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di
Claudio Panella
Il dibattito corrente sulle tendenze letterarie
del nuovo millennio si è focalizzato attorno all’idea di un diffuso “ritorno al
reale” (cfr. soprattutto Ranieri Polese
nell’Almanacco Guanda 2008, il n. 57 di
“Allegoria” del gennaio-giugno 2008, ma anche le
cronache raccolte quest’anno da Angelo Guglielmi nel suo Il romanzo e la realtà) e di un deciso
“ritorno all’Italia” (cfr. la categoria del “New Italian Epic” inventata anch’essa nel 2008 da Wu Ming
1 e poi quella di “New Italian Realism” proposta da Vittorio Spinazzola in Tirature 2010) della nostra narrativa. La diagnosi di quella che è appunto una
tendenza “generale” sembra ormai certificata. Tale propensione è infatti sempre
più quantitativamente cospicua, con una prima espansione rilevabile a seguito
del G8 e dell’11 settembre del 2001, e poi con un’ondata che sembra
inarrestabile conseguente al successo di Gomorra (2006). È però senz’altro
ancora necessario approfondire le cause, i tempi, e le modalità di questa nuova
inclinazione dei narratori italiani.
Tra i fenomeni più interessanti che hanno contribuito a un recupero di credibilità
nella funzione documentaria e di denuncia della letteratura si può annoverare anche
l’imponente mole di narrativa italiana dedicata ai nuovi problemi del mondo del
lavoro degli ultimi anni. Il racconto
delle recenti trasformazioni del mercato del lavoro è difatti al centro di un
insieme sempre più ampio di scritture letterarie e saggistiche, per non dire
del cinema e del teatro, come dimostrano per esempio le opere presentate
quest’anno a Castrovillari.
Occorre ammettere che non tutti i testi che si
possono far appartenere a questo corpus
risaltano per qualità e originalità letterarie, e questa potrebbe essere una
delle ragioni per cui il dibattito sviluppatosi intorno al “New Italian Epic” e
alla rivista “Allegoria” si sia indirizzato con maggior entusiasmo al genere più
godibile del noir. Eppure, a ben
guardare la nostra narrativa degli anni ’90 e 2000, è già possibile individuare
una sorta di doppio andamento, apparentemente quasi simultaneo: da un lato, a partire
almeno dall’Antonio Pennacchi di Mammut (1994), sono gli stessi
lavoratori che ricorrono alla scrittura per registrare le proprie personali
vicissitudini con i modi della fiction; dall’altro, negli ultimi
quindici anni, è cresciuto esponenzialmente anche il numero degli scrittori di
professione che si rivolgono a questo tema e al modulo formale della “storia
vera”, quasi che, oltre a rincorrere la progressiva fortuna editoriale del
‘genere’, sentissero su di sé il mandato di raccontare nel modo il più
possibile documentato l’epoca della “precarietà”, lavorativa ed
esistenziale.
Blog, diari e romanzi della precarietà, come i
manuali di management, vengono oramai
proposti da molte case editrici e recepiti dai lettori come un ‘genere’ riconoscibile.
Ciò nonostante i testi che affrontano il tema del lavoro e del non lavoro nella
nostra società costituiscono un insieme disomogeneo di quelli che Wu Ming 1 ha definito “Unidentified
Narrative Objects”. È quindi
comprensibile che non si sia finora tentato in modo sistematico di censire
questi materiali.
L’impresa è stata infine affrontata, e bene, da un
nutrito gruppo di studiosi coordinati da Silvia Contarini, docente di “Littérature et
civilisation italiennes du XX et XXI siècles” a Paris Ouest Nanterre La Défense e condirettrice del “Centre
de Recherches Italiennes” che ha promosso tra il 14 e il 16 maggio 2009 il
Convegno sul tema Letteratura e
azienda / Littérature et entreprise, i cui atti sono ora raccolti nel nuovo numero della rivista
“Narrativa”, a cura della stessa Contarini.
