di Daniele Comberiati
La storia poco e mal conosciuta
degli italiani che combatterono in Africa Orientale viene ora letteralmente
sviscerata dalla giovane studiosa autrice di questo saggio, che attraverso
l’analisi dei pochi studi esistenti (in particolare le ricerche di Del Boca e
Labanca) e soprattutto la lettura delle memorie inedite di militari e civili
conservate nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano,
ricostruisce una nuova versione della “impresa” coloniale italiana.
Il
taglio dello studio è esplicito: si tratta di un’analisi di genere, per far
emergere in che modo e in quali dimensioni il concetto di mascolinità portato avanti dal fascismo abbia influito sulle
vicende coloniali, dall’entusiasmo iniziale alle successive delusioni, dal
rapporto con le donne locali alla questione dei meticci. Sullo sfondo, importantissima,
l’analisi del romanzo Tempo di uccidere
di Ennio Flaiano, al quale tra l’altro è dedicato l’epilogo del saggio, dove
vengono narrati i sentimenti di delusione, malessere e violenza che hanno
caratterizzato la campagna d’Africa per gli italiani.
La
guerra coloniale si prospetta immediatamente come l’apoteosi della
realizzazione del maschio, secondo l’etica fascista: essa costituisce infatti
il “riscatto” per quella generazione che non ha potuto combattere la prima
guerra mondiale, la possibilità di mostrare finalmente il proprio valore in
battaglia. L’Africa nell’immaginario collettivo di quegli anni diventa così una
terra vergine da conquistare, e la metafora femminile si fa ancora più intensa
dopo i primi rapporti con le donne locali, considerate, anche nei diari dei
combattenti, alla stregua di animali selvatici o al massimo di oggetti di
decoro ma dallo scarso valore affettivo. Le leggi sul “madamato” regolavano i
rapporti fra colonizzatori e indigeni, facendo dell’Africa un paradiso dei sensi
dove gli italiani, repressi in patria dalla morale cattolica, si sentivano sicuramente
più liberi. Con le leggi razziali del 1938, però, la situazione cambiò
radicalmente: ne trassero svantaggio soprattutto i meticci, figli delle unioni
“blasfeme” fra italiani e coloni, che dopo un lungo dibattito vennero infine
considerati interamente africani, ma che spesso si ritrovarono rifiutati,
perché bianchi e figli dei colonizzatori, anche dalla società locale.
L’analisi
delle relazioni fra colonizzatori e colonizzati, certamente più complesse della
semplice gerarchia fascista, costituiscono il contributo più originale del
libro, e manifestano anche la difficoltà attuale dell’Italia di fare i conti
con il proprio passato coloniale.
In effetti se ci si focalizza sul genere
come chiave di lettura delle interazioni nella colonia, diventa necessario
capire in che modo il colonialismo italiano, soprattutto in Etiopia, sia stato
funzionale alla ridefinizione dell’identità maschile nazionale, come tra
l’altro è accaduto nella storia di altre potenze imperiali europee. Nella
logica del regime la conquista del paese africano sarebbe servita anche per
rinsaldare il consenso interno e riavviare l’economia messa a dura prova dalla
crisi del 1929.
Inoltre la guerra si poneva come «terapia
maschile», ovvero come mezzo catalizzatore capace di convogliare le ansie e le
frustrazioni degli italiani. Per tale ragione era stato appositamente creato un
modello culturale ad uso e consumo del maschio italiano: la figura del combattente.
Già mitizzato durante la Grande
guerra, il combattente costituì per il fascismo l’esempio più adatto per
riaffermare un’identità maschile che appariva in crisi, viste le recenti
trasformazioni nella società dei ruoli di genere. Inoltre la guerra d’Etiopia,
come si accennava in precedenza, venne presentata ai più giovani come
l’opportunità di colmare quel sentimento di inferiorità nei confronti della
generazione che aveva combattuto la
Prima guerra mondiale o che aveva partecipato alla marcia su
Roma. L’uomo nuovo idealizzato dal fascismo vedeva il suo completamento nella
conquista dell’Etiopia, prospettata come una terra pressoché disabitata (o
abitata da popoli rozzi e militarmente molto inferiori) che non aspettava altro
se non di essere finalmente colonizzata e civilizzata.
In tale costruzione dell’Africa come terra
di frontiera e di conquista, ha giocato un ruolo preponderante l’erotismo,
considerato da alcuni studiosi come il fattore centrale di attrazione per gli
europei nelle terre coloniali. I
testi più noti pubblicati nella breve stagione del romanzo coloniale vengono
analizzati dalla Stefani con attenzione: Piccolo
amore beduino di Mario Dei Gaslini (1926), La reclusa di Giarabub di Mitrano Sani (1931) o Azanagò non pianse di Tedesco Zammarano (1934)
sono solo alcuni degli esempi più significativi, nei quali l’erotismo e il
senso di conquista della donna locale fungono da moventi principali per le
azioni dei protagonisti. Se con la guerra d’Etiopia e l’introduzione delle
leggi razziali, il romanzo coloniale perde la sua ragione principale di
esistenza, ciononostante gli incontri fra soldati italiani e donne indigene
continuano ad essere frequenti e soprattutto desiderati e mitizzati. Il regime
per evitare che i propri soldati affollino come di consueto le case chiuse
locali, opta per l’organizzazione della prostituzione, «importando» prostitute
bianche dall’Europa. È uno degli esempi di quella segregazione che il fascismo
cercherà di instaurare in Etiopia e che aveva avuto il suo culmine nel 1938 proprio
con le leggi razziali.
Il contributo
teorico più importante e originale del bel saggio della Stefani, tra l’altro
accuratamente documentato e provvisto di un’esauriente bibliografia, risiede
nell’individuazione dell’elemento erotico e sessuale come spinta principale per
i colonizzatori, non solo italiani. Il fattore esotico/erotico rappresentava
certo, nel moralismo dell’Europa ottocentesca e proto-novecentesca, già di per
sé una ragione sufficiente per affrontare l’avventura coloniale. La citazione
tratta da Aethiopia. Appunti per una
canzonetta di Ennio Flaiano riassume efficacemente il fulcro teorico del
libro:
Influenza
delle canzonette
sull’arruolamento
coloniale.
Alla
base di ogni espansione,
il
desiderio sessuale.
Testo importante,
Colonia per maschi, anche perché
inaugura un nuovo filone di studi sul colonialismo italiano, atto ad analizzarne
non solo i cambiamenti storici, ma anche i mutamenti culturali e l’evoluzione
dell’immaginario collettivo.