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di Marzio Pieri
Quant’è lunga la notte. In questa
piazza venne spesso la Musa
ad ispirarsi. No, no; HIC NON PLACET. Come il Petrarca a vivagno delle rime.
Piuttosto: chi ha mai misurato l’età di Tex Willer? Il singolo lettore vi si
specchia. Io colsi a volo il primo albetto, albicello, albiculo in edicola, fra
gli otto miei e nove anni. Ora che affretta a chiudersi il mio 69°, Tex per me
deve avere sessantanni. Non li dimostra? Ma se si rinnova a ogni lunazione.
Certo ora appesantito; questi soggettisti e sceneggiatori sono tutti figliocci
di Sergio Leone, uscito dai medesimi salotti di Dalema e Veltroni e di
Cicciobello (che infatti serba qualche vaga traccia in viso del Paul Newnan di
Butch Cassidy e Sundance Kid, in peggio). Leone mi ricorda quei nonni che si
fingevano Agnelli (“l’Avvocato”) e ora ce n’è l’ultimo (“the last of Mohicans”)
che tutto rincorbellito fa la copia allo scanner dei nipotini (di una
fotografia dei nipotini) e poi si accomoda sur una poltroncina montacarichi per
salirsene al piano rialzato. Che ci va a fare, a farsi delle seghe? (HIC EST GADDUS) Pietosa
Morte; oggi Leone avrebbe bisogno di un intero ascensore. O podagroso Tex.
Non è, del resto, sicuro, che si
viva una sola vita. Ad esempio il Clint Eastwood di Leone non sembra abbia
molto in comune col Clint Eastwood degli Oscar ‘edificanti’. Comunque, se al
Gargantua di via Veneto o delle Botteghe Oscure resta il merito di avere
anticipato Tarantino nell’ossessione che si opera solo al didentro di un ‘genere’,
la vecchiaquercia Clint legnodoriente ha operato davvero in tuttogenere. Verrà
un giorno che decideranno di mettere tutti i film del centennio hollywoodiano
dentro un computer distruggendo le copie ‘fisiche’ (ideologizzata, l’Ora ha
paura del Fisico, anche l’amore si fa solo sui videoporno o allo specchio) e,
come molti hanno già riscontrato con le loro collezioni di vinili o cd, una
mattina l’apparecchio onnivoro muore e muore con lui tutta la collezione. Basterà
sian salvati i film di Clint, avremo esempii di tutti i possibili generi
cinematografici o quasi; manca il peplum e manca La Chiave.
Volgo da questo incavo della piazza un grato saluto a Intinto
Brass. Non fu sì frate il Padre. Ma – nella piassa si schiamassa, come cantano
i coristi della Carmen. In questa
notte che non si decide, io animale notturno che non guardo nei pelaghi del
cielo scorgo una danza venire, oscena e polimorfa, divertentissina, di parole
da corte dei miracoli.
È, un poco da Giganti della montagna, una
proiezione-laser (molto disturbata) che ci invia Marco Palladini. Ci
mancherebbe ch’essere il nostro ospite impedisse di farne qui parola. Uno Tutti & Un Miliardo, così
adeguando il paradigma pirandelliano. La Pape
Satàn Band!
Technodelica Psycomultipla Pornolalica (vedi Le reti di Dedalus precedente). “Much noise about nothing or
dancin’ in the fucking moonlight?” Si scorreggia sur una pinzillàcchera
o caprioleggia nel fottuto chiarore della luna? Fucking intanto appacia
Marinetti che non ci sarebbe arrivato. Era un sintattico non un metaforista. Cercaste
mica Fucking su Wikipedia? è una
ridente cittadina austriaca, dalle parti di Salisburgo; vi accorrono i turisti
angloinformati a cercar chissacché. Ma loro non si voglion cambiar nome. Dice
che quelli che arrivano a procurarsi un biglietto miliardario per un’opera
(oggi!) a Salisburgo vi si affollano poi per consolarsi, fottuti senzienti. Ma
arridateci Karajan! Poi ci sono delle ragazze sexualissime omo e trans (il
Dilemma Italiano: ‘cosa si sente?’; a forza di esercizî spirituali) e c’è un
bel disco che immagino di linea metallara e anche un libro recente di uno che
ammazza di notte i diversi a sprangate e poi si pente. Almeno Charlie Bronson
non si pentiva. Qui nella piazza, come un pasolini ammazzato, grassa averci un
moccoletto di lapis; se avessi il computer (If
I were a computing) spengerei in quella folla mirabolante, uno tactu digiti, i punti e le
virgole superstiti come palloncini d’un solo colore. Non sicuro di decidere per
il meglio; il miglior fabbro resta Palladini e quelle virgole e quei punti sono
forse l’omaggio di principio a un umanismo distrutto nel suo logos o anche, e
magari!, il capriccio d’ignudi che mantengono al collo qualche cravatta o
farfallina, delle bretelle al torso. Uno che ebbe il coraggio di abolire ogni interpungere
in poesia è un professore fiammingo, Jean Robaey, che insegna a Ferrara e ogni
tanto pubblica dei tomi quadrati (venduti a prezzi d’affezione) di un suo poema
in progress, L’epica. In poesia ci ha
viziati il circoscritto, l’inquadrabile: si ha sempre in mente l’ethos della
pittura in museo, tot dipinti per sala, o il patto cronometrico per cui un film
deve durare fino all’ora di nanna o un concerto permettere la lieta conclusione
in pizzeria. Dal ‘pezzo’ alla pizza. L’idea dell’opera come muraglia cinese non
tenta pare nessuno; pure il computer, come savio, aveva scritto: miraglia.
