LE VIE DEL RACCONTO
MARIO QUATTRUCCI - ALESSANDRA VITALI
 

 

 

> Un frammento da Che spettacolo, commissario Marè (Ritratto di gruppo con showgirl) – Robin Edizioni, Roma 2008, pp. 297, € 9,00

 





 

***

 

 

(…) Guardò l’ora al quadrante rotondo della vecchia sveglia accovacciata accanto all’apparecchio telefonico – un parallelepipedo cromato “Stile 900”, uno dei pochi oggetti rimastigli dal padre, ancora miracolosamente funzionante – e gli tornarono alla mente quei tre versi consegnati all’òmo dal Poeta perché non sia (l’òmo) troppo scordarello:

 

la morte sta anniscosta in ne l’orloggi

 e nessuno pò ddi’: domani ancora

 sentirò bbatte er mezzogiorno d’oggi.

 

Si riscosse. Andò alla finestra che affaccia sul viale. C’era ancora luce, ma le mura imponenti allungavano la loro ombra verso le palazzine. Nel giardinetto sotto di sé gli oleandri esplodevano di rosso e arancione, le chiome dei pini erano ancora macchiate di sole. Diede da mangiare alle gatte, mise il cappello, e uscì di casa.

Passò al Baretto. Memmo, da poco rientrato da Paliano, era indaffarato col frigo e la dispensa. Un saluto e via. Montò sul 6-28, inteso come bus, in direzione Centro.

Il tragitto, a quell’ora, e in quella luce di giugno prolungata, è un passaggio di secoli, un viaggio fra memorie pietrificate della storia… ma per lui anche memorie sue, di tutta una vita.

Discesa Via Pannonia, si arriva a Porta Metronia: per Marè la porta dei passaggi. Da un quartiere a Roma, dall’infanzia all’età adulta…, e poi alla vecchiaia.

Se prendi a sinistra, ed è la strada del bus, scendi per Via Druso verso Numa Pompilio e di lì, se vuoi, puoi risalire alle Porte – Appia e Latina e Ardeatina – e oltre quelle ai paesi dell’antico Lazio, al sud e forse al mondo…

O te ne vai, sia pure nel casino del traffico attuale, per la Passeggiata Archeologica, fra lecci e pini, tra storia e leggenda, e poi Via dei Cerchi, e il gran catino del Circo Massimo adagiato tra il verde dell’Aventino (il monte della plebe e di più recenti secessioni) e le rovine dei palazzi imperiali digradanti dal Palatino. Rosse di tramonto come in un quadro di Quaglia, o di bandiere come una sfilata sindacale. Di là, ancora, passando per l’antichissimo rione dei greci ancora impresso nei nomi, la prima culla fluviale di Roma, e poi oltre Sant’Omobono e oltre il Teatro di Marcello, fino alla cordonata che sale al Campidoglio.

Qui scese.

I giganti bianchi dei Dioscuri e i Trofei di Mario, rivolti alla distesa delle vie, delle case, dei palazzi, al pispillòrio[1] ininterrotto della vita, vigilano dal colle la piazza incantata. La prima di Roma nata da un progetto, frutto di un’idea, prodigioso scrigno dello spazio e del tempo uscito dalla mente illimpidita del vecchio Buonarroti, e dalle mani conseguenti del Della Porta e dei Rinaldi e del Vignola. Nucleo trapezoidale del concetto di Stato, a dispetto di papi-re e di re miserandi, e di loro altisonanti lapidi e stemmi impressi ai travertini, conca di memorie laiche e popolari. Pagane addirittura. Come, sia pure per errore, l’equus magnum dell’imperatore stoico Marco Aurelio Antonino.

Si avvicinò lentamente alla fontana, s’appoggiò al suo bordo. Il chioccolio dell’acqua dava serenità. Marè non sa come, né per quale ragione, è proprio in questo luogo così denso di storia anche terribile, e così voluto, così scenario, che si sente nel contempo libero e prezioso, riconosciuto in dignità di uomo, individuo ma non lasciato a se stesso, protetto come nel grembo di una madre e aperto ai venti della terra e degli astri, sfiorato dalla pace e ancora vivo. È solo un’illusione, naturalmente: la volontà disperata di sapere, almeno per un attimo, qual è il nome del vuoto che ci invade… o di conoscere, capire il limite.

Si erano intanto accese le luci della piazza, le finestre dei tre palazzi scintillavano, le fiaccole palpebravano sulle cimase contro un cielo che cedeva lentamente alla sera la sua luce di giugno, e rubava agli intonaci e ai tetti bave di giallino e di sanguigna.

Appoggiato al bordo della vasca a poco a poco ritrovava, nella malinconia dei ricordi, un po’ di quella pace che da tanto tempo lo aveva abbandonato.

