SPAZIO LIBERO
Place Vendôme (5)
Il popolo è un virus mutante


      
Sulfuree e inventive note ‘random’ su cinema e linguaggi polimorfi, scivolando da Sergio Leone e Clint Eastwood a Gadda e Joyce, perché “è del poeta il fine la miraglia”. Eppoi teatralmente virando su una seicentesca tragedia barocco-gesuitica di un certo Quaretta, la “Margherita d’Antiochia” scoperta da Federico Doglio, ritrovata in America e finalmente allestita in occasione di un convegno al San Genesio di Roma.
      



      

di Marzio Pieri

 

 

Quant’è lunga la notte. In questa piazza venne spesso la Musa ad ispirarsi. No, no; HIC NON PLACET. Come il Petrarca a vivagno delle rime. Piuttosto: chi ha mai misurato l’età di Tex Willer? Il singolo lettore vi si specchia. Io colsi a volo il primo albetto, albicello, albiculo in edicola, fra gli otto miei e nove anni. Ora che affretta a chiudersi il mio 69°, Tex per me deve avere sessantanni. Non li dimostra? Ma se si rinnova a ogni lunazione. Certo ora appesantito; questi soggettisti e sceneggiatori sono tutti figliocci di Sergio Leone, uscito dai medesimi salotti di Dalema e Veltroni e di Cicciobello (che infatti serba qualche vaga traccia in viso del Paul Newnan di Butch Cassidy e Sundance Kid, in peggio). Leone mi ricorda quei nonni che si fingevano Agnelli (“l’Avvocato”) e ora ce n’è l’ultimo (“the last of Mohicans”) che tutto rincorbellito fa la copia allo scanner dei nipotini (di una fotografia dei nipotini) e poi si accomoda sur una poltroncina montacarichi per salirsene al piano rialzato. Che ci va a fare, a farsi delle seghe? (HIC EST GADDUS) Pietosa Morte; oggi Leone avrebbe bisogno di un intero ascensore. O podagroso Tex.

Non è, del resto, sicuro, che si viva una sola vita. Ad esempio il Clint Eastwood di Leone non sembra abbia molto in comune col Clint Eastwood degli Oscar ‘edificanti’. Comunque, se al Gargantua di via Veneto o delle Botteghe Oscure resta il merito di avere anticipato Tarantino nell’ossessione che si opera solo al didentro di un ‘genere’, la vecchiaquercia Clint legnodoriente ha operato davvero in tuttogenere. Verrà un giorno che decideranno di mettere tutti i film del centennio hollywoodiano dentro un computer distruggendo le copie ‘fisiche’ (ideologizzata, l’Ora ha paura del Fisico, anche l’amore si fa solo sui videoporno o allo specchio) e, come molti hanno già riscontrato con le loro collezioni di vinili o cd, una mattina l’apparecchio onnivoro muore e muore con lui tutta la collezione. Basterà sian salvati i film di Clint, avremo esempii di tutti i possibili generi cinematografici o quasi; manca il peplum e manca La Chiave. Volgo da questo incavo della piazza un grato saluto a Intinto Brass. Non fu sì frate il Padre. Ma – nella piassa si schiamassa, come cantano i coristi della Carmen. In questa notte che non si decide, io animale notturno che non guardo nei pelaghi del cielo scorgo una danza venire, oscena e polimorfa, divertentissina, di parole da corte dei miracoli.

È, un poco da Giganti della montagna, una proiezione-laser (molto disturbata) che ci invia Marco Palladini. Ci mancherebbe ch’essere il nostro ospite impedisse di farne qui parola. Uno Tutti & Un Miliardo, così adeguando il paradigma pirandelliano. La Pape Satàn Band! Technodelica Psycomultipla Pornolalica (vedi Le reti di Dedalus precedente). “Much noise about nothing or dancin’ in the fucking moonlight?” Si scorreggia sur una pinzillàcchera o caprioleggia nel fottuto chiarore della luna? Fucking intanto appacia Marinetti che non ci sarebbe arrivato. Era un sintattico non un metaforista. Cercaste mica Fucking su Wikipedia? è una ridente cittadina austriaca, dalle parti di Salisburgo; vi accorrono i turisti angloinformati a cercar chissacché. Ma loro non si voglion cambiar nome. Dice che quelli che arrivano a procurarsi un biglietto miliardario per un’opera (oggi!) a Salisburgo vi si affollano poi per consolarsi, fottuti senzienti. Ma arridateci Karajan! Poi ci sono delle ragazze sexualissime omo e trans (il Dilemma Italiano: ‘cosa si sente?’; a forza di esercizî spirituali) e c’è un bel disco che immagino di linea metallara e anche un libro recente di uno che ammazza di notte i diversi a sprangate e poi si pente. Almeno Charlie Bronson non si pentiva. Qui nella piazza, come un pasolini ammazzato, grassa averci un moccoletto di lapis; se avessi il computer (If I were a computing) spengerei in quella folla mirabolante, uno tactu digiti, i punti e le virgole superstiti come palloncini d’un solo colore. Non sicuro di decidere per il meglio; il miglior fabbro resta Palladini e quelle virgole e quei punti sono forse l’omaggio di principio a un umanismo distrutto nel suo logos o anche, e magari!, il capriccio d’ignudi che mantengono al collo qualche cravatta o farfallina, delle bretelle al torso. Uno che ebbe il coraggio di abolire ogni interpungere in poesia è un professore fiammingo, Jean Robaey, che insegna a Ferrara e ogni tanto pubblica dei tomi quadrati (venduti a prezzi d’affezione) di un suo poema in progress, L’epica. In poesia ci ha viziati il circoscritto, l’inquadrabile: si ha sempre in mente l’ethos della pittura in museo, tot dipinti per sala, o il patto cronometrico per cui un film deve durare fino all’ora di nanna o un concerto permettere la lieta conclusione in pizzeria. Dal ‘pezzo’ alla pizza. L’idea dell’opera come muraglia cinese non tenta pare nessuno; pure il computer, come savio, aveva scritto: miraglia.

