di Stefano Docimo
Presente
La
lettura procede pacifica, altro che. Hai voglia a chiamarla partecipazione
attiva… Sì, in un certo qual senso… Ma poi ti metti comodo, senza fatica,
magari a leggere Noam con le sue sparate paranoiche: tutte giuste, certo. Lui
sì, ti spinge all'attivismo, alla responsabilità morale ecc. Ma tu, intanto, te
ne stai in pantofole e con la giacca da camera: malato, già. Un colpo di freddo,
oplà, il nervo facciale contratto e la smorfia picassiana, stralunata,
allucinata d’un volto in prossimità del baratro. Tuo figlio ti chiama dalla
stanza, o non ti chiama, continua a suonare musica rock. La donna avvolta in un
sciarpa nera passa col cane, sotto, per la strada. Il cigolio delle rotaie del
tram, alla sua ultima curva. E poi, oplà, magicamente proiettato in quest’acqua
marcia, trepidante: cosa sto facendo, eh?! Cosa sto facendo?! Con tanti punti
esclamativi che interrogano, anche, o punti interrogativi che esclamano. È la
mia gente, la mia roba… Ti guardano, forse con ammirazione, forse con una
patina d’attenzione tronfia, mentre leggi, sì, mentre infili parole una dietro
l’altra, senza preoccuparti troppo del loro nesso logico. O forse sì, te ne
preoccupi, subliminalmente, con la coda dell’occhio, o dell’orecchio: la rete
semantica t’involve, ma anche i suoni, sì, i suoni… Dalla finestra le auto ti
cullano col loro rumore di fondo: siamo nel mese di febbraio, come sempre, come
sempre ogni anno. Memorizzo quanto vado scrivendo sulla scrivania del computer,
ne resterà un bollino, una minuscola icona, un francobollo minimale, senza
peso, senza spessore. Siamo stati fregati dal virtuale, un modo come un altro
per farci scomparire e per tremare, salendo a galla, in questa vasca piena d’acqua
e cloro, in questo presente assente. Ci sorprendiamo a nuotare, in perfetto
stile: osserviamo le nostre braccia che s’inarcano sulla scia schiumosa dell’acqua
e ci meravigliamo di quanto le cose vadano bene: il bordo della piscina sta per
essere raggiunto e filiamo che è una bellezza, increduli. Ci avvantaggiamo:
qualcosa ci vive, sì, ci sta rivivendo.
Dall’altro
capo della strada, con passi incerti, quasi saltellando, senza scrivania, senza
coda, all’annaspo su un pontile, o qualcosa del genere, forse è una giornata di
sole, una figura avanza guardando verso l’alto, o verso l’altro, o senza verso: segna il passo, anzi no, fa qualche rapido
passo, accenna rapidamente a un passettino, poi si ritrae. Il godimento è a un
palmo di mano, lo sorregge appena una tramontanina niente male. Avanza
traballando, a sghimbescio, con una sciarpa al collo, una sciarpa qualunque, ma
calda. Non imita nessuno. Pare giunto da un massacro, dalla luna o da questo
mondo. Non parla, non vuole dire niente, o forse sì, pensa a qualcuno, a
qualcosa. Ha un berretto a sonagli sulla testa, sembra atteggiarsi a una posa
che poi subito abbandona. È semplicemente ridicolo, non ha appigli, non si
vede. L’ombra lo chiama. Non sprigiona umanità. Neanche accigliato, gli occhi
stralunati, la barba bianca. Sembra stia per cadere, una momentanea perdita d’equilibrio.
Come sospeso, sul ciglio del vuoto. Forse vorrebbe sedersi. Appare stanco,
incerto, poco reattivo. Si sta curando, forse si prepara a scendere dal
marciapiede di fronte. È stremato. Una
figura oltre la fine, con la sua ombra. Prima di addormentarsi.
Il
neurologo mi visita, tardo a riprendere i miei connotati. La giornata è ricca
di sole, dopo la candelora. Fa caldo, con il sole che entra dalla finestra. Ho
l’alito pesante, devo aver mangiato qualcosa, o forse la vita troppo sedentaria
di questi giorni di gelo. Sempre a leggere Noam che ti bacchetta. Il rumore del
traffico s’intensifica: è tarda mattinata.
Strombazzano i clacson delle auto e trambustano i motori delle moto, comme il faut. L’autobus racconta la sua
storia e tutto c’inebria di polvere sottile. L’occhio sinistro vitreo
spalancato sul mondo, c’est incroyable. O sul 1989, par exemple. La maschera, donc.
Il lato destro della faccia si è caricato di significato, mentre quello
sinistro, è immobile, con un ghigno anch’esso sinistro, sprezzante: la verità
di ieri non è più quella di oggi. La faccia esprime le emozioni, comunica, mi
dice il fisioterapista: deve sforzarsi di coinvolgere il lato immobile, quello sinistro. Ma non deve stancarsi: meglio
non parlare. Già, meglio non parlare. Ricordo che ho iniziato tardi, a parlare.
Ero piuttosto timido e muto.
Oggi
ci sono i funerali del padre di Marco: ti
stringo forte è stato il mio messaggino di questa mattina. Sì, ci stringiamo
forte, tutti quanti: non c’è altro da fare, i pochi o i molti rimasti. Social forum di prima e seconda
generazione. Piccoli e grandi abbracci. Anche Karol, nonostante sia malato, non
rinuncia al suo abbraccio con la moltitudine. Forse l’esempio è sbagliato, ma tant pis. Bene o male, faccio parte della tua vita, mi dice l’altro amico
Valentino, annata ’67, facciamo. Sono
gli amici poeti, scrittori. Saluti da
tutti, poi ti racconto. Ho paura di loro, di tutti.
Per una storia delle varianti, ora che non sono più su carta, perché c’è chi stampa poco
e tutto il lavoro viene inghiottito dal computer. Solo belle copie pulite, belle copie scopiate. Ma c’è chi stampa
molto, e corregge. Qualche variante ci sarà sempre, forse meno, forse più:
chissà, forse il computer, paradossalmente, ha aumentato, all’opposto,
procedimenti artigianali, materici. Ieri, ad esempio, ho ricevuto da un amico
scrittore una lettera scritta a macchina, come ai vecchi tempi. Ed anche la
scrittura a mano è aumentata: più diretta, non tutti si portano appresso il
palmare. Non gli scrittori che conosco. Più si progredisce, più si diventa
artigianali: non è come vuol far credere il mercato.
L’autobus
attraversava piazza della Repubblica e a lui si spezzava la pipa tra i denti,
mentre Manuela lo osservava spaventata.
Apparteniamo al mondo, per molti versi, per molti versetti satanici. Non voleva essere guardato. Aveva bisogno d’essere
lasciato in pace. Fare molte copie dell’originale, questo ci voleva. La società
s’era involuta. Era divenuta più complessa e le libertà del singolo diminuite. Apparentemente, era tutto il contrario,
ma nella realtà, le cose erano molto
peggiorate, perché c’era minore evoluzione individuale. La società era implosa:
tutti siamo meno liberi, nonostante ci facciano credere il contrario. Per cui,
la lettera scritta a macchina gli fece uno strano effetto. Si soffermava per la
lunga fila di bancarelle al lato destro del piazzale, incuriosito da qualche
stampa o da qualche libro.
La
letteratura mi perseguita: tutti raccontano la propria storia, a cominciare da
Svevo, e mentono. È l’esplosione epica: il nostro passato ci appare in qualche
modo eroico, direi eroicomico. Siamo tutti nipotini di Zeno Cosini. Ma figli di
Noam e coetanei dei nostri stessi figli. Inseriti in questo flusso ansimiamo,
precorriamo, resistiamo. Viviamo in una casa borghese, ma da inquilini
provvisori, scossi e sotto la minaccia della Storia. E qui produciamo, sognamo e ci angosciamo: la Storia ci trascinerà in
qualche altro posto, a noi sconosciuto. Ne siamo perfettamente coscienti, ma
stentiamo a crederlo. In qualche altro
luogo, già.
Zero Stentini, potrebbe essere un’accettabile parodia del personaggio. Un
personaggio, dunque. Una funzione linguistica, ma anche una realtà più vera. Un’ipotesi di personaggio. Una maschera
stentorea, uno stenterello. Già. Un
accordo scordato, uno strimpellio qualunque, una pinzillacchera ecc. Ma potrebbe anche essere dotato d’un non comune
angolo di visuale: di colui che sbircia
il mondo di nascosto, alla chetichella. Una figura umbratile, degna di poca
nota. Nato da un calembour e da un ossimoro, per allitterazione, per opposizione e contrasto, nonché per
associazione ad una nota maschera tutt'altro che stentorea, il nostro è una figura ipotetica, allo sbaraglio. Cos’ha
in comune con Zeno Cosini e con Stenterello?
Scrittore
Fortunato,
dopo il clamore per l’uscita di Horcynus,
era stato riassorbito tra le mura domestiche del terzo piano, nella palazzina
dove ora abitavamo con Ornella. La scrittura procede liscia. Tranquilla, mentre
Zero è in agguato, con la sua ombra. Ci sono cose che è ancora possibile fare,
con la letteratura. Ho parlato adesso col neurologo, che mi ha chiesto notizie dell’occhio.
Da questa settimana posso cominciare a uscire, nelle ore calde. Poi, potrò
riprendere la scuola, salvo complicazioni. Oggi avrei la riunione all’Enap, ma
forse è ancora troppo presto. Meglio tenersele per sé, certe cose.
La
letteratura gioca con la realtà, la emargina, per ciò stesso evidenziandola.
