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di Alessandra Paolini
“Chi è mio
padre in questo mondo, in questa casa, alle fondamenta dello spirito?”
A questa
domanda tentano di rispondere sette
autori, tutti esordienti o recentemente sfiorati dal successo letterario,
nell’interessante antologia Padre (Elliot
Edizioni, Roma 2009, pp. 179, € 15,50), pubblicata
dall’editore Elliot per la collana “Heroes”.
Sette
racconti diversissimi che pure ci aprono gli occhi su un comune scenario:
quello di un vuoto genitoriale, di un’inconsistenza della figura paterna, a cui
fa eccezione solo il primo racconto, di Simona Baldanzi. Il suo babbo, come lei
lo chiama, è l’unico padre-eroe di questo libro: un omone ruvido e amico della
natura che con i suoi consigli salva una carovana di automobilisti bloccati
dalla neve; “Neve tra Barberino e
Roncobilaccio” è però una falsa pista per il lettore, che vedrà infatti
sgretolata e capovolta quest’immagine classica della paternità.
Segue,
appunto, una galleria di ritratti tutt’altro che confortanti e tradizionali, a
cominciare dal padre descritto da Giordano Tedoldi, che organizza gli incontri
a luci rosse del figlio gigolò da cui è mantenuto; nelle parole del suo autore
il racconto rappresenta proprio “un rapporto simbolico di inversione rispetto
alla natura… di castrazione subita dal padre da parte di un figlio più forte,
più adatto, più intelligente e più bello”. L’antalogia ci guida poi verso il
ritratto del padre piccolo borghese, troppo preoccupato del suo quieto vivere
per incoraggiare il figlio scrittore che tenta di ribellarsi alla mafia,
accusandolo di emulare Saviano; segue l’ emblematico “Padre di niente” di Alessandra Amitrano: un dandy amante di
ippodromi e bambine che l’autrice ha “sempre percepito più come un figlio che
come un padre”; si incontrano, poi, il papà ribelle e malato di Stefano Di Leo
che vive in una scuola occupata e rifiuta fino all’ultimo le cure della
famiglia; il protagonista del racconto di Michele Cocchi alle prese con
l’inspiegabile e inspiegata violenza omicida del figlio; per approdare al
paradossale, ma quanto mai appropriato finale di “L’abbandono del cielo natale”, dove un genitore affetto da demenza
senile tormenta telefonicamente il figlio in deliri onirici, arrivando a
credersi suo figlio…
Sette
scorci, insomma, inquietanti e lontanissimi dal presentare l’eroica grandezza
di un padre la cui autorità si tenta kafkianamente di superare per tutta la
vita; i figli di questi racconti tentano piuttosto di recuperare un rapporto
inesistente, di ricostruirne invano uno.
Se si pensa
a quanto di autobiografico ci sia nel libro e al fatto che tutti gli autori
dell’antologia appartengono grosso modo alla generazione dei nati negli anni ’70,
viene da chiedersi se non sia proprio questa la cesura che ha aperto le porte
all’attuale “società senza padri”.
Sembrerebbe
di sì, a giudicare dalle parole di un’altra figlia quanto mai
emblematica di quella generazione: Anna Negri.
La giovane e
promettente regista italiana al suo esordio letterario con Con un piede
impigliato nella storia (Feltrinelli Editore,
Milano 2009, pp. 269, € 17,00), si trova a fare
finalmente i conti con un’adolescenza difficile, in cui la sua storia personale
si salda inscindibilmente, e suo malgrado, con la grande Storia italiana di
quegli anni; una Storia che fa letteralmente irruzione in casa sua nel cuore
della notte, facendola trovare soltanto dodicenne con una mitraglietta puntata
nella pancia e il padre, Toni Negri, che le viene portato via.
“… e allora
pensavo all’Inno di Venere che forse
anche mio padre non aveva saputo ascoltare, non quello filosofico ma quello dei
suoi figli, che non aveva protetto. Proprio come tutta la classe politica
italiana, che è Crono che mangia i suoi figli, e l’Italia è una società dove è
impossibile crescere”: così riflette l’autrice trovatasi a crescere con un
padre allo stesso tempo ingombrante nel suo essere un personaggio pubblico e
totalmente assente nella sua funzione educatrice, prima per l’impegno politico,
poi per il carcere e l’esilio francese.
In questo
bellissimo libro la Negri,
con gli occhi ingenui della bambina che era, ripercorre la storia di una
famiglia talmente sopra le righe da farle fare “il sogno ad occhi aperti della
normalità” e da farla sentire più “figlia dei nonni che dei suoi che vedeva come dei fratelli più
grandi e un po’ ribelli.” Ci descrive cosa si prova ad avere un padre che “si
divertiva molto più di lei, come se
lui fosse il bambino e lei quella
seria, in una vita noiosa e senza gioia”, un padre che vedeva come “un turista
dei sentimenti, a cui era capitato quasi per caso di dover condividere… anche
dei rapporti di parentela”. Non sorprende, così, che la Negri sia rimasta con un
piede impigliato nella storia, quella delle bombe e del terrorismo sì, ma anche
quella personale di una dodicenne che è dovuta crescere troppo in fretta per
colpa di una famiglia assente, di un vuoto genitoriale che non ha saputo
colmare il dolore di un’adolescenza difficile, di un padre che non ha avuto il
tempo di ricoprire il ruolo che dovrebbe essere suo proprio.
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