 

                                   è del poeta il fine la miraglia

                                   non piace il pulcro ma la razzumaglia

                                   il bello è anche più bel se un po’ canaglia

                                   per fotter non si leva mai la maglia

                                   il cacio sarà meglio se non caglia ?

                                   si maturin le sorbe e anche la paglia

 

Siamo tutti figliuoli di Finnegan. Joyce aveva segnato una linea di sfida alla quale la gente di lettere preferì non sentirsi chiamata; Beckett lui sì, per forza, ma al contrario di quello che oggi pare un pensiero pensabile stabilito, l’ex-segretario non seppe guardarsi (o fare tanto che i lettori si guardassero) dalle possibilità di una trasmutazione spirituale, ermetica e salutifera del proprio maledetto verbalculto. Aspettando diocotto. Con d’Annunzio o con Pasolini si va ugualmente a finire sempre in Paradiso, col conservatore Gadda non è così sicuro. è motivo per cui preferire Gadda. I veri prosecutori del Finnegans vanno cercati, si sa, nella Divisione Musica, da Cage in avanti. Forza di Palladini è che lo sa e sa metterlo in pratica. Ormai lo scrivono perfino su Gramophone, rivista che più ‘seria’ non ce n’era. Uno che nel 1960 scriveva sinfonie come nel 1880 non lo si riesce a prendere sul serio. Gli specialisti (omissis) seguiteranno a guadagnarsi la pagnotta dissezionando un capello in quattordici (Madonna in sedici Cristo provvedici) ma tutto sta nell’ammettere che i soli momenti di crescita nel pensiero dell’arte, nel pensiero e nell’arte, sono quando il pubblico e i produttori costituiscono una cerchia minore che si identifica a specchio e a ricambio. Oggi le proposte vengono dal jazz, dal rock, dal pop, dall’elettronica, incrociate fra loro e con la musica ‘erudita’ quando decida di uscire dal tempio. Meta-jazz meta-rock meta-pop meta-musica. Ma non metafisica. Anzi tutto sta qui e così sia. Tanto la piazza è piena di coriandoli finché Palladini non spenga i suoi proiettori, e sembra d’essere in un ‘cartone animato’, la vera arte diversa a inaugurare il millennio. Le altre bene o male ripetendosi. (Vedi l’Opera americana attuale, che porta sul palcoscenico operistico dei film con la loro colonna sonora adattata a esigenze diverse non sperimentali).




Sebastiano Messina, AutoOpsis 2 (2009)


A Palladini, poeta di vera mano nell’esercizio di tradizione, si addice il teatro, del quale è uno dei più diretti conoscitori. Dai tempi di Ripellino non avevo imparato tante cose sul teatro, che non frequento, non per disprezzo ma per un sacco di ragioni pratiche delle quali subisco il pondo, come dal libro I Teatronauti del Chaos di Palladini. Non è critica, non è storia o una storia del postmoderno; è, piuttosto, astronomia. Con un principio di saldezza che a me parrebbe fondativo: si parla di quello che si è visto. Cosa avreste perfavore da obiettare a uno che vi dicesse: ‘seggo nel tale osservatorio e espongo le cose osservate in un tempo e in uno spazio dati’? Ma è il ritorno di Aristotele? Aristoteles riding again? Io non amo Aristotele patrono dei filosofi professori. Mi tenta, però, da qualche stagione, quella sua cancellazione (di fatto) dello stile. Eppoi Aristotele a teatro ci andava, come Mazzini all’Opera. E gli piaceva il do di petto! Me lo grida la folla delle parole-straccio che Palladini aggrega. Certo, nella mia veste stinta e sgraffiata di maestro di scuola, altri passaggi, dopo l’estremo Joyce, mi sentirei di poter fare, conativamente. Mi convincono dipiù quelli sorprendenti (Palladini come avatar arbasiniano in partibus, nella lingua di Malebolge) che quelli magari ovvii (i ragazzi di vita) o introducibili (il Gian Ruggiero Manzoni esploratore dei lessici della subcultura giovanilistica e dunque anche il mondo dei cantautori a partire dal loro esplicito e manierato rifiuto della dizione ‘toscana’, con tutti i vizii e le càccole di un idioletto da barrino dello sport che non ha radici nemmeno nel meno illustre dialetto); dico solo di quelli che a me sovvengono. Il punto reale è che in questa folla rumoreggiante (e disperatamente sacra al vaniloquio al turpiloquio alla escandescenza giocoliera da maestro burino) si ràdica quella lingua-sindrome davvero popolare che gli scrittori ‘democratici’ non arrivavano nemmeno a concepire, perché l’esperienza restava anche nei più generosi di essi, libresca, filtrata dalle parole ‘con’ storia. Il popolo è un virus mutante e i politici e i letterati non lo imparano mai.

