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di Alessandro Amenta
Negli
ultimi anni gli studi sulla traduzione hanno iniziato a occuparsi sempre più
spesso del rapporto esistente fra traduzione e genere (gender), inteso come costruzione socio-culturale dei significati e
delle rappresentazioni connesse alla sessualità. Sono state elaborate
interessanti riflessioni teoriche grazie a un approccio interdisciplinare che risulta
dall’incontro tra diverse aree di pensiero: femminismo, gender e queer studies, cultural
studies e translation studies. Sono
stati affrontati temi quali gli stereotipi sessisti nelle traduzioni, il
processo traduttivo come negoziazione tra culture e sessualità, la traduzione
come atto performativo, spazio di frontiera o trasgressione culturale, e molto
altro ancora. Per un approfondimento sugli aspetti teorici della questione
rimando alla sempre più corposa letteratura sul tema[1].
Nella
pratica traduttiva, gli aspetti legati al genere vengono spesso trascurati. Il
linguaggio, però, non è uno strumento neutro, ma partecipa direttamente alla
produzione dei significati culturali della sessualità, per di più veicolandoli
in forma subliminale e pervasiva. Da un punto di vista pratico, poi, le
questioni di genere pongono, qualunque sia la combinazione linguistica della
traduzione, una serie di problemi concreti di ordine grammaticale, morfologico,
sintattico, lessicale, dovuti alla mancanza di equivalenza tra sistemi linguistici
e alle differenze culturali.
È
proprio degli aspetti pratici che voglio parlare in questo articolo, sulla base
della mia personale esperienza di traduzione del ciclo poetico Madame Intuita di Izabela Filipiak[2],
scrittrice polacca contemporanea fortemente critica verso la tradizione
patriarcale ed eteronormativa. Nei suoi componimenti, la scrittrice tenta di
scardinare gli stereotipi sessuali tramite una poetica di ibridazione, sovversione,
parodia, creando identità in transito, che sfuggono a identificazioni e incarnazioni
definitive. È evidente, pertanto, come gli aspetti legati al genere
costituiscano un nodo centrale al quale ho dovuto rivolgere particolare attenzione
in fase di traduzione.
Il
problema di base riguarda differenze di tipo grammaticale, sintattico o
lessicale tra lingua di partenza e lingua di arrivo. In polacco, ad esempio,
esistono tre generi grammaticali (femminile, maschile, neutro), in italiano
solo due (femminile, maschile). In polacco il verbo al passato viene flesso per
numero, persona e genere (differenziando quindi tra forma femminile, maschile e
neutra), mentre in italiano il genere viene specificato solo in alcuni casi (ad
esempio nei verbi che prendono l’ausiliare “essere” nei tempi composti). In
polacco l’aggettivo possessivo di terza persona singolare è declinato secondo
il genere del possessore (jej = suo/a
di lei, jego = suo/a di lui, come
l’inglese her, his), in italiano invece secondo il genere della cosa posseduta (il suo libro, la sua casa). Esistono
inoltre termini che in una lingua sono di genere maschile e nell’altra
femminile, come pure termini connotati a livello di genere in una lingua e dal
significato neutro nell’altra. Un esempio è il sostantivo polacco człowiek, grammaticalmente maschile
ma dal significato generico di “individuo, persona”, solitamente tradotto in
italiano con un ben più connotato “uomo”. Pensiamo alla differenza tra l’espressione
polacca człowiek jest istotą
społeczną e l’italiano l’uomo
è un animale sociale. Se ne potrebbe dedurre che in italiano la donna è un
animale asociale, oppure che anche la donna, per essere un individuo, deve
essere un uomo…
A
questo si sovrappongono problemi di ordine specifico, derivanti dal particolare
uso del linguaggio attuato da Filipiak che, mediante meccanismi di
occultamento, esplicitazione e ibridazione del genere e dell’identità, crea un
tessuto poetico particolarmente denso. E, per chi traduce, insidioso. Si
tratta, infatti, di un linguaggio gender-conscious,
in cui qualunque specificazione o assenza di specificazione del genere assolve
a una precisa funzione, fatto di cui la traduzione deve sempre tenere conto.
Il
primo caso è quello in cui nella lingua di partenza il genere non viene
specificato, ma nella lingua di arrivo è impossibile non farlo.
Un
esempio è contenuto nella poesia Głodna
[Affamata]. La poetessa rivela sin dal titolo che il soggetto lirico è una
donna, ma evita accuratamente di specificare l’identità del suo interlocutore.
Pozbyłam się jednej z moich
ewentualnych przyszłości:
Jest w tym postanowieniu przynajmniej jakaś
lekkość.
