PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (15)
La coscienza di Zero Stentini


      
Una prova diaristica che si allarga alla misura o dismisura di un vero, assai notevole racconto che procede come un’ampia, articolata metanarrazione diacronica. ‘Tranches de vie’ ora autentiche ora apocrife che vanno avanti e indietro nei decenni, dall’infanzia alla maturità, tra Svevo e Stenterello, tra inettitudine e parodia. L’autoanalisi prende le strade burlevoli e derisorie di una scrittura derapante che concresce per accumulo di memorie ed episodi. Autobiografia come stratigrafia di pensieri, descrizioni, pseudo-dialoghi, citazioni, materiali spuri tra pubblico e privato, cronaca e storia. Con l’accanita riflessione sul proprio fare letterario inteso come una trappola o un magico nascondiglio dalla vita.
      



      


di Stefano Docimo

 

 

Presente

 

 

La lettura procede pacifica, altro che. Hai voglia a chiamarla partecipazione attiva… Sì, in un certo qual senso… Ma poi ti metti comodo, senza fatica, magari a leggere Noam con le sue sparate paranoiche: tutte giuste, certo. Lui sì, ti spinge all'attivismo, alla responsabilità morale ecc. Ma tu, intanto, te ne stai in pantofole e con la giacca da camera: malato, già. Un colpo di freddo, oplà, il nervo facciale contratto e la smorfia picassiana, stralunata, allucinata d’un volto in prossimità del baratro. Tuo figlio ti chiama dalla stanza, o non ti chiama, continua a suonare musica rock. La donna avvolta in un sciarpa nera passa col cane, sotto, per la strada. Il cigolio delle rotaie del tram, alla sua ultima curva. E poi, oplà, magicamente proiettato in quest’acqua marcia, trepidante: cosa sto facendo, eh?! Cosa sto facendo?! Con tanti punti esclamativi che interrogano, anche, o punti interrogativi che esclamano. È la mia gente, la mia roba… Ti guardano, forse con ammirazione, forse con una patina d’attenzione tronfia, mentre leggi, sì, mentre infili parole una dietro l’altra, senza preoccuparti troppo del loro nesso logico. O forse sì, te ne preoccupi, subliminalmente, con la coda dell’occhio, o dell’orecchio: la rete semantica t’involve, ma anche i suoni, sì, i suoni… Dalla finestra le auto ti cullano col loro rumore di fondo: siamo nel mese di febbraio, come sempre, come sempre ogni anno. Memorizzo quanto vado scrivendo sulla scrivania del computer, ne resterà un bollino, una minuscola icona, un francobollo minimale, senza peso, senza spessore. Siamo stati fregati dal virtuale, un modo come un altro per farci scomparire e per tremare, salendo a galla, in questa vasca piena d’acqua e cloro, in questo presente assente. Ci sorprendiamo a nuotare, in perfetto stile: osserviamo le nostre braccia che s’inarcano sulla scia schiumosa dell’acqua e ci meravigliamo di quanto le cose vadano bene: il bordo della piscina sta per essere raggiunto e filiamo che è una bellezza, increduli. Ci avvantaggiamo: qualcosa ci vive, sì, ci sta rivivendo.

 

Dall’altro capo della strada, con passi incerti, quasi saltellando, senza scrivania, senza coda, all’annaspo su un pontile, o qualcosa del genere, forse è una giornata di sole, una figura avanza guardando verso l’alto, o verso l’altro, o senza verso: segna il passo, anzi no, fa qualche rapido passo, accenna rapidamente a un passettino, poi si ritrae. Il godimento è a un palmo di mano, lo sorregge appena una tramontanina niente male. Avanza traballando, a sghimbescio, con una sciarpa al collo, una sciarpa qualunque, ma calda. Non imita nessuno. Pare giunto da un massacro, dalla luna o da questo mondo. Non parla, non vuole dire niente, o forse sì, pensa a qualcuno, a qualcosa. Ha un berretto a sonagli sulla testa, sembra atteggiarsi a una posa che poi subito abbandona. È  semplicemente ridicolo, non ha appigli, non si vede. L’ombra lo chiama. Non sprigiona umanità. Neanche accigliato, gli occhi stralunati, la barba bianca. Sembra stia per cadere, una momentanea perdita d’equilibrio. Come sospeso, sul ciglio del vuoto. Forse vorrebbe sedersi. Appare stanco, incerto, poco reattivo. Si sta curando, forse si prepara a scendere dal marciapiede di fronte. È  stremato. Una figura oltre la fine, con la sua ombra. Prima di addormentarsi.

 

Il neurologo mi visita, tardo a riprendere i miei connotati. La giornata è ricca di sole, dopo la candelora. Fa caldo, con il sole che entra dalla finestra. Ho l’alito pesante, devo aver mangiato qualcosa, o forse la vita troppo sedentaria di questi giorni di gelo. Sempre a leggere Noam che ti bacchetta. Il rumore del traffico s’intensifica: è tarda mattinata.  Strombazzano i clacson delle auto e trambustano i motori delle moto, comme il faut. L’autobus racconta la sua storia e tutto c’inebria di polvere sottile. L’occhio sinistro vitreo spalancato sul mondo, c’est incroyable.  O sul 1989, par exemple. La maschera, donc. Il lato destro della faccia si è caricato di significato, mentre quello sinistro, è immobile, con un ghigno anch’esso sinistro, sprezzante: la verità di ieri non è più quella di oggi. La faccia esprime le emozioni, comunica, mi dice il fisioterapista: deve sforzarsi di coinvolgere il lato immobile, quello sinistro. Ma non deve stancarsi: meglio non parlare. Già, meglio non parlare. Ricordo che ho iniziato tardi, a parlare. Ero piuttosto timido e muto.

 

 

Oggi ci sono i funerali del padre di Marco: ti stringo forte è stato il mio messaggino di questa mattina. Sì, ci stringiamo forte, tutti quanti: non c’è altro da fare, i pochi o i molti rimasti. Social forum di prima e seconda generazione. Piccoli e grandi abbracci. Anche Karol, nonostante sia malato, non rinuncia al suo abbraccio con la moltitudine. Forse l’esempio è sbagliato, ma tant pis. Bene o male, faccio parte della tua vita, mi dice l’altro amico Valentino, annata ’67, facciamo. Sono gli amici poeti, scrittori. Saluti da tutti, poi ti racconto. Ho paura di loro, di tutti.

 

Per una storia delle varianti, ora che non sono più su carta, perché c’è chi stampa poco e tutto il lavoro viene inghiottito dal computer. Solo belle copie pulite, belle copie scopiate. Ma c’è chi stampa molto, e corregge. Qualche variante ci sarà sempre, forse meno, forse più: chissà, forse il computer, paradossalmente, ha aumentato, all’opposto, procedimenti artigianali, materici. Ieri, ad esempio, ho ricevuto da un amico scrittore una lettera scritta a macchina, come ai vecchi tempi. Ed anche la scrittura a mano è aumentata: più diretta, non tutti si portano appresso il palmare. Non gli scrittori che conosco. Più si progredisce, più si diventa artigianali: non è come vuol far credere il mercato.

 

L’autobus attraversava piazza della Repubblica e a lui si spezzava la pipa tra i denti, mentre Manuela lo osservava spaventata. Apparteniamo al mondo, per molti versi, per molti versetti satanici. Non voleva essere guardato. Aveva bisogno d’essere lasciato in pace. Fare molte copie dell’originale, questo ci voleva. La società s’era involuta. Era divenuta più complessa e le libertà del singolo diminuite. Apparentemente, era tutto il contrario, ma nella realtà, le cose erano molto peggiorate, perché c’era minore evoluzione individuale. La società era implosa: tutti siamo meno liberi, nonostante ci facciano credere il contrario. Per cui, la lettera scritta a macchina gli fece uno strano effetto. Si soffermava per la lunga fila di bancarelle al lato destro del piazzale, incuriosito da qualche stampa o da qualche libro.

 

La letteratura mi perseguita: tutti raccontano la propria storia, a cominciare da Svevo, e mentono. È l’esplosione epica: il nostro passato ci appare in qualche modo eroico, direi eroicomico. Siamo tutti nipotini di Zeno Cosini. Ma figli di Noam e coetanei dei nostri stessi figli. Inseriti in questo flusso ansimiamo, precorriamo, resistiamo. Viviamo in una casa borghese, ma da inquilini provvisori, scossi e sotto la minaccia della Storia. E qui produciamo, sognamo e ci angosciamo: la Storia ci trascinerà in qualche altro posto, a noi sconosciuto. Ne siamo perfettamente coscienti, ma stentiamo a crederlo. In qualche altro luogo, già.

 

Zero Stentini, potrebbe essere un’accettabile parodia del personaggio. Un personaggio, dunque. Una funzione linguistica, ma anche una realtà più vera. Un’ipotesi di personaggio. Una maschera stentorea, uno stenterello. Già. Un accordo scordato, uno strimpellio qualunque, una pinzillacchera ecc. Ma potrebbe anche essere dotato d’un non comune angolo di visuale: di colui che sbircia il mondo di nascosto, alla chetichella. Una figura umbratile, degna di poca nota. Nato da un calembour e da un ossimoro, per allitterazione, per opposizione e contrasto, nonché per associazione ad una nota maschera tutt'altro che stentorea, il nostro è una figura ipotetica, allo sbaraglio. Cos’ha in comune con Zeno Cosini e con Stenterello?

