di Ignazio Delogu
Edito una prima volta
da Editori Riuniti Il violino di Auschwitz della scrittrice catalana Maria Àngels Anglada, ritorna in una nuova ristampa
per i tipi della Rizzoli RCS (‘La
Scala’, 2009, pp. 147, € 15,00). Si tratta di un libro originale, in quanto rielaborazione di
una storia vera che ebbe come scenario il campo di sterminio nazista in
Polonia, e di indubbio spessore letterario. La Anglada, prematuramente
scomparsa qualche anno addietro, occupa infatti un posto di grande prestigio
nella cultura e nella letteratura di lingua catalana. Studiosa di filologia e
fervida catalanista, la
Anglada adotta uno stile sobrio e asciutto quale si conviene
alla sua lingua, dalla quale emergono sonorità e silenzi che rendono
estremamente accattivante la sua scrittura.
La storia è quella di
un liutaio di Cracovia, deportato nel lager più tristemente famoso fra quanti
hanno operato in Germania e nelle terre orientali occupate, del quale vive gli
orrori, se pure in qualche misura e solo apparentemente defilato a causa di una
sua particolare condizione, che potrebbe sembrare privilegiata se non
suscitasse angosce costanti e persino sensi di colpa, ingiustificati ma non per
questo meno dolorosamente avvertiti dal giovane protagonista, l’ebreo Daniel.
Il quale, proprio per la sua qualità di liutaio, si vede costretto, per
cercare scampo alla morte o per
rinviarla il più a lungo possibile, ad assecondare la richiesta del sadico comandante
del campo, maggiore Sauckel, appassionato amante della musica e degli strumenti
che servono per la sua esecuzione, sia di riparare il violino del suo amico e
compagno di deportazione, il grande violinista polacco Bronislaw, costretto ad
esibirsi davanti ai suoi carnefici, sia di costruire uno strumento nuovo,
“perfetto come uno Stradivari”. Il ricatto è esplicito e infame: la vita in
cambio di una collaborazione odiosa e umiliante. Alla quale Daniele non saprà
né potrà sottrarsi. Dovrà anzi assistere al trionfo del suo violino nel concerto organizzato nel lager dal suo melomane e
sadico aguzzino.
Il racconto consente
al lettore di conoscere un aspetto insolito della vita di un lager e di
cogliere aspetti inediti delle sofferenze morali oltre che materiali che
affliggevano i deportati tesi, ovviamente, alla conservazione della vita
costantemente minacciata anche in forme ambigue e oblique, ma non per questo
meno spregevoli e criminali. Sia Daniele che Bronislaw usciranno vivi dal lager
nazista, ad opera di un personaggio che solo a vicenda conclusa acquisterà la
sua concreta fisionomia. E sarà dopo molti anni che, a Cracovia, la Anglada verrà a conoscenza
di quella vicenda quasi inverosimile dal racconto del celebre violinista. Un
libro affascinante e coinvolgente come pochi, una voce originale che si
aggiunge alle tante pervenuteci dall’universo concentrazionario.
Ciò che desta qualche
legittima preoccupazione è invece la traduzione di Margherita D’Amico, dovuta
in primo luogo al fatto che l’Editore, mentre riproduce il titolo originale catalano,
non dice se la traduzione è stata condotta su quel testo. La perplessità nasce
dal fatto che a un attento confronto testuale, la traduzione presenta
sottrazioni e abbreviazioni dell’originale, “compensate”, nell’intenzione della
traduttrice, da ampliamenti e enfatizzazioni estranee all’originale e niente
affatto congeniali allo stile della Anglada, sobrio e asciutto come si è detto,
qualità proprie della lingua catalana da Ausias March (sec. XIV) a Salvador
Espriu (sec. XX) e ai narratori, poeti e saggisti contemporanei. C’è un ordito sul quale la traduttrice ha
operato per “sottrazione” e per “addizione”. Per “sottrazione” perché ha
volutamente omesso con notevole frequenza intere frasi o sintagmi parziali,
rompendo la continuità e la coerenza del testo, strappandone la trama e,
conseguentemente, impedendo al tessuto di proporsi nella sua interezza,
complessità e coerenza. Ne ha risentito, e non poteva essere altrimenti, il
ritmo che è risultato fortemente compromesso nella sua asciuttezza e nella sua
voluta e conclamata antiemozionalità e antirettoricità. Quanto agli interventi
per “addizione”, non meno frequenti e improvvidi, sono quelli che, nel
tentativo arbitrario di supplire a supposte deficienze, amplificano i toni e i
ritmi della prosa, operando innesti non necessari, con l’unico risultato
sensibile di alterare significativamente persino la trama e l’ordito di cui si
diceva. Trama e ordito che vengono peraltro conservati e sfruttati, quando
occorra, al solo scopo di nascondere una evidente incapacità di sostituirli con
altri. Come sarebbe accaduto se quella che stiamo esaminando fosse stata una
traduzione integrale dal testo catalano e non, come appare in maniera e in
misura innegabili, pura e semplice, ancorché non priva di astuzia, manipolazione
di una traduzione precedente, quella della prima edizione curata da Veronica
Torres, nota esperta di Lingua e Filologia catalane, nel 1997.
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Maria Àngels Anglada
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