Chodzę szybko,
ale wciąż marznę
Czy pozwolisz mi się ogrzać
przy tobie?
Nigdy
nie usłyszałam: Nie
Mi sono disfatta di uno
dei miei eventuali futuri:
In questa decisione c’è
almeno una qualche leggerezza.
Cammino
svelta, ma non smetto di aver freddo
Mi faresti scaldare
accanto a te?
Non ho mai sentito: No
Non
potendo mantenere il femminile di usłyszałam
(ho sentito), ho agito per spostamento sull’avverbio szybko (velocemente), femminilizzandolo con un aggettivo (svelta). Il
vero problema sorge però alla terza strofa, quando il soggetto lirico si
rivolge al suo interlocutore, col quale si trova chiaramente in una relazione
amorosa, mediante l’imperativo uważaj
dal verbo uważać [stare
attenti, fare attenzione]. Tradurlo con “attento!” significherebbe assegnare
all’interlocutore un genere maschile, dando per scontata la norma
eterosessuale: se in una coppia uno dei due è una donna, l’altro deve
necessariamente essere un uomo, anche se il testo non lo dice. Sarebbe però
ugualmente sbagliato tradurre l’imperativo in questione con “attenta!”,
lasciandosi influenzare dalla biografia della poetessa, dichiaratamente
lesbica. La soluzione migliore mi è parsa quella di usare come traducente un
sostantivo che non svelasse l’identità dell’interlocutore (“attenzione!”). Se
da un lato viene persa un po’ dell’immediatezza insita nell’imperativo, dall’altro
viene conservata l’ambiguità presente nell’originale, lasciando i lettori nel
dubbio:
Gdy czymś się ze mną
dzielisz, próbuję cię powstrzymać:
Uważaj,
bo jestem nieskromna!
Quando dividi qualcosa
con me, provo a trattenerti:
Attenzione, perché sono
sfacciata!
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Izabela Filipiak
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Un
altro esempio lo possiamo trovare in Marzenie
pielęgniarki (sekta profesjonalnych zabójczyń) [Il sogno
dell’infermiera (una setta di assassine professioniste)]. Anche qui ci troviamo
di fronte a un soggetto lirico esplicitato come donna sin dal primo verso:
I tak
postanowiłam zostać jedną z nich
Czy tutaj przyuczają,
zapytałam
i już
zostałam
przyjęta
E così ho
deciso di diventare una di loro
È qui che addestrate? ho
chiesto
e già
mi avevano presa.
È
di nuovo l’identità dell’interlocutore a non essere chiarita. In procinto di
commettere un omicidio, il soggetto lirico pronuncia nei confronti della sua
vittima un banalissimo stój!, che in
italiano ha un perfetto equivalente in “fermo!” o “ferma!”. Volendo evitare
anche qui di annullare l’ambiguità, ho optato per un più sfuggente “fermati!”.
Dostałam swoją parę
ciemnych okularów.
Teraz już mogę to
zrobić, powiedziałam:
Stój!
I tak cię zabiję.
Mi hanno dato il mio
paio di occhiali scuri.
Adesso posso farlo, ho
detto:
Fermati!
Tanto ti ucciderò.
Nell’ultima
strofa, poi, la vittima si scosta niepewnie
dalla parete. La migliore traduzione in italiano per questo avverbio è una
perifrasi (“in maniera incerta”, “con incertezza”) o un aggettivo (“incerto”,
“incerta”). Scartando la prima opzione perché troppo lunga, anche se
adeguatamente vaga, ho preferito un aggettivo italiano con la stessa desinenza
per il maschile e il femminile. Ecco dunque che la vittima si scosta “esitante”
dalla parete.
Il
secondo caso riguarda una situazione opposta alla precedente: nella lingua di
partenza il genere è specificato, mentre in quella di arrivo è impossibile farlo.
Nel
titolo della poesia Jej duch a darci
problemi è l’aggettivo possessivo femminile jej.
Come accennato sopra, in polacco questo si declina secondo il genere del
possessore e in italiano secondo quello dell’oggetto posseduto. Tradurlo con “il
suo fantasma” avrebbe significato annullare l’identità di genere del soggetto
lirico, che viene esplicitata solo nel titolo. Mancando elementi che avrebbero
permesso di “risessualizzare” (per compensazione o spostamento) il soggetto
lirico in altri punti del componimento, ho optato per un’amplificazione / esplicitazione:
“il fantasma di una donna”.