 

 

Scrittore

 

 

Fortunato, dopo il clamore per l’uscita di Horcynus, era stato riassorbito tra le mura domestiche del terzo piano, nella palazzina dove ora abitavamo con Ornella. La scrittura procede liscia. Tranquilla, mentre Zero è in agguato, con la sua ombra. Ci sono cose che è ancora possibile fare, con la letteratura. Ho parlato adesso col neurologo, che mi ha chiesto notizie dell’occhio. Da questa settimana posso cominciare a uscire, nelle ore calde. Poi, potrò riprendere la scuola, salvo complicazioni. Oggi avrei la riunione all’Enap, ma forse è ancora troppo presto. Meglio tenersele per sé, certe cose.

 

La letteratura gioca con la realtà, la emargina, per ciò stesso evidenziandola. Questo forse pensa Zero Stentini. Posso comiciare a uscire. Ma cosa c’è di strano?  In tal senso, la letteratura commette un peccato mortale contro l’essere vivente. La mia resistenza a Svevo era stata determinata da sempre da quella concezione in negativo della letteratura, come attività che sottrae tempo ed energia all’azione concreta verso il mondo, che in tal modo si allontana progressivamente quanto dolorosamente, lasciandoti  con un ghigno sinistro di rimpianto tra le labbra. Eppure, era proprio in virtù di tale negatività assoluta che la vita stessa riprendeva forza e forma. Per il resto, è come essere malati. La malattia è ciò che si esorcizza con maggior forza. Si prova vergogna ad essere malati. Diceva che avrei dovuto condurre una vita morigerata, perché quel tipo di malattia lascia delle tracce e non scompare mai del tutto. Reagii allora con forza, desiderando di apparire più sano dei sani ed esponendomi ad ogni tipo di scorribanda. Erano questi, influssi sveviani? Come prima cosa continuai a fumare, cosa che mio padre mi aveva proibito, dopodichè mi avviai a condurre una vita tutt’altro che regolare, non sopportando l’idea della malattia. Ma c’è un modo, forse, di non vivere il male come separazione dal corpo sociale – che è il vero malanno. Si può essere malati e stare con gli altri. Chi è senza malanno scagli la prima pietra. Invece, l’ingiunzione paterna, pareva proprio riferirsi allo stare con gli altri. Era un’incoraggiamento alla diversità, all’isolamento, ciò che alcuni padri troppo apprensivi fanno con i figli. Ma in me agiva già d’allora l’incoscienza di Zero.

 

Su alcune frasi erroneamente cancellate, invece di memorizzarle nella cartella Pezzi tagliati, che andrebbe a sua volta stampata, cala per sempre l'azzeramento: il computer non perdona, quando cancelli cancelli. Sì, poi, forse… ma di solito, le frasi cancellate fanno una brutta fine: sono come fogli strappati e gettati nel cestino, dove puoi sempre rovistare, ma poi, il giorno dopo, tutto finisce nella spazzatura. Le frasi riguardavano un certo atteggiamento di Noam scienziato, di Noam illuminista e cartesiano, del linguista, insomma, che giudica riduttivamente marxismo e teoria della letteratura (sic), come non rispondenti al concetto di falsificabilità proprio del ragionamento scientifico. Avrei voluto riportare gli interi pezzi in questione, perché mi sembravano interessanti, ma poi ho cancellato tutto, senza registrare. E ritorna sempre, la maledetta questione delle varianti e del supporto non cartaceo. Poi c’è il problema della stampante che non funziona sempre come dovrebbe.

 

 

Antefatto

 

 

Lunedì 17 gennaio 2005, alle ore 13.40 circa Zero Stentini attraversa il lungo corridoio della scuola, dove viene a sua volta salutato dai bidelli e da qualche altra collega. Infine scende le due rampe di scala che lo portano al piano terra e lì, dopo aver fatto un cenno con la mano ai custodi, si dirige verso il cancello. La giornata era fredda ma assolata, governata da un campo d’alta pressione che rendeva il cielo d’un azzurro intenso e la luce abbagliante: percorreva quel sentiero oramai da venticinque anni. Prima aveva insegnato in altre scuole di Roma, di Ostia e di Nettuno: ma la sua presenza, in alcune di quelle, era stata scarsa, per via della sua malattia. Hemingway sosteneva che l’uso della terza persona lo metteva maggiormente a suo agio, facendolo sentire più libero nei suoi movimenti di narratore. A me la prima pareva più schietta. Insomma, nulla lasciava presagire quanto poi sarebbe accaduto. Stentini era ormai prossimo alla pensione di qualche anno, anche se questo pensiero non lo accompagnava, ma gli veniva spesso ricordato dagli altri. Oramai si era rassegnato a quel mestiere fatto di frustrazioni e rare gratificazioni, ma che nel complesso, gli rendeva la vita tranquilla, pur nel trambusto quotidiano. Se per vita s’intende quell’improvviso stato di agitazione, quel montare dell’ansia verso ciò che bisogna fare verso il mondo esterno, quella paura di non farcela, quella affannata ricerca di affermazione, di riconoscimento, quel senso di malessere e di trepidazione, di sgomento e di irrequietezza, derivanti dalla certezza di non avere in mano un bel niente, un pugno di mosche; quello stato d’indicibile angoscia, afflizione e come difficoltà di respiro, che ti afferra per la gola ogni qual volta devi prendere una decisione, o devi semplicemente affrontare una delle tante incombenze, o portare a termine un qualcosa che ti turba; tutto quello che ti getta in uno stato di panico e come di smarrimento, nei confronti d’una realtà che ti sfugge e che è impresa ardua tentare di conoscere; se per sopravvivere hai bisogno di continui farmaci e tranquillanti, allora si comprende il motivo che lo aveva indotto, da qualche anno, a scrivere un diario, la stesura del quale lo rassicurava. Si trattava d’una scrittura per guarire. Ora si stava abituando a quella vita da scrittore, o forse sarebbe meglio dire da scrivente. Trascorreva intere ore nel suo studiolo e la sera, dopo cena, riprendeva a scrivere. Cominciava a capire il significato di ciò che gli aveva detto Fortunato e su quel non mollare la presa, una volta che si è cominciato: Non mi alzo più dalla sedia, Zero. Poi aggiunse: Certo, cerca di capirmi. Era l’esempio dello scrittore che ammirava, anche se subiva come una condanna l’appartarsi dalla vita in quel modo così radicale. A qualcosa bisogna pur rinunciare.

 

La gente si riversa per le strade, goffa e sbandata. Catapulta, parla a voce molto alta. Collegata in una rete, la moltitudine non pare avere più un orizzonte: cammina ciondolando, lasciando cadere dal braccio una sporta, o chinandosi per raccogliere alla meglio degli stracci, posti alla rinfusa sul selciato. Ad ogni angolo siedono postulanti, mendicanti importati dalla nuova ondata di globalizzazione: bambini che chiedono centesimi, con l’aspetto divertito e provocatorio, già impostato al cinismo. Sedute sui gradini dei portoni o dei bar, sul marciapiede davanti al giornalaio, in tutti i posti di transito, le nuove megere smerciano afflizione a comando. È l’ora tarda del mattino, l’ora dei mercanti e dei bancarellai, la maggior parte ormai extracomunitari. Il sole rigonfia le figure in un contrasto chiaroscurale: male in arnese, la gente arranca. I più giovani hanno assunto ormai la navigazione a vista, nell’entrare o nell’uscire da mondi spettacolarizzati, da pizza a taglio a licei, ingombranti e frastornati. Non vi è nulla, nessuna nuda vita, nessun punto di vista esterno al mondo. Non sopporto più il freddo di questo periodo. Credo che nei prossimi anni, non appena potrò, dovrò cambiare latitudine.




Alfonso Lentini, Andare (ad A. R., ragazzo dalle suole di vento), 2010


Némesis

 

 

Bruno è alle prese con Duns Scoto: il volto appare accigliato e sorridente. Zero lo osservava nella sua stanza da un’angolatura bonaria. Non c’è più un fuori. Bruno tardava ad abbandonare la pagina a se stessa, continuava ad accarezzarla con uno sguardo che non tradiva la difficoltà. L’associazione col sacco scrotale sembrava piuttosto inevitabile: Duns Scroto. Era alle prese con un testo d’esame. Ma qui è lo spazio ristretto di quella stanza ad interessare Zero. A porte chiuse. Anche dalla parete la gioconda vivisezionata lanciava il suo messaggio analitico. La riscoperta della porta. Il delimitarsi della soglia. La conoscenza, in quanto apprendimento, non era forse una necessaria limitazione della volontà? Un suo diverso e più specifico orientarsi verso qualcosa? La porta significava tutto questo. Ed era sempre chiusa. Quando poi con il tempo si ripensa a quelle stanze una volta piene di vita, ci si rattrista per il fatto che ora sono vuote, o riempite diversamente. Ma una porta chiusa rappresenta la certezza di uno spazio colonizzato, in cui l’uscita è provvisoria, sospesa. Volli, sempre volli. Bruno scriveva, in quei primi anni sessanta. Ogni volta che Zero entrava nella sua stanza, mentre lui ancora dormiva, attendeva il suo risveglio osservando le tracce di quella scrittura. La madre lo faceva entrare e si leggeva sul suo volto il disappunto, per il fatto che Bruno, nonostante l’ora tarda della mattinata, ancora dormisse.

