> Un frammento da Che
spettacolo, commissario Marè (Ritratto
di gruppo con showgirl) – Robin Edizioni, Roma 2008, pp. 297, € 9,00
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(…) Guardò l’ora al quadrante rotondo della vecchia sveglia
accovacciata accanto all’apparecchio telefonico – un parallelepipedo cromato “Stile 900”, uno dei pochi oggetti rimastigli dal
padre, ancora miracolosamente funzionante – e gli tornarono alla mente quei tre
versi consegnati all’òmo dal Poeta perché non sia (l’òmo) troppo scordarello:
la morte sta anniscosta
in ne l’orloggi
e nessuno pò ddi’: domani ancora
sentirò bbatte er mezzogiorno d’oggi.
Si riscosse. Andò alla finestra che affaccia sul viale. C’era
ancora luce, ma le mura imponenti allungavano la loro ombra verso le palazzine.
Nel giardinetto sotto di sé gli oleandri esplodevano di rosso e arancione, le
chiome dei pini erano ancora macchiate di sole. Diede da mangiare alle gatte,
mise il cappello, e uscì di casa.
Passò al Baretto.
Memmo, da poco rientrato da Paliano, era indaffarato col frigo e la dispensa.
Un saluto e via. Montò sul 6-28, inteso come bus, in direzione Centro.
Il tragitto, a quell’ora, e in quella luce di giugno
prolungata, è un passaggio di secoli, un viaggio fra memorie pietrificate della
storia… ma per lui anche memorie sue, di tutta una vita.
Discesa Via Pannonia, si arriva a Porta Metronia: per Marè la
porta dei passaggi. Da un quartiere a Roma, dall’infanzia all’età adulta…, e
poi alla vecchiaia.
Se prendi a sinistra, ed è la strada del bus, scendi per Via
Druso verso Numa Pompilio e di lì, se vuoi, puoi risalire alle Porte – Appia e
Latina e Ardeatina – e oltre quelle ai paesi dell’antico Lazio, al sud e forse
al mondo…
O te ne vai, sia pure nel casino del traffico attuale, per la Passeggiata Archeologica,
fra lecci e pini, tra storia e leggenda, e poi Via dei Cerchi, e il gran catino
del Circo Massimo adagiato tra il verde dell’Aventino (il monte della plebe e
di più recenti secessioni) e le rovine dei palazzi imperiali digradanti dal Palatino.
Rosse di tramonto come in un quadro di Quaglia, o di bandiere come una sfilata
sindacale. Di là, ancora, passando per l’antichissimo rione dei greci ancora
impresso nei nomi, la prima culla fluviale di Roma, e poi oltre Sant’Omobono e
oltre il Teatro di Marcello, fino alla cordonata
che sale al Campidoglio.
Qui scese.
I giganti bianchi dei Dioscuri e i Trofei di Mario, rivolti
alla distesa delle vie, delle case, dei palazzi, al pispillòrio
ininterrotto della vita, vigilano dal colle la piazza incantata. La prima di
Roma nata da un progetto, frutto di un’idea, prodigioso scrigno dello spazio e
del tempo uscito dalla mente illimpidita del vecchio Buonarroti, e dalle mani
conseguenti del Della Porta e dei Rinaldi e del Vignola. Nucleo trapezoidale del
concetto di Stato, a dispetto di papi-re e di re miserandi, e di loro
altisonanti lapidi e stemmi impressi ai travertini, conca di memorie laiche e
popolari. Pagane addirittura. Come, sia pure per errore, l’equus magnum dell’imperatore stoico Marco Aurelio Antonino.
Si avvicinò lentamente alla fontana, s’appoggiò al suo bordo.
Il chioccolio dell’acqua dava serenità. Marè non sa come, né per quale ragione,
è proprio in questo luogo così denso di storia anche terribile, e così voluto, così scenario, che si sente nel
contempo libero e prezioso, riconosciuto in dignità di uomo, individuo ma non
lasciato a se stesso, protetto come nel grembo di una madre e aperto ai venti
della terra e degli astri, sfiorato dalla pace e ancora vivo. È solo
un’illusione, naturalmente: la volontà disperata di sapere, almeno per un
attimo, qual è il nome del vuoto che ci invade… o di conoscere, capire il
limite.
Si erano intanto accese le luci della piazza, le finestre dei
tre palazzi scintillavano, le fiaccole palpebravano sulle cimase contro un
cielo che cedeva lentamente alla sera la sua luce di giugno, e rubava agli
intonaci e ai tetti bave di giallino e di sanguigna.
Appoggiato al bordo della vasca a poco a poco ritrovava, nella
malinconia dei ricordi, un po’ di quella pace che da tanto tempo lo aveva
abbandonato.
