LETTERATURE MONDO
GIULIETTA STEFANI
      

Giulietta Stefani

 


Colonia per maschi.

Italiani in Africa Orientale: una storia di genere  


prefazione di Luisa Passerini


Ombre corte, Verona 2007, pp. 202, € 18.

    

   




di Daniele Comberiati

 

 

La storia poco e mal conosciuta degli italiani che combatterono in Africa Orientale viene ora letteralmente sviscerata dalla giovane studiosa autrice di questo saggio, che attraverso l’analisi dei pochi studi esistenti (in particolare le ricerche di Del Boca e Labanca) e soprattutto la lettura delle memorie inedite di militari e civili conservate nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, ricostruisce una nuova versione della “impresa” coloniale italiana.

            Il taglio dello studio è esplicito: si tratta di un’analisi di genere, per far emergere in che modo e in quali dimensioni il concetto di mascolinità portato avanti dal fascismo abbia influito sulle vicende coloniali, dall’entusiasmo iniziale alle successive delusioni, dal rapporto con le donne locali alla questione dei meticci. Sullo sfondo, importantissima, l’analisi del romanzo Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, al quale tra l’altro è dedicato l’epilogo del saggio, dove vengono narrati i sentimenti di delusione, malessere e violenza che hanno caratterizzato la campagna d’Africa per gli italiani.

            La guerra coloniale si prospetta immediatamente come l’apoteosi della realizzazione del maschio, secondo l’etica fascista: essa costituisce infatti il “riscatto” per quella generazione che non ha potuto combattere la prima guerra mondiale, la possibilità di mostrare finalmente il proprio valore in battaglia. L’Africa nell’immaginario collettivo di quegli anni diventa così una terra vergine da conquistare, e la metafora femminile si fa ancora più intensa dopo i primi rapporti con le donne locali, considerate, anche nei diari dei combattenti, alla stregua di animali selvatici o al massimo di oggetti di decoro ma dallo scarso valore affettivo. Le leggi sul “madamato” regolavano i rapporti fra colonizzatori e indigeni, facendo dell’Africa un paradiso dei sensi dove gli italiani, repressi in patria dalla morale cattolica, si sentivano sicuramente più liberi. Con le leggi razziali del 1938, però, la situazione cambiò radicalmente: ne trassero svantaggio soprattutto i meticci, figli delle unioni “blasfeme” fra italiani e coloni, che dopo un lungo dibattito vennero infine considerati interamente africani, ma che spesso si ritrovarono rifiutati, perché bianchi e figli dei colonizzatori, anche dalla società locale. 

            L’analisi delle relazioni fra colonizzatori e colonizzati, certamente più complesse della semplice gerarchia fascista, costituiscono il contributo più originale del libro, e manifestano anche la difficoltà attuale dell’Italia di fare i conti con il proprio passato coloniale.

     In effetti se ci si focalizza sul genere come chiave di lettura delle interazioni nella colonia, diventa necessario capire in che modo il colonialismo italiano, soprattutto in Etiopia, sia stato funzionale alla ridefinizione dell’identità maschile nazionale, come tra l’altro è accaduto nella storia di altre potenze imperiali europee. Nella logica del regime la conquista del paese africano sarebbe servita anche per rinsaldare il consenso interno e riavviare l’economia messa a dura prova dalla crisi del 1929.

     Inoltre la guerra si poneva come «terapia maschile», ovvero come mezzo catalizzatore capace di convogliare le ansie e le frustrazioni degli italiani. Per tale ragione era stato appositamente creato un modello culturale ad uso e consumo del maschio italiano: la figura del combattente. Già mitizzato durante la Grande guerra, il combattente costituì per il fascismo l’esempio più adatto per riaffermare un’identità maschile che appariva in crisi, viste le recenti trasformazioni nella società dei ruoli di genere. Inoltre la guerra d’Etiopia, come si accennava in precedenza, venne presentata ai più giovani come l’opportunità di colmare quel sentimento di inferiorità nei confronti della generazione che aveva combattuto la Prima guerra mondiale o che aveva partecipato alla marcia su Roma. L’uomo nuovo idealizzato dal fascismo vedeva il suo completamento nella conquista dell’Etiopia, prospettata come una terra pressoché disabitata (o abitata da popoli rozzi e militarmente molto inferiori) che non aspettava altro se non di essere finalmente colonizzata e civilizzata.

     In tale costruzione dell’Africa come terra di frontiera e di conquista, ha giocato un ruolo preponderante l’erotismo, considerato da alcuni studiosi come il fattore centrale di attrazione per gli europei nelle terre coloniali.            I testi più noti pubblicati nella breve stagione del romanzo coloniale vengono analizzati dalla Stefani con attenzione: Piccolo amore beduino di Mario Dei Gaslini (1926), La reclusa di Giarabub di Mitrano Sani (1931) o Azanagò non pianse di Tedesco Zammarano (1934) sono solo alcuni degli esempi più significativi, nei quali l’erotismo e il senso di conquista della donna locale fungono da moventi principali per le azioni dei protagonisti. Se con la guerra d’Etiopia e l’introduzione delle leggi razziali, il romanzo coloniale perde la sua ragione principale di esistenza, ciononostante gli incontri fra soldati italiani e donne indigene continuano ad essere frequenti e soprattutto desiderati e mitizzati. Il regime per evitare che i propri soldati affollino come di consueto le case chiuse locali, opta per l’organizzazione della prostituzione, «importando» prostitute bianche dall’Europa. È uno degli esempi di quella segregazione che il fascismo cercherà di instaurare in Etiopia e che aveva avuto il suo culmine nel 1938 proprio con le leggi razziali.

Il contributo teorico più importante e originale del bel saggio della Stefani, tra l’altro accuratamente documentato e provvisto di un’esauriente bibliografia, risiede nell’individuazione dell’elemento erotico e sessuale come spinta principale per i colonizzatori, non solo italiani. Il fattore esotico/erotico rappresentava certo, nel moralismo dell’Europa ottocentesca e proto-novecentesca, già di per sé una ragione sufficiente per affrontare l’avventura coloniale. La citazione tratta da Aethiopia. Appunti per una canzonetta di Ennio Flaiano riassume efficacemente il fulcro teorico del libro:

 

                                                    Influenza delle canzonette

                                                    sull’arruolamento coloniale.

                                                    Alla base di ogni espansione,

                                                    il desiderio sessuale.

 

Testo importante, Colonia per maschi, anche perché inaugura un nuovo filone di studi sul colonialismo italiano, atto ad analizzarne non solo i cambiamenti storici, ma anche i mutamenti culturali e l’evoluzione dell’immaginario collettivo.

 

 

 




Scarica in formato pdf  


   
Sommario

Il sito dal 01/04/2006 al 30/11/2006 ha raggiunto n° 5200 visite