 

Uno strano dolore sopraggiunse. Zero sapeva di non poter fare altro che ripercorrere i medesimi transiti cerebrali, e questo gli provocava un oscuro spasmo viscerale. Sapeva d’esser nato all’interno d’una gabbia culturale che riproduceva incessantemente la sua stessa esistenza. Uscire da quella gabbia, per entrare in quella del linguaggio, non era poi una grande uscita. Si restava sempre chiusi nella medesima prigione. O forse era proprio questa la soluzione? Del resto, come si faceva a porsi all’esterno di quel sistema? E la scelta della letteratura, ne esclude altre? O c’è un punto in cui queste due esigenze si toccano e si trasformano: l’una trasforma l’altra? Infine, come liberarsi dai propri incunaboli ? è inutile: la storia ricomincia sempre da capo, ma da un altro punto. Scriveva i suoi primi racconti con la stilografica Pelikan e su carta Extra-strong : erano racconti di fantasmi, di strane figure della notte, ispirati alla filosofia dello zio Ugo, come Giuliano e Bruno chiamavano il filosofo gentiliano che in quegli anni si era avvicinato al comunismo, dopo i viaggi in Unione Sovietica e in Cina. Ma quei racconti erano costruiti pensando a La vita come amore, nonostante che Giuliano, di ritorno da scuola e sotto i platani di viale Tiziano, gli avesse consigliato la lettura del Manifesto del partito comunista. Due pensieri, o forse più di due: una moltitudine di pensieri che procedeva in parallelo, incontrandosi all’infinito.

 

La faccia non comunicava: la contrazione del settimo gli distorceva la bocca in quello che poteva sembrare un ascesso, o un ictus. Gli costava fatica. La nemesi era descrittiva. Non tutto, nella scrittura, appariva razionale. Forse l’intuizione, forse l’irrazionale alla Dodds, forse la colpa, il peccato. La genesi dell’espiazione. Tutto era già stato scritto, dicevano. Solo copisti e filologi, alla Reynolds. Sistole: valvola cardiaca, già. Era meglio non uscire: stare al chiuso, al caldo: dall’esilio. La figura era sempre in attesa, insieme alle altre. Stenterello stentava a manifestarsi, insofferente come un dio greco. Figurarsi l’impatto col mondo! Beh, s’era stancato: succedeva. Bofonchiava. Nell’ampia camera, con vista su Monte Mario, aveva scritto Armonius Rodera: figura istrionica, e poi Botosam: figura del confine. L’interno era stato distrutto dalla globalizzazione: da quell’interno ampio e desolato, ora sorgevano musei. La maschera piroetta, e mentre in passato s’era volta verso Ponte Milvio, ora fece dietro front, verso la consolare. Si tratta di scherzi della cultura, che ora agivano sulla maschera in modo trasversale, a comando, senza preavviso. Si diresse verso la baracca di Valentino. Metteva confusione ad arte, nel racconto: piani temporali sfalzati. Si tratta di esprimere l’inesprimibile. Nella circolarità della storia, non c’è un punto d’inizio: si comincia sempre, ma da un altro punto. Non c’è quella causa, ragione di tutti gli effetti consecutivi, perché si può spingere la ricerca ancora più indietro, e l’origine può essere spostata, a piacimento. Ad esempio, nel nostro caso, era iniziata nell’89, o ancora prima, nell’84 ? O addirittura nel ’77 ? O ancora prima, alla nascita, o prima della nascita stessa, con la storia dei  genitori ? Si poteva retrocedere all’infinito nella genealogia: fino al big-bang e, forse, prima ancora. Non esiste un inizio, una storia che cominci. Ogni ricerca dell’origine sembrava destinata al fallimento. Ma ora, siamo agli inizi degli anni Sessanta, dove la storia comincia.

 

Bruno fumava: due pacchetti di stop senza filtro, che acquistava dal tabaccaio sulla via Flaminia. Poi portò il suo primo capitolo dallo zio Ugo, a piazza dei Carracci: dall’altro lato della piazza, al bar Tranquilli s’era creato un ritrovo: il fumo era la ragion di vita, per qualcuno del gruppo. Mentre proseguendo dal lato opposto, verso la Flaminia, sulla destra, c’era via Guido Reni, con la Parrocchia di S. Croce: altro punto di ritrovo, dove abitava, tra gli altri, il teologo Cornelio, amico dello zio Ugo. Lungo quel tratto di strada, i due passeggiavano spesso. Anche nella sua stanza, Zero aveva attaccato delle foto, alle spalle della scrivania. Ma usava spesso lo studio del padre, per telefonare. Nella stanza, invece, si ritrovava con qualche amico, tra cui qualche ex compagno di liceo. Era lì, dunque, che Zero era voluto ritornare. Una volta giocò alla psicoanalisi con Giuliano: lo fece sdraiare sul suo letto e iniziò a picoanalizzarlo. Ma Giuliano volle interrompere, sul più bello, la seduta. Sia Giuliano che Bruno giravano con una giacca di lana malmessa, sopra una camicia bianca sbottonata; ma Giuliano, più spesso, lo si vedeva in maglione, ed era, in genere, più curato nella persona di Bruno che, anche in pieno inverno, indossava quella stessa divisa. Allora, ancora non era giunta la moda della barba, che Bruno portò per primo. A seguito d’un giradito, così diceva, aveva il pollice della mano sinistra semiamputato. Il suo aspetto arruffato e cencioso lo aveva reso popolare tra gli amici, che lo soprannominarono, in seguito, Barabba. Quella di cui si ammantava con disinvoltura: la polvere della storia. Non so perché quella figura, quella maschera carnascialesca avesse voluto ritornarvi, ora. Dispettosa e imprevedibile, poteva trascinarmi, a suo piacimento, avanti e indietro. Quando rideva, la bocca gli si apriva e allungava spropositatamente in una smorfia. A quell’epoca, Bruno dormiva spesso durante il giorno, perché, suppongo, passasse la notte a studiare o a scrivere: o entrambe le cose. Viveva immerso nella lettura de La montagna incantata, prima, e nella tetralogia, poi, di cui ammirava soprattutto Giuseppe il nutritore. E da quelle letture nacque il suo romanzo. Ne parlò a Zero, a più riprese. Qualcosa andrebbe detta, tuttavia, sulla sua pigrizia, o, come si direbbe oggi depressione cronica, che si caratterizzava più per l’aggressività, che per una forma di catatonia soporifera. Non indifferenza, dunque, ma desiderio dialettico di autoaffermazione, da realizzare a costo della violenza, vissuta come una contraddizione. Antitetico, rispetto a Zero che, piuttosto che aggredire il mondo, si ritirava ancor prima di perdere. Strani tic da apprendista stregone, per Una giornata di Ivan Denisovic. Si percepisce il disagio della situazione. En attendant Némesis.

 

 

Oblomov

 

 

Il vecchio Zero non ce la faceva più a star sveglio: voleva andare a dormire. Dieci ore a notte, con un breve intervallo tra la mezzanotte e l’una e trenta. Venti gocce di Olivis e due milligrammi di melatonina: andare a letto, il momento più voluttuoso della giornata. Soporifero. Carnalità epicurea, dopo aver spazzolato i denti, infilata la felpa, lo zuccotto e i calzettoni di lana, sopra le coperte, a lasciarsi cullare da un programma televisivo. Goduria, al centro della terra. Sfilata la giacca da camera, appesa al manichino, le pantofole abbandonate: adagiato sulle coltri, con la gamba sinistra appoggiata all’altra, rannicchiato. La gattina alla sua destra, compiaciuta. Il soggetto oggettivato, disteso e indifferente. Emulator cortese. Siamo vissuti dalla carogna. E basta con lo joyssire. Ricoperto dalla sera, pigramente. Il mugugno, ultimo magnete letterario. Arrancava, quando, invece, occorreva oltrepassare il confine. La figura assumeva connotati stranianti, oltrepassandolo. Occorreva uno sforzo maggiore, estraneo all’involto. Involuto estragone della Storia. Uno scontro quasi eroico, tra titani. Siamo tutti dentro. Dei nemici qualsiasi dappertutto. Dieci gocce di Alprazolam. Cupe verdi foglie del giardino: Zero osservava la luna tra i cipressi, dalla porta vetrata della veranda.L'emozione grande, nel respiro affannoso. Recitare il mea culpa:

Mea culpa, mea maxima culpa. Affranto, fletibus aura fremit. Trambusto, nella stradina. Carrozzelle di neonati, spinte, parole a voce alta. Lo stretto corridoio d’ingresso: donne affaccendate: la porta di casa aperta, sul pavimento bagnato.

– Non è mia la colpa. Angela appare dal retro dell’appartamento.

– Entra, entra. È bagnato, le dico.

– Non fa niente, puoi entrare. Mi viene in braccio, si siede tra le mie gambe. Pittura fresca sulla porta bianca: non c’è più la veranda. Poi la intravedo, a latere. Non c’è contraddizione.

– Ci saranno grandi cambiamenti.

– Ah, sì? Sapeva che bisognava lasciarlo stare quand’era depresso. Che succederà mai? La porta sprangata con la serratura Mottura. Brevi battute, prima di lasciare la biblioteca. L’Olympia, poggiata sulla sinistra. Anche lui poggiava i gomiti sul fratino. Angela, più giovane di lui, subiva quel fascino da poète maudit. Affascinata dal suo Amstrad. Ieri, come fosse oggi. Negazione. Spio i loro movimenti. John serra la porta di casa con tre chiassose mandate, quindi scende saltellando la rampa.

Matriciana? Trovava qualsiasi scusa per venire a fumare di sotto, perché ad Angela, sopra, dava fastidio. Sulle prime, anche lui era infastidito da quelle continue interruzioni, ma poi ci fece l’abitudine. Non voleva interrompere l’ozio e la scrittura, ma la fame è fame, e l’invito cadeva a proposito. Crearsi uno stile, con la bile in fiamme. La quiete spaventosa del futuro. Sul tavolo, la lente, acquistata durante una passeggiata estiva. Pare che non manchi nulla alla sacra rappresentazione. L’occhio stanco del potere. Oggi, come ieri. Comunicò ad Angela la sua scoperta. Èureka! Immense nere pupille.

