palladini è chiarissimo, non lascia nulla all’invenzione, setaccia ogni angolo della sua esperienza e fa emergere il necessario per capire fino in fondo dove si andava (insieme?) e dove stavano andando a finire tutti quei progetti di alternativa sociale.

Tutti i progetti continuavano a fluire incessantemente, ma si modificava l’attenzione nei confronti degli stessi. Si modificava la predisposizione di quelle che erano state fino ad allora le persone più attente nel continuare ad esserlo verso quelle ragioni, che venivano inquinate da diverse cose, dal dilagare sempre più insistente e incalzante della violenza nelle coscienze, dalle sparatorie, fino ai compiti di chi, dirigendo collettivi assai nutriti, come il nostro autore, si rendeva conto che stava man mano diventando «un burocrate della rivoluzione». Un burocrate che aveva capito, però, il nocciolo della questione, forse non tanto quello politico, perché la politica è qualcosa che si palesa sempre a distanza, ma il nocciolo della questione a livello umano, all’interno di quella profondissima avanguardia dell’anima che ammiccava l’avvento della Sinistra alternativa e rivoluzionaria. Se è vero, come è vero, che tutto si muoveva «nel ventre della madre setta», per cui «Noi volevamo stare altrove. Ed era, quindi, appropriata e giusta la dimensione di gruppo estremo, di piccola setta-mater (o matrigna): pur con tutta la sua precarietà», come scrive l’autore, «essa ci faceva amare e ci rendeva necessario quello svolgimento collettivo, quella pratica organizzativa senza respiro in cui ciascuno poteva, alla fine, trovare il proprio ruolo, sentirsi un minimo forse, ma non insignificante ingranaggio della grande ruota rivoluzionaria della storia.[v]»; tutto ciò si trasforma, s’inquina, inizia a nutrirsi di sgherri che impediscono ad alcuni uomini di continuare a fare incontri proficui. Palladini capisce che «i veri soggetti rivoluzionari, gli unici che marxianamente non avevano nulla da perdere se non le loro catene, erano i proletari; gli studenti andavano bene solo se si facevano militanti, solo se, rifiutando i loro legami e privilegi di classe, si mettevano al servizio della causa rivoluzionaria[vi]», e aggiunge: «se un’occupazione di case diventa un’esperienza di vita comune, di solidarietà attiva, l’occupazione di una facoltà è, nel migliore dei casi, soltanto un’esperienza di confronto intellettual-politico, nel peggiore, una palestra per tenzoni di energumeni gruppettari.[vii]»

A Palladini il primo aspetto che non piace della rivoluzione-avanguardista in seno ad una sinistra alternativa, non in linea con il Pci, visto che gli altri aspetti, anche se un po’ farseschi, burleschi e giocosi, comunque lo soddisfacevano, è il proliferare di “energumeni gruppettari”, di “gruppi guappi” e di sempre maggiori infiltrati, non pericolosi nell’azione dinamitarda, bensì nella loro ignoranza, per cui egli, già in controtendenza e in anticipo sui tempi, aveva intuito che tutto diventa, presto o tardi, strumento di una “longa manus” che spinge qualsiasi organizzazione a fraintendere la loro finta superiorità numerica con la vera superiorità fatta di reale appartenenza politica e culturale tra i soggetti membri. Il viaggio-ricordo di Palladini è un viaggio intestino, privato, privatissimo, come privatissima fu la sua scelta, ormai in totale disaccordo con Av.Op, di fuoriuscire dal gruppo per dare spazio sempre più evidente alla sua vena artistica e letteraria che già dai primi passi mossi all’interno di un’alternativa socio-culturale di Sinistra lo guidava. È la presa di coscienza di ogni fenomeno la cosa che davvero aggrada. Questo ci fa capire il nostro autore.

