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di Alessio Di Lella
Il 28 gennaio 2006 il giornalista David Edelstein ha
pubblicato un articolo sul New York Magazine dal titolo: “Now playing at
your local multiplex: Torture Porn”. L’articolo introduceva un termine che,
da qualche anno a questa parte, viene studiato come una delle tendenze più
discusse della cultura pop del terzo millennio. Il “torture porn” viene per la
prima volta utilizzato in riferimento ad una visione esplicita della violenza
assai vicina, nei linguaggi e nelle manifestazioni, ai canoni del cinema porno.
Facendo riferimento alle saghe
cinematografiche di Saw – L’Enigmista e di Hostel, e
“punzecchiando” con tono polemico anche La passione di Cristo di Mel
Gibson, Edelstein analizzava una improvvisa (e sconcertante) forma di “impatto
viscerale” dell’uso gratuito della violenza nella cultura americana, molto
simile a quella che la pornografia aveva avuto, non troppi anni addietro,
grazie all’avvento di Internet.
Hostel in particolare,
viene denunciato per promuovere il piacere della violenza nei costumi degli
occidentali, utilizzando i procedimenti di consumo del mercato del sesso per
praticare quelli del mercato della violenza. In Hostel, si paga per
torturare vittime impotenti, ci si organizza per compiere “viaggi di piacere”.
Il vizio di quest’ultimo, però, non è sessuale. Infliggere torture e violenze
può avere un prezzo sul mercato.
La saga di Saw – L’enigmista, dal
canto suo, ha avuto il “merito” di esibire l’adattamento dei linguaggi del
cinema porno a quelli del cinema dell’orrore. Giustamente David Edelstein
stuzzica una riflessione: perché prima, nel cinema horror, le vittime erano
solitamente bellissime ragazze, i più delle volte nude, mentre oggi sono
persone comuni, come noi? Una possibile risposta sta appunto nello stile del
“torture porn” alla Saw: se prima noi guardavamo i personaggi,
oggi guardiamo la scena. Non conta il “chi”, ma il “cosa” viene visto sullo
schermo. Il criterio della “scene selection” è lo stesso utilizzato dagli
spettatori del cinema porno, che selezionano “scene”, e non titoli o
personaggi: sesso orale, sesso anale, sesso di gruppo, e via dicendo.
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La tortura come perversione del linguaggio pornografico:
immagine di una “death scene” del film “Saw – L’Enigmista”.
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In questi termini, molti studiosi
hanno analizzato le congruenze tra il cinema porno ed il nuovo cinema del
“torture porn”. Un qualunque episodio della saga di Saw – L’Enigmista (preferibilmente
dal secondo in poi) può essere preso a titolo d’esempio di quanto stiamo per
analizzare. Le “death scenes”, scene di morte che costituiscono il tratto
distintivo di questa serie, hanno molte analogie stilistiche con le tecniche
del cinema porno. Innanzitutto, la totale assenza di stacchi durante la
visione: come il cinema porno ha adottato una narrazione per “sessioni” di
rapporto, così le scene di morte nei capitoli di Saw – L’enigmista sono
strutturati “a sessioni” di morte, ovvero in scene dove il meccanismo della
visione non viene interrotto nel suo seguire l’atto di violenza.
Il “countdown” che la macchina di morte concede alla sua potenziale
vittima è, in questo senso, una strategia perfetta per rendere la sessione una
scena a sé. Tutti i marchingegni ideati dall’Enigmista sono tarati a tempo: lo
spettatore di questi film sa che, prima o poi, “il tempo scadrà”, il gioco
dovrà fermarsi con il climax della morte. Alla stessa maniera, lo spettatore di
un film porno sa che la sessione finirà, è anch’essa una sorta di “countdown”
verso la fine dell’atto sessuale, con il climax dell’orgasmo. Lo spettatore del
torture porn, come quello del cinema porno, viene definito “awaiting audience”,
audience che aspetta, che collega il piacere della visione all’attesa della
conclusione.
L’“esperienza piacevole della visione”, studiata come uno degli aspetti
caratteristici del “torture porn”, viene nella serie di Saw – L’Enigmista strutturata con la coincidenza tra il punto di vista dello spettatore
e quello del torturatore. Jigsaw di per sé esiste in quanto occhio che vede.
Pur essendo i suoi messaggi preregistrati, e non essendo lui tecnicamente
presente sul posto di gioco (tranne che nel primo capitolo della serie), chi
vede il film può identificarsi con gli strumenti di ripresa amatoriali che
testimoniano il gioco della morte.