– Da oggi, vivrò come se fosse ieri. Angela lo guardava come si fa con un pazzo. Poi girò lo sguardo verso l’interno, che separava con un corridoietto, la biblioteca dal resto della casa: a sinistra, la camera da letto, di fronte il bagno, a destra la cucina e la veranda. Circondata dal giardino. Ma si poteva percorrerla in senso inverso, da una porticina scorrevole posta al lato opposto della biblioteca. Circolarità dell'essere. Avvolta in successive spirali.

– Questa, la novità. Ma ce n’è anche un'altra, un segreto. Angela era tornata di sopra: sedeva al tavolo della cucina, su cui era poggiato un libro che leggeva. Lo ascoltava distrattamente. Lui si agitava, parlandole di quello che era ancora un segreto.

Marco s’era accomodato sul divano di pelle nero:

– Pensa a tutto questo. Gli indicò John che lo invitava a pranzo. E il resto.

– Tanto lo perderei comunque. Tracima, travolto dalla Storia. Stralunato, perché proprio a lui? Perché quella telefonata del padre? Era in giardino, con il Brabo, appena a primavera. Prima del viaggio in Tunisia. Perché il padre lo perseguitava? John fece dietro-front e, dopo aver salutato, scomparve dietro la porta.

 

 

 

Panopticon

 

 

Obliquo, trasversale anche a se stesso, Marco staccava da sé ogni reticolo, ogni gruppo autogestito, nei confronti dei quali si mostrava allergico. Il suo essere contro si manifestava ovunque: spaziava dalla politica alla letteratura, dallo sport al teatro, menando colpi ben calibrati in ogni circostanza, pronunciando la formula magica Et ego in movimento. La sua sete insaziabile, lo portava a colonizzare, e ad espandersi in ogni direzione. Così catafratto, Marco si apprestava ad accrescere il suo potenziale egoico, per reinvestirlo di continuo in aree d’intervento sempre nuove. Vedeva in Zero il proprio fratello incompiuto. Accomodato sul nero divano in una posa composta, così lo avvertiva:

– Pensa a tutto quello che perdi, questa casa. Faceva roteare il capo, con sguardo espressivo, a 180°, per la non vasta area della biblioteca. Le braccia adagiate lungo le gambe. Agenbite of inwit, citò. Gli era rimasto impresso quel suono. Anche a distanza di tempo, succede. Le librerie ripassate col mordente noce scuro, s’intonavano al fratino. Circondavano il salone, fino al soffitto. Costruite insieme a Ornella, col multistrati da due. Tutti ce le ammiravano, anche per il basso costo. Tavole su misura, da Coralli. Montanti da tre metri, scaffali da sessanta cm. Ripescaggio della memoria, al ritmo dei 40 greatest di Elvis, doppio album Special Pink Pressing, 1978. Marco non poneva domande all’interlocutore. La madre urlante di Zero: crisi depressiva. Spalancava la porta della stanza, mentre studiavo, urlando in preda alla disperazione. I grandi occhi scuri fuori dalle orbite, i capelli non lunghi scarmigliati, al vento. Era una delle tre Furie, forse Aletto. Maschere dionisiache appese al muro della camera da pranzo, verdiboschive. Un pugnale a spruzzo trafiggeva un’oscura trama pittorica. Ricorderò sempre il mio quinto compleanno, a testa in giù, sulla poltrona di via Tiepolo. L’addio alle due sorelle, dalle finestre del seminterrato, dal palazzo di fronte, color rosso pompeiano. Un acino d’uva, di vetro.

– Ciao Lorenza, ciao Simonetta: io vado. Mi trasferivo a via Flaminia 357, qualche metro prima di piazza dei Carracci, girato l’angolo. Lorenza, la maggiore, lucida il vinacciolo col lembo della gonna, scoprendo le gambe.

– Tieni. È per te.

Conservai il chicco di vetro nella tasca dei calzoncini. Traslocavo. Lasciavo per sempre il teatro, con Scotti su una sedia e le sorelle Nava. Si entrava nella casa del cattolicesimo. Anche il signor Coop e il maestro Alfieri, che intingeva dei grissoni nel caffellatte, al tavolo da pranzo, dove, poco distante dalla tazza, poggiava una compressona rosa per l’ulcera. Su quell’allegra brigata calava il sipario. Si cambiava vita.

 

 

Microsolchi

 

 

My baby left me (1956), Heartbreak hotel (1956), Blues suede shoes (1956), Hound dog (1956), Love me tender (1956), Got a lot o’ livin’ to do (1957), (Let me be your) Teddy bear (1957), Party (1957), All shook up (1957), Old shep (1956). Di buona lena s’inchiodava e si martellava. Lemuri maleodoranti e maledicenti, dal sottosuolo. L’onfalo era in quella casa: una pietra bianca conica. Menadi furenti infestavano la ridente collina. Angela ci toglieva il malocchio, in un piatto d’acqua su cui versava gocce d’olio. Sorridente, benevola. Castelpagano, Pagus Herculaneus. Attraversata dal torrente Tammarecchia: la sciumara. Castellopagano / lontano dal mar / ro spasso nostro / è la sciuma. / Tra pann’, pisci e can’ / e conn’ammoin’ / fin a la mattin’ / ci vorrimm’ sta’. A tarantella: nel 369 e nel 396, primi terremoti. Chiasmo, a forma di pesce. Cata nui, cataclisma nell’urna, genuflettendosi:

Boschi cedui di cerro, residuo della selva fra il Tammaro e il Fortore. Don’t (1958), Hard headed woman (1958), King Creole (1958), Jailhouse rock (1958), A big hunk o’ love (1959), I got stung (1959), One night (1959), (Now and then there’s) A fool suchasi (1959), I need your love tonight (1959), Stuck on you (1960). A la fontanell’ / co ro ciste ’ncapo / vanne le zitell’; / se lavne ri pann’, / se contne ri fatti / che po’ tutt’ sann’.

 

                                      Acqua santa benedette

                                      tu me lav’ e tu me nette;

                                      tu me netta d’ogn’ peccate

                                      dall’ore che song nate.

 

Si procedeva alla colata, quindi al demollaggio: s’insaponava e si strofinava, sul lavaturo o all’acqua dei valloni, sopra una pietra. Fever (1960), It’s now or never (1960), Are you lonesome tonight? (1961), Wooden heart (1961), Surrender (1961), His latest flame (1961), Wild in the country (1961), There’s always me (1961), Rock-a-ula baby (1962), Can’t help falling in love (1962). La biancheria si bagnava nell’acqua: seconda colata. La biancheria si deponeva in un tino: cenerale. Bollente acqua. Per tutta la notte la biancheria restava nel tino così: Good luck charm (1962), She’s not you (1962), Return to sender (1962), You’re the devil in disguise (1963), Crying in the chapel (1965), Guitar man (1968), In the ghetto (1969), Suspicious minds  (1969), There goes my every thing (1971), Don’t cry daddy (1969). Leva il cenerale, strofina. Rischiara dalla liscivia. Riponi nei cesti, risciacqua e sciorina. Pozze di sangue, gocce di sangue: è un riso per me questo odore d'umano sangue.

– Gradisci una bibita fresca? Le quattro facciate del rosa vinile di Elvis, a 33 gironi. Raschiante rimorso: he left wifes and three children. Era tuttavia felice, in quel giardino.

 

L’ansia lo martellava, strangolante. Toglieva il respiro, lo calava nell’imo. Quei suoni sincopati, lo avevano alla fine stremato. Il tempo, con la sua sfasatura d’accento: troppa carne al fuoco. Ma non si riferiva al microsolco, piuttosto a se stesso. Stramazza sul divano di velluto a coste, addossato alla parete frontale: ammirava la libreria, per il suo color castagna, che metteva in risalto quei libri. Propensione all’asfissia.

– Ha bisogno d’aria. Il Dott. Di Vietri, che l’aveva salvato appena nato, indicava la finestra chiusa della sua cameretta. Ossigeno, incolore e inodore. L’accento pugliese. Cappello grigio, a larga tesa. Andatura barcollante: labirintite. Luminosi occhi grigioazzurri. Seduto al bar del piazzale, non lo riconobbe. L’essenza dello joyssire, troppi rimandi.

– Appena un goccio. La visita durava un paio d’ore, compresi i convenevoli e la sosta allo studio del padre. L’oscura bevanda, labirintiforme: il destino sul fondo polveroso, alla turca. Involve, asino tra i sonagli, su cui cade l’oblio. Stesso colore catramoso della nicotina, nel microbocchino David Ross, trasparente. Amava quel colore. Scrittura sincopata, asfittica. Un intero mondo lo seppelliva, col suo inferno. Con un gesto ravvicinato del pollice e dell’indice, indicò la misura esatta. Chiaretta stava per versare, oltremisura. La camera da letto anni quaranta: il grosso armadio a due ante. Qualche 78 giri, con fodera color nocciola, friabile. Carta usata nel dopoguerra, dal panettiere. La voce del padrone, marchio color ruggine con stampato il suo nome, col titolo della canzone. Due facciate, il logo veloce: un cane bianco, in ascolto, al grammofono a tromba. Solchi tre volte più larghi. Cane e grammofono, girondolano. Si diverte a osservarli, ipnotizzato. Chiaretta, invece, rifiutava quella vita in cui s’era ingabbiata. Lei, artista di successo. Zero la vedeva dal letto grande, strapparsi le pantofole ai piedi e gettarle dalla finestra, insieme a frammenti d’album e a sue registrazioni. Ogni tanto, quando passa sotto quella casa, immagina le persiane spalancate, con le urla e i frammenti di vita che vomitano dalla finestra. Nulla, in realtà, è mutato. Ma da quel letto d’ammalato, confusamente, pensava che la madre dovesse avercela anche con lui. Prese a odiarla, pieno di rancore: non vedeva che lui stava male? Il suo io gridava vendetta. Fu colpito, insieme alla madre, da una trasformazione sociale, sul finire degli anni Quaranta e agli albori dei Cinquanta.