«Ovviamente non si vive, non si può vivere sulle ali del solo febbrile entusiasmo “testa calda & cuore in gola”, della sola emulsione adrenalinica, sul mero survoltaggio energetico.» – continua a scrivere. «La militanza, quella militanza rivoluzionaria, intanto avevo saputo introiettarla in quanto era stata vissuta come un totale (e cieco) innamoramento, una passione esclusiva, un diuturno sogno al cubo. Nel momento in cui essa si allontanò dal principio di piacere, cioè da quel plus di energia erotika, ‘a kazzoritto’ che conteneva e che si trasfondeva in chi la praticava, e cominciò ad avvicinarsi al principio di realtà facendosi prassi normativa, istituzionale, di partito, per tipi come me – ontologicamente movimentisti, irregolari, insoddisfatti, rompicoglioni, individualisti, soggettivamente in controtendenza – non c’era più posto. Avevo cercato di adattarmi, avevo bluffato con me stesso, avevo peraltro recitato bene la parte, in modo più che convincente, se tanti avevano ritenuto perfettamente credibile la mia incarnazione di giovanissimo (avevo 22 anni) apparatcik marxista-leninista.»

Il linguaggio stesso di Palladini, così marcato, a tratti così impuro e duro, un linguaggio quasi da strada che intercetta le esigenze prime di ogni imput esistenziale, ben chiaro ed evolutivo, fatto di una sordida limpidezza e scritto come se si stesse copulando, con grande enfasi e voracità, evidenzia quanto la rivoluzione fosse insita nel suo sangue, nell’avanguardia più meritevole, che poi sarà negli anni a venire del tutto poetica e teatrale, capace di ribadire quanto, non lui, ma la rivoluzione non fosse alla sua altezza. Questo interscambio che pone il senso di una chiusura e non di una mera superiorità di gusto intellettuale, che in quegli anni (1977-’78) culminerà con il rapimento di Moro, fa scrivere al nostro autore un “poema chimico-filosofico” sulla multirealtà sadico-sentimentale-eversiva, dal titolo «Furore asbesto»: un modo ormai conclusivo per alludere a ben altre rivoluzioni, da cui trabocca la coscienza che nessuno è innocente “dinanzi al male di vivere” e che il progresso è una presa in giro, una scorciatoia per un mondo assurdo.

In questo modo Marco Palladini chiude la sua esperienza politico-militante dentro Avanguardia Operaia, volgendo il suo sguardo alle Neoavanguardie letterarie, definendo così uno spazio nuovo d’azione, forse meno evidente dal lato pratico, ma ben più mordace nella coscienza e nel sentimento umano. «Nel ’79 lessi e recensii La condizione postmoderna di Jean François Lyotard, libro topico sulla dinamica di eclissi delle grandi ideologie della Modernità e del Novecento», scrive l’autore ancora evidenziando “un cuore in tumulto” ma una ragione più stabile: «[…] davo addio a un decennio che mi aveva marchiato per sempre e con me aveva segnato l’esistenza e il destino di un’avanguardia generazionale di massa contraddittoria, skizzata, dissennata, disgraziata, velleitaria, folle, confusa, commotiva, criminale e chi più ne ha più ne metta… ma forse, comunque, la migliore o almeno la più tosta e viva e reattiva del secondo ’900 italiota.[viii]»

Rimane evidente in tutto ciò, al di là di una condivisione, un aspetto che è quello di un movimento collettivo che oggi non esiste più, e un’impresa, tra le più nobili che oggi rasentano quasi la moda, ovvero l’occupazione delle case popolari dello IACP. La migliore impresa che Palladini, insieme ai suoi di Av. Op abbiano potuto fare, un gesto dove è più vera non solo l’appartenenza ad un gruppo eversivo, ma il senso più efficace dell’eversione. Quei giovani che negli anni Settanta si muovevano, che si agitavano, che si scontravano, sono oggigiorno giovani che si agitano e si scontrano sempre meno. Da una parte, in meglio, per una, forse, acquisita maturità, grazie anche all’insegnamento ricevuto da esperienze passate, di quelli che sono i fenomeni che possono realmente condurre ad un cambiamento sociale, dall’altra, in peggio, e con profonda tristezza anche cultural-ideologica, per quanti giovani ormai vivono soltanto resistendo e non ribellandosi in nessun modo.

