| |
di Sarah Panatta
Tagliati i 204
minuti della versione originale presentata a settembre alla Mostra di Venezia,
distribuito inizialmente in sole 30 sale in tutto il territorio nazionale, lasciando
persino scoperte intere regioni, con una diffusione a mezzo stampa irrisoria,
per non dire ridicola, tranne alcuni media specializzati, la piccola litigiosa
Italia ha tentato di snobbare Noi
credevamo (Ita 2010), fluviale e anomala pellicola del regista militante
Mario Martone, in sala dal 12 novembre. Operazione almeno temporaneamente non
riuscita, visto il meritato successo al botteghino riscontrato nel primo week
end di programmazione.
Noi credevamo è un’opera necessaria. Epos
crudo e insieme romantico dei miseri, dei deboli, dei sognatori “rottamati”
dalla politica e dalle conseguenze dell’amore per una suprema causa
(in)difendibile. Distopica eppur gravemente realistica ri-costruzione di un
Risorgimento in parte negato, danneggiato da contraddizioni insanabili e incancrenito
dai compromessi e dai balletti farseschi dei poteri, affogato poi nelle parate
di valori prostituiti/posticci.
Una generosa e
problematica dichiarazione di intenti falliti. Un grido oltre le mura di un’omertosa
non curanza – mal costume decisamente italico – verso la storia patria, passata
e soprattutto presente, taciuta dalle pesanti obliterazioni attuate dalla
vulgata ufficiale. Un racconto di disarmante onestà, che allude ai malanni
odierni attingendo alle origini sconosciute del Risorgimento e che al rigore
filologico accosta, non sostituisce, lo scandaglio in vicende singole e
private, drammaticamente simboliche del destino di una collettività
inconsapevole e poco partecipe alla propria edificazione.
Un affresco sperimentale,
cristallino, mai ingenuo, che dilata il ritmo – privo delle scorciatoie e delle
semplificazioni tipiche delle piatte rievocazioni televisive che
paradossalmente pare richiamare – aprendosi in una omogenea partitura in
quattro tempi, nella quale si alternano le vicende di personaggi solitari e
incompresi. Un’opera che contamina con freschezza insperata generi diversi,
evitando l’asettica distanza del documentario o le pennellate retoriche di
fastosi amarcord novecenteschi “a la Tornatore”, incidendo il cammino, tracimante ma
non verboso né lacunoso, con fermezza sottilmente ironica, mettendo in scena
l’Italia, un selvaggio ovest[1]
espanso, nel suo caotico farsi. La mancanza apparente dell’intralcio registico,
la titanica poiché trasparente ibridazione di romanzo[2] e
fiction filmica, la deliberata immersione/evaporazione del punto di vista
dell’autore negli sguardi e nei gesti delle sue creature, firmano un puzzle
dominato dalla sceneggiatura, paziente e appassionata, e dalle performances attoriali,
metamorfiche e sofferte.
Le due
sezioni/fasi che aprono e chiudono il film (Le
scelte e L’alba della liberazione)
sono i tasselli paralleli e antitetici che ne trattengono, sconfessano,
irridono, significano la sostanza. Nucleo vitale sono i tre protagonisti,
Angelo, nobile ribelle, febbrile e anarcoide, Salvatore, contadino giudizioso,
e Domenico, ricco possidente, repubblicano per vocazione, le cui aspirazioni,
emozioni e battaglie sono intrecciate alle circostanze storiche della
frammentata penisola. Sullo sfondo, eco silente ma implacabile, i moti
savoiardi degli anni ’30, le teorie mazziniane e la loro parabola estera, le
discussioni accese nei salotti/fumisterie degli esuli aristocratici, le violente
repressioni borboniche, i bagliori tremolanti e presto oscurati della
repubblica romana del 1848, le manovre di Cavour, la scalata di Crispi, le
sovversioni di Pisacane e Orsini, l’unità incompleta, improvvisa, quasi
posticcia, arraffata con troppo sangue e cronici sotterfugi. Ciò che conduce
per mano lo spettatore è un onnipresente, corrosivo disincanto, distillato in
ogni azione e discorso.