 

Stracciarolo, roba vecchia e concoline. Un suonatore di foglia, anche. E un costruttore di alambicchi, formati da anelli metallici concentrici. Un ombrellaio e un arrotino. Nulla è cambiato. Stessa bancarella di frutta all’angolo di fronte. L’uomo dalle pelli di leopardo, il cantante di strada ecc. Secondo dopoguerra, intercettato. Cannibalici ritrovamenti, troppo nomadi. Rutto del figlio, dalla cucina. Occupazione delle terre. Lotte agrarie: la quota spettante al contadino. Fu elevata a quattro quinti del prodotto. Strutture arretrate del latifondo. Braccianti e contadini, rivendicano l’applicazione delle nuove leggi. Ora lo Stato interveniva sui modi di concessione della terra. Anche nelle zone meridionali. Limitazione delle forme parassitarie di rendita fondiaria. Riduzione del trenta per cento del canone d’affitto: equo canone, in cereali. Il Lodo De Gasperi, trasformato in legge. Tregua mezzadrile, con quota del 53 per cento del prodotto. Reinvestimento del 4 per cento del lordo vendibile del podere, per opere di miglioria nell’azienda, preferibilmente d’inverno. Giorgio Giorgetti, Contadini e proprietari nell’Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo XVI a oggi. Seduto sulla sdraio, nel salone di piazza Benedetto Cairoli, insieme a Fausto, nell’altra.




Giuliana Laportella, Le ceneri di Gramsci, 2006


Intus

 

Secondo Marcello dentro non c’è nulla. La libreria è moderatamente affollata. Gianni sorride per il mio imbarazzo. Tutto è fuori: extra moenia. Dentro, in effetti, solo memorie: lo specchio deformante della realtà. Noam ha ragione: sui giornali c’è quasi tutto ciò che accade. Basta comparare, a largo raggio: procedere in solem et pulverem. Nello slargo dove inizia il lungolago, incontra Campioli, che è molto meravigliato.

– Cosa ci fai da queste parti? Bel viso largo, da contadino padano: fessure grigioverdi degli occhi, scrutanti e sorridenti. Secondo Joyce, era più interessante ciò che accadeva nella sua testa. Condannato all’esilio. Si giustifica.   

– Lungo la campagnanese, ci fermiamo con mia moglie in un posto dove fanno delle stupende salsicce: due panini, e via. Qui, lei può passeggiare. Cosa ci faccio, qui? Botosam, figura del confine. Grafica Campioli – Monterotondo: Poesia in piego 30. Impacciato, Manuela seduta di fronte. Qualcuno s’accosta al lungo tavolo da lettura. Dire qualcosa sulla soggettività. S/OGGETTO TRE. La figura universale del lavoro. Bretton Woods, 1944. Un terzo delle auree riserve mondiali. Lotte antimperialistiche, nelle regioni subalterne. Mentre si scambiano battute col Giorgetti e Fausto: in quel lontano 17 agosto del 1971 l’intero debito americano veniva scaricato sull’Europa.  

– Quelli sono i soggetti inseriti nella produzione, cioè tutti. Occhi cerulei di Marcello. Rabelais, il più grande spirito dell’età moderna, nicchiò ancora basito. Ora siamo dentro, in toto. L’intera moltitudine planetaria. Continuò la lunga marcia per il lungolago, arrivando fin quasi al circolo. S’era fermato al bar Sandro, per un gelato di crema nocciola e cioccolato, nonostante il freddo. Seduto in panchina. Procede oltre, sotto il sole. Rifiuto attivo del lavoro, sotto il carro celeste. Competizione, sul fronte della soggettività. Ingannato dalle nuove tecnologie, che invece di liberarlo, l’avevano irretito e ibridato, Zero usciva dall’aula multimediale che aveva contribuito a creare, con iniziale entusiasmo. Senza che, perciò, esistesse un’uscita. Su di lui avevano puntato le dirigenze scolastiche: l’unico a conoscere l’uso del computer e di Internet. Lo chiamavano in soccorso, era divenuto il centro. Poi, capì che si trattava del modo di produzione postmoderno.

– Stentini, perché non mi fa un progetto segreteria? Occhi da gatta: Maura mi guarda, dal basso. Seduta al tavolo. Avrei dovuto procedere all’alfabetizzazione. Rosa, con quei zamponi da contadina sulla tastiera. Dovevo procedere. Manca la carta igienica nei bagni. Sono i genitori degli alunni che devono rifornirli. Nettarsi il culo con il mouse: paradossale e reazionario. La dirigente mi chiede di preparare un corso per i docenti. Tutto era partito senza preavviso. O con la carta della stampante, meglio. Pericolo di graffiature. Cosa c’era di vero? Fumava e tossiva, Occhi da gatta:  al confine, il grande portone aperto dava sul giardino. Lo fissava, monologante. La ritrovo all’edicola-tabacchi: mi riconosce. Ossessionato dallo sguardo. Alle vecchie scartoffie sostituisce il trambusto della carta stampata di Campo de’ Fiori. Sgomita, dicendomi di aspettare. In una nicchia sulla destra le sigarette. Sottomesso alla vista, lente deformante o panopticon? O entrambe le cose? Sguardo da gatto, minaccioso. Poi, per fortuna, distratto. Non più inquisitorio, tiranno.

è arrivato un pacco per me? Sapeva che non c’era alcun pacco, ma si divertiva a stuzzicare Rosa, con la sua aria arruffata e i vestiti d’una taglia abbondante più risicati e umili. Approfittava dell’autorità derivatagli dalla carica di Direttore Vicario. Maura, invece, sempre china sulle carte, non la si coglieva in fallo. La vita è menzogna, la letteratura verità. Quando si vive, non si è altro che la propria caricatura. Non si può essere se stessi, la vita non ce ne lascia il tempo. La maschera muta col mutare della storia. Giunto a piazza Vittorio Veneto, scende ancora per via Roma. Scende la piccola rampa e si dirige al parcheggio. Finalmente, dentro.

 

Una volta dentro, Alprazolam serve ad organizzarsi. Non sei preso dal panico. Probabilmente, i Fiori di Bach raggiungono il medesimo effetto desiderato, allo stesso modo e senza creare dipendenza. Californiani. Lo sapeva che ero uno scrittore, un giardiniere dell’anima: gruppuscoli d’alieni indietreggiano, al solo nominarla. Anch’io mi meraviglio, senza faticare coi sinonimi. Allegorie. Già, l’anima. Il soffio vitale: ombre di gracchianti cornacchie, per effetto solare. Una tavola, per la tramontana. Rimuove il blocco della scrittura. Oltrepassa gli ormeggi,  incondizionato passaggio. Rischiamo di perderci, in un fuoco molto intenso. Le faceva scudo con il suo corpo. C’è chi rovista nei cassettoni dei rifiuti, di spalle: forse due albanesi. Extra in movimento. Alle spalle, il diluvio. Rifugiati, a basso costo. Specchio vulvare, ansa. Spicchio d’aglio, mi saluta, in controluce. Non l’ho riconosciuta. Procedere oltre, l’autocastrazione. Largo volto, comunicativo. Circolo e dintorni: marcia forzata della nuova forza lavoro. Immaginario collettivo, già. Fermarsi a parlare. Appariscenti appetiti del pleonasmo. La smorfia sulla faccia, segno premonitore d’una vecchiaia precoce, accellerata dagli eventi. La vita, prima la si premonisce.

 

La natura, altra vasta architettura d’interni. Lungolago, attrezzato. Panchine, per prendere il sole. Gruppo di sculture astratte, ambiente integrato. Orizzonti. Oltrepasso il bar la vela, con pontile. Vasti uccelli dei mari. Segmentazioni verticali dell’interno misto, e sue orizzontalità. Non c'è malaccio, come tesi. Depositare, dove? Non avrai altro dove. Segmentazioni, nient’altro. Indici di proprietà. Impossibile, liberarsi da questi cerebralismi. Inescluso, transeunte. Chiarore diffuso, insostenibilità dell’essere. La penombra è necessaria al suo manifestarsi. Senso di nausea per quei colori azzurro-marrone e verde, offuscati dal riflesso solare. Disagio, per un paesaggio così poco mutevole: fissità e contemplazione, ovunque. Pochi individui, isolati nella luce: sagome del déjà vu metafisico, irreale. Celeste mistico, speculare. Il lago, un grande mantello mariano. Spicchio d’aglio inveisce, in meticcio. Genericità in cammino, sottrazione dell’essere. Trema al sol pensier, o forse trama. Tyche, il suo vero nom.

 

L'origine du monde. Ansante, Rino ne parla come il miglior quadro mai visto. Estasiato, tra i tavoli del circolo. L’avete visto? Vegetazione spumeggiante: qualche salice, un roseto a spalla, banani. Acquistato da Lacan, inserto de il manifesto. Il rovescio della psicoanalisi, seminario. Ne parlo con Marco, citando.