Gli interventi compresi
nel volume hanno il merito di studiare sia tematiche, figure e luoghi sia le
forme letterarie con cui oggi viene
raccontata la flessibilità, vale
a dire la precarietà del lavoro. Inoltre, i tre contributi che costituiscono l’appendice del volume circostanziano tale
problema dal punto di vista giuridico ed economico, facendo il punto in modo
chiaro quanto impietoso sulla moltiplicazione dei contratti di lavoro
atipici nell’Italia degli ultimi decenni, una proliferazione che rivela un
progressivo smantellamento di ogni tutela per vecchi e nuovi lavoratori.
Si può certamente provare a distinguere tra la
“precarietà percepita” e quella reale, ma è un dato incontestabile che
quest’ultima coinvolga un numero sempre maggiore di persone, che vivono un’oggettiva
insicurezza rispetto al loro contratto, ai diritti sociali che questo dovrebbe
garantire, e alle prospettive future del proprio rapporto di lavoro: questi i tre
indici individuati in uno studio francese citato da Luca Marsi, che poi,
lodevolmente, analizza “i fondamenti ideologici della flessibilità” dal laissez faire all’ansia di
de-regolazione che purtroppo è all’ordine del giorno.
La recente letteratura italiana ha già dato voce a
quello che è un disagio più che generazionale. I saggi di Giuseppe Nicoletti e Raffaele Donnarumma individuano in
Paolo Volponi, e nel suo Le mosche del capitale (1989), l’ultimo
rappresentante della stagione del “romanzo di fabbrica”, quella vittoriniana di
“Industria e Letteratura”, e il primo critico feroce del nuovo mondo imprenditoriale
di fine secolo, quello per l’appunto in cui, come spiega Silvia
Contarini nel suo saggio introduttivo, “L’azienda – termine onnicomprensivo e
smaterializzato – sostituisce la fabbrica”.
Accanto al disfacimento dell’utopia olivettiana raccontato
dall’interno da Volponi, bisognerebbe ricordare anche quel complesso mosaico sul
neo-capitalismo che è l’incompiuto Petrolio
di Pasolini, che peraltro lo stesso scrittore urbinate conosceva. Ma
nonostante la perdurante influenza di opere tanto profetiche, la maggior parte
della letteratura del nuovo millennio non eredita l’“antirealismo allegorico”
che caratterizzava quei testi, se non in alcuni casi isolati, in certe tracce
sperimentali rinvenibili per esempio negli esordi di Francesco Dezio (Nicola
Rubino è entrato in fabbrica, 2004) e Giorgio Falco (Pausa caffè,
2004), la cui cifra principale è quella di una “realisticità espressiva” che rimastica
i sempre più surreali discorsi aziendali.
La grande
ondata della nuova letteratura sul lavoro esprime invece una netta tendenza di
stampo realistico, una mutazione di paradigma concomitante al declino di quello
postmodernista su cui ragiona in modo particolare Donnarumma, dando seguito alle sue riflessioni già apparse su
“Allegoria”. Come anticipato, tra i caratteri di tale retorica comuni a
tutte le tipologie di lavoratori/scrittori, vi è l’esibizione della matrice
esperienziale di ciò che si racconta, con un uso della prima persona
grammaticale che Donnarumma definisce “pressoché istituzionale”. Una scelta che
confessa una parzialità di sguardo e una non presunzione di onniscienza, e che risponde
a una necessità di creare “caratteri anonimi, stereotipi o elementari” in cui
il lettore possa riconoscersi. Tale forma viene definita da Donnarumma “educativa”,
ma occorre sottolineare che essa è già stata commercializzata in formula, per
la sua efficacia nel rassicurare i destinatari del libro sulla “autenticità” di
quanto gli viene rivelato e nell’arrivare così a meglio coinvolgerli
emotivamente.