è del poeta il fine la miraglia
non piace il
pulcro ma la razzumaglia
il bello è
anche più bel se un po’ canaglia
per fotter
non si leva mai la maglia
il cacio sarà
meglio se non caglia ?
si maturin le
sorbe e anche la paglia
Siamo tutti figliuoli di
Finnegan. Joyce aveva segnato una linea di sfida alla quale la gente di lettere
preferì non sentirsi chiamata; Beckett lui sì, per forza, ma al contrario di
quello che oggi pare un pensiero pensabile stabilito, l’ex-segretario non seppe
guardarsi (o fare tanto che i lettori si guardassero) dalle possibilità di una
trasmutazione spirituale, ermetica e salutifera del proprio maledetto
verbalculto. Aspettando diocotto. Con d’Annunzio o con Pasolini si va ugualmente
a finire sempre in Paradiso, col conservatore Gadda non è così sicuro. è motivo per cui preferire Gadda. I veri
prosecutori del Finnegans vanno
cercati, si sa, nella Divisione Musica, da Cage in avanti. Forza di Palladini è
che lo sa e sa metterlo in pratica. Ormai lo scrivono perfino su Gramophone, rivista che più ‘seria’ non
ce n’era. Uno che nel 1960 scriveva sinfonie come nel 1880 non lo si riesce a
prendere sul serio. Gli specialisti (omissis) seguiteranno a guadagnarsi la
pagnotta dissezionando un capello in quattordici (Madonna in sedici Cristo
provvedici) ma tutto sta nell’ammettere che i soli momenti di crescita nel
pensiero dell’arte, nel pensiero e nell’arte, sono quando il pubblico e i
produttori costituiscono una cerchia minore che si identifica a specchio e a
ricambio. Oggi le proposte vengono dal jazz, dal rock, dal pop,
dall’elettronica, incrociate fra loro e con la musica ‘erudita’ quando decida
di uscire dal tempio. Meta-jazz meta-rock meta-pop meta-musica. Ma non
metafisica. Anzi tutto sta qui e così sia. Tanto la piazza è piena di coriandoli
finché Palladini non spenga i suoi proiettori, e sembra d’essere in un ‘cartone
animato’, la vera arte diversa a inaugurare il millennio. Le altre bene o male
ripetendosi. (Vedi l’Opera americana attuale, che porta sul palcoscenico
operistico dei film con la loro colonna sonora adattata a esigenze diverse non
sperimentali).
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Sebastiano Messina, AutoOpsis 2 (2009)
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A Palladini, poeta di vera mano
nell’esercizio di tradizione, si addice il teatro, del quale è uno dei più
diretti conoscitori. Dai tempi di Ripellino non avevo imparato tante cose sul
teatro, che non frequento, non per disprezzo ma per un sacco di ragioni
pratiche delle quali subisco il pondo, come dal libro I Teatronauti del Chaos di Palladini. Non è critica, non è storia o
una storia del postmoderno; è,
piuttosto, astronomia. Con un principio di saldezza che a me parrebbe
fondativo: si parla di quello che si è
visto. Cosa avreste perfavore da obiettare a uno che vi dicesse: ‘seggo nel
tale osservatorio e espongo le cose osservate in un tempo e in uno spazio
dati’? Ma è il ritorno di Aristotele? Aristoteles
riding again? Io non amo Aristotele patrono dei filosofi professori. Mi
tenta, però, da qualche stagione, quella sua cancellazione (di fatto) dello
stile. Eppoi Aristotele a teatro ci andava, come Mazzini all’Opera. E gli piaceva il do di petto! Me lo
grida la folla delle parole-straccio che Palladini aggrega. Certo, nella mia
veste stinta e sgraffiata di maestro di scuola, altri passaggi, dopo l’estremo
Joyce, mi sentirei di poter fare, conativamente. Mi convincono dipiù quelli
sorprendenti (Palladini come avatar arbasiniano in partibus, nella lingua di Malebolge) che quelli magari ovvii (i
ragazzi di vita) o introducibili (il Gian Ruggiero Manzoni esploratore dei
lessici della subcultura giovanilistica e dunque anche il mondo dei cantautori
a partire dal loro esplicito e manierato rifiuto della dizione ‘toscana’, con tutti
i vizii e le càccole di un idioletto da barrino dello sport che non ha radici
nemmeno nel meno illustre dialetto); dico solo di quelli che a me sovvengono.