è una situazione complessa. Alberto sorride, pensando alla dialettica. L’ombra di Marco, scostante: sfoglia, spianando le pagine sul tavolo. Victrix causa. Si placò. L’aula vuota, accanto alla mia. Cartelloni ai muri, coi lavori. Spazio aperto. Dalla finestra, realtà miste, verdeggianti. C’è sempre qualcosa o qualcuno, che prende il tuo posto. Mostrarsi indifferenti, plausibili. L’ironia devastatrice. Questione di rapporti di forza, o di mostrarsi interessati. Laissez faire, da oziosi. Sottoposti alle leggi del mercato. Stentato e asimmetrico, il volto alla Munch.

I fatti non parlano. Le parole sono assenti, non te ne sei accorto? È la genericità muta della natura e della guerra, non senti gli spari? Il colpo di freddo che avvilisce il nervo, nella cantina. Dopo cinquanta giorni.

Con tutto il tempo che hai, maledizione. Dunque, una complessità di problemi, non riducibili ad unità. Si parla del tempo, di chi lo trascorre in ozio e del laissez faire, anch’esso derivante dall’assenza di desiderio, di conflittualità. Il singolo è ferito, nella sua persona. Borsa floscia, cadente dell’occhio sinistro. Occhio di bue. Motilità scaduta delle palpebre. Tumescenza. Paralisi del lato sinistro della faccia. Compressione del cavo orale, l’urlo inespresso. Faglia, in extremis. Niente più piroette.

 

                                    Sono si dice piroette

                                    postreme prima della resa.

 

Siena, Quaderni di Barbablu, 1987. Marco, oggi se ne vergogna. Si mise in movimento, dopo dieci anni che si frequentavano. Lui, all’epoca era già al suo terzo libro, più un’infinità d’interventi su riviste e in pubblico. Aveva organizzato due rassegne di successo ai Magazzini Generali, diretto l'omonima collana di poesia.

 

                                                 el poet multigrafo e vocalaborioso

                                                 che rumina distilla agudezas

                                                

In ricordo delle serenottate a via dell’Assietta. Lo andava a prendere con la Dyane, all’angolo di via Nemorense, verso le sette di sera. Processionarie.

 

Dal ’77 al ’79, bierre. Oggettivo, sans phrase. Si siede sulla Cantù, attento. È il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia, determinando lotta. Invece, il ’68. Un corpo senza più bisogni, omogeneizzabile. Senza tracce. Celare gli umori, i disagi. Ricambio continuo. Puliti come gatti. Adattamento all’ambiente, alla natura, alle circostanze. Contagiarsi, meticciarsi. Non è che l’inizio. Il lavoro, comincia col nettarsi il buco del culo. Interiore homine, capùt.

 

 

(Extra)

 

 

(Il contestatore resta con un pugno di mosche). Guardateli fare. Finora non ho capito niente. Ma chi stai prendendo in giro, qui? Morale è meglio uscire di qui. Io voglio dire che delle persone qui sono timbrate. Delle persone vogliono parlare a titolo di una contestazione. Ce ne sono altre che nel loro angolino fanno Tralala, bum-bum, zum-zum, ed è questo che fa movimento d’opinione. Un bel tacer, non fu mai scritto. Io vorrei proprio che non ridessero, a questo punto. Proprio come è triste vedere la gente uscire di qui come dalla metropolitana alle sei di sera. Non è proprio così, dato che sentono il bisogno di parlare tra di loro. C’è un certo numero di persone, le stesse che prendono appunti e che ridono. Si tratta di articolare una logica che, per quanto possa avere l’aria debole le mie quattro letterine che sembrano niente se non fosse che bisogna sapere secondo quali regole funzionano è ancora abbastanza forte da comportare ciò che costituisce il segno di tale forza logica, cioè l’incompletezza. Mentre questo coso ronfa tranquillamente, centocinquanta compagni delle Belle Arti si sono fatti arrestare dai poliziotti e da ieri sono a Beaujou, perché loro non fanno corsi sull’oggetto a come il mandarino qui presente, di cui non importa niente a nessuno. Sono andati a fare un corso selvaggio al ministero dell’Equipement sulle baraccopoli e sulla politica di Chalandon. Mi sembra che si sia arrivati a un punto in cui è evidente che una contestazione può prendere una forma di possibilità in questa sala. È chiaro che si possono emettere dei gridolini, si possono fare bei giochi di parole. Fare del Marx accademico è servire un’Università borghese. Se si deve buttare all’aria l’Università, lo si farà dall’esterno con gli altri che sono fuori. Allora perché tu sei dentro? Io sono dentro, compagno, perché se voglio che la gente esca, bisogna pure che venga a dirglielo. Vede. È tutto qui, vecchio mio. Per ottenere che loro ne escano, lei vi entra. Io sostengo che è lasciarsi prendere in trappola. Assolutamente vero. Io sostengo che è fuori che bisogna andare a cercare i mezzi per buttare all’aria l’Università. Ma fuori di cosa? Perché quando uscite di qui, diventate afasici? Quando uscite, continuate a parlare, di conseguenza continuate a essere dentro. Io mi domando perché questo anfiteatro è affollato da ottocento persone. È vero che sei un bel clown, celebre, e che vieni a parlare. Anche un compagno ha parlato per dieci minuti per dire che i gruppuscoli non potevano uscirsene dall’Università. E tutti, riconoscendo che non c’è niente da dire, parlano per non dire niente. Allora se non c’è niente da dire, niente da capire, niente da sapere, niente da fare, perché tutta questa gente è qui? Ci siamo un po’ persi su un falso problema. Tutto perché il compagno ha detto che veniva all’Università per ripartire con altri compagni. Ciò a cui aspirate, come rivoluzionari, è un padrone. L’avrete.

 

Sarò preliminarmente tedioso, ma è necessario precisarlo: nel ’68, io non c’ero. Secondo quanto ero solito riferire ai compagni d’antan, in quell’anno di svolta, anno big-bang della movimentazione politico-rivoluzionaria giovanile in Italia e in Europa, io giocavo a pallone. Ero un’ala destra veloce alla Mora o Hamrin o Chiarugi, assai prolifica grazie al mio opportunismo sotto porta. Quasi mai facevo dei bei gol, però ne facevo tanti mercè quel tempismo che mi faceva essere al posto giusto nel momento giusto, pronto a spedire la palla in porta con un semplice, spesso irritante colpettino.

 

È cosa ovvia e largamente diffusa quella di prendere posizione contro la violenza in generale, dimenticando che nessun passo in avanti, a partire dalla nostra uscita dalla sfera biologica dell’essere animalesco, nessuna socializzazione, nessuna integrazione del genere umano sarebbe stata possibile senza violenza. Ma per altro verso non si deve vedere nella violenza, persino nelle sue forme più brutali, una semplice eredità dello stato preumano, che, poniamo, in termini morali astratti potrebbe venir superata in maniera umana. Bisogna invece aver sempre presente che come abbiamo accennato in precedenza in un altro contesto non c’è forma pratica nell’essere sociale, non c’è quindi alcun momento della sua autoriproduzione (che si tratti di economia o di sovrastruttura, come lo Stato, il diritto, ecc.) che sia potuto nascere e abbia potuto servire alla riproduzione umana, senza violenza.

 

Un diario, un po’ più movimentato, dall’89 a oggi, donc. Si siede, si alza. Si risiede, si rialza. Piroetta. La vita scritta, s’innesta e si avviticchia: su se stessa, sulle sue cose, sui suoi oggetti precipui. Una buffonata, une blaser, un blog. Uff! Negazione della negazione. Il cerchio si chiude. Au revoir.

 

 

 

La città s’è tolta di dosso l’inverno.

                                                 La neve sbava saliva.

                                                 E di nuovo è tornata la primavera

                                                 garrula e stupida come uno junker.

 

Riserbo sulla propria vita sessuale. Prime dichiarazioni di Susanna, forse nel ’78. Marco in veranda, di sera: ricerca del punto comune, punctum dolens. Prime uscite a Villa Ada, con Pippo e Carlotta, deux chiens, documentate.

 

                                                 Chi non è innamorato

                                                 non sa che un cuore ardente

                                                 se vuol bene canta…

 

Muto, di fronte a tanto clamore. Foglie verdeggianti, floreali. Una leggera brezza. Pippo non riesce a montare Carlotta. Pianoforti con o senza coda. Neri, come il vinile materno.

 

                                                 Chi non è mai stato amato

                                                 mille pupille verdi…

 

Attraversati da schizo, entrambi. Desideri incestuosi, fricativi. Entrambi, frastornati e rupestri. Intontiti dal caos cittadino, ora in festa.

 

                                                 Chi non è mai stato amato…

 

Telefoni bianchi. Spensieratezza delle classi dirigenti. La propaganda, il minculpop.

 

In quell’anno-shock, forse il mio più grande shock fu, da beatlesiano evoluto e pop-musicalmente corretto, la scoperta di Jimi Hendrix. Giusto nel ’68 uscì il doppio album Electric Ladyland. Il suono magico e very wild di quella chitarra distorta, il suo hard-rock debordante e repleto di hybris, già intriso genialmente di noise-sound, rappresentò una vera folgorazione per il mio cervelluzzo e le mie orecchiette di rockettaro beneascoltante, dischiudendo orizzonti completamente inediti. Lo sentivo e lo risentivo il disco di quel meticcio negro-pellerossa di Seattle e mi sembrava un dio-Ufo venuto da un pianeta alieno a insegnarci un altro alfabeto sonoro.