Questo forse pensa Zero Stentini. Posso comiciare a uscire. Ma cosa c’è di strano? In tal senso, la letteratura commette un
peccato mortale contro l’essere vivente. La mia resistenza a Svevo era stata
determinata da sempre da quella concezione in
negativo della letteratura, come attività che sottrae tempo ed energia all’azione
concreta verso il mondo, che in tal modo si allontana progressivamente quanto
dolorosamente, lasciandoti con un ghigno
sinistro di rimpianto tra le labbra. Eppure, era proprio in virtù di tale negatività assoluta che la vita stessa
riprendeva forza e forma. Per il resto, è come essere malati. La malattia è ciò
che si esorcizza con maggior forza. Si prova vergogna ad essere malati. Diceva
che avrei dovuto condurre una vita morigerata, perché quel tipo di malattia
lascia delle tracce e non scompare mai del tutto. Reagii allora con forza,
desiderando di apparire più sano dei sani ed esponendomi ad ogni tipo di
scorribanda. Erano questi, influssi sveviani? Come prima cosa continuai a
fumare, cosa che mio padre mi aveva proibito, dopodichè mi avviai a condurre
una vita tutt’altro che regolare, non sopportando l’idea della malattia. Ma c’è
un modo, forse, di non vivere il male
come separazione dal corpo sociale – che è il vero malanno. Si può essere
malati e stare con gli altri. Chi è senza
malanno scagli la prima pietra. Invece, l’ingiunzione paterna, pareva
proprio riferirsi allo stare con gli
altri. Era un’incoraggiamento alla diversità,
all’isolamento, ciò che alcuni padri
troppo apprensivi fanno con i figli. Ma in me agiva già d’allora l’incoscienza di Zero.
Su
alcune frasi erroneamente cancellate, invece di memorizzarle nella cartella Pezzi tagliati, che andrebbe a sua volta
stampata, cala per sempre l'azzeramento: il computer non perdona, quando
cancelli cancelli. Sì, poi, forse… ma
di solito, le frasi cancellate fanno una brutta fine: sono come fogli strappati
e gettati nel cestino, dove puoi sempre rovistare, ma poi, il giorno dopo,
tutto finisce nella spazzatura. Le frasi riguardavano un certo atteggiamento di
Noam scienziato, di Noam illuminista e cartesiano, del linguista,
insomma, che giudica riduttivamente marxismo
e teoria della letteratura (sic),
come non rispondenti al concetto di falsificabilità proprio del ragionamento
scientifico. Avrei voluto riportare gli interi pezzi in questione, perché mi
sembravano interessanti, ma poi ho cancellato tutto, senza registrare. E
ritorna sempre, la maledetta questione delle varianti e del supporto non
cartaceo. Poi c’è il problema della stampante che non funziona sempre come
dovrebbe.
Antefatto
Lunedì
17 gennaio 2005, alle ore 13.40 circa Zero Stentini attraversa il lungo
corridoio della scuola, dove viene a sua volta salutato dai bidelli e da
qualche altra collega. Infine scende le due rampe di scala che lo portano al
piano terra e lì, dopo aver fatto un cenno con la mano ai custodi, si dirige
verso il cancello. La giornata era fredda ma assolata, governata da un campo d’alta
pressione che rendeva il cielo d’un azzurro intenso e la luce abbagliante:
percorreva quel sentiero oramai da venticinque anni. Prima aveva insegnato in
altre scuole di Roma, di Ostia e di Nettuno: ma la sua presenza, in alcune di
quelle, era stata scarsa, per via della sua malattia. Hemingway sosteneva che
l’uso della terza persona lo metteva maggiormente a suo agio, facendolo sentire
più libero nei suoi movimenti di narratore. A me la prima pareva più schietta.
Insomma, nulla lasciava presagire quanto poi sarebbe accaduto. Stentini era
ormai prossimo alla pensione di qualche anno, anche se questo pensiero non lo
accompagnava, ma gli veniva spesso ricordato dagli altri. Oramai si era
rassegnato a quel mestiere fatto di frustrazioni e rare gratificazioni, ma che
nel complesso, gli rendeva la vita tranquilla, pur nel trambusto quotidiano. Se
per vita s’intende quell’improvviso stato di agitazione, quel montare dell’ansia
verso ciò che bisogna fare verso il mondo esterno, quella paura di non farcela,
quella affannata ricerca di affermazione, di riconoscimento, quel senso di
malessere e di trepidazione, di sgomento e di irrequietezza, derivanti dalla
certezza di non avere in mano un bel niente, un pugno di mosche; quello stato
d’indicibile angoscia, afflizione e come difficoltà di respiro, che ti afferra
per la gola ogni qual volta devi prendere una decisione, o devi semplicemente
affrontare una delle tante incombenze, o portare a termine un qualcosa che ti
turba; tutto quello che ti getta in uno stato di panico e come di smarrimento,
nei confronti d’una realtà che ti sfugge e che è impresa ardua tentare di
conoscere; se per sopravvivere hai bisogno di continui farmaci e tranquillanti,
allora si comprende il motivo che lo aveva indotto, da qualche anno, a scrivere
un diario, la stesura del quale lo rassicurava. Si trattava d’una scrittura per
guarire. Ora si stava abituando a quella vita da scrittore, o forse sarebbe meglio dire da scrivente. Trascorreva intere ore nel suo studiolo e la sera, dopo
cena, riprendeva a scrivere. Cominciava a capire il significato di ciò che gli
aveva detto Fortunato e su quel non mollare la presa, una volta che si è
cominciato: Non mi alzo più dalla sedia,
Zero. Poi aggiunse: Certo, cerca di capirmi. Era l’esempio dello
scrittore che ammirava, anche se subiva come una condanna l’appartarsi dalla
vita in quel modo così radicale. A qualcosa bisogna pur rinunciare.
La
gente si riversa per le strade, goffa e sbandata. Catapulta, parla a voce molto
alta. Collegata in una rete, la moltitudine non pare avere più un orizzonte:
cammina ciondolando, lasciando cadere dal braccio una sporta, o chinandosi per
raccogliere alla meglio degli stracci, posti alla rinfusa sul selciato. Ad ogni
angolo siedono postulanti, mendicanti importati dalla nuova ondata di
globalizzazione: bambini che chiedono centesimi, con l’aspetto divertito e
provocatorio, già impostato al cinismo. Sedute sui gradini dei portoni o dei
bar, sul marciapiede davanti al giornalaio, in tutti i posti di transito, le
nuove megere smerciano afflizione a
comando. È l’ora tarda del mattino, l’ora dei mercanti e dei bancarellai, la
maggior parte ormai extracomunitari. Il sole rigonfia le figure in un contrasto
chiaroscurale: male in arnese, la gente arranca. I più giovani hanno assunto
ormai la navigazione a vista, nell’entrare o nell’uscire da mondi
spettacolarizzati, da pizza a taglio
a licei, ingombranti e frastornati. Non vi è nulla, nessuna nuda vita, nessun punto di vista esterno
al mondo. Non sopporto più il freddo di questo periodo. Credo che nei prossimi
anni, non appena potrò, dovrò cambiare latitudine.
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Alfonso Lentini, Andare (ad A. R., ragazzo dalle suole di vento), 2010
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Némesis
Bruno
è alle prese con Duns Scoto: il volto appare accigliato e sorridente. Zero lo osservava
nella sua stanza da un’angolatura bonaria. Non c’è più un fuori. Bruno tardava
ad abbandonare la pagina a se stessa, continuava ad accarezzarla con uno
sguardo che non tradiva la difficoltà. L’associazione col sacco scrotale
sembrava piuttosto inevitabile: Duns Scroto.
Era alle prese con un testo d’esame. Ma qui è lo spazio ristretto di quella
stanza ad interessare Zero. A porte
chiuse. Anche dalla parete la gioconda
vivisezionata lanciava il suo messaggio analitico. La riscoperta della porta.
Il delimitarsi della soglia. La conoscenza, in quanto apprendimento, non era
forse una necessaria limitazione della volontà? Un suo diverso e più specifico
orientarsi verso qualcosa? La porta significava tutto questo. Ed era sempre chiusa. Quando poi con il tempo
si ripensa a quelle stanze una volta piene di vita, ci si rattrista per il
fatto che ora sono vuote, o riempite diversamente. Ma una porta chiusa
rappresenta la certezza di uno spazio colonizzato, in cui l’uscita è
provvisoria, sospesa. Volli, sempre volli.
Bruno scriveva, in quei primi anni sessanta. Ogni volta che Zero entrava nella
sua stanza, mentre lui ancora dormiva, attendeva il suo risveglio osservando le
tracce di quella scrittura. La madre lo faceva entrare e si leggeva sul suo
volto il disappunto, per il fatto che Bruno, nonostante l’ora tarda della
mattinata, ancora dormisse.
Uno
strano dolore sopraggiunse. Zero sapeva di non poter fare altro che
ripercorrere i medesimi transiti cerebrali, e questo gli provocava un oscuro
spasmo viscerale. Sapeva d’esser nato all’interno d’una gabbia culturale che
riproduceva incessantemente la sua stessa esistenza. Uscire da quella gabbia,
per entrare in quella del linguaggio, non era poi una grande uscita. Si restava
sempre chiusi nella medesima prigione. O forse era proprio questa la soluzione?
Del resto, come si faceva a porsi all’esterno
di quel sistema? E la scelta della letteratura, ne esclude altre? O c’è un
punto in cui queste due esigenze si toccano e si trasformano: l’una trasforma
l’altra? Infine, come liberarsi dai propri incunaboli
? è inutile: la storia
ricomincia sempre da capo, ma da un altro punto. Scriveva i suoi primi racconti
con la stilografica Pelikan e su
carta Extra-strong : erano racconti di fantasmi, di strane figure della notte,
ispirati alla filosofia dello zio Ugo,
come Giuliano e Bruno chiamavano il filosofo gentiliano che in quegli anni si
era avvicinato al comunismo, dopo i viaggi in Unione Sovietica e in Cina. Ma
quei racconti erano costruiti pensando a La
vita come amore, nonostante che Giuliano, di ritorno da scuola e sotto i
platani di viale Tiziano, gli avesse consigliato la lettura del Manifesto del partito comunista. Due
pensieri, o forse più di due: una moltitudine di pensieri che procedeva in
parallelo, incontrandosi all’infinito.