 

Su quest’ultima trama dal riscontro socio-cultural-politico ed anche emotivo del “libro-mnemonautico” di Marco Palladini, s’inserisce l’accurato testo e inchiesta giornalistica di Ambrosi e Rosina, la cui veridicità è altrettanto drammatica ma meno nostalgica. Se il libro di Palladini misura la rivoluzione degli “anni di fuoco” valutando pesi e misure di una strategia, quello di Ambrosi-Rosina rivela ex novo la non-strategia di una rivoluzione che non ha né pesi e né misure. C’è un legame, però, tra i due testi che in maniera quasi del tutto inaspettata, ma naturale, si apre al lettore, ovvero la Lettera ad un figlio immaginario, che non ha nulla di “fallaciano”, che Palladini pone come chiosa a termine del suo libro. A questo figlio immaginario l’autore augura quello che il testo di Ambrosi-Rosina spiega non essergli più accaduto, cioè continuare a combattere con una pulsione, anche se non condivisibile, comunque vitalistica. La rivoluzione è morta, verrebbe da dire, anche se non lo è mai, nonostante la vita sempre più si stilizzi e si schematizzi, riducendo ogni cosa all’essenziale. Eravamo partiti dal sogno, dal termine “sogno” per legarci al libro di Palladini, e approdiamo all’incubo, ovvero all’anti-idealizzazione di ogni sogno. Bisognerebbe ricercare, su suggerimento attivo di Palladini, quello che Hunter S. Thompson chiama “l’energia di una generazione” nel suo celebre «Fear and Loathing in Las Vegas», di cui se ne riproduce un brano: «La Storia è difficile da riconoscere, per via di tutte le stronzate che ci aggiungono, ma anche senza essere sicuri di cosa dice la Storia pare del tutto ragionevole pensare che ogni tanto l’energia di un’intera generazione si concentri in un lungo bellissimo lampo, per ragioni che sul momento nessuno capisce – e che mai spiegheranno, retrospettivamente, ciò che è veramente accaduto.[ix]» Thompson parla di “energia”, di “ragionevolezza”, (nel giudizio come nelle istanze), parla di “bellissimo lampo”; ebbene che fine ha fatto tutta l’energia, la ragionevolezza e il bellissimo lampo di una generazione, ovviamente nuova? Nuova protagonista della società italiana? È svanito, finito, consumato! Tutta la vitalità che avevano i giovani della generazione di Palladini è oggi totalmente assente e stipata in una coscienza collettiva che teme troppo di morire di stenti, di fame, di schiavitù e di precariato. Si è ribaltata la questione della dinamica rivoluzionaria, benché una rivoluzione oggi appaia più necessaria di ieri agli occhi di chi vive un tempo senza tempo, un futuro senza futuro, e sullo sfondo continui ad ardere imperterrito il fuoco della protesta. Di tutto ciò il libro di Ambrosi-Rosina spiega e mette al corrente in maniera precisa e obiettiva, senza ipotizzare rivoluzioni che non avverranno mai.