 

Un ballo in maschera. Mi mascheravo, alla sua presenza. Recitavo la parte del mio amico Giuliano, colto e introverso. Introflesso, proiettavo un’immagine distorta. Intro-fesso. Bardana, lappa. Non si creavano troppo problemi. Scrivevano e basta. Stentava a crederlo, Zero Stentini.

Come Renato Zero, improprio. O come Zario, cavaliere triste e solitario, sardonico. Repressivo e reculante, Marco godeva nel vederlo, embarrassé. Salace. Non lo sanno, ma lo fanno. Anche da Bruno, affettuosamente deriso. Bussava lo stesso alla sua porta di casa. Più s’offendeva e più si divertivano: era questo, il gioco. Ressentiment, pieno di complessi. Si prodigava a rassicurarlo, ma si divertiva. Evitare il lavoro, la fatica. Colle Oppio: sto andando a ruota libera. Anche Valentino, lo diceva: 

Perché tu volevi entrare, partecipare. Eri curioso. Ma poi, inciampavi, ti accartocciavi, ecc. Perdita di narratività, ok. Voleva scherzare, giocare, comunicare insomma, con il resto della famiglia. Ma nessuno le dava retta, soprattutto io. Sopravvivenza del rancore. Il cerchio si chiude. Un salto nel vuoto. Famiglia monarchica, parlata greco-francese. Mio nonno, anche il turco. Origine italiana, genovese und barese. Lungo periodo a Smirne, dove mia madre nacque. Poi a Roma, piazza Istria.

 

Sono nato con un cervello vecchio, una predisposizione all’apatia ed allo sconforto. Un’apparente contraddizione. Sto per compiere sessant’anni e sotto questo aspetto, nulla è cambiato da quando ne stavo per compiere ventidue. Anche allora cercavo qualcosa di conforme ai tempi, prendendomela con la metafisica. Lei leggeva ad alta voce dinnanzi a Franco Libertucci esterrefatto, il mio racconto sul piccolo vietnamita. Eravamo nel suo studio di scultore, presso via del Corso. Leggeva con convinzione e verve, anche a me piaceva. La sua antica passione per il teatro. Era intelligente e colta. La scultura era stata posta in un parco pubblico, a Ravenna. Tifava per quello che scrivevo.

 

Tremebondo e avvolto in quel suo corpo opaco, attraversava come uno zombi il lungotevere Thaon de Revel, il cui solo nome lo faceva sentir male: paralisi alle mani e alle braccia, gambe sfinite e come intorpidite, dolori al collo e alla testa. Lasciava quel mondo alle spalle e si apprestava a guadare il fiume, pieno d’orrori d’ortografia. Il guado si materializzava in un Ponte Mollo che la storia rendeva imperscrutabile. Il gozzo s’illanguidiva per la commozione, mentre l’attraversamento gli appariva come la sola e più spregiudicata manifestazione dell’essere. Patetico, reso tale da quella sua debolezza arcana, sfiorava appena l’acciottolato. L’ansia lo consumava. Movimento regressivo, stop. A volte andava nell’appartamento di piazza Istria, dalla grand-maman  e dallo zio Guido, dove c’erano anche lo zio Carlo e grand-papa. Più spesso s’intratteneva con Bruno e Giuliano, a pochi metri dalla via Flaminia. L’angoscia lo pervadeva, sempre in agguato. Si rendeva ancora ridicolo. Finché il suo corpo non divenne una gabbia.

 

Perché il romanzo che per Bruno rappresentava una soluzione anche esistenziale, per Zero non solo non rappresentava se non un desiderio, ma quand’anche si fosse messo al lavoro, piuttosto un dolore che un piacere? Scrittura & fumo erano bene impostati, per quel tanto di avaria che provocavano entrambi alla salute: si trattava di stabilire, per qual motivo, ciò che all’uno donava forza, all’altro la toglieva. Ciò che all’uno iniettava dosi di convinzione, all’altro sfibrava. Qual era l’origine di tale forza? E si traeva da se stessi o da qualcosa che si trovava all’esterno? La verità risiedeva nella forza e non il contrario. Comunque sia, cercò di assorbirne i connotati esterni, aumentando per prima cosa la razione giornaliera di sigarette.

 

L’esterno dell’interno, monadi con finestre: il riconoscimento, gioco di specchi. La serenità, al mattino, è data da quindici gocce di Olivis. Il tempo viene scandito da fuori, dall’esterno. Giochi di parole, alienati. Post festum. Nella stanza di Bruno si svolge una discussione su W. Reich, La funzione dell’orgasmo. Bruno è entusiasta, gli astanti in ascolto. Dalla finestra, scene di vita quotidiana. Lampadina spenta, dopo il coito. Agnizione.

 

La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio, solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi.

 

Altro successo, presso Bruno rivestiva il romanzo di Le Clézio, Il Verbale che, secondo l’A. stesso “racconta la storia di un uomo che non sapeva bene se aveva lasciato l’esercito o il manicomio (…) una finzione totale, senza altro scopo che quello di provocare una certa ripercussione (magari effimera) nella mente del lettore: (…) è quel che a rigore si potrebbe chiamare Romanzo-Gioco, o Romanzo-Puzzle”.

 

Si comincia con lo spalancare le finestre, uscendo sul terrazzo, magari per fumare. L’attività di smaltimento dei rifiuti si fa più intensa e piacevole. Per il resto, una gran sonnolenza e la fiacca generale non predispongono ancora a quelle camminate di cui si comincia a sentire la necessità. In compenso, si fumano più sigarette all’aria aperta. La fiacca prende soprattutto le gambe, ma il respiro si fa più ampio e le braccia lavorano meglio. Il busto, nel suo complesso, si protende verso l’esterno, la faccia tende a sollevarsi dal collo. A un passo dal voto di domenica, per le regionali. Nel Lazio, ci si chiede, quale sarà il comportamento dei 413.427 dipendenti pubblici, in attesa da 15 mesi dell’adeguamento delle retribuzioni al carovita. Così come i 131.375 calabresi. In Lombardia si tratta di 412.935 statali, mentre in Campania sono quasi 340 mila. Nel Veneto, gli addetti al pubblico impiego sono 226.830, alla pari per numero e percentuale con la Puglia, e poco più che in Piemonte, Emilia Romagna e Toscana, dove i pubblici superano ovunque le 200 mila unità. Seguono la Liguria, con più di 107 mila dipendenti pubblici, le Marche con 85.000, l'Abruzzo con 79.000, l’Umbria con 53.635 e la Basilicata, ultima delle regioni in cui si vota a fine settimana, con quasi 40 mila statali. Possibile voto di scambio.




Ennio Di Vincenzo, Metropolabirinto, 1993/94, (Scultura polimaterica, cm 54x42x22)



Dal sottosuolo

 

 

Scende la scala lignea, ignifuga. Dal corpo ingabbiato non arrivano ancora soluzioni. Traversa la strettoia e perviene all’angusto spazio sottostante. Ruvida tavola di castagno, su cui poggiano alcune carte di Utopia, ancora da correggere. Apre la porticina del bagno e getta la cicca nel water. Inizia la correzione, mentre un gelido tunnel d’aria investe il lato sinistro del viso, di spalle. Continua a intervistare quella manipolazione: parole poggianti sullo spartito. Si chiedeva quanto l’educazione cristiana potesse influire su di lui. Il corpo di Cristo, morente. Certo, c’era stata la rivolta giovanile contro quella adolescenziale. Ma ora, con quale bisognava fare i conti? Doveva sottrarsi a quel soffio, insidioso. Come un treno in corsa. Ma l’emendatio richiedeva ancora del tempo. Il piccolo posacenere, come una goccia cromata, segnava l’inutile tempesta della storia, su quelle tavole da falegname. Si trattava d’un fumetto grottesco, non più fin de siècle. Sistemi complessi per terribili semplificatori. Sgomento di non essente: il rovescio della scrittura. Perdersi nel non essere, nel suo dominio. Solo il non essere è, contrariamente ad ogni logica. S’è destato tutto torto. Il riconoscimento del torto: contro il pensiero analogico aut primitivo, sic. Soggetto abominevole, invasivo atque abrasivo: abdicante. Urgenza d’uscire dalla trappola, yes. Fa fridde, da fora. Arretramento della barriera naturale. Per l’ente umano oggettivato. L’avventura dell’uomo continua.

 

Valentino borderline s’intrufola in cucina, marginale. Cedere ad uno stato di deliquio, demenziale. Siamo tutti marionette, in mano prensile, diceva. Tremava dappertutto: delirium tremens. Faceva l’esercizio di morire, guardando il mondo che gli girava intorno. Cadere, intonso. Transito occluso, per saecula. Ai margini dell’obliquo, in absentia. Scavalcando fossati, in preda all’ansia, naturaliter: ansa. Antico disagio nei confronti del vicinato. Disgelo. Eterna fuga, clandestinità eterna. Scriveva Vita di Zario letterato, oppure si recava al negozio di libri usati, alla circonvallazione. L’anziano rigattiere lo aspettava e una volta gli offrì del whisky nel tappo della stessa bottiglia. Il mondo degli oggetti mi parla, mi aiuta, mi sostiene. Le merci sono l’unico soggetto reale, parlante. Strutturalmente sempiterne, ci osservano e ci servono, dalle pagine della loro materiale esistenza.