Lo stesso amaro,
rabbioso disincanto del tenace Domenico, che trascorre metà della sua vita di
rivoltoso in carcere, sino alla possibilità anacronistica, tuttavia liberatoria
di combattere in Aspromonte al fianco di un Garibaldi etereo, divo lontano
(infatti lo si scorge solo per brevi momenti sulle alture di un promontorio
notturno) di un Risorgimento manovrato da uno sparuto gruppo patrizio, avulso
dalla massa per lo più inerte che i cosiddetti padri della nazione[3] hanno
colpevolmente (man)tenuto allo scuro e minata da innumerevoli divisioni. Più che
alla Storia, Martone si rivolge curioso e veemente alle storie, quelle minori
di uomini audaci ma perdenti, traendoli dall(dell)’ombra e ivi ricacciandoli,
dopo averne mostrato la parabola effimera ma esemplare. Imberbi idealisti prima
affiliati con entusiasmo alla Giovine Italia, poi persi in disaccordi intestini
e nel turbinio di eventi incontrollabili, sedotti da deliri individualistici o
coerenti nel perseguimento di un impraticabile rinnovamento sociale; ricchi
annoiati, mecenati chiusi loro malgrado in un romitaggio dorato e abulico;
cospiratori altolocati e vigliacchi, pateticamente concentrati in discorsi filo
monarchici; o ancora politici piegati, devastati da sensi di colpa e dal
risentimento.
|
|
Luigi Lo Cascio (al centro) in Noi credevamo (2010), regia di Mario Martone
|
Simile folla di
diseredati, defraudati dal tempo e dagli inganni della natura umana stessa, si
scontrano con l’avventura politica dell’unità, partecipano al parto di una pseudo-Italia
che arranca tra i complotti dei soliti padroni, ma vengono sconfitti
dall’incalzare di un’epoca ipocrita che non li accoglie come figli. Complice un
Martone che piccona e smantella cliché e comodi eufemismi, la verità
destabilizzante e storicamente affossata di un “noi” irrisolto albeggia sui
fantasmi della notte della coscienza, del medioevo ideologico e morale in cui
il Bel Paese impantanato razzola da 150 anni. È un “noi” che ci sbatte sul muso
l’ardire di una fede (abbracciata con dolcezza dal verbo “credevamo”), di una
fiducia, atrocemente tradita, nell’eguaglianza socio-culturale e nell’armonia
condivisa di un popolo. Un “noi” che vuole martellare a lungo le nostre menti,
quanto quella del povero Domenico, che stordito cerca infine il bandolo della
matassa nel luogo/sigillo dello stato italiano, nel Parlamento agognato,
grottesco teatro-laboratorio dell’Italia “gretta e superba” del 1870 come del 2010, in cui trova
soltanto le maschere di un gioco che si autoalimenta incomprensibile e in cui
vuota aleggia, stanca nelle ali, la sillaba vitale di un onirico viaggio, “NOI”.
[1] I paesaggi
sono cifra estetica e sottotesto fondamentale: ritratto con realismo il sud
diventa finalmente prima donna, si libera della patina di arcadia borbonica, si
spalanca nella sua bellezza sfruttata e dilaniata, magnifica e brutale. Il Cilento,
mai così lussureggiante e vivido, e l’Aspromonte, territorio di
soldati/patrioti/banditi senza identità, braccati su crinali dolci e rilucenti
di un verde barocco o tra le insenature/canyon della boscaglia, si offrono con
sincerità quale scenografia parlante e misteriosa.
[2]
Sposando la convinzione che Noi credevamo,
data la sua non visibile complessità finzionale, valichi i canoni di nuda opera
filmica, bisogna allora notare come esso si faccia romanzo per certi versi
manzoniano, dove il particolare è misura e lente volutamente faziosa dell’universale,
e i giorni scottanti di ieri sono riesumati per smascherare l’oggi, ma dove al
contempo il regista trasforma la pietas per i suoi personaggi in
compartecipazione incondizionata. Noi
credevamo è tratto dall’omonimo libro di Anna Banti, del 1967, mai più
rieditato, che la meticolosa sceneggiatura di Martone, scritta a quattro mani
con lo scaltro, contaminatore a sua volta, De Cataldo, riscatta dall’anonimato
molesto, trasformandone il titolo in una testimonianza indiretta
dell’importante lavoro meta cinematografico che la pellicola reca in sé.
[3]
Sottolineato come tale dalle parole sagge e illuminate di un personaggio
cardine come la
Principessa di Belgioioso, amica di Domenico e Angelo, esule
a Parigi (interpretata con vigore da Francesca Inaudi).
Scarica in formato pdf
|
|