Il libro-inchiesta di Elisabetta Ambrosi e di Alessandro Rosina (l’una giornalista a progetto, l’altro professore di Demografia all’università Cattolica di Milano) è un testo che potremmo definire un romanzo generazionale senza che nessuna generazione così indicata come proseguo di un cammino costruttivo appaia concretamente convinta di esserlo nella trama della propria esistenza. È un libro che parla di giovani-morti che vivono nell’assoluta indeterminatezza e precarietà del loro futuro. Un futuro che non c’è, o meglio, che è stato loro rubato. Se tutta agitata, militante, rivoluzionaria fu l’esperienza di Palladini e di tutti quelli della sua generazione, è invece del tutto immobile, senza ideologia e anti-rivoluzionario il movimento della generazione attuale. Va specificata una cosa, però. Mentre sopravvive un carico di nostalgia per quei tempi passati – ed è giusto che Palladini in qualche modo lo evidenzi come coscienza di una stagione vissuta almeno concretamente, anche se non ha dato spazio, discutibile, per un vero futuro a quella stessa generazione che ne fu protagonista – rimane sul piatto del bilancio politico-culturale di quegli anni un aspetto che è del tutto improponibile alla generazione attuale dei trentenni che non riescono in nessun modo a farsi sentire, neppure se riuscissero a protestare sul serio e con forza: ovvero un mutamento antropologico e caco-economico, come Giulio Tremonti tenta di spiegare nel suo libro dal titolo La paura e la speranza. Europa: la crisi globale che si avvicina e la via per superarla, Mondadori, 2009 (111 p.; € 9,00), che si conforma essere mutamento temporale inteso come cambiamento dell’uomo in sé, drogato di capitalismo e da ogni ipotesi di sviluppo perseguibile se non a senso unico; e ciò include i governi quanto le mafie.

Quello che non consente che il bene di quella esperienza para-rivoluzionaria degli anni Settanta del Novecento si traduca oggi in altrettanto «movimentismo rivoluzionario», sta nel fatto che i tempi sono cambiati con una modalità imperdonabile di involuzione morale e culturale. Questo ha prodotto una crisi, che oggi tutti respirano e sono consapevoli di pagare, da cui il dato finale, postremo e drammatico, che motiva la crisi è il risultato schifoso di ruberie protratte senza etica e senza nessun principio. Si è sempre rubato, questo lo si sa! Ma si è rubato con metodo. Oggi il metodo sta nel non guardare più in faccia a nessuno, giovane o anziano che sia, pubblico o privato che sia. Oggi si ruba tutto e si ruba a tutti. Il tema delle banche è un esempio fondamentale di tale pratica ladresca, legalizzata dai derivati. Ecco perché in passato una lotta poteva funzionare, perché alcuni rubavano, ed altri erano derubati. Le fazioni erano ben distinte. Oggi chi sa di essere stato derubato, tanto economicamente quanto moralmente di principi e valori, si rassegna non perché è vile – di fatto, prima lo si diceva, una qualche presenza di lotta esiste anche oggi in Italia, con Ricca, Saviano, Capacchione, Cantone, Grillo, Ciotti, nomi di magistrati, di scrittori, di sacerdoti, di comici-politici e di semplici cittadini che credono nel potere della parola, confermato in sentenze, in articoli, in letteratura, in omelie o nei blog – ma ci si ferma, ci si arresta e non si pensa neppure di protestare perché tale è lo sconforto e la frustrazione che ognuno, individualmente, vive, da non poter ritenere di agire più insieme facendo gruppo, creando coalizione. Tradendo così quel passo brechtiano a cui la generazione di Palladini poneva in essere il senso di una inevitabile strategia politica e culturale. Tant’è che Ambrosi e Rosina scrivono che «è certamente legittimo, in questo scenario, parlare di una vera e propria depressione giovanile, specificatamente italiana. Una condizione che crea un più o meno sottile disagio, scetticismo, inquietudine, tanto che varie recenti indagini hanno messo in evidenza come i trentenni oggi siano più infelici dei pensionati e degli anziani che vivono soli.[x]»