La piazza era quasi deserta, solo alcuni turisti si avviavano al terrazzo affacciato sul gran teatro dei Fori. All’altro lato, appoggiato alla balaustra di Via delle Tre Pile, metafisico e assurdo nella sua solitaria concentrazione, un suonatore di sassofono alzava oltre le altane l’architettura struggente barocca e dilaniata di I didn’t know what time it was, cercando Bird in quell’ingarbugliato e vuoto cielo sopra Roma. Si accostò, rimase ad ascoltarlo fino al termine del pezzo, fece l’atto di allungargli un cinquino ma quello rifiutò con un gesto. Comprese: era lì per suonare, ma soltanto per sé. Lo salutò con un cenno e se ne andò. Salì alla Terrazza Caffarelli, in cima al Museo Clementino.

Da lassù lo sguardo plana sul rione Campitelli e sul rione che fu il Ghetto; e al di là verso il fiume, Trastevere e il Gianicolo; e di qua al Quirinale e fino al Pincio. E non si stanca.

Dall’alto, a quell’ora, nella sera che sale, la città sembra annegata in un polverio di cenere rosata. Ma tu sai che è lì, nascosto in quei rioni di mattoni e travertini, in quel colore di carne, il centro – il cuore sfatto, o putrefatto, di ogni cosa. Il centro dei centri… – vaticani, governativi, parlamentari, partitici, finanziari, spionistici, delle ideologie truccate da dis-pensiero, degli incroci di stati e di mafie, di oscure trame e di truci miserevoli scalate, di affari e malaffari e orribili segreti, di drogherie ed usure, spoliazioni e soprusi, prostituzioni e viltà: indifferenze e viltà, cupidigie e viltà, paure e viltà. Viltà e rinnegamenti… La culla di quella borghesia romana mai moderna, sempre rapinatrice, sempre impastata di mercimoni e cinismi ammantati di volemose bene, di indolenza che cede solo all’attivismo del furto, del chissenefrega eretto a canone etico, di analfabetismo culturale elevato a valore. Il centro di quel mondo in cui niente è mondo, e in cui nessuno – che venga da dentro o che venga da fòri – ce po’  un cazzo de gnente.

 E la gente, da quell’altezza, non si vede. Vedi tetti, timpani, cupole: e ne provi un sentimento di sgomento e oppressione: ma la gente no: la gente che pullula e cammina non la vedi. Non vedi i marciapiedi che, se non fossi così in alto, “come crostini spalmati / con l’aglio della folla…”, se fossi lì, “un poco puzzano”.[2] E nemmeno i quartieri dilaganti delle periferie senza forma né limite, in cui vivono, molti sopravvivono e tutti alla fine muoiono, due milioni di umani. Né la memoria di alcuni, pochi, gloriosi ma dimenticati e sempre vani sussulti, – i romani che assaltano il Sant’Uffizio alla morte di Paolo IV Carafa[3], Ciceruacchio che organizza trasteverini e monticiani per dar manforte a Mazzini e Garibaldi, soldatini e operai e professori che fronteggiano i carri armati nazisti a Porta San Paolo, mentre il re e i suoi cari scappano in segreto… – né il filo dei sacrifici e della tenacia per salvare l’onore della città venduta, per salvare gli ebrei e gli antifascisti, per tener testa ai nazisti nei rioni e a Via Tasso e pagare con sangue alle Fosse Ardeatine, per salvare in sessant’anni d’opere e lotte, politiche e culturali, la sostanza civile e morale del 25 aprile e del 2 giugno, la ragione contro la superstizione, la laicità, la democrazia, contro i cento tentativi di rovesciarla o svuotarla.

È l’ora in cui si dovrebbero sentire le campane, ma il commissario ode solo un brusio malforme. Si chiede, circonlocuzionando, alla Gianni Toti, le sinapsi: Si sentono ancora a Roma le campane? Si sentono ancora le voci? Ci sono esuli da questa città? Ce ne sono stati: dolore del dispatrio e della persecuzione, esuli o deportati, sradicati o emigranti, dalla Roma antica e da quella del papa-re, dall’Urbe fascista e savoiarda, dalla città affamata e bombardata, umiliata, derubata e saccheggiata: ma ora? Ora sembra che a Roma soltanto si venga: per trovare la grascia, il grasso, l’unto; o soltanto un riparo per la notte e una speranza di esistenza. E nessuno è cacciato: resta qui per avere… o soltanto per morire. Domani, quando sarà, oppure ogni giorno: alcuni, pochi, in luce: arsa viva come in una piazza del Seicento l’anima immondiata malinconica e ribelle; i più nell’ombra, nel silenzio fragoroso postmoderno di questi anni ignobili e indecenti.

 



[1] Pispillorio: bisbiglio, mormorio.

[2] Da Angelo Ripellino, Praga Magica: Vladimir Holan.

[3] Paolo IV Carafa (1555-59), propugnatore e animatore dell’Inquisizione Romana, creatore dell’Indice (Index Librorum Prohibitorum), persecutore spietato dei cosiddetti eretici e dissidenti, persecutore degli ebrei e istitutore del Ghetto.




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