Anche Carmela Lettieri analizza i modi in cui oggi
si parte dal proprio vissuto individuale per fare romanzo e per fare reportage
sul mondo del lavoro: una ricorrenza che da Antonio Pennacchi a Dezio, da
Simona Baldanzi, Aldo Nove e Angelo Ferracuti ad Ascanio Celestini viene spesso
declinata come “appartenenza di classe”. Pure accanto a questi esempi se ne
potrebbero elencare molti altri nel novero di una piccola e grande editoria “industriale”,
nel senso di commerciale, che si configurano solamente come ambigui reality delle vicissitudini
occupazionali degli stereotipati alter
ego di autori quasi sempre esordienti. Opere che non provano neppure a
“rompere” la realtà, come si auspicava di riuscire a fare Volponi, ma che sembrano
confezionate per contendersi l’attenzione di un pubblico di lettori che gli
editori sanno essere in crescita esponenziale… quello appunto dei lavoratori
“precari”.
Si è voluto evocare quest’altro rilevante frangente
della nostra narrativa sul lavoro, al fine di sottolineare come in Letteratura e azienda si trascurino, accortamente,
tali derive, per riepilogare invece saggio dopo saggio l’intera geografia delle
reali (ancor prima che letterarie) emergenze del nostro paese. Donata Meneghelli,
Ugo Fracassa, Laura Rorato e Claudio Brancaleoni ricostruiscono l’attuale
immagine letteraria della fabbrica, già messa a distanza ne La chiave a stella (1978) di Primo Levi,
letteralmente decostruita nel “luddismo sublimato” de La dismissione (2002) di Ermanno Rea, e poi costretta a lasciare
spazio al call center come nuovo
(non)luogo simbolico dello sfruttamento del lavoro salariato di massa.
Monica Jansen ripercorre l’annus horribilis 2007 e le numerose reazioni letterarie e cinematografiche
suscitate dalla tragedia della ThyssenKrupp di Torino. Maria Pia De Paulis e
Laurent Lombard analizzano il Nordest di Massimo Carlotto mentre Adalgisa
Giorgio rievoca le province campane e laziali di Antonio Pascale e Fabrizia
Ramondino, Giuliana Pias la Sardegna glocale di Giulio Angioni, Srecko Jurisic
la Roma “città-azienda” di Tommaso Pincio, con le sue intertestualità, ed
Estelle Paint l’Emilia urbana e selvaggia di Guerra agli umani e
Previsioni del tempo di Wu Ming
Un altro asse di analisi cui il volume dedica un
giusto spazio è quello del genere, con le rappresentazioni delle donne al
lavoro studiate da Margherita Marras, che si dedica ai romanzi di Francesca
Mazzucato, con Lucia Quaquarelli che affronta anche il tema dell’immigrazione
rileggendo le opere di Gabriella Kuruvilla e Igiaba Scego,
e con Eleonora Pinzuti che analizza diverse non
fiction sul precariato femminile, verificando anche lo stato attuale della
riflessione femminista in Italia.
Naturalmente, il libro può essere anche letto come
un catalogo, ragionato, delle vecchie e nuove figure di lavoratori divenuti
personaggi letterari: oltre a quelli già citati bisogna ancora ricordare il
manager protagonista di un’alienazione rovesciata in L’anno luce (2005) di Giuseppe
Genna (nel saggio di Claudio Milanesi), gli impiegati addetti al licenziamento
dei colleghi raccontati da Andrea
Bajani (e da Paolo Chirumbolo), le telefoniste de Il mondo deve sapere
(2006) di Michela Murgia e delle
sue trasposizioni per il teatro e il cinema (grazie a Laura Nieddu), gli operai
e i proletari cui ha dato voce Ascanio Celestini (con Irina Possamai) e gli
intellettuali compromessi col potere mediatico-capitalistico al centro dl film Valzer (2008) di Salvatore Maira (esaminato da Oreste Sacchelli)
Il quadro è quindi alquanto completo, e quello
letterario sembra coincidere in modo decisamente scoraggiante con la nostra
realtà presente, come confermano i tre saggi sulla situazione
giuridico-economica dell’occupazione in Italia. Tutto fa temere che la vertenza
in corso a Pomigliano sia solo l’episodio più recente di una vicenda che al
momento non pare possibile invertire. E proprio per questo, spetta a scrittori
e “intellettuali” un rinnovato mandato di “dire la verità”, per citare Said. È
infatti necessario restituire quanta più figurabilità e sostanza possibile a
chi lavora e ai luoghi del lavoro, cioè, come scrive Monica Jansen, colmare quel
vuoto che ancora esiste tra l’immaginario collettivo del “proletariato” di un
tempo e quello, sfuocato e frammentario, del “precariato” di oggi. Attraverso
le varie voci che lo compongono, Letteratura
e azienda si propone autorevolmente come un considerevole passo in questa
direzione.