Con il termine “depressione” si deve intendere più che una patologia, «una modalità di essere, una paradossale forma di espressione e di protesta insieme, sebbene di fatto appaia come il contrario e non conduca a un cambiamento dell’esistente.[xi]» Tutto ciò perché? Perché i giovani di oggi sono stati derubati del loro futuro, il mercato del lavoro si è ridotto drasticamente perché i crac economici hanno ridotto la portata reale dell’occupazione, generando debito su debito, per cui capita che se in un ufficio si vuol tentare di entrare per lavorare, non c’è il posto perché la quinta, sesta o decima sedia per farti sedere non c’è, non si sa dove metterla. Non c’è proprio lo spazio per te! La tendenza è più o meno questa – scrivono sempre Ambrosi e Rosina – l’organico si restringe, le redazioni si fanno sguarnite, i contenuti si importano dall’estero[xii]. La prova che protestare è davvero difficile quando si ha un contratto precario è data da ciò che sta succedendo nel mondo dell’editoria e in particolare nel giornalismo: questa è un’osservazione che agisce da sentenza base, a cui si accodano tutte le altre, intese ovviamente come comportamenti non dissimili dal seguente. Quello del giornalismo è un settore che, anche se fatto di piccoli numeri, è particolarmente emblematico di questo meccanismo, perché è facile rilevare che la libertà di espressione e di critica, – di cui si parla tanto, specie in queste settimane di pieno delirio politico, tra trans, lodo e cocaina – è inversamente proporzionale alla precarietà. Più si è precari, meno si protesta. Ma c’è un aspetto ulteriore che inquadra questa attuale generazione, a cui prima si accennava, che sta nel cambiamento antropologico e culturale. «L’assenza del dissenso» – si legge – «ha bisogno di un ragionamento più ampio, che includa i mutamenti culturali, valoriali e psicologici che i nati tra gli anni settanta e i primi anni ottanta hanno vissuto e interiorizzato. Si è passati da una fase di grande ricchezza ideologica e ideale, e di fervente attivismo sociale e politico, a una fase di agnosticismo e disincanto. Proprio come se, nel tragitto che unisce il boom economico alla fine della Prima repubblica, lo stato d’animo in cui prevaleva l’entusiasmo per l’agire – quasi una sorta di “maniacalità” dei giovani di allora – fosse stato rimpiazzato da una fase quasi depressiva, scettico-realista, caratterizzata da modalità meno eccitate, più riflessive, di guardare il mondo.[xiii]» Ed è esattamente così! È questo quello che è accaduto.

I giovani di oggi riescono ad essere solo gentili, di una gentilezza che rasenta la follia, il cui seme è tutto dentro una paura ed uno sconforto che mina quel genuino significato della protesta e della ribellione. Ma c’è dell’altro, detto bene e sintetizzato con grande precisione terminologica e lessicale da Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina: «Ma proprio questo mutamento culturale – la privatizzazione dell’utopia – pone i giovani italiani di fronte a un amaro paradosso. Da un lato, la loro formazione li invita a realizzare le proprie vite come opere d’arte, a costruire la propria biografia in libertà. Questo è, d’altro canto, ciò che caratterizza i loro coetanei dei paesi dell’Europa nord-occidentale, e quelli statunitensi, che spesso impressionano per la disinvoltura, la libertà e anche la leggerezza con cui vivono le loro esistenze. Dall’altro lato, se tutta l’educazione li spinge al soddisfacimento delle proprie aspirazioni, la società reale glielo impedisce – lavoro precario, corporativismi, scarsità di risorse, welfare grottesco – senza fornire loro tuttavia nuove scatole ideali che li aiutino o ad accettare queste limitazioni, o a contestarle e superarle. Così, mentre i loro genitori erano forniti sia di strumentazioni ideologiche potenti, (giuste o sbagliate, da accettare o contestare, ma comunque punti di riferimento), unite a un’immensa apertura di possibilità (concorsi pubblici aperti, scuola pubblica, enti e amministrazioni, università ecc.), chi oggi ha trent’anni è sprovvisto di entrambi. L’unica ideologia-non ideologia, quella della libera espressione di sé, del compimento amoroso e professionale, lo spinge [il giovane ndr] a investire proprio là dove ogni investimento si rivela un fallimento.[xiv]» Insomma, i giovani di oggi sono in un vicolo cieco, senza voler essere troppo disfattisti o pessimisti, perché è il peso della realtà misurato alle capacità che essi possiedono, a volte in maniera anche eccelsa, a far derivare una visione materialistico-economica crudele, molto più cogente della propria formazione culturale. I giovani sono schiacciati dall’economia, non dai propri e naturali drammi leopardiani. Su questo filo ad alta tensione, vivono! O meglio, cercano di vivere e molti pensano di farlo ancora con qualche possibilità lucrativa. Niente di tutto questo accade, se non un continuo rimescolare le carte, che equivalgono alle proprie scelte e decisioni: giovani che prima studiano, poi lavorano; poi di nuovo riprendono a studiare e di conseguenza lasciano gli studi per tornare al lavoro: tutto in un meccanismo di cui è lampante il senso dell’indecisione come frutto della totale incertezza del proprio futuro, così perdono del tempo che il tempo non restituisce in nessun modo.

