Un bambino che esplora il mondo con occhi curiosi è uno spettacolo che non stanca mai. Lo vedi agitare le mani, voltarsi di scatto, fissare ogni dettaglio intorno a sé; a volte corruga il naso, come per capire qualcosa, altre volte sorride, sorpreso da una nuova sensazione. Seduto su una sedia alta, con gambe e braccia che dondolano, i suoi movimenti incerti raccontano molto più di un semplice gioco: sono la dimostrazione che la conoscenza nasce dal corpo, dai sensi. Ma quanto di ciò che apprendiamo deriva dall’esperienza, e quanto invece è già inciso nel cervello fin dalla nascita? La risposta sfugge a ogni certezza, e ha da sempre alimentato il dibattito tra filosofi e neuroscienziati. La realtà, in fondo, è molto più complessa e sfumata di quanto immaginiamo.
Innato o appreso? L’eredità che portiamo dentro
Il neuroscienziato Giorgio Vallortigara, nel suo libro Il pulcino di Kant , ci invita a riflettere sul termine “innato”, spesso usato in modo generico e poco preciso. Preferisce parlare di tratti “non appresi”, che emergono fin da subito, indipendenti dall’esperienza. Esperimenti su neonati umani e animali, come i pulcini, lo confermano: questi ultimi reagiscono spontaneamente a configurazioni grafiche simili a un volto umano, per esempio tre punti disposti a triangolo rovesciato. Questo dimostra una predisposizione cerebrale a riconoscere certi schemi fondamentali fin dai primi momenti di vita. Fenomeni simili si osservano nel modo in cui percepiamo i corpi in movimento o la presenza di oggetti nello spazio. Ma questo “programma biologico” non è rigido: esiste infatti un periodo critico in cui questi tratti innati si intrecciano con gli stimoli che arrivano dall’esterno, permettendo a ciascuno di costruire una percezione completa e funzionale. Così si sgretola l’idea che mente e cervello siano entità separate, così come la netta divisione tra ciò che è innato e ciò che si impara. La realtà è una struttura complessa, in continuo dialogo tra predisposizioni biologiche e interazioni con il mondo.
Il sesto senso nascosto: propriocezione, equilibrio e la coscienza del corpo
Oltre ai cinque sensi tradizionali, ce ne sono altri meno noti ma altrettanto essenziali per la nostra vita di ogni giorno. La propriocezione, ad esempio, ci fa capire dove si trovano le parti del nostro corpo e come si muovono, senza bisogno della vista o di altri sensi “classici”. Accanto a questa c’è il sistema vestibolare, che regola equilibrio e orientamento, e la sensibilità somatosensoriale, che ci permette di sentire il tatto, la pressione e il dolore. Questi sistemi sono stati scoperti nel XIX secolo grazie a gruppi di nervi e recettori collegati al cervello, che ci informano costantemente sulla posizione del corpo, sull’equilibrio e sul contatto con gli oggetti. Il termine “propriocezione” fu coniato da Charles Scott Sherrington, che studiò come il cervello raccoglie e integra queste informazioni. Oggi sappiamo che il cervelletto, una struttura antica presente perfino negli squali, non si limita al controllo motorio e all’equilibrio, ma partecipa anche a funzioni cognitive e al riconoscimento del sé corporeo. Sono meccanismi fondamentali, radicati nella nostra storia evolutiva, che ci aiutano a sentirci dentro il corpo.
Oltre i cinque sensi: la complessità della multisensorialità
La nostra esperienza sensoriale non si riduce ai cinque sensi classici raccontati da Aristotele. Accanto a vista, udito, olfatto, gusto e tatto, ci sono sistemi che monitorano il corpo dall’interno. L’enterocettività, per esempio, informa il cervello sullo stato degli organi interni, sul battito del cuore o sulla quantità di anidride carbonica nel sangue. Queste sensazioni si integrano grazie a reti neurali che lavorano spesso al di sotto della nostra consapevolezza, mettendo insieme molte informazioni. L’idea del “sesto senso”, spesso legata all’intuito o al paranormale, si basa in realtà su queste forme profonde di percezione corporea. Spesso pensiamo ai sensi come a compartimenti separati, ma in realtà agiscono insieme e si influenzano a vicenda. Per esempio, il tatto comprende recettori per la pressione, la temperatura, il dolore e anche sensazioni complesse come il solletico. Il dolore stesso ha caratteristiche particolari, con recettori specifici chiamati nocicettori, diffusi su pelle e tessuti interni. Questa rete multisensoriale trasforma ogni esperienza in un mosaico in cui ogni pezzo influisce sugli altri.
Quando i sensi si parlano: la crossmodalità nelle percezioni
Le neuroscienze hanno dimostrato che i sensi non lavorano mai da soli, ma sono in continuo scambio tra loro, un fenomeno chiamato crossmodalità. Charles Spence, uno dei massimi esperti in questo campo, ricorda che solo di recente la scienza ha cominciato a riconoscere queste interazioni. Un esempio noto è la percezione del gusto durante i voli aerei: il rumore costante dell’aereo attenua i sapori amari, dolci e salati, ma esalta l’umami, quel gusto tipico del pomodoro o del parmigiano. Ecco perché il succo di pomodoro è diventato la bevanda più amata in volo. In uno studio del 2023 sull’International Journal of Gastronomy and Food Science, Spence e colleghi hanno mostrato come la temperatura della salsa di pomodoro e un aperitivo alcolico influenzino la percezione di sapidità e freschezza. Questi dati non sono solo curiosità: hanno un ruolo importante in cucina, marketing e nel design degli spazi. Profumi naturali possono farci percepire i tessuti più morbidi; ambienti con certi colori o materiali ci fanno sentire più a nostro agio o rilassati. Persino la scelta delle posate cambia il sapore: quelle pesanti amplificano l’esperienza gustativa rispetto a quelle leggere. Perfino Le Corbusier, negli anni Venti, sosteneva che forme geometriche semplici stimolano i sensi, un’idea che oggi trova conferme nelle neuroscienze e nella neuroestetica. Insomma, il senso della realtà nasce da un gioco continuo tra stimoli multisensoriali e il modo in cui ciascuno li riceve.
Percezione e realtà: oltre l’illusione dei sensi
L’idea che vediamo e sentiamo il mondo “come realmente è” è un mito radicato nella cultura, ma smentito dalla scienza moderna. I neuroscienziati spiegano che ciò che percepiamo – colori, suoni, odori – è una costruzione del cervello, il risultato di un’elaborazione di informazioni parziali e filtrate. Pensiamo alla luce ultravioletta, invisibile ai nostri occhi ma ben chiara alle api, o ai feromoni, inodori per noi ma fondamentali per molte specie. Enrico Bellone, storico della scienza, ha affrontato questo tema nel suo libro Qualcosa là fuori. Come il cervello crea la realtà , sottolineando come evoluzione e adattamento modellino il modo in cui percepiamo e organizziamo le informazioni. La conoscenza umana non è solo raccolta di dati oggettivi, ma un processo complesso in cui contesto, cultura e aspettative fanno la differenza. Lo vediamo anche nel metodo scientifico, che è un costrutto culturale, influenzato dal paradigma dominante, come il “visualismo scientifico” nato nel XIX secolo. Prendiamo l’odore di un formaggio: può essere accolto come un profumo o respinto come sgradevole, a seconda del contesto, dimostrando come il significato che attribuiamo a un’esperienza sensoriale influenzi le nostre emozioni e i nostri pensieri. In fondo, percepire è un filtro attraverso cui diamo senso al mondo e troviamo motivazioni per agire, frutto di un lungo percorso evolutivo e culturale.