Un
altro esempio è nella poesia Oaza
[Oasi], ambientata in un mondo esclusivamente femminile, per quanto sui generis (un bordello), dove è
assente qualunque soggetto maschile. Nella terza strofa si parla di queste
prostitute con tono mistico-complottistico, come członkinie di una cospirazione segreta. In italiano, tuttavia,
manca un equivalente femminile del termine “membro”. Optare per una
mascolinizzazione del soggetto collettivo (“i membri di una cospirazione
segreta”) mi è parso alquanto fuori luogo vista l’ambientazione. La scelta è
ricaduta quindi su “le appartenenti a una cospirazione segreta”, più aderente
al contesto.
Il
terzo caso è quello in cui nella lingua di partenza il genere cambia
nell’ambito dello stesso componimento, mentre la lingua di arrivo non può
mantenere sempre e negli stessi punti tale fluidità.
Qui
ci troviamo di fronte a un caso limite, a mezza via tra gioco linguistico e
politica queer. In Myst la poetessa cambia continuamente
genere al soggetto lirico, creando una voluta confusione nell’intento di superare
il binarismo uomo/donna in direzione transgender.
Questa incessante metamorfosi è attuata principalmente tramite le desinenze aggettivali
e verbali. Le prime non pongono particolari problemi grazie alla possibilità di
scelta tra diversi sinonimi, sono invece quelle verbali a creare grattacapi. In
polacco, infatti, il verbo al passato viene marcato anche per genere. Come
superare questo ostacolo? In alcuni casi ci vengono incontro i verbi
riflessivi, passivi o alcuni intransitivi italiani, che permettono di specificare
il genere nei tempi composti:
Długo
trzymałem się kurczowo w skraju
Sono rimasto a lungo
aggrappato al bordo
Co prawda
spadłem już kilka razy
In verità ero caduto già
diverse volte
[...] którą zostałam nakrytą.
Pomyliłem się [...]
[...] col quale ero
stata coperta. Mi ero sbagliato [...]
Altrove,
anche grazie a un verso di ampio respiro che permette di operare con una certa
libertà di movimento, ho agito per compensazione o spostamento:
[...] zmieniając miejsce,
oddaliłam od siebie / agonię [...]
[...] cambiando luogo
avevo allontanato da me stessa / l’agonia [...]
[...]
który zamyśliłam w dzieciństwie [...]
[...] che avevo pensato
di fare da bambina [...]
Qui
l’esplicitazione del genere passa dal verbo, nella lingua di partenza, al
pronome (nel primo caso) o al sostantivo (nel secondo) nella lingua di arrivo.
Ovviamente
le problematiche di genere hanno un peso molto diverso a seconda del testo, del
contesto, della combinazione linguistica, dei riceventi e altro ancora. Ma non
scompaiono mai del tutto dall’orizzonte linguistico. In alcuni casi, come
quello di Izabela Filipiak, costituiscono un elemento centrale (o persino la
dominante del testo). Se la traduzione non ne tenesse conto, il linguaggio e il
portato di questa poesia verrebbero impoveriti, banalizzati o travisati.
* Alessandro
Amenta (1974) insegna
lingua polacca all’università di Roma Tor Vergata e lavora come traduttore dal
polacco. Ha una laurea in Lingue e letterature straniere (2001) e un dottorato
in Letterature slave moderne e contemporanee (2006). Si occupa principalmente
di gender studies e letteratura
polacca contemporanea, temi ai quali ha dedicato diversi lavori, tra cui Il discorso dell’Altro. La costruzione delle
identità omosessuali nella narrativa polacca del Novecento (2008). Fra gli
autori tradotti: Izabela Filipiak, Julian Stryjowski, Zuzanna Ginczanka.
[1] Si vedano, ad esempio, Sherry Simon, Gender in Translation. Cultural Identity and the Politics of Transmission,
Routledge, London-New York 1996; Luise von Flotow, Translation and Gender. Translating
in the “Era of Feminism”,
St. Jerome, Manchester 1997; Lori Chamberlain, Il genere e il significato metaforico della traduzione, in “Testo a
Fronte”, n. 30, primavera 2004, traduzione di E. Grazzi, pp. 45-70 (edizione
originale: Gender and the Metaphorics of
Translation, Signs, Vol. 13, n. 3, primavera 1988, pp. 454-472); Pilar
Godayol, Spazi di frontiera. Genere e
traduzione, a cura di Annarita Taronna, Palomar, Bari 2002 (edizione
originale: Espais de frontera. Gènere i traducció, Eumo Editorial,
Vic 2000); Uwe Kjær Nissen, Aspects of
Translating Gender, in “Linguistik Online”, n. 11, 2002, pp. 25-37.
[2] Izabela Filipiak, Madame Intuita, a cura di Alessandro Amenta, Heimat edizioni,
Salerno 2007 (edizione originale: Madame
Intuita, Nowy Świat, Warszawa 2002).
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