Ma c’è di più! C’è che il libro-inchiesta di Ambrosi-Rosina mette in evidenza non solo lo sfascio della politica, responsabile del fallimento di una intera generazione, in un paese come l’Italia in cui le raccomandazioni e non il merito sono servite davvero a qualcosa, ma c’è un aspetto quasi leopardiano di «errori popolari degli antichi», che chiama in causa la generazione di Palladini che si è servita della rivoluzione per costruirsi un futuro, borghese, che è andato a danno delle generazioni avvenire. «Si potrebbe dire» – scrivono i nostri due autori – «che questa generazione si è trovata a subire un vero e proprio trauma: quello che nasce quando l’intero sistema di valori col quale si è cresciuto (accesso allo studio, uguale lavoro, uguale piena realizzazione di sé, uguale felicità) d’improvviso non solo appare del tutto inefficace per affrontare una nuova situazione, ma si scontra con un altro sistema esattamente contrario, e dominante. […] Il lavoro si frantuma, si divide in mille rivoli: l’impiego, di qualsiasi tipo, nel settore pubblico non assorbe quasi più. È finito, come sono finiti i soldi. L’Italia si risveglia dall’orgia degli anni settanta e soprattutto ottanta, da quella che è stata una sorta di Belle Époque economica e sociale. Finita simbolicamente con il lancio delle monetine di fronte all’Hotel Raphael di Roma, cioè con Tangentopoli e il crollo della Prima repubblica. […] Si tratta di un passaggio non solo economico, ma culturale psicologico, radicale. Per la prima volta viene meno la consapevolezza che lo stato ti avrebbe aiutato, che c’era spazio anche per te, non solo in quanto invalido di guerra o raccomandato, ma anche semplicemente perché ottimamente laureato, e volenteroso di prestare servizio.»

Allora è chiaro, oggi è la precarietà che spezza le gambe alla protesta. Per fare la rivoluzione c’è bisogno che non tutto precipiti, nel senso che deve rimanere in piedi un ideale di lotta condiviso e la sicurezza che quella lotta, sia pur dura, sia pur drammatica, è necessaria alla totale riemersione di coscienze vigili, non depresse e addormentate. Se lo stato sociale precipita, precipita la sua unione, e vien fuori solo uno stare uniti come presupposto di appartenenza valido ancora in specifiche categorie sociali. Ecco perché è tutto di una timidezza che toglie il respiro, è tutto di una voce fievole fievole, è tutto di una protesta senza testo, senza ruoli precisi. La crisi impedisce che ci si allei perché in tutti, quando l’economia è a pezzi, scatta l’esigenza di una nemesi come individualista risorsa-risposta alla sopravvivenza: anche la rivoluzione per avverarsi necessita di uno sviluppo sicuro, economico e culturale. Da zero non si rivoluziona niente, si deve soltanto ricostruire daccapo. Ecco perché in Italia si continua a sperare che la crisi cessi e che l’economia si risollevi, perché una generazione pronta a fare davvero la rivoluzione non esiste, non c’è. C’è un’aggregazione che non è rivoluzione, non è neanche lotta armata, ma totalmente disarmata. I giovani d’oggi non hanno difese. Sono dei bersagli su cui l’economia spara gratuitamente. Questa estrema condizione fa sì che l’attuale giovinezza non riesca a giovare a sé stessa, così non solo incupita, depressa e rabbiosa, ma anche vendicativa, con giusta analisi, appare ed assume atteggiamenti che furono simili a quelli del giovane Leopardi quando, adirato da quello che Madame de Staël vomitava sugli italiani e sul loro eccelso provincialismo agli albori del Romanticismo (1816), denigrandoli come popolo relegato esclusivamente dentro i confini della loro patria-nazione, ammetteva che una risposta arrivasse non solo puntuale, ma anche energica e forte. Ciò ha consentito a Leopardi di rispondere con rabbia e con nemesi ferale, partendo dal presupposto della propria autocoscienza, perché Leopardi “sapeva di sapere”, e di indicare il malessere della condizione giovanile dentro la lettura precisa di errori compiuti da chi li aveva preceduto. Se sempre più poveri, dipendenti dalle famiglie, immobili e smarriti appaiono i giovani trentenni italiani, chi erano dunque – si chiedono Ambrosi-Rosina – quei giovani che li hanno preceduti? Quali scelte e colpe hanno nel destino delle attuali generazioni?