Il punto reale è che in questa folla rumoreggiante (e disperatamente sacra al vaniloquio
al turpiloquio alla escandescenza giocoliera da maestro burino) si ràdica
quella lingua-sindrome davvero popolare
che gli scrittori ‘democratici’ non arrivavano nemmeno a concepire, perché
l’esperienza restava anche nei più generosi di essi, libresca, filtrata dalle
parole ‘con’ storia. Il popolo è un virus mutante e i politici e i letterati
non lo imparano mai.
Ho rivisto (in sogno?) Roma, per
un micro-convegno al Teatro di San Genesio (un tiro di schioppo dalla antica
sede della RAI) organizzato da una persona prima della storia del teatro, in
Italia. Federico Doglio, fondatore e direttore del glorioso (e negletto dalle
istituzioni spargidenaro ai vènti soltanto per gli amici degli amici) Centro Studî sul Teatro Medioevale e
Rinascimentale, un allievo di Mario Apollonio (conobbi un collega
valente, appena maggiore di me per età e infinitamente maggiore per merito, che
cinquantanni fa mi disse: ‘mi laureai con Apollonio, aveva un immenso sapere ma
era un cattivo maestro’, perché metteva i suoi pupilli per l’oceano e non dava
altre dritte che salvatevi o fate naufragio); fu uno dei maestri, Doglio, della
generazione più antica della mia. Entravo all’università quando in vetrina
spiccava il suo Teatro tragico italiano,
nella bella, monumentale edizione del Guanda d’allora, quello vero. Un grande
affresco che trattava come cosa salda le ombre di una cosa che, propriamente,
non ci fu. Doglio, con l’occhio pronto di chi ha letto molto, forse tutto come
il suo grande maestro, aveva il merito di individuare l’importanza della Ecerinis del Mussato, una via che la
tradizione teatrale (letteraria) italiana non proseguì: quella di far teatro su
eventi tutti freschi nella memoria del pubblico. Via ‘romantica’, forse, in una
tradizione non romantica perché insieme non popolare e non sapienziale. Fra i
testi dimenticati della Controriforma barocchista ancora Doglio indicò
l’eminenza (dello stesso segno) della Peste
di Milano del 1630, di un Benedetto Cinquanta, e se uno volesse dire ‘mi sa
che questo Doglio fosse un poco manzoniano’, che dirvi? A me l’Adelchi pare, con la Mandragola,
l’unico capolavoro teatrale italiano prima di Pirandello. Il resto son
traduzioni, va bene, la Mirra sarà, sulla
bocca di Alfieri, rispetto alla Phèdre,
come il Faust tradotto da Fortini. Con
le stampelle! Goldoni, che non era poi quel granché, a prenderla un poco più
larga, ma sapeva riflettere su quello che faceva, finì col ritrovarsi a Parigi
scrivendo direttamente in bel francese. Sarà stata una appendice ma non era poi
troppo indegna del modello Molière. Qui a Roma si trattava di preparare, con
una tre giorni al tavolino, la prima messa in scena di un’altra tragedia
barocca scoperta remotamente da Federico Doglio, la Margherita d’Antiochia. Un prete polacco allievo
del Doglio, Tadeusz Lewicki, si era dato da fare per ritrovare, negli States,
il manoscritto sviato di questo pezzo di teatro di scuola o gesuitico fatto per
i nobili di Parma (1648) da un misterioso Quaretta.
Al Lewicki si deve una trascrizione diplomatica del difficile testo. Ma ne
vennero a capo con bravura gli attori della compagnia del Teatro Scientifico|Teatro/Laboratorio
di Verona, diretti da Giovanna Caserta alias Jana Balkan. A scorrere il testo
si poteva sospettare di una risoluzione testoriano-caravaggesca: non vi è
risparmiato né sangue né lacrime né tentazioni sadiche né voluttuosi
masochismi. In fondo non c’è che andare (come faceva Testori, con lingua
miracolosa) sulle orme della pittura (a sua volta ispiratasi al teatro
liturgico di piazza, alle azioni e rappresentationi sacre). Gli attori la
buttarono su un trionfo di una dizione alta, scandita sulla misura del verso.
Non a gloria di un canoro tromboneggiante ma di una verifica sintattica. Fu
come un Boulez che dirigesse una delle Passioni di Giovan Sebastiano.
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