 

Ho rivisto (in sogno?) Roma, per un micro-convegno al Teatro di San Genesio (un tiro di schioppo dalla antica sede della RAI) organizzato da una persona prima della storia del teatro, in Italia. Federico Doglio, fondatore e direttore del glorioso (e negletto dalle istituzioni spargidenaro ai vènti soltanto per gli amici degli amici) Centro Studî sul Teatro Medioevale e Rinascimentale, un allievo di Mario Apollonio (conobbi un collega valente, appena maggiore di me per età e infinitamente maggiore per merito, che cinquantanni fa mi disse: ‘mi laureai con Apollonio, aveva un immenso sapere ma era un cattivo maestro’, perché metteva i suoi pupilli per l’oceano e non dava altre dritte che salvatevi o fate naufragio); fu uno dei maestri, Doglio, della generazione più antica della mia. Entravo all’università quando in vetrina spiccava il suo Teatro tragico italiano, nella bella, monumentale edizione del Guanda d’allora, quello vero. Un grande affresco che trattava come cosa salda le ombre di una cosa che, propriamente, non ci fu. Doglio, con l’occhio pronto di chi ha letto molto, forse tutto come il suo grande maestro, aveva il merito di individuare l’importanza della Ecerinis del Mussato, una via che la tradizione teatrale (letteraria) italiana non proseguì: quella di far teatro su eventi tutti freschi nella memoria del pubblico. Via ‘romantica’, forse, in una tradizione non romantica perché insieme non popolare e non sapienziale. Fra i testi dimenticati della Controriforma barocchista ancora Doglio indicò l’eminenza (dello stesso segno) della Peste di Milano del 1630, di un Benedetto Cinquanta, e se uno volesse dire ‘mi sa che questo Doglio fosse un poco manzoniano’, che dirvi? A me l’Adelchi pare, con la Mandragola, l’unico capolavoro teatrale italiano prima di Pirandello. Il resto son traduzioni, va bene, la Mirra sarà, sulla bocca di Alfieri, rispetto alla Phèdre, come il Faust tradotto da Fortini. Con le stampelle! Goldoni, che non era poi quel granché, a prenderla un poco più larga, ma sapeva riflettere su quello che faceva, finì col ritrovarsi a Parigi scrivendo direttamente in bel francese. Sarà stata una appendice ma non era poi troppo indegna del modello Molière. Qui a Roma si trattava di preparare, con una tre giorni al tavolino, la prima messa in scena di un’altra tragedia barocca scoperta remotamente da Federico Doglio, la Margherita d’Antiochia. Un prete polacco allievo del Doglio, Tadeusz Lewicki, si era dato da fare per ritrovare, negli States, il manoscritto sviato di questo pezzo di teatro di scuola o gesuitico fatto per i nobili di Parma (1648) da un misterioso Quaretta. Al Lewicki si deve una trascrizione diplomatica del difficile testo. Ma ne vennero a capo con bravura gli attori della compagnia del Teatro Scientifico|Teatro/Laboratorio di Verona, diretti da Giovanna Caserta alias Jana Balkan. A scorrere il testo si poteva sospettare di una risoluzione testoriano-caravaggesca: non vi è risparmiato né sangue né lacrime né tentazioni sadiche né voluttuosi masochismi. In fondo non c’è che andare (come faceva Testori, con lingua miracolosa) sulle orme della pittura (a sua volta ispiratasi al teatro liturgico di piazza, alle azioni e rappresentationi sacre). Gli attori la buttarono su un trionfo di una dizione alta, scandita sulla misura del verso. Non a gloria di un canoro tromboneggiante ma di una verifica sintattica. Fu come un Boulez che dirigesse una delle Passioni di Giovan Sebastiano.

 

 

                       




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