 

Il troppo stroppia, sepolti dalle macerie mondiali, senza poter perseguire un innaturale programma di povertà: vittime dell’accumulo, vagoliamo come fantasmi in preda al destino. Il troppo ci sotterra e ci spaventa, ma non riusciamo a liberarcene, fa parte di noi. Troppi libri, troppa storia: ricominciare da Zero Stentini. L’orientamento è dato solo dalla scrittura: fuori, nel mondo, solo panico e frustrazione. Concentrarsi in quello spazio, in quello spartito. Ecco perché da sempre l’omo cognosce. Indossava dismesse giacche di lana in quella latrina cittadina, autunnale. Distolte dall’armadio, nel mezzo di quel buio claustrale, grigio topo. Momentanea perdita dell’orientamento. L’esterno dell’interno, sic! Sottolineava Letteratura e vita nazionale e leggeva in silenzio Attila Joseph nell’edizione rilegata della Lerici, mentre dagli orifizi sbucavano resti d’umani, sgualciti e come inglobati. Studiavano russo alla Baldini, con le cuffie e acquistavano Majakovskij da una bancarella a latere di piazza Cavour, con i soldi sfilati al padre, in una giornata di sole. Poi fu la volta di Mixage Zero, del messaggio in bottiglia.

 

 

Strategie

 

Il passato che non passa, commenta Marco sardonico. Tasso Zero si dirigeva verso la baracca: l’oscuro attraversamento di quel tratto della consolare, a pochi metri da piazzale Flaminio, oltre la fine. Sorridente, quasi goliardico, intonò, con voce bene impostata:

 

My funny Valentine

Sweet comic Valentine

You make me smile my heart…

 

Pantaloni a larga tesa, clauneschi. Bretelle e tutto, da clown. Capigliatura tra Fortunello e Pampurio, spalle ricurve prone sul vizio, ventre prominente e sigaro fumante in bocca, sputacchiava senza sputacchiera, sul pavimento della sua grande stanza.

Ti trovo in forma. Cisposo, con occhi scrutanti dalle lenti a contatto. Moltitudine spettacolarizzata, attraverso il labirinto. Siamo protetti. Smorfia dell’Alzheimer, più o meno così.

Così magico e artigianale. Troppo lento, questo sì. Estenuante, come uno spogliarello. Mens morbida in corpore sano. 

Sano un corno, Alzheimer. Mi hai prestato Papa Hemingway, per 28 anni. Un pegno d’amicizia. Fortunato scuoteva la testa, uscendo dall’ascensore e imboccando la strettoia che conduceva in via dell’Assietta.

Con Hemingway non si approda a nulla. E se ne andava col capo reclino, lasciando quella staffetta di Zero imbrigliata.  

Fu allora che mi regalasti la biografia di Hotchner, ricorda. Misura a larghi passi la metratura della sua regal dimora, conquistata dopo una dura lotta. 

In gran forma. Cercava quella bottiglia di Cabernet di cui restavano i 3/4, dirigendosi verso il bancone di legno della cucina, ma c’era confusione e l’intero stanzone si andava come liquefacendo: ogni dispensa grondava acqua e l’appartamento era colmo d’invitati. La materia si modellava come cera, non offrendo più la resistenza che gli è propria. Dalla porta d'entrata al piano cottura era tutto inservibile. Le bottiglie e il resto, rese impraticabili da quel diluvio, avevano perso quella solida trasparenza. In compenso, le vetrate della camera da letto, dopo aver alzato le serrande non senza qualche difficoltà, rendevano visibili i monti Simbruini. Eppure, il mese d’agosto era trascorso sereno in quella residenza estiva. Massimo e Gina s’erano fatti in quattro, e non come nel sogno, dove Massimo portava il codino ed aveva un atteggiamento sostenuto. Inoltre Rino usava uno dei due telefoni, di cui la casa è in realtà sprovvista, per avvertire la figlia, credo, mentre osservava il panorama su cui l’avevo aperto. Gina si dava da fare inutilmente per ripulire la cucina da quel cibo messo a cuocere per troppo tempo. Ma, per fortuna, le fiamme non avevano avuto la meglio: in compenso, il piano cottura era ricoperto di schizzi di grasso e il forno appariva malconcio. Lei si dava da fare per pulirlo, inchinata sulle ginocchia ed io ero preoccupato che tutto fosse in ordine per l’arrivo di Ornella.

Viene qui per riposarsi e non per lavorare. Cercavo con queste parole d’ingraziarmela. Il figlio andava sui campi da tennis, mentre loro prendevano il sole seduti sugli spalti, oppure passeggiavano lungo l’anello. Poi si recavano da Rapone per la carne o sostavano per un assaggio di thè al miele, con biscotti di farina biologica all’angolo del chiosco che la venditrice aveva attrezzato a quello scopo. Le giornate fluivano senza grandi passeggiate per i boschi, lui riceveva di tanto in tanto gli SMS della sorella, del tipo: “Una nebbia fitta copre le genziane maggiori (gentiana lutea) disseminate sul prato qui sotto”, mentre Ornella lavorava al portatile. Al mattino, il gigantesco pino veniva inondato dalla luce e la casa ne risplendeva, soprattutto la camera con la veduta sul bosco, le cui pareti foderate di dogato rilucevano dorate.

Frattanto, Alzheimer s’era gonfiato come un pallone e minacciava di farsi saltare in aria col braciere del suo sigaro acceso, mentre Zero, accovacciato in un angolo dell’immenso stanzone lo pregava di desistere. La scena si svolgeva in apnea, all’interno di quel labirinto spettacolare ricolmo di merce d’ogni tipo.

 

Continua lo sciacquettio ritmico dalle corsie immerso nel cloro azzurrato in un feedback incessante dai corridoi della vasca. Dai bordi, corpi abbronzati in procinto di appozzarsi, come in un diluvio. L’acqua diluiva la carica di magnetismo passivo dei corpi, asportandone i grumi taglienti come archi, in un viavai terapeutico. La piscina era attorniata da un prato all’inglese. Blaterano con Giorgio sulle sdraio.

Chi l'avrebbe detto. 

Già. Chi l’avrebbe detto, delle teste tagliate. Sorride. Siamo sempre più ambigui. Ambidestri, sentenziò. Uscir fuori dalle valve della storia, se possibile. Parodisticamente parlando. Deglutisce. Da questa confusione temporale, paventò.

Fermo restando. 

Già. La paura dei dialoghi non scritti. Romanzescamente parlando. Poveri mezzi, poveri mezzucci da 4 eurocent. Blatera. Vulva profanata dal volgo, dagli elettrodomestici, blasfemiò.

A volte, per andare avanti occorre tornare indietro, di qualche passo.

Di qualche secolo, scherzò. 

Non so perché siamo implosi. Procediamo a fatica, o restiamo fermi. Stentiamo.

Impossibile arretrare.

Solo le barriere naturali lo fanno.

 

 

 

Cascate

 

 

Fu allora che riprese il periodo delle docce a cascata, già sperimentate in passato: quanto gli piaceva starsene per tutto quel tempo sotto l’acqua scrosciante, insaponandosi corpo e capelli. Naturalmente, anche la barba. Con lunghi risciacqui sotto l’acqua calda. Sapeva che tutta questa igiene avrebbe finito con l’indebolirlo e sfibrarlo. Invece divenne sordo. Già glielo disse lo psicanalista selvaggio Luigi Esposito, nel suo appartamento trasteverino: “Da cosa ti vuoi ripulire con le tue docce quotidiane? Quale colpa hai commesso?” E così via. Anzi, glielo disse a bruciapelo, solo una volta. Poi non ci fu più tempo, a piazza san Francesco d’Assisi.

Resisteva. Resisteva a tutto quel rumore, quel fracasso infernale. Sotto la doccia non sentiva più nulla, se non lo scrosciare dell’acqua. Resistere, era questo il problema. Più la resistenza permetteva al sangue di affluire alla testa e più era necessario ristabilire l’equilibrio facendo defluire ogni cosa verso il basso. L’acqua lo aiutava a ristabilire l’equilibrio, rifluendo il sangue dalla testa ai piedi. Ne era convinto. Era il movimento stesso delle onde del mare nel continuo, perenne loro affluire e defluire. Era dunque una forma di movimento statico che lo interessava, un eterno cullarsi della materia liquida, costretta da lui alla posizione verticale dell’animale-uomo dentro la cabina-doccia. Acqua dalle orecchie. Gli usciva spesso, sempre più spesso. Durante la notte, ed ora anche durante il giorno. Piccole pozze d’acqua che si formavano dentro l’orecchio: schizzava acqua da tutte le parti, quando premeva col medio, massaggiandone il cavo auditivo. Non capiva da dove potesse provenire, in tanta quantità.Anche nei periodi di astinenza dalla doccia. La notte sciacquettava fastidiosamente sul cuscino, svegliandolo. Era costretto a mettere la mano tra la faccia ed il cuscino, lasciando che l’orecchio ne rimanesse leggermente distante. Poi iniziarono i ronzii nella testa. Alzheimer ondeggiava in basso e in largo. Il respiro si faceva più regolare. La crosta del mondo si dissolve.

 

 

Caparbiamente

 

 

Faccio scrittura, in modo caparbio, ma l’avverbio non le rende giustizia, non si sovrappone, lasciando all’interpretazione proprio quel modo pressante, corporale, sottomettendolo così ad una intenzione più metafisica, leggera, mentale per l’appunto, alleggerendone l’hic et nunc prepositivo; quel povero corpo, quel suo stare e sostare, anche.

 

E ancora, troppo mediatico: quel suo scivolare, seguendone il moto ondulatorio, verso l’invisibile, l’artefatto.

 

 

Domande

 

Chiedo a Marco: “Può un diario d’autore rilasciare qualcosa di meno autorale, tipo una costruzione metanarrante, con tanto di botola finale per l’autore stesso?”.

 

 

Roma, 2009

 

 




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