Roma, 5 dicembre 2009, "No B Day": i giovani autoconvocati attraverso la rete invadono strade e piazze della capitale. Una marea 'viola' prova a riprendersi il futuro


Chi nacque subito dopo la guerra crebbe in un clima peculiare. Era un momento storico irripetibile, segnato da due elementi che oggi, insieme, non si manifestano quasi più. Materie prime a rischio esaurimento, proprio come il petrolio: da un lato, l’esperienza di una situazione di mancanza, di penuria, che pure era ormai alle spalle; dall’altro, il sentimento della speranza per un futuro che si apre. Un sentimento che nasceva da un contesto socioeconomico e insieme psicologico, oltre che politico. E trasmetteva la netta convinzione che sì, il domani non sarebbe potuto che essere migliore[xv]. In questo clima di sviluppo, sia pur non facile, sono cresciuti i padri della generazione attuale; sono cresciuti anche “i Palladini” che non sono diventati padre, ma hanno coltivato in loro l’esigenza, forse, di esserlo come guida. Il senso conclusivo della loro ascesa sociale sta nel fatto che partiti senza avere nulla, sono arrivati a prendere tutto. E lo hanno fatto senza essere cresciuti con quel pressante invito alla autorealizzazione con cui loro, forti della propria esperienza, hanno poi allevato i figli, incuranti del fatto che, nel frattempo, le risorse della società lentamente si prosciugavano. I padri hanno mangiato una torta golosa di cui hanno lasciato le briciole ai figli. Il bello è che non se ne sono accorti, perché hanno ipotizzato che il futuro assumesse sempre lo stesso identico e ridicolo volto del benessere. Un benessere che c’è stato, indistintamente, nonostante gli strappi tra le classi sociali, ma che ha consentito di riempire la propria vita di oggetti. Non si trattava di becero consumismo indifferente e senza futuro come quello di oggi, perché insieme a quella pioggia di beni c’era sotto una società che respirava, che batteva, che palpitava con senso, e che tracciava più o meno nitidamente un futuro diverso.