La
faccia non comunicava: la contrazione del settimo gli distorceva la bocca in
quello che poteva sembrare un ascesso, o un ictus. Gli costava fatica. La
nemesi era descrittiva. Non tutto, nella scrittura, appariva razionale. Forse
l’intuizione, forse l’irrazionale alla Dodds, forse la colpa, il peccato. La genesi dell’espiazione. Tutto era già stato scritto, dicevano. Solo copisti
e filologi, alla Reynolds. Sistole: valvola cardiaca, già. Era meglio non
uscire: stare al chiuso, al caldo: dall’esilio.
La figura era sempre in attesa, insieme alle altre. Stenterello stentava a
manifestarsi, insofferente come un dio greco. Figurarsi l’impatto col mondo!
Beh, s’era stancato: succedeva. Bofonchiava. Nell’ampia camera, con vista su
Monte Mario, aveva scritto Armonius
Rodera: figura istrionica, e poi Botosam:
figura del confine. L’interno era stato distrutto dalla globalizzazione: da
quell’interno ampio e desolato, ora sorgevano musei. La maschera piroetta, e
mentre in passato s’era volta verso Ponte Milvio, ora fece dietro front, verso la consolare. Si tratta di scherzi della
cultura, che ora agivano sulla maschera in modo trasversale, a comando, senza
preavviso. Si diresse verso la baracca di Valentino. Metteva confusione ad
arte, nel racconto: piani temporali sfalzati. Si tratta di esprimere l’inesprimibile.
Nella circolarità della storia, non c’è un punto d’inizio: si comincia sempre,
ma da un altro punto. Non c’è quella causa,
ragione di tutti gli effetti
consecutivi, perché si può spingere la ricerca ancora più indietro, e l’origine può essere spostata, a
piacimento. Ad esempio, nel nostro caso, era iniziata nell’89, o ancora prima, nell’84 ?
O addirittura nel ’77 ? O ancora
prima, alla nascita, o prima della nascita stessa, con la storia dei genitori ? Si poteva retrocedere all’infinito
nella genealogia: fino al big-bang e,
forse, prima ancora. Non esiste un inizio,
una storia che cominci. Ogni ricerca
dell’origine sembrava destinata al fallimento. Ma ora, siamo agli inizi degli anni Sessanta, dove la storia comincia.
Bruno
fumava: due pacchetti di stop senza
filtro, che acquistava dal tabaccaio sulla via Flaminia. Poi portò il suo primo
capitolo dallo zio Ugo, a piazza dei Carracci: dall’altro lato della piazza, al
bar Tranquilli s’era creato un
ritrovo: il fumo era la ragion di vita,
per qualcuno del gruppo. Mentre proseguendo dal lato opposto, verso la
Flaminia, sulla destra, c’era via Guido Reni, con la Parrocchia di S. Croce:
altro punto di ritrovo, dove abitava, tra gli altri, il teologo Cornelio, amico
dello zio Ugo. Lungo quel tratto di strada, i due passeggiavano spesso. Anche
nella sua stanza, Zero aveva attaccato delle foto, alle spalle della scrivania.
Ma usava spesso lo studio del padre, per telefonare. Nella stanza, invece, si
ritrovava con qualche amico, tra cui qualche ex compagno di liceo. Era lì,
dunque, che Zero era voluto ritornare. Una volta giocò alla psicoanalisi con
Giuliano: lo fece sdraiare sul suo letto e iniziò a picoanalizzarlo. Ma
Giuliano volle interrompere, sul più bello, la seduta. Sia Giuliano che Bruno giravano con una giacca di lana
malmessa, sopra una camicia bianca sbottonata; ma Giuliano, più spesso, lo si
vedeva in maglione, ed era, in genere, più curato nella persona di Bruno che,
anche in pieno inverno, indossava quella stessa divisa. Allora, ancora non era
giunta la moda della barba, che Bruno portò per primo. A seguito d’un giradito,
così diceva, aveva il pollice della mano sinistra semiamputato. Il suo aspetto
arruffato e cencioso lo aveva reso popolare tra gli amici, che lo
soprannominarono, in seguito, Barabba.
Quella di cui si ammantava con disinvoltura: la polvere della storia. Non so perché quella figura, quella
maschera carnascialesca avesse voluto ritornarvi, ora. Dispettosa e
imprevedibile, poteva trascinarmi, a suo piacimento, avanti e indietro. Quando
rideva, la bocca gli si apriva e allungava spropositatamente in una smorfia. A
quell’epoca, Bruno dormiva spesso durante il giorno, perché, suppongo, passasse
la notte a studiare o a scrivere: o entrambe le cose. Viveva immerso nella
lettura de La montagna incantata,
prima, e nella tetralogia, poi, di cui ammirava soprattutto Giuseppe il nutritore. E da quelle
letture nacque il suo romanzo. Ne parlò a Zero, a più riprese. Qualcosa
andrebbe detta, tuttavia, sulla sua pigrizia,
o, come si direbbe oggi depressione
cronica, che si caratterizzava più per l’aggressività, che per una forma di
catatonia soporifera. Non indifferenza, dunque, ma desiderio dialettico di autoaffermazione, da realizzare a costo della violenza, vissuta
come una contraddizione. Antitetico, rispetto a Zero che, piuttosto che
aggredire il mondo, si ritirava ancor prima di perdere. Strani tic da apprendista stregone, per Una
giornata di Ivan Denisovic. Si percepisce il disagio della situazione. En
attendant Némesis.
Oblomov
Il
vecchio Zero non ce la faceva più a star sveglio: voleva andare a dormire.
Dieci ore a notte, con un breve intervallo tra la mezzanotte e l’una e trenta.
Venti gocce di Olivis e due
milligrammi di melatonina: andare a letto, il momento più voluttuoso della
giornata. Soporifero. Carnalità epicurea, dopo aver spazzolato i denti, infilata la felpa,
lo zuccotto e i calzettoni di lana,
sopra le coperte, a lasciarsi cullare da un programma televisivo. Goduria, al
centro della terra. Sfilata la giacca da camera, appesa al manichino, le
pantofole abbandonate: adagiato sulle coltri, con la gamba sinistra appoggiata
all’altra, rannicchiato. La gattina alla sua destra, compiaciuta. Il soggetto
oggettivato, disteso e indifferente. Emulator
cortese. Siamo vissuti dalla carogna. E basta con lo joyssire. Ricoperto dalla sera, pigramente. Il mugugno, ultimo magnete
letterario. Arrancava, quando, invece, occorreva oltrepassare il confine. La
figura assumeva connotati stranianti,
oltrepassandolo. Occorreva uno sforzo maggiore, estraneo all’involto. Involuto estragone della Storia. Uno scontro
quasi eroico, tra titani. Siamo tutti
dentro. Dei nemici qualsiasi
dappertutto. Dieci gocce di Alprazolam.
Cupe verdi foglie del giardino: Zero osservava la luna tra i cipressi, dalla
porta vetrata della veranda.L'emozione grande, nel respiro affannoso. Recitare
il mea culpa:
– Mea culpa, mea maxima culpa. Affranto, fletibus aura fremit. Trambusto, nella
stradina. Carrozzelle di neonati, spinte, parole a voce alta. Lo stretto
corridoio d’ingresso: donne affaccendate: la porta di casa aperta, sul
pavimento bagnato.
– Non
è mia la colpa. Angela appare dal retro dell’appartamento.
– Entra,
entra. È bagnato, le dico.
– Non
fa niente, puoi entrare. Mi viene in braccio, si siede tra le mie gambe.
Pittura fresca sulla porta bianca: non c’è più la veranda. Poi la intravedo, a latere. Non c’è contraddizione.
– Ci
saranno grandi cambiamenti.
– Ah,
sì? Sapeva che bisognava lasciarlo stare quand’era depresso. Che succederà mai?
La porta sprangata con la serratura Mottura.
Brevi battute, prima di lasciare la biblioteca. L’Olympia, poggiata sulla sinistra. Anche lui poggiava i gomiti sul fratino. Angela, più giovane di lui,
subiva quel fascino da poète maudit.
Affascinata dal suo Amstrad. Ieri,
come fosse oggi. Negazione. Spio i loro movimenti. John serra la porta di casa
con tre chiassose mandate, quindi scende saltellando la rampa.
– Matriciana? Trovava qualsiasi scusa per
venire a fumare di sotto, perché ad Angela, sopra, dava fastidio. Sulle prime,
anche lui era infastidito da quelle continue interruzioni, ma poi ci fece l’abitudine.
Non voleva interrompere l’ozio e la scrittura, ma la fame è fame, e l’invito cadeva a proposito. Crearsi uno stile, con la bile in fiamme. La quiete spaventosa del
futuro. Sul tavolo, la lente, acquistata durante una passeggiata estiva. Pare
che non manchi nulla alla sacra
rappresentazione. L’occhio stanco del potere. Oggi, come ieri. Comunicò ad
Angela la sua scoperta. Èureka!
Immense nere pupille.
– Da
oggi, vivrò come se fosse ieri.
