di Herta
Elena Rudolph
Per fare un libro ci vuole…
Io non c’ero
quando sono state gettate le basi di quello che sarebbe diventato un progetto
editoriale a tutto tondo, ma mi è stato raccontato così...
Nel dicembre del
2006 il gruppo di studio Giovani Europei tiene
il convegno “L’Europa dei giovani” all’ateneo di Padova. Alla fine della
giornata di studi Giulia Tancredi, amica del gruppo e collaboratrice per
Vibrisselibri dello scrittore Giulio Mozzi, suggerisce di fare una raccolta di
racconti in traduzione da tutte le lingue europee.
Il gruppo di
studio sceglie l’argomento: la vita urbana in Europa.
Il coordinamento
dei lavori viene affidato a Tiziana Cavasino.
A un anno di
distanza, nonostante si vedano i primi risultati, si rende necessario allargare
il nucleo padovano per realizzare un progetto d’ampio respiro: Tiziana – che ho
conosciuto a Roma nel 2004, durante un master in traduzione (dal greco lei, dall’inglese
io) – prende in mano la situazione e coinvolge me e altri traduttori.
L’intento del
progetto, mi spiega, è creare una sorta di mappa letteraria dell’Europa metropolitana
di oggi, raccogliere le voci di autori europei inediti e creare un libro
virtuale da pubblicare online su Vibrisselibri con i racconti in traduzione e
il testo originale.
Dunque, si deve
iniziare dallo scouting letterario per poi passare alla traduzione.
Mi metto subito all’opera
per cercare le voci di Gran Bretagna, Spagna e Francia e inizio a esplorare la
rete cercando soprattutto tra le riviste letterarie virtuali. A mia volta,
coinvolgo altri validi traduttori per le lingue mancanti e chiedo agli amici
all’estero di portarmi libri o riviste letterarie dedicate alla città. Poi,
durante un viaggio a Parigi, ho la fortuna di trovare in libreria una piccola
antologia che contiene un racconto perfetto per la raccolta.
Arrivano le
prime risposte positive da parte degli autori. Di volta in volta informo
Tiziana e le presento le mie proposte. Inizio a tradurre e continuo a fare
scouting. Anche se sono estranea allo “zoccolo duro” patavino entro a tutti gli
effetti nel progetto.
Lo scambio di
email tra me e Tiziana si fa sempre più fitto. Siamo entusiaste. Tutto sembra
filare liscio e sembra facile! Ma non sappiamo ancora che il nostro sarà un
viaggio impervio attraverso tutta l’Europa e in tempistiche ben più lunghe di
quanto possiamo immaginare.
Non tutti i
traduttori contattati hanno risposto all’appello, ma esiste un bacino di
professionisti cui attingere: il mitico Biblit.
Alla Fiera del
Libro per ragazzi di Bologna Tiziana conosce personalmente Marina Rullo – prima
portavoce del cavaliere errante che è
il traduttore – e getta un altro seme. E così, oltre al nucleo padovano e agli amici-traduttori,
si inseriscono nel progetto la stessa Marina Rullo e i biblitiani Vincenzo
Barca, Eva Kampmann, Dora Varnai, solo per citarne alcuni.
Il gruppo cresce
e così il progetto. C’è chi, oltre alla traduzione, fa anche scouting,
soprattutto per le lingue più rare, e chi – invece – traduce racconti scovati
da altri. A volte sono i traduttori stessi a trattare per la liberatoria dei
diritti d’autore direttamente con gli autori o con l’agente e la casa editrice,
nei casi più difficili interveniamo noi due.
Pur non vivendo
nella stessa città, io e Tiziana lavoriamo in simbiosi e in perfetta sintonia.
L’una compensa le carenze dell’altra, se una perde l’entusiasmo l’altra la
pungola e la stimola a continuare, se una è troppo impegnata per portare avanti
il progetto è l’altra a farsene carico, se viene fuori un’idea ci confrontiamo
e la sviluppiamo insieme. Non è tutto rose e fiori. Siamo entrambe molto determinate
e caparbie ma il tempo da dedicare al progetto è poco, le difficoltà tante, eppure
riusciamo a trovare un equilibrio perfetto senza pestarci i piedi e otteniamo
dei risultati. Ci dividiamo grosso modo i compiti: una si occupa di scouting,
contatto con autori ed editori, aggiornamento della situazione
racconti/traduttori/autori/città (chi traduce chi e da quale lingua), l’altra
si dedica alla valutazione dei testi, al rapporto coi traduttori, al lavoro certosino
di correzione bozze e alla revisione dei racconti sempre insieme al traduttore
(dal vivo quando possibile, altrimenti via mail o telefonicamente); ma tutt’e
due svolgiamo l’uno e l’altro compito, senza contare che entrambe siamo
traduttrici. Ci confrontiamo sulle proposte del gruppo, rileggiamo le
traduzioni, facciamo revisioni su revisioni, scegliamo i racconti che riteniamo
più interessanti e in linea col progetto e, alla fine, dopo telefonate, mail e
scambi telematici, ci troviamo tra le mani una quarantina di racconti.
A questo punto,
mi dice Tiziana, non si può più parlare di curatrice e di collaboratrice. Siamo
alla pari e formiamo una squadra affiatata: l’antologia avrà quindi due
curatrici.
È la fine del
2008 e siamo a buon punto. Tutti i racconti sono stati revisionati, gli autori
hanno inviato la liberatoria per pubblicare online testo originale e traduzione
e bisogna solo organizzare i 40 e più racconti.
A metà febbraio 2009
parto alla volta di Padova per incontrare Tiziana e Giulio Mozzi (che nel
frattempo ha ricevuto il materiale e ci ha