«La sorte» – si comprende molto chiaramente – «li aveva fatti nascere in un momento storico in cui fu possibile realizzare la maggiore mobilità sociale che il nostro paese abbia mai conosciuto. Non avevano consapevolezza, cioè, di essere bambini fortunati, perché ognuno di loro aveva ricevuto in eredità – anche se da un avo terribile, la guerra, da cui uscì un paese da ricostruire – un piccolo capitale, una minuscola dote. Quella di avere la chance di riuscire, di potercela fare, in qualche ambito. Tutti quanti, dal figlio dell’operaio a quello del deputato.[xvi]» Una generazione che ce l’ha fatta, contro una generazione che non ce l’ha fatta e non ce la fa. Il tutto intessuto in una trama sentimental-affettiva oltre che politico-ideologica velenosa, perché è come se il nutrimento ricevuto si sia trasformato in droga, da cui la dipendenza ha generato una classe di figli che ha paura del futuro che li attende. Dipendenti da madre e padre, oggi che hanno capito quello che è successo, non riescono, come dovrebbero, a “ucciderli”. L’essere comunisti o fascisti, per quei giovani diventati genitori, era una sorta di divisa, anzi era la possibilità di avere un mondo in comune, di utilizzare gli stessi codici, stare dentro lo stesso dna dell’immaginazione. Una premessa solida per comunicare e agire. L’ideologia, in altre parole, fungeva come un’utilitaria – diversamente targata – più o meno spaziosa, che serviva loro per andare dove era necessario andare, correre là dove occorreva correre[xvii]. E la rivoluzione, la bella rivoluzione che hanno fatto in parte in strada e in parte dentro di loro, è diventata un armamentario ideologico da trascinarsi dentro gli uffici, le scuole, le università e le fabbriche. Il senso del successo sancito dalla possibilità di potersi beare della propria appartenenza sociale, riuscita e conclamata. Dalla conquista delle piazze, si è passati alla conquista delle poltrone.

«Ma allora, se l’aver saputo diventare élite del paese e occupare tutti i posti sulla piazza non è un male, qual è stata la colpa di quella generazione? Gli storici insegnano che con le colpe collettive occorre andarci cauti, perché la responsabilità è sempre individuale. Tuttavia, ai sessantenni che oggi sono in cattedra un’accusa, specifica e pesante, può essere senz’altro rivolta. Essa ha a che fare non solo con la straordinaria ingordigia dei sessantottini coi sandali, ma soprattutto col fatto che sono stati loro a dettare, e continuano a farlo, l’agenda culturale, economica e sociale del paese.» Esiste, dunque, una trama che è intrigo e tradimento tra le generazioni dei padri e quella dei figli, una trama che emerge molto bene dalla lettura incrociata del libro di Marco Palladini e quello di Elisabetta Ambrosi e Alessandro Rosina: una lettura necessaria per capire e affrontare il senso della crisi, la sua matrice evoluzionistica che poggia le basi su un distinto processo fatto alla ragione e al suo fatalismo, di genere storico e antropologico, che è «parte integrante del disagevole cammino per

diventare adulto.[xviii]» Una lettura spontanea che si spera trovi mani pronte ad incrociarsi, ad unirsi, a sviluppare reciproca empatia in maniera altrettanto fruttuosa.

 

 

 



[i] M. Palladini, Non abbiamo potuto essere gentili, ed. Onyx, Roma, 2007, p.131.

[ii] Ibidem, cit. op. p. 113

[iii] «Alza la testa! (I potenti italiani contestati da un gruppo di cittadini informati) + Dvd», di P. Ricca, ed. Chiarelettere, Mi, 2008, € 16,60; pp. 197.

[iv] M. Palladini, Non abbiamo potuto essere gentili, ed. Onyx, Roma, 2007, p.129.

v Ibidem, cit. op. p. 113

[v] Ibidem, cit. op. p. 106

vi Ibidem, cit. op. p. 118

vii Ibidem, cit. op. p. 119

[viii] Ibidem, cit. op. p. 160

[ix] M. Palladini, Non abbiamo potuto essere gentili, ed. Onyx, Roma, 2007, p.162

[x] «Non è un Paese per giovani», di E. Ambrosi e A. Rosina, ed. Marsilio, Venezia, 2009, p. 41

[xi] Ibidem, cit. op. p. 41

[xii] Ibidem, cit. op. p. 31

[xiii] Cit. op. p. 38

[xiv] Cit. op. p. 40

[xv] Non è un Paese per giovani», di E. Ambrosi e A. Rosina, ed. Marsilio, Venezia, 2009, p. 62

[xvi] Cit. op. p. 66

[xvii] Cit. op. p. 71

[xviii] M. Palladini, Non abbiamo potuto essere gentili, ed. Onyx, Roma, 2007, p.166.

 




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