Se si analizzano le “death scenes” di questi film, si può osservare
come essi abbiano una regia assai mossa, sregolata. L’obiettivo è quello di
dare un “effetto handycam”, ovvero una strategia di congiunzione ottica tra
spettatore e assassino. La stessa strategia viene utilizzata nel cinema porno,
in particolare quello amatoriale, per far identificare lo spettatore con
l’attore – regista della scena affinché si ottenga un “effetto” dal vivo. Gli
psicologi, in merito agli studi sulla pornografia, chiamano quest’effetto
“reazione emotiva”, indicando con essa la partecipazione di chi guarda alla
relazione guardata sullo schermo.
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Nei menù dei contenuti pornografici (dvd, siti) i film
vengono sempre divisi in “sessioni” di rapporti sessuali
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Paura, disgusto, terrore, depravazione. È interessante trovare un
anello di congiunzione tra un certo tipo di cinema, quello dell’orrore, ed il
cinema porno che, almeno per i gusti e per le “reazioni emotive”, non ha
praticamente nulla a che fare con l’altro. Sia il cinema porno che il “torture
porn” sono senza dubbio una forma di esibizione esplicita di un atto di
violazione del corpo umano. L’atto
sessuale, come l’atto di violenza, sono manifestazioni dell’impotenza. È così
importante che questi gusti prevalgano nei trend visuali della nostra cultura?
Perché il porno e la violenza sono fenomeni culturali di massa del terzo
millennio?
Daniel Holland Earle, ricercatore presso la Villanova University
in America, ha cercato di dare risposta a queste domande nel suo studio dal
titolo “Torture Porn: Conceptualizing a Current Trend in Graphic Imagery”.
Il punto fermo dal quale Earle parte è che il “torture porn”, in quanto
fenomeno di costume, è prettamente statunitense, dovuto alla cultura visiva ed
all’educazione civica di una certa popolazione in un determinato periodo
storico. In Europa, dunque, il “torture porn” è merce importata nel mercato
cinematografico.
Nel suo saggio, Daniel Earle pone un forte accento all’importanza
dell’esperienza militare in Medioriente dopo gli attacchi dell’11 settembre.
Analizzando le scandalose fotografie del fotoreporter Abu Ghraib, che
testimoniava le torture e le azioni praticate sui prigionieri di guerra dai
militari americani, Earle parla di “logiche dell’economia modificate da quelle
dello spettacolo e del divertimento”. Le fotografie di quelle torture di guerra
sono diventate merce di visione che, grazie a Internet ed ai mezzi stampa,
hanno avuto modo di “andare sul mercato”.
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In “Hostel” il vero protagonista è il turismo della tortura: come per il turismo sessuale,
si paga per affittare un corpo da avere a propria disposizione.
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Il “torture porn” come fenomeno culturale nasce anche da questa
“cultura della tortura”, sulle violenze praticate amatorialmente, per essere
rivendute a milioni di spettatori. L’esperienza della visione è la logica che
sottende questo degradato costume del nostro secolo. Non a caso, le tre
caratteristiche del “torture porn” cinematografico che Earle individua nel suo
studio sono: 1) la registrazione fisica del processo di tortura; 2) la
degradazione del corpo umano; 3) la visione della morte e della sofferenza. Se
facciamo riferimento al cinema porno, possiamo con curiosità osservare come le
sue tre caratteristiche siano qualcosa “di simile”, una sorta di altra faccia
rosa della medaglia: 1) la registrazione fisica dell’atto sessuale; 2) la
violazione del corpo umano, che si presta “senza tabù”; 3) la visione del coito
e del piacere.
La spiacevole sorpresa è che anche il “torture porn”, esattamente come
il cinema porno, ha una sua versione amatoriale. Sono chiamati “snuff movies” i
video amatoriali in cui vengono riprese torture realmente effettuate che sfociano
nella morte della vittima. Queste produzioni illegali sono sconcertanti per il
numero di spettatori clandestini che hanno al seguito in tutto il mondo.
Distribuite perlopiù nel mercato nero dell’home video (è difficilissimo
trovarli su Internet), gli snuff movies sono l’atto estremo del piacere della
visione. Qualcosa da denunciare e bandire a livello mondiale.
Il porno, di per sé, non sfocia nell’inaccettabile, come fa il cinema
del “torture porn” con gli snuff movies. Ha gusti, preferenze, versioni. È una
traccia della nostra cultura visiva, come il “torture porn”. Finché si tratta
di un genere cinematografico, possiamo accettarlo o meno con la vecchia storia
del “de gustibus non disputandum est”. Quando però si eccede con gli
“esperimenti” del cinema amatoriale, la violenza non è più un costume, ma un
malanno. Di cultura della visione, lì dentro, ce n’è ben poca.
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Scena tratta dal film “Seed” di Uwe Boll. Le sequenze di morte vengono
riprese dal regista con lo stesso stile degli “snuff movies”
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