Angela lo guardava come si fa con un pazzo. Poi girò lo sguardo verso l’interno,
che separava con un corridoietto, la biblioteca dal resto della casa: a
sinistra, la camera da letto, di fronte il bagno, a destra la cucina e la
veranda. Circondata dal giardino. Ma si poteva percorrerla in senso inverso, da
una porticina scorrevole posta al lato opposto della biblioteca. Circolarità
dell'essere. Avvolta in successive
spirali.
–
Questa, la novità. Ma ce n’è anche un'altra, un segreto. Angela era tornata di
sopra: sedeva al tavolo della cucina, su cui era poggiato un libro che leggeva.
Lo ascoltava distrattamente. Lui si agitava, parlandole di quello che era
ancora un segreto.
Marco
s’era accomodato sul divano di pelle nero:
– Pensa
a tutto questo. Gli indicò John che lo invitava a pranzo. E il resto.
– Tanto
lo perderei comunque. Tracima, travolto dalla Storia. Stralunato, perché
proprio a lui? Perché quella telefonata del padre? Era in giardino, con il Brabo, appena a primavera. Prima del
viaggio in Tunisia. Perché il padre lo perseguitava? John fece dietro-front e,
dopo aver salutato, scomparve dietro la porta.
Panopticon
Obliquo,
trasversale anche a se stesso, Marco staccava da sé ogni reticolo, ogni gruppo
autogestito, nei confronti dei quali si mostrava allergico. Il suo essere contro si manifestava ovunque: spaziava dalla politica alla
letteratura, dallo sport al teatro, menando colpi ben calibrati in ogni
circostanza, pronunciando la formula magica Et
ego in movimento. La sua sete insaziabile, lo portava a colonizzare, e ad
espandersi in ogni direzione. Così catafratto, Marco si apprestava ad
accrescere il suo potenziale egoico, per reinvestirlo di continuo in aree d’intervento
sempre nuove. Vedeva in Zero il proprio fratello incompiuto. Accomodato sul nero divano in una posa composta, così
lo avvertiva:
– Pensa
a tutto quello che perdi, questa casa. Faceva roteare il capo, con sguardo
espressivo, a 180°, per la non vasta area della biblioteca. Le braccia adagiate
lungo le gambe. Agenbite of inwit,
citò. Gli era rimasto impresso quel suono. Anche a distanza di tempo, succede.
Le librerie ripassate col mordente
noce scuro, s’intonavano al fratino. Circondavano il salone, fino al soffitto.
Costruite insieme a Ornella, col multistrati
da due. Tutti ce le ammiravano, anche per il basso costo. Tavole su misura, da Coralli. Montanti da tre metri, scaffali
da sessanta cm. Ripescaggio della memoria, al ritmo dei 40 greatest di Elvis, doppio album Special
Pink Pressing, 1978. Marco non poneva domande all’interlocutore. La madre
urlante di Zero: crisi depressiva. Spalancava la porta della stanza, mentre
studiavo, urlando in preda alla disperazione. I grandi occhi scuri fuori dalle
orbite, i capelli non lunghi scarmigliati, al vento. Era una delle tre Furie, forse Aletto. Maschere
dionisiache appese al muro della camera da pranzo, verdiboschive. Un pugnale a spruzzo trafiggeva un’oscura trama
pittorica. Ricorderò sempre il mio quinto
compleanno, a testa in giù, sulla poltrona di via Tiepolo. L’addio alle due
sorelle, dalle finestre del seminterrato, dal palazzo di fronte, color rosso
pompeiano. Un acino d’uva, di vetro.
– Ciao
Lorenza, ciao Simonetta: io vado. Mi trasferivo a via Flaminia 357, qualche
metro prima di piazza dei Carracci, girato l’angolo. Lorenza, la maggiore,
lucida il vinacciolo col lembo della gonna, scoprendo le gambe.
– Tieni.
È per te.
Conservai
il chicco di vetro nella tasca dei calzoncini. Traslocavo. Lasciavo per sempre
il teatro, con Scotti su una sedia e le sorelle Nava. Si entrava nella casa del
cattolicesimo. Anche il signor Coop e il maestro Alfieri, che intingeva dei grissoni nel caffellatte, al tavolo da
pranzo, dove, poco distante dalla tazza, poggiava una compressona rosa per l’ulcera. Su quell’allegra brigata calava il sipario. Si cambiava vita.
Microsolchi
My baby left me (1956), Heartbreak hotel (1956), Blues suede shoes (1956), Hound dog (1956), Love me tender (1956), Got a
lot o’ livin’ to do (1957), (Let me
be your) Teddy bear (1957), Party (1957),
All shook up (1957), Old shep (1956). Di buona lena s’inchiodava e si martellava. Lemuri
maleodoranti e maledicenti, dal sottosuolo. L’onfalo era in quella casa: una
pietra bianca conica. Menadi furenti infestavano la ridente collina. Angela ci
toglieva il malocchio, in un piatto d’acqua su cui versava gocce d’olio.
Sorridente, benevola. Castelpagano,
Pagus Herculaneus. Attraversata dal torrente Tammarecchia: la sciumara. Castellopagano / lontano dal mar / ro spasso
nostro / è la sciuma. / Tra pann’, pisci e can’ / e conn’ammoin’ / fin a la
mattin’ / ci vorrimm’ sta’. A tarantella: nel 369 e nel 396, primi terremoti.
Chiasmo, a forma di pesce. Cata nui,
cataclisma nell’urna, genuflettendosi:
Boschi
cedui di cerro, residuo della selva
fra il Tammaro e il Fortore. Don’t (1958), Hard
headed woman (1958), King Creole (1958),
Jailhouse rock (1958), A big hunk o’ love (1959), I got stung (1959), One night (1959), (Now and
then there’s) A fool suchasi (1959), I
need your love tonight (1959), Stuck
on you (1960). A la fontanell’ / co ro ciste ’ncapo / vanne le zitell’; /
se lavne ri pann’, / se contne ri fatti / che po’ tutt’ sann’.
Acqua santa benedette
tu me lav’ e tu me nette;
tu me netta d’ogn’ peccate
dall’ore che song nate.
Si
procedeva alla colata, quindi al demollaggio: s’insaponava e si
strofinava, sul lavaturo o all’acqua
dei valloni, sopra una pietra. Fever (1960), It’s
now or never (1960), Are you lonesome
tonight? (1961), Wooden heart (1961),
Surrender (1961), His latest flame (1961), Wild in the country (1961), There’s always me (1961), Rock-a-ula baby (1962), Can’t help falling in love (1962). La biancheria si bagnava nell’acqua: seconda colata. La biancheria si deponeva in un
tino: cenerale. Bollente acqua.
Per tutta la notte la biancheria restava nel tino così: Good luck charm (1962), She’s
not you (1962), Return to sender
(1962), You’re the devil in disguise
(1963), Crying in the chapel (1965), Guitar man (1968), In the ghetto (1969), Suspicious
minds (1969), There goes my every thing (1971), Don’t cry daddy (1969). Leva
il cenerale, strofina. Rischiara
dalla liscivia. Riponi nei cesti,
risciacqua e sciorina. Pozze di sangue, gocce di sangue: è un riso per me
questo odore d'umano sangue.
– Gradisci
una bibita fresca? Le quattro facciate del rosa vinile di Elvis, a 33 gironi. Raschiante rimorso: he left wifes and three children. Era
tuttavia felice, in quel giardino.
L’ansia
lo martellava, strangolante. Toglieva il respiro, lo calava nell’imo. Quei suoni sincopati, lo avevano
alla fine stremato. Il tempo, con la sua sfasatura d’accento: troppa carne al fuoco. Ma non si
riferiva al microsolco, piuttosto a se stesso. Stramazza sul divano di velluto
a coste, addossato alla parete frontale: ammirava la libreria, per il suo color
castagna, che metteva in risalto quei libri. Propensione all’asfissia.
– Ha
bisogno d’aria. Il Dott. Di Vietri, che l’aveva salvato appena nato, indicava
la finestra chiusa della sua cameretta. Ossigeno, incolore e inodore. L’accento
pugliese. Cappello grigio, a larga tesa. Andatura barcollante: labirintite.
Luminosi occhi grigioazzurri. Seduto al bar del piazzale, non lo riconobbe. L’essenza
dello joyssire, troppi rimandi.
– Appena
un goccio. La visita durava un paio d’ore, compresi i convenevoli e la sosta
allo studio del padre. L’oscura bevanda, labirintiforme: il destino sul fondo
polveroso, alla turca. Involve, asino tra
i sonagli, su cui cade l’oblio. Stesso colore catramoso della nicotina, nel
microbocchino David Ross, trasparente.
Amava quel colore. Scrittura sincopata, asfittica.
Un intero mondo lo seppelliva, col suo inferno.
Con un gesto ravvicinato del pollice e dell’indice, indicò la misura esatta.
Chiaretta stava per versare, oltremisura. La camera da letto anni quaranta: il
grosso armadio a due ante. Qualche 78 giri,
con fodera color nocciola, friabile. Carta usata nel dopoguerra, dal
panettiere. La voce del padrone,
marchio color ruggine con stampato il
suo nome, col titolo della canzone. Due facciate, il logo veloce: un cane bianco, in ascolto, al grammofono a tromba.
Solchi tre volte più larghi. Cane e grammofono, girondolano. Si diverte a
osservarli, ipnotizzato. Chiaretta, invece, rifiutava quella vita in cui s’era
ingabbiata. Lei, artista di successo. Zero la vedeva dal letto grande,
strapparsi le pantofole ai piedi e gettarle dalla finestra, insieme a frammenti
d’album e a sue registrazioni. Ogni tanto, quando passa sotto quella casa,
immagina le persiane spalancate, con le urla e i frammenti di vita che vomitano
dalla finestra. Nulla, in realtà, è mutato. Ma da quel letto d’ammalato,
confusamente, pensava che la madre dovesse avercela anche con lui. Prese a
odiarla, pieno di rancore: non vedeva che lui stava male? Il suo io gridava vendetta. Fu colpito, insieme
alla madre, da una trasformazione sociale, sul finire degli anni Quaranta e
agli albori dei Cinquanta.
