Chi Decide Cosa è Rumore? Il Confine Tra Suono e Silenzio nella Cultura Contemporanea

Redazione

7 Maggio 2026

Il rumore non è un errore da cancellare, diceva un batterista degli anni Novanta, voce fuori dal coro in un’epoca ossessionata dalla perfezione digitale. Quel rumore, spesso considerato fastidio, diventa qui un linguaggio, un gesto di ribellione. La musica non si limita a suonare: racconta storie di cultura, politica e identità. Da un lato, la tecnica punta a un suono pulito, asettico; dall’altro, c’è chi sceglie di accogliere l’imperfezione, trasformandola in un atto di militanza. È un confronto che si sente nei toni, nelle scelte di chi crea e ascolta, ma anche nella vita delle comunità che si formano attorno a questi suoni. Oggi, a Roma, questa tensione prende forma in una scena vibrante, fatta di improvvisazioni e resistenze, dove la musica si fa ancora strumento di cambiamento.

Rumore e digitale: la battaglia per l’anima del suono

Jacques Attali diceva che niente di importante succede senza rumore. Per anni sembrava solo un modo di dire, ma non è così semplice. Damon Krukowski, batterista dei Galaxie 500 e autore di un libro che riscopre l’analogico, punta il dito contro il dominio incontrastato del digitale nella musica di oggi. Quel “rumore” che il digitale cancella per pulire il suono, per lui è invece essenziale. Nel mondo analogico, i limiti tecnici – il fruscio di una cassetta, il disturbo di un amplificatore – sono parte della musica, tracce di autenticità che coinvolgono anche chi ascolta. Nel digitale, invece, il suono viene tradotto in codice e ripulito. Ma chi decide cosa è suono e cosa rumore? Krukowski risponde chiaro: non è solo una questione tecnica, ma politica. Eliminare il rumore significa scegliere quali voci ascoltare e quali mettere a tacere.

Il digitale cancella tutto ciò che rende unica una registrazione: l’ambiente, i gesti, gli incidenti casuali. Prendiamo “Here Today” dei Beach Boys, dove i suoni di sottofondo diventano parte della magia per chi ascolta davvero. O Jimi Hendrix, che col suo amplificatore al limite trasforma un difetto in un segno distintivo. Questo modo di vedere invita a riflettere su come la digitalizzazione cambi il nostro modo di sentire e partecipare: il rumore analogico lascia spazio a un ascoltatore attivo, che deve interpretare, mentre il digitale consegna un messaggio già confezionato, senza margini per la mediazione personale.

Marcello Newman: musica imperfetta e resistenza anticapitalista

In questo contesto si inserisce il lavoro di Marcello Newman, musicista romano e protagonista della scena indipendente. Nel suo primo disco solista, Emotional Park, pubblicato nel 2024, Newman abbraccia l’imperfezione come scelta politica. «La musica più vera è quella eseguita male, più o meno di proposito», dice. Per lui, l’album Osaka Bridge di Maher Shalal Hash Baz è un esempio di utopia sonora: poca tecnica, niente perfezione. Conservare la prima registrazione, la “prima take”, è un modo per mantenere autenticità e spontaneità, opponendosi alla logica capitalistica che vuole tutto controllato e perfetto.

La musica di Newman non cerca la perfezione, ma il piacere condiviso, la costruzione di legami. È un’attività amatoriale, collettiva, pensata per godere insieme, non per inseguire un ideale artistico irraggiungibile. La sua esperienza, fatta di autoproduzione e riflessioni sul suono, parla di musica come strumento per capire se stessi, creare comunità e portare avanti una militanza culturale che si esprime non solo nei testi, ma anche nel modo di fare musica.

La musica “fallimentare” come forma di resistenza

Il percorso di Newman non è un caso isolato: si inserisce in una tradizione che va da Brian Wilson a Daniel Johnston fino ad Ariel Pink, raccontata da Enrico Monacelli nel suo libro Bassa fedeltà. Musica lo-fi e fuga dal capitalismo . Qui l’imperfezione sonora diventa una forma di ribellione contro la standardizzazione e il mercato. Tornare all’analogico, valorizzare gli errori e le sbavature è un modo per contestare il sistema, puntando su un rapporto più umano tra chi suona e chi ascolta.

Emotional Park nasce da questa eredità e si muove su canzoni semplici e dirette, ispirate a Burt Bacharach, capaci di colpire dritto al cuore e azzerare le distanze tra autore e pubblico. La scena romana, con progetti collettivi come Musicoterapia Adulti, è parte di questo mondo, dove la dimensione comunitaria è centrale in tempi segnati da solitudine e frammentazione.

Roma, laboratorio di musica e comunità

Marcello Newman racconta anche il rapporto con il lavoro: per anni ha diviso la musica dalla professione, ma oggi il part-time gli permette di affrontare la musica con meno pressione e più condivisione. Gli anni passati a suonare con artisti come Daniel Rineer e Clarissa Ghelli sono stati momenti di sperimentazione e gioia, senza forzature, che hanno dato vita al suo repertorio solista.

Il festival Giovani Spiriti Città Infame è un esempio concreto di questo spirito: nato da una cena informale, è diventato un punto di incontro per band che vogliono suonare rock in modo libero e amatoriale. Attraverso concerti, autoproduzioni e collaborazioni, la scena romana si conferma un luogo di resistenza culturale, tra improvvisazione radicale, autoproduzione e scambio.

Musicoterapia Adulti incarna questa filosofia con la sua musica senza accordi fissi, improvvisata e diffusa in diretta grazie a un Raspberry Pi. Questa radio continua la tradizione sperimentale di Roma, da Radio Alice a oggi, puntando su un’idea di musica come esperienza unica, fluida e sociale.

La musica che tiene insieme le persone

Chi studia il capitale sociale sa quanto siano importanti gli spazi dove si fa musica per mantenere vivi i legami tra le persone. Le associazioni, i cori, le band autoprodotte creano fiducia e coesione. La musica non è solo intrattenimento, ma un vero collante sociale che fa vivere relazioni attive.

Il lavoro di Newman conferma questa idea: la musica come strumento per costruire reti di scambio e confronto. È un “sottoprodotto” della creatività umana, un fenomeno che nasce dai rapporti tra chi fa musica e chi la ascolta. Un modello che guarda avanti, fatto di partecipazione, consapevolezza e condivisione.

A Roma, la scena indipendente resta viva e variegata: si organizzano festival, si creano spazi per suonare, si privilegia la comunità al profitto. Il progetto di Newman e delle realtà intorno a lui suona come un manifesto contemporaneo: il rumore non è più un ostacolo, ma la base di un linguaggio artistico e sociale nuovo.

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