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Letteratura e azienda. Rappresentazioni letterarie
dell’economia e del lavoro nella letteratura italiana degli anni 2000, dir. Silvia Contarini, Narrativa,
nuova serie, n. 31/32, Presses Universitaires de Paris Ouest, Paris 2010.
Sommario del volume: Silvia
Contarini, Raccontare l’azienda, il
precariato, l’economia globalizzata. Modi, temi, figure; Giuseppe
Nicoletti, Una premessa quasi necessaria:
Volponi e il romanzo industriale; Raffaele Donnarumma, “Storie vere”: narrazioni e realismi dopo il postmoderno; Donata
Meneghelli, Gli operai hanno ancora pochi
anni di tempo? Morte e vitalità della fabbrica; Ugo Fracassa, In luogo della fabbrica. Similitudini e
paragoni dal Memoriale alla Dismissione;
Laura Rorato e Claudio Brancaleoni, Dalla
fabbrica al call center : la smaterializzazione della metropoli
contemporanea; Carmela Lettieri, Osservare
il lavoro ancor prima di raccontarlo. Le rappresentazioni del mondo del lavoro
tra approcci etnografici, osservazione partecipante e reportage giornalistici;
Claudio Milanesi, “Sembrerebbe una
fiction e invece è vero”. Mimesi e antinaturalismo in Giuseppe Genna, L’anno
luce; Monica Jansen, Quando l’azienda
diventa mortale. Le “morti bianche”: narrazione e mutazione del soggetto
operaio; Maria Pia De Paulis, Nordest di
Massimo Carlotto: ascesa e declino del capitalismo tra sangue e misteri
familiari; Laurent Lombard, La
finitudine come orizzonte: mutazione, mobilizzazione, globalizzazione
nell’opera di Massimo Carlotto; Adalgisa Giorgio, Mutazioni del lavoro, comunità e pensiero meridiano: Antonio Pascale e
Fabrizia Ramondino; Giuliana Pias, Dal
nuraghe a Internet: un esempio letterario di un luogo a economia globalizzata;
Srecko Jurisic, Roma città-azienda. Cinacittà di Tommaso Pincio e Intervista inedita a Tommaso Pincio;
Estelle Paint, Trasformazioni sociali e
economiche dell’Italia contemporanea in Guerra agli umani e Previsioni del tempo di Wu Ming; Margherita Marras, Sesso, nuove tecnologie e management:
reificazione del corpo e del desiderio in Web cam di Francesca Mazzuccato; Lucia Quaquarelli, Le “domestiche della globalizzazione”. Il lavoro femminile nella
letteratura italiana dell’immigrazione; Eleonora Pinzuti, Il genere precario. Narrazioni e teorie
contemporanee; Paolo Chirumbolo, L’incertezza
continua: l’Italia del lavoro vista da Andrea Bajani; Laura Nieddu, Il mondo deve sapere che ci resta Tutta la vita davanti. La caverna del call center raccontata
dall’interno; Irina Possamai, Ascanio
Celestini e la Fabbrica di Parole
sante: appunti per una Lotta di
classe; Oreste Sacchelli, Intellettuali al bivio: Valzer, di Salvatore Maira; Appendice: Il precariato del lavoro nell’Italia di oggi:
Giovanni Bonato, Il lavoro atipico in
Italia: evoluzione e analisi normativa; Luca Marsi, Flessibilità e precarietà del
lavoro nell’Italia del XXI secolo; Caroline Savi, Mercato del lavoro e occupazione femminile nell’Italia dei primi anni
2000.
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