– Stracciarolo, roba vecchia e concoline.
Un suonatore di foglia, anche. E un costruttore di alambicchi, formati da
anelli metallici concentrici. Un ombrellaio
e un arrotino. Nulla è cambiato. Stessa
bancarella di frutta all’angolo di fronte. L’uomo dalle pelli di leopardo, il
cantante di strada ecc. Secondo dopoguerra, intercettato. Cannibalici
ritrovamenti, troppo nomadi. Rutto del figlio, dalla cucina. Occupazione delle
terre. Lotte agrarie: la quota spettante al contadino. Fu elevata a quattro
quinti del prodotto. Strutture arretrate del latifondo. Braccianti e contadini,
rivendicano l’applicazione delle nuove leggi. Ora lo Stato interveniva sui modi
di concessione della terra. Anche nelle zone meridionali. Limitazione delle
forme parassitarie di rendita fondiaria. Riduzione del trenta per cento del
canone d’affitto: equo canone, in cereali. Il Lodo De Gasperi, trasformato in legge. Tregua mezzadrile, con quota del 53 per cento del prodotto.
Reinvestimento del 4 per cento del lordo vendibile del podere, per opere di miglioria nell’azienda,
preferibilmente d’inverno. Giorgio Giorgetti, Contadini e proprietari nell’Italia moderna. Rapporti di produzione
e contratti agrari dal secolo XVI a oggi. Seduto sulla sdraio, nel salone di
piazza Benedetto Cairoli, insieme a Fausto, nell’altra.
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Giuliana Laportella, Le ceneri di Gramsci, 2006
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Intus
Secondo
Marcello dentro non c’è nulla. La
libreria è moderatamente affollata. Gianni sorride per il mio imbarazzo. Tutto
è fuori: extra moenia. Dentro, in
effetti, solo memorie: lo specchio
deformante della realtà. Noam ha ragione: sui giornali c’è quasi tutto ciò che accade. Basta comparare, a largo raggio: procedere
in solem et pulverem. Nello slargo dove inizia il lungolago, incontra
Campioli, che è molto meravigliato.
– Cosa
ci fai da queste parti? Bel viso largo, da contadino padano: fessure
grigioverdi degli occhi, scrutanti e sorridenti. Secondo Joyce, era più
interessante ciò che accadeva nella sua testa. Condannato all’esilio. Si
giustifica.
– Lungo
la campagnanese, ci fermiamo con mia
moglie in un posto dove fanno delle stupende salsicce: due panini, e via. Qui,
lei può passeggiare. Cosa ci faccio, qui?
Botosam, figura del confine. Grafica
Campioli – Monterotondo: Poesia in
piego 30. Impacciato, Manuela seduta di fronte. Qualcuno s’accosta al lungo
tavolo da lettura. Dire qualcosa sulla soggettività. S/OGGETTO TRE. La figura universale del lavoro. Bretton Woods, 1944. Un terzo delle
auree riserve mondiali. Lotte antimperialistiche, nelle regioni subalterne.
Mentre si scambiano battute col Giorgetti e Fausto: in quel lontano 17 agosto
del 1971 l’intero debito americano veniva scaricato sull’Europa.
– Quelli
sono i soggetti inseriti nella
produzione, cioè tutti. Occhi cerulei
di Marcello. Rabelais, il più grande
spirito dell’età moderna, nicchiò ancora basito. Ora siamo dentro, in toto. L’intera moltitudine
planetaria. Continuò la lunga marcia per il lungolago, arrivando fin quasi al circolo. S’era fermato al bar Sandro, per un gelato di crema nocciola
e cioccolato, nonostante il freddo. Seduto in panchina. Procede oltre, sotto il
sole. Rifiuto attivo del lavoro, sotto il carro celeste. Competizione, sul
fronte della soggettività. Ingannato dalle nuove tecnologie, che invece di
liberarlo, l’avevano irretito e ibridato, Zero usciva dall’aula multimediale
che aveva contribuito a creare, con iniziale entusiasmo. Senza che, perciò,
esistesse un’uscita. Su di lui avevano puntato le dirigenze scolastiche: l’unico
a conoscere l’uso del computer e di Internet. Lo chiamavano in soccorso, era
divenuto il centro. Poi, capì che si trattava del modo di produzione postmoderno.
– Stentini,
perché non mi fa un progetto segreteria?
Occhi da gatta: Maura mi guarda, dal basso. Seduta al tavolo. Avrei dovuto
procedere all’alfabetizzazione. Rosa, con quei zamponi da contadina sulla
tastiera. Dovevo procedere. Manca la carta igienica nei bagni. Sono i genitori
degli alunni che devono rifornirli. Nettarsi il culo con il mouse: paradossale e reazionario. La dirigente mi chiede di preparare un
corso per i docenti. Tutto era partito senza preavviso. O con la carta della
stampante, meglio. Pericolo di graffiature. Cosa c’era di vero? Fumava e
tossiva, Occhi da gatta:
al confine, il grande portone aperto dava sul giardino. Lo fissava,
monologante. La ritrovo all’edicola-tabacchi: mi riconosce. Ossessionato dallo
sguardo. Alle vecchie scartoffie sostituisce il trambusto della carta stampata
di Campo de’ Fiori. Sgomita, dicendomi di aspettare. In una nicchia sulla
destra le sigarette. Sottomesso alla vista, lente deformante o panopticon? O
entrambe le cose? Sguardo da gatto, minaccioso. Poi, per fortuna, distratto.
Non più inquisitorio, tiranno.
– è arrivato un pacco per me? Sapeva che
non c’era alcun pacco, ma si divertiva a stuzzicare Rosa, con la sua aria
arruffata e i vestiti d’una taglia abbondante più risicati e umili.
Approfittava dell’autorità derivatagli dalla carica di Direttore Vicario.
Maura, invece, sempre china sulle carte, non la si coglieva in fallo. La vita è
menzogna, la letteratura verità. Quando si vive, non si è altro che la propria
caricatura. Non si può essere se stessi, la vita non ce ne lascia il tempo. La
maschera muta col mutare della storia. Giunto a piazza Vittorio Veneto, scende
ancora per via Roma. Scende la piccola rampa e si dirige al parcheggio.
Finalmente, dentro.
Una
volta dentro, Alprazolam serve ad
organizzarsi. Non sei preso dal panico. Probabilmente, i Fiori di Bach raggiungono il medesimo effetto desiderato, allo stesso
modo e senza creare dipendenza. Californiani. Lo sapeva che ero uno scrittore, un giardiniere dell’anima:
gruppuscoli d’alieni indietreggiano, al solo nominarla. Anch’io mi meraviglio, senza faticare coi sinonimi.
Allegorie. Già, l’anima. Il soffio vitale:
ombre di gracchianti cornacchie, per effetto solare. Una tavola, per la
tramontana. Rimuove il blocco della scrittura. Oltrepassa gli ormeggi, incondizionato passaggio. Rischiamo di
perderci, in un fuoco molto intenso. Le faceva scudo con il suo corpo. C’è chi
rovista nei cassettoni dei rifiuti,
di spalle: forse due albanesi. Extra
in movimento. Alle spalle, il diluvio. Rifugiati, a basso costo. Specchio
vulvare, ansa. Spicchio d’aglio, mi
saluta, in controluce. Non l’ho riconosciuta. Procedere oltre, l’autocastrazione.
Largo volto, comunicativo. Circolo e dintorni: marcia forzata della nuova forza
lavoro. Immaginario collettivo, già. Fermarsi a parlare. Appariscenti appetiti
del pleonasmo. La smorfia sulla faccia, segno premonitore d’una vecchiaia precoce,
accellerata dagli eventi. La vita, prima la si premonisce.
La
natura, altra vasta architettura d’interni. Lungolago, attrezzato. Panchine,
per prendere il sole. Gruppo di sculture astratte, ambiente integrato. Orizzonti. Oltrepasso il bar la vela, con pontile. Vasti uccelli dei mari. Segmentazioni
verticali dell’interno misto, e sue orizzontalità. Non c'è malaccio, come tesi.
Depositare, dove? Non avrai altro dove.
Segmentazioni, nient’altro. Indici di proprietà. Impossibile, liberarsi da
questi cerebralismi. Inescluso,
transeunte. Chiarore diffuso, insostenibilità dell’essere. La penombra è
necessaria al suo manifestarsi. Senso di nausea per quei colori azzurro-marrone
e verde, offuscati dal riflesso solare. Disagio, per un paesaggio così poco
mutevole: fissità e contemplazione, ovunque. Pochi individui, isolati nella
luce: sagome del déjà vu metafisico,
irreale. Celeste mistico, speculare. Il lago, un grande mantello mariano. Spicchio d’aglio inveisce, in meticcio.
Genericità in cammino, sottrazione dell’essere. Trema al sol pensier, o forse trama. Tyche, il suo vero nom.
– L'origine du monde. Ansante, Rino ne
parla come il miglior quadro mai visto. Estasiato, tra i tavoli del circolo. L’avete
visto? Vegetazione spumeggiante:
qualche salice, un roseto a spalla, banani. Acquistato da Lacan, inserto de il manifesto. Il rovescio della
psicoanalisi, seminario. Ne parlo con Marco, citando.
– è una situazione complessa. Alberto
sorride, pensando alla dialettica. L’ombra di Marco, scostante: sfoglia, spianando
le pagine sul tavolo. Victrix causa.