La piazza era quasi deserta, solo alcuni turisti si avviavano
al terrazzo affacciato sul gran teatro dei Fori. All’altro lato, appoggiato
alla balaustra di Via delle Tre Pile, metafisico e assurdo nella sua solitaria
concentrazione, un suonatore di sassofono alzava oltre le altane l’architettura
struggente barocca e dilaniata di I
didn’t know what time it was, cercando Bird in quell’ingarbugliato e vuoto
cielo sopra Roma. Si accostò, rimase ad ascoltarlo fino al termine del pezzo,
fece l’atto di allungargli un cinquino ma quello rifiutò con un gesto.
Comprese: era lì per suonare, ma soltanto per sé. Lo salutò con un cenno e se
ne andò. Salì alla Terrazza Caffarelli, in cima al Museo Clementino.
Da lassù lo
sguardo plana sul rione Campitelli e sul rione che fu il Ghetto; e al di là
verso il fiume, Trastevere e il Gianicolo; e di qua al Quirinale e fino al
Pincio. E non si stanca.
Dall’alto, a
quell’ora, nella sera che sale, la città sembra annegata in un polverio di cenere
rosata. Ma tu sai che è lì, nascosto in quei rioni di mattoni e travertini, in
quel colore di carne, il centro – il cuore sfatto, o putrefatto, di ogni cosa.
Il centro dei centri… – vaticani, governativi, parlamentari, partitici,
finanziari, spionistici, delle ideologie truccate da dis-pensiero, degli incroci di stati e di mafie, di oscure trame e
di truci miserevoli scalate, di affari
e malaffari e orribili segreti, di drogherie ed usure, spoliazioni e soprusi,
prostituzioni e viltà: indifferenze e viltà, cupidigie e viltà, paure e viltà.
Viltà e rinnegamenti… La culla di quella borghesia romana mai moderna, sempre
rapinatrice, sempre impastata di mercimoni e cinismi ammantati di volemose bene, di indolenza che cede
solo all’attivismo del furto, del chissenefrega
eretto a canone etico, di analfabetismo culturale elevato a valore. Il centro
di quel mondo in cui niente è mondo, e in cui nessuno – che venga da dentro o
che venga da fòri – ce po’ un cazzo de gnente.
E la gente, da quell’altezza, non si vede.
Vedi tetti, timpani, cupole: e ne provi un sentimento di sgomento e
oppressione: ma la gente no: la gente che pullula e cammina non la vedi. Non
vedi i marciapiedi che, se non fossi così in alto, “come crostini spalmati / con l’aglio della folla…”, se fossi lì, “un poco puzzano”. E
nemmeno i quartieri dilaganti delle periferie senza forma né limite, in cui
vivono, molti sopravvivono e tutti alla fine muoiono, due milioni di umani. Né
la memoria di alcuni, pochi, gloriosi ma dimenticati e sempre vani sussulti, –
i romani che assaltano il Sant’Uffizio alla morte di Paolo IV Carafa,
Ciceruacchio che organizza trasteverini e monticiani per dar manforte a Mazzini
e Garibaldi, soldatini e operai e professori che fronteggiano i carri armati
nazisti a Porta San Paolo, mentre il re e i suoi
cari scappano in segreto… – né il
filo dei sacrifici e della tenacia per salvare l’onore della città venduta, per
salvare gli ebrei e gli antifascisti, per tener testa ai nazisti nei rioni e a
Via Tasso e pagare con sangue alle Fosse Ardeatine, per salvare in sessant’anni
d’opere e lotte, politiche e culturali, la sostanza civile e morale del 25
aprile e del 2 giugno, la ragione contro la superstizione, la laicità, la
democrazia, contro i cento tentativi di rovesciarla o svuotarla.
È l’ora in cui
si dovrebbero sentire le campane, ma il commissario
ode solo un brusio malforme. Si chiede, circonlocuzionando,
alla Gianni Toti, le sinapsi: Si sentono ancora a Roma le
campane? Si sentono ancora le voci? Ci sono esuli da questa città? Ce ne sono
stati: dolore del dispatrio e della
persecuzione, esuli o deportati, sradicati o emigranti, dalla Roma antica e da
quella del papa-re, dall’Urbe fascista e savoiarda, dalla città affamata e
bombardata, umiliata, derubata e saccheggiata: ma ora? Ora sembra che a Roma
soltanto si venga: per trovare la grascia, il grasso, l’unto; o soltanto un
riparo per la notte e una speranza di esistenza. E nessuno è cacciato: resta
qui per avere… o soltanto per morire.
Domani, quando sarà, oppure ogni giorno: alcuni, pochi, in luce: arsa viva come
in una piazza del Seicento l’anima immondiata malinconica e ribelle; i più
nell’ombra, nel silenzio fragoroso postmoderno di questi anni ignobili e
indecenti.