Si placò. L’aula vuota, accanto alla mia. Cartelloni ai muri, coi lavori. Spazio aperto. Dalla finestra,
realtà miste, verdeggianti. C’è sempre qualcosa o qualcuno, che prende il tuo
posto. Mostrarsi indifferenti, plausibili. L’ironia devastatrice. Questione di
rapporti di forza, o di mostrarsi interessati. Laissez faire, da oziosi. Sottoposti alle leggi del mercato.
Stentato e asimmetrico, il volto alla Munch.
– I
fatti non parlano. Le parole sono assenti, non te ne sei accorto? È la
genericità muta della natura e della guerra, non senti gli spari? Il colpo di
freddo che avvilisce il nervo, nella cantina. Dopo cinquanta giorni.
– Con
tutto il tempo che hai, maledizione. Dunque, una complessità di problemi, non
riducibili ad unità. Si parla del tempo, di chi lo trascorre in ozio e del laissez faire, anch’esso derivante dall’assenza
di desiderio, di conflittualità. Il singolo è ferito, nella sua persona. Borsa
floscia, cadente dell’occhio sinistro. Occhio
di bue. Motilità scaduta delle palpebre. Tumescenza. Paralisi del lato
sinistro della faccia. Compressione del cavo orale, l’urlo inespresso. Faglia, in
extremis. Niente più piroette.
Sono – si dice – piroette
postreme prima della resa.
Siena,
Quaderni di Barbablu, 1987. Marco,
oggi se ne vergogna. Si mise in movimento,
dopo dieci anni che si frequentavano. Lui, all’epoca era già al suo terzo
libro, più un’infinità d’interventi su riviste e in pubblico. Aveva organizzato
due rassegne di successo ai Magazzini
Generali, diretto l'omonima collana di poesia.
el poet multigrafo e vocalaborioso
che
rumina distilla agudezas
In
ricordo delle serenottate a via dell’Assietta.
Lo andava a prendere con la Dyane,
all’angolo di via Nemorense, verso le sette di sera. Processionarie.
Dal
’77 al ’79, bierre. Oggettivo, sans phrase. Si siede sulla Cantù, attento. È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia,
determinando lotta. Invece, il ’68. Un corpo senza più bisogni,
omogeneizzabile. Senza tracce. Celare gli umori, i disagi. Ricambio continuo.
Puliti come gatti. Adattamento all’ambiente, alla natura, alle circostanze.
Contagiarsi, meticciarsi. Non è che l’inizio.
Il lavoro, comincia col nettarsi il buco del culo. Interiore homine, capùt.
(Extra)
(Il contestatore resta con un pugno di
mosche). Guardateli fare. Finora non ho capito niente. Ma chi stai
prendendo in giro, qui? – Morale – è meglio uscire di qui. Io voglio dire che delle persone qui
sono timbrate. Delle persone vogliono parlare a titolo di una contestazione. Ce
ne sono altre che nel loro angolino fanno Tralala, bum-bum, zum-zum, ed è
questo che fa movimento d’opinione. Un
bel tacer, non fu mai scritto. Io vorrei
proprio che non ridessero, a questo punto. Proprio come è triste vedere la
gente uscire di qui come dalla metropolitana alle sei di sera. Non è proprio
così, dato che sentono il bisogno di parlare tra di loro. C’è un certo numero
di persone, le stesse che prendono appunti e che ridono. Si tratta di
articolare una logica che, per quanto possa avere l’aria debole – le mie quattro letterine che sembrano niente se non fosse
che bisogna sapere secondo quali regole funzionano – è ancora abbastanza forte da comportare ciò che costituisce
il segno di tale forza logica, cioè l’incompletezza. Mentre questo coso ronfa tranquillamente, centocinquanta compagni delle
Belle Arti si sono fatti arrestare dai poliziotti e da ieri sono a Beaujou, perché
loro non fanno corsi sull’oggetto a come
il mandarino qui presente, di cui non importa niente a nessuno. Sono andati a
fare un corso selvaggio al ministero dell’Equipement sulle baraccopoli e sulla
politica di Chalandon. Mi sembra che si sia arrivati a un punto in cui è
evidente che una contestazione può prendere una forma di possibilità in questa
sala. È chiaro che si possono emettere dei gridolini, si possono fare bei
giochi di parole. Fare del Marx accademico è servire un’Università borghese. Se
si deve buttare all’aria l’Università, lo si farà dall’esterno con gli altri
che sono fuori. Allora perché tu sei dentro? Io sono dentro, compagno, perché se voglio che la gente esca, bisogna
pure che venga a dirglielo. Vede. È tutto qui, vecchio mio. Per ottenere
che loro ne escano, lei vi entra. Io
sostengo che è lasciarsi prendere in trappola. Assolutamente vero. Io sostengo che è fuori che bisogna andare a
cercare i mezzi per buttare all’aria l’Università. Ma fuori di cosa? Perché
quando uscite di qui, diventate afasici? Quando uscite, continuate a parlare,
di conseguenza continuate a essere dentro. Io
mi domando perché questo anfiteatro è affollato da ottocento persone. È vero che
sei un bel clown, celebre, e che vieni a parlare. Anche un compagno ha parlato
per dieci minuti per dire che i gruppuscoli non potevano uscirsene dall’Università.
E tutti, riconoscendo che non c’è niente da dire, parlano per non dire niente.
Allora se non c’è niente da dire, niente da capire, niente da sapere, niente da
fare, perché tutta questa gente è qui? Ci siamo un po’ persi su un falso
problema. Tutto perché il compagno ha detto che veniva all’Università per
ripartire con altri compagni. Ciò a cui aspirate, come rivoluzionari, è un
padrone. L’avrete.
Sarò preliminarmente tedioso, ma è
necessario precisarlo: nel ’68, io non c’ero. Secondo quanto ero solito
riferire ai compagni d’antan, in quell’anno di svolta, anno big-bang della
movimentazione politico-rivoluzionaria giovanile in Italia e in Europa, io
giocavo a pallone. Ero un’ala destra veloce alla Mora o Hamrin o Chiarugi,
assai prolifica grazie al mio opportunismo sotto porta. Quasi mai facevo dei
bei gol, però ne facevo tanti mercè quel tempismo che mi faceva essere al posto
giusto nel momento giusto, pronto a spedire la palla in porta con un semplice,
spesso irritante colpettino.
È cosa ovvia e largamente diffusa
quella di prendere posizione contro la violenza in generale, dimenticando che
nessun passo in avanti, a partire dalla nostra uscita dalla sfera biologica
dell’essere animalesco, nessuna socializzazione, nessuna integrazione del
genere umano sarebbe stata possibile senza violenza. Ma per altro verso non si
deve vedere nella violenza, persino nelle sue forme più brutali, una semplice
eredità dello stato preumano, che, poniamo, in termini morali astratti potrebbe
venir superata in maniera umana. Bisogna invece aver sempre presente che –come
abbiamo accennato in precedenza in un altro contesto – non c’è
forma pratica nell’essere sociale, non c’è quindi alcun momento della sua
autoriproduzione (che si tratti di economia o di sovrastruttura, come lo Stato,
il diritto, ecc.) che sia potuto nascere e abbia potuto servire alla
riproduzione umana, senza violenza.
Un
diario, un po’ più movimentato, dall’89 a oggi, donc. Si siede, si alza. Si risiede, si rialza. Piroetta. La vita scritta, s’innesta e si
avviticchia: su se stessa, sulle sue cose, sui suoi oggetti precipui. Una buffonata, une blaser, un blog. Uff!
Negazione della negazione. Il cerchio si chiude. Au revoir.
La
città s’è tolta di dosso l’inverno.
La neve
sbava saliva.
E
di nuovo è tornata la primavera
garrula
e stupida come uno junker.
Riserbo
sulla propria vita sessuale. Prime dichiarazioni di Susanna, forse nel ’78.
Marco in veranda, di sera: ricerca del punto comune, punctum dolens. Prime uscite a Villa Ada, con Pippo e Carlotta, deux chiens,
documentate.
Chi non è innamorato
non
sa che un cuore ardente
se
vuol bene canta…
Muto,
di fronte a tanto clamore. Foglie verdeggianti, floreali. Una leggera brezza.
Pippo non riesce a montare Carlotta. Pianoforti con o senza coda. Neri, come il
vinile materno.
Chi non è mai stato amato
mille
pupille verdi…
Attraversati
da schizo, entrambi. Desideri
incestuosi, fricativi. Entrambi,
frastornati e rupestri. Intontiti dal caos cittadino, ora in festa.
Chi non è mai stato amato…
Telefoni bianchi. Spensieratezza delle classi dirigenti. La
propaganda, il minculpop.
In quell’anno-shock, forse il mio più
grande shock fu, da beatlesiano evoluto e pop-musicalmente corretto, la scoperta
di Jimi Hendrix. Giusto nel ’68 uscì il doppio album Electric Ladyland. Il
suono magico e very wild di quella
chitarra distorta, il suo hard-rock debordante
e repleto di hybris, già intriso
genialmente di noise-sound,
rappresentò una vera folgorazione per il mio cervelluzzo e le mie orecchiette
di rockettaro beneascoltante, dischiudendo orizzonti completamente inediti. Lo
sentivo e lo risentivo il disco di quel meticcio negro-pellerossa di Seattle e
mi sembrava un dio-Ufo venuto da un pianeta alieno a insegnarci un altro
alfabeto sonoro.
Un
ballo in maschera. Mi mascheravo, alla sua presenza. Recitavo la parte del mio
amico Giuliano, colto e introverso.
Introflesso, proiettavo un’immagine distorta. Intro-fesso. Bardana, lappa. Non si creavano troppo problemi.
Scrivevano e basta. Stentava a crederlo, Zero Stentini.
– Come
Renato Zero, improprio. O come Zario,
cavaliere triste e solitario, sardonico. Repressivo e reculante, Marco godeva nel vederlo, embarrassé. Salace. Non lo
sanno, ma lo fanno. Anche da Bruno, affettuosamente deriso. Bussava lo
stesso alla sua porta di casa. Più s’offendeva e più si divertivano: era
questo, il gioco. Ressentiment, pieno
di complessi. Si prodigava a rassicurarlo, ma si divertiva. Evitare il lavoro,
la fatica. Colle Oppio: sto andando a
ruota libera. Anche Valentino, lo diceva:
– Perché
tu volevi entrare, partecipare. Eri curioso. Ma poi, inciampavi, ti
accartocciavi, ecc. Perdita di narratività, ok.
Voleva scherzare, giocare, comunicare insomma, con il resto della famiglia. Ma
nessuno le dava retta, soprattutto io. Sopravvivenza del rancore. Il cerchio si
chiude. Un salto nel vuoto. Famiglia monarchica, parlata greco-francese. Mio nonno, anche il turco. Origine
italiana, genovese und barese. Lungo
periodo a Smirne, dove mia madre nacque. Poi a Roma, piazza Istria.
Sono
nato con un cervello vecchio, una predisposizione all’apatia ed allo sconforto.
Un’apparente contraddizione. Sto per compiere sessant’anni e sotto questo
aspetto, nulla è cambiato da quando ne stavo per compiere ventidue. Anche
allora cercavo qualcosa di conforme ai tempi, prendendomela con la metafisica.
Lei leggeva ad alta voce dinnanzi a Franco Libertucci esterrefatto, il mio
racconto sul piccolo vietnamita.
Eravamo nel suo studio di scultore, presso via del Corso. Leggeva con
convinzione e verve, anche a me
piaceva. La sua antica passione per il teatro. Era intelligente e colta. La
scultura era stata posta in un parco pubblico, a Ravenna. Tifava per quello che
scrivevo.
Tremebondo
e avvolto in quel suo corpo opaco, attraversava come uno zombi il lungotevere Thaon de Revel, il cui solo nome lo faceva
sentir male: paralisi alle mani e alle braccia, gambe sfinite e come
intorpidite, dolori al collo e alla testa. Lasciava quel mondo alle spalle e si
apprestava a guadare il fiume, pieno d’orrori d’ortografia. Il guado si
materializzava in un Ponte Mollo che
la storia rendeva imperscrutabile. Il gozzo s’illanguidiva per la commozione,
mentre l’attraversamento gli appariva come la sola e più spregiudicata manifestazione
dell’essere. Patetico, reso tale da
quella sua debolezza arcana, sfiorava appena l’acciottolato. L’ansia lo
consumava. Movimento regressivo, stop.
A volte andava nell’appartamento di piazza Istria, dalla grand-maman e dallo zio
Guido, dove c’erano anche lo zio Carlo e grand-papa.
Più spesso s’intratteneva con Bruno e Giuliano, a pochi metri dalla via
Flaminia. L’angoscia lo pervadeva, sempre in agguato. Si rendeva ancora
ridicolo. Finché il suo corpo non divenne una gabbia.
Perché
il romanzo che per Bruno
rappresentava una soluzione anche esistenziale, per Zero non solo non
rappresentava se non un desiderio, ma quand’anche si fosse messo al lavoro,
piuttosto un dolore che un piacere? Scrittura
& fumo erano bene impostati, per quel tanto di avaria che provocavano
entrambi alla salute: si trattava di stabilire, per qual motivo, ciò che
all’uno donava forza, all’altro la toglieva. Ciò che all’uno iniettava dosi di
convinzione, all’altro sfibrava. Qual era l’origine di tale forza? E si traeva
da se stessi o da qualcosa che si trovava all’esterno? La verità risiedeva
nella forza e non il contrario. Comunque sia, cercò di assorbirne i connotati
esterni, aumentando per prima cosa la razione giornaliera di sigarette.
L’esterno
dell’interno, monadi con finestre: il riconoscimento, gioco di specchi. La
serenità, al mattino, è data da quindici gocce di Olivis. Il tempo viene scandito da fuori, dall’esterno. Giochi di
parole, alienati. Post festum. Nella
stanza di Bruno si svolge una discussione su W. Reich, La funzione dell’orgasmo. Bruno è entusiasta, gli astanti in
ascolto. Dalla finestra, scene di vita quotidiana. Lampadina spenta, dopo il
coito. Agnizione.
La coscienza politica di classe può
essere portata all’operaio, solo dall’esterno,
cioè dall’esterno della lotta economica,
dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal
quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della
popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte
le classi.
Altro
successo, presso Bruno rivestiva il romanzo di Le Clézio, Il Verbale che, secondo l’A. stesso “racconta la storia di un uomo
che non sapeva bene se aveva lasciato l’esercito o il manicomio (…) una
finzione totale, senza altro scopo che quello di provocare una certa
ripercussione (magari effimera) nella mente del lettore: (…) è quel che a rigore si potrebbe
chiamare Romanzo-Gioco, o Romanzo-Puzzle”.
Si
comincia con lo spalancare le finestre, uscendo sul terrazzo, magari per
fumare. L’attività di smaltimento dei rifiuti si fa più intensa e piacevole.
Per il resto, una gran sonnolenza e la fiacca generale non predispongono ancora
a quelle camminate di cui si comincia a sentire la necessità. In compenso, si
fumano più sigarette all’aria aperta. La fiacca prende soprattutto le gambe, ma
il respiro si fa più ampio e le braccia lavorano meglio. Il busto, nel suo
complesso, si protende verso l’esterno, la faccia tende a sollevarsi dal collo.
A un passo dal voto di domenica, per le regionali. Nel Lazio, ci si chiede,
quale sarà il comportamento dei 413.427 dipendenti pubblici, in attesa da 15
mesi dell’adeguamento delle retribuzioni al carovita. Così come i 131.375
calabresi. In Lombardia si tratta di 412.935 statali, mentre in Campania sono
quasi 340 mila. Nel Veneto, gli addetti al pubblico impiego sono 226.830, alla
pari per numero e percentuale con la Puglia, e poco più che in Piemonte, Emilia
Romagna e Toscana, dove i pubblici
superano ovunque le 200 mila unità. Seguono la Liguria, con più di 107 mila
dipendenti pubblici, le Marche con 85.000, l'Abruzzo con 79.000, l’Umbria con
53.635 e la Basilicata, ultima delle regioni in cui si vota a fine settimana,
con quasi 40 mila statali. Possibile voto di scambio.
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Ennio Di Vincenzo, Metropolabirinto, 1993/94, (Scultura polimaterica, cm 54x42x22)
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Dal sottosuolo
Scende
la scala lignea, ignifuga. Dal corpo ingabbiato non arrivano ancora soluzioni.
Traversa la strettoia e perviene all’angusto spazio sottostante. Ruvida tavola
di castagno, su cui poggiano alcune carte di Utopia, ancora da correggere. Apre la porticina del bagno e getta
la cicca nel water. Inizia la correzione, mentre un gelido tunnel d’aria
investe il lato sinistro del viso, di spalle. Continua a intervistare quella
manipolazione: parole poggianti sullo spartito. Si chiedeva quanto l’educazione
cristiana potesse influire su di lui. Il corpo
di Cristo, morente. Certo, c’era stata la rivolta giovanile contro quella
adolescenziale. Ma ora, con quale bisognava fare i conti? Doveva sottrarsi a
quel soffio, insidioso. Come un treno in corsa. Ma l’emendatio richiedeva ancora del tempo. Il piccolo posacenere, come
una goccia cromata, segnava l’inutile tempesta della storia, su quelle tavole
da falegname. Si trattava d’un fumetto grottesco, non più fin de siècle. Sistemi complessi per terribili semplificatori. Sgomento di non essente: il rovescio della scrittura. Perdersi nel non essere, nel suo dominio. Solo il non
essere è, contrariamente ad ogni
logica. S’è destato tutto torto. Il
riconoscimento del torto: contro il pensiero analogico aut primitivo, sic. Soggetto abominevole, invasivo atque abrasivo:
abdicante. Urgenza d’uscire dalla trappola, yes.
Fa fridde, da fora. Arretramento
della barriera naturale. Per l’ente umano oggettivato. L’avventura dell’uomo
continua.
Valentino
borderline s’intrufola in cucina,
marginale. Cedere ad uno stato di deliquio, demenziale. Siamo tutti marionette, in mano prensile, diceva. Tremava
dappertutto: delirium tremens. Faceva
l’esercizio di morire, guardando il mondo che gli girava intorno. Cadere, intonso.
Transito occluso, per saecula. Ai
margini dell’obliquo, in absentia. Scavalcando
fossati, in preda all’ansia, naturaliter:
ansa. Antico disagio nei confronti del vicinato. Disgelo. Eterna fuga,
clandestinità eterna. Scriveva Vita di
Zario letterato, oppure si recava al negozio di libri usati, alla
circonvallazione. L’anziano rigattiere lo aspettava e una volta gli offrì del
whisky nel tappo della stessa bottiglia. Il mondo degli oggetti mi parla, mi
aiuta, mi sostiene. Le merci sono l’unico soggetto reale, parlante.
Strutturalmente sempiterne, ci osservano e ci servono, dalle pagine della loro
materiale esistenza.
Il troppo stroppia, sepolti dalle macerie mondiali, senza poter perseguire un
innaturale programma di povertà: vittime dell’accumulo, vagoliamo come fantasmi
in preda al destino. Il troppo ci
sotterra e ci spaventa, ma non riusciamo a liberarcene, fa parte di noi. Troppi
libri, troppa storia: ricominciare da Zero
Stentini. L’orientamento è dato solo
dalla scrittura: fuori, nel mondo,
solo panico e frustrazione. Concentrarsi in quello spazio, in quello spartito. Ecco perché da sempre l’omo cognosce. Indossava
dismesse giacche di lana in quella latrina cittadina, autunnale. Distolte dall’armadio,
nel mezzo di quel buio claustrale, grigio topo. Momentanea perdita dell’orientamento.
L’esterno dell’interno, sic! Sottolineava Letteratura
e vita nazionale e leggeva in silenzio Attila Joseph nell’edizione rilegata
della Lerici, mentre dagli orifizi sbucavano resti d’umani, sgualciti e come
inglobati. Studiavano russo alla Baldini,
con le cuffie e acquistavano Majakovskij da una bancarella a latere di piazza Cavour, con i soldi sfilati al padre, in una
giornata di sole. Poi fu la volta di Mixage
Zero, del messaggio in bottiglia.
Strategie
Il passato che non passa, commenta Marco sardonico. Tasso Zero si dirigeva verso la baracca: l’oscuro attraversamento
di quel tratto della consolare, a pochi metri da piazzale Flaminio, oltre la fine. Sorridente, quasi
goliardico, intonò, con voce bene impostata:
My funny
Valentine
Sweet comic
Valentine
You make me
smile my heart…
Pantaloni
a larga tesa, clauneschi. Bretelle e
tutto, da clown. Capigliatura tra Fortunello
e Pampurio, spalle ricurve prone sul vizio, ventre prominente e
sigaro fumante in bocca, sputacchiava senza sputacchiera, sul pavimento della
sua grande stanza.
– Ti
trovo in forma. Cisposo, con occhi scrutanti dalle lenti a contatto.
Moltitudine spettacolarizzata, attraverso il labirinto. Siamo protetti. Smorfia
dell’Alzheimer, più o meno così.
– Così
magico e artigianale. Troppo lento, questo sì. Estenuante, come uno
spogliarello. Mens morbida in corpore
sano.
– Sano
un corno, Alzheimer. Mi hai prestato Papa
Hemingway, per 28 anni. Un pegno d’amicizia. Fortunato scuoteva la testa,
uscendo dall’ascensore e imboccando la strettoia che conduceva in via dell’Assietta.
– Con
Hemingway non si approda a nulla. E se ne andava col capo reclino, lasciando
quella staffetta di Zero imbrigliata.
– Fu
allora che mi regalasti la biografia di Hotchner, ricorda. Misura a larghi
passi la metratura della sua regal dimora, conquistata dopo una dura lotta.
– In
gran forma. Cercava quella bottiglia di Cabernet
di cui restavano i 3/4, dirigendosi verso il bancone di legno della cucina, ma
c’era confusione e l’intero stanzone si andava come liquefacendo: ogni dispensa
grondava acqua e l’appartamento era colmo d’invitati. La materia si modellava
come cera, non offrendo più la resistenza che gli è propria. Dalla porta
d'entrata al piano cottura era tutto inservibile. Le bottiglie e il resto, rese
impraticabili da quel diluvio, avevano perso quella solida trasparenza. In
compenso, le vetrate della camera da letto, dopo aver alzato le serrande non
senza qualche difficoltà, rendevano visibili i monti Simbruini. Eppure, il mese
d’agosto era trascorso sereno in quella residenza estiva. Massimo e Gina s’erano
fatti in quattro, e non come nel sogno, dove Massimo portava il codino ed aveva
un atteggiamento sostenuto. Inoltre Rino usava uno dei due telefoni, di cui la
casa è in realtà sprovvista, per avvertire la figlia, credo, mentre osservava
il panorama su cui l’avevo aperto. Gina si dava da fare inutilmente per
ripulire la cucina da quel cibo messo a cuocere per troppo tempo. Ma, per
fortuna, le fiamme non avevano avuto la meglio: in compenso, il piano cottura
era ricoperto di schizzi di grasso e il forno appariva malconcio. Lei si dava
da fare per pulirlo, inchinata sulle ginocchia ed io ero preoccupato che tutto
fosse in ordine per l’arrivo di Ornella.
– Viene
qui per riposarsi e non per lavorare. Cercavo con queste parole d’ingraziarmela.
Il figlio andava sui campi da tennis, mentre loro prendevano il sole seduti
sugli spalti, oppure passeggiavano lungo l’anello. Poi si recavano da Rapone
per la carne o sostavano per un assaggio di thè al miele, con biscotti di
farina biologica all’angolo del chiosco che la venditrice aveva attrezzato a
quello scopo. Le giornate fluivano senza grandi passeggiate per i boschi, lui
riceveva di tanto in tanto gli SMS della sorella, del tipo: “Una nebbia fitta
copre le genziane maggiori (gentiana lutea) disseminate sul prato qui sotto”,
mentre Ornella lavorava al portatile. Al mattino, il gigantesco pino veniva
inondato dalla luce e la casa ne risplendeva, soprattutto la camera con la
veduta sul bosco, le cui pareti foderate di dogato rilucevano dorate.
Frattanto,
Alzheimer s’era gonfiato come un pallone e minacciava di farsi saltare in aria
col braciere del suo sigaro acceso, mentre Zero, accovacciato in un angolo
dell’immenso stanzone lo pregava di desistere. La scena si svolgeva in apnea,
all’interno di quel labirinto spettacolare ricolmo di merce d’ogni tipo.
Continua
lo sciacquettio ritmico dalle corsie immerso nel cloro azzurrato in un feedback incessante dai corridoi della
vasca. Dai bordi, corpi abbronzati in procinto di appozzarsi, come in un diluvio. L’acqua diluiva la carica di
magnetismo passivo dei corpi, asportandone i grumi taglienti come archi, in un
viavai terapeutico. La piscina era attorniata da un prato all’inglese.
Blaterano con Giorgio sulle sdraio.
– Chi
l'avrebbe detto.
–
Già. Chi l’avrebbe detto, delle teste tagliate. Sorride. Siamo sempre più
ambigui. Ambidestri, sentenziò. Uscir fuori dalle valve della storia, se
possibile. Parodisticamente parlando. Deglutisce. Da questa confusione
temporale, paventò.
– Fermo
restando.
– Già.
La paura dei dialoghi non scritti. Romanzescamente parlando. Poveri mezzi,
poveri mezzucci da 4 eurocent. Blatera. Vulva profanata dal volgo, dagli
elettrodomestici, blasfemiò.
– A
volte, per andare avanti occorre tornare indietro, di qualche passo.
– Di
qualche secolo, scherzò.
– Non
so perché siamo implosi. Procediamo a fatica, o restiamo fermi. Stentiamo.
– Impossibile
arretrare.
– Solo
le barriere naturali lo fanno.
Cascate
Fu
allora che riprese il periodo delle docce a cascata, già sperimentate in
passato: quanto gli piaceva starsene per tutto quel tempo sotto l’acqua
scrosciante, insaponandosi corpo e capelli. Naturalmente, anche la barba. Con
lunghi risciacqui sotto l’acqua calda. Sapeva che tutta questa igiene avrebbe
finito con l’indebolirlo e sfibrarlo. Invece divenne sordo. Già glielo disse lo
psicanalista selvaggio Luigi Esposito, nel suo appartamento trasteverino: “Da
cosa ti vuoi ripulire con le tue docce quotidiane? Quale colpa hai commesso?” E
così via. Anzi, glielo disse a bruciapelo, solo una volta. Poi non ci fu più tempo,
a piazza san Francesco d’Assisi.
Resisteva.
Resisteva a tutto quel rumore, quel fracasso infernale. Sotto la doccia non
sentiva più nulla, se non lo scrosciare dell’acqua. Resistere, era questo il
problema. Più la resistenza permetteva al sangue di affluire alla testa e più
era necessario ristabilire l’equilibrio facendo defluire ogni cosa verso il
basso. L’acqua lo aiutava a ristabilire l’equilibrio, rifluendo il sangue dalla
testa ai piedi. Ne era convinto. Era il movimento stesso delle onde del mare
nel continuo, perenne loro affluire e defluire. Era dunque una forma di
movimento statico che lo interessava, un eterno cullarsi della materia liquida,
costretta da lui alla posizione verticale dell’animale-uomo dentro la
cabina-doccia. Acqua dalle orecchie. Gli usciva spesso, sempre più spesso.
Durante la notte, ed ora anche durante il giorno. Piccole pozze d’acqua che si
formavano dentro l’orecchio: schizzava acqua da tutte le parti, quando premeva
col medio, massaggiandone il cavo auditivo. Non capiva da dove potesse
provenire, in tanta quantità.Anche nei periodi di astinenza dalla doccia. La
notte sciacquettava fastidiosamente sul cuscino, svegliandolo. Era costretto a
mettere la mano tra la faccia ed il cuscino, lasciando che l’orecchio ne
rimanesse leggermente distante. Poi iniziarono i ronzii nella testa. Alzheimer
ondeggiava in basso e in largo. Il respiro si faceva più regolare. La crosta
del mondo si dissolve.
Caparbiamente
Faccio
scrittura, in modo caparbio, ma l’avverbio non le rende giustizia, non si
sovrappone, lasciando all’interpretazione proprio quel modo pressante, corporale, sottomettendolo così ad una intenzione
più metafisica, leggera, mentale per
l’appunto, alleggerendone l’hic et nunc
prepositivo; quel povero corpo, quel suo stare
e sostare, anche.
E
ancora, troppo mediatico: quel suo scivolare, seguendone il moto ondulatorio,
verso l’invisibile, l’artefatto.
Domande
Chiedo
a Marco: “Può un diario d’autore
rilasciare qualcosa di meno autorale, tipo una costruzione metanarrante, con
tanto di botola finale per l’autore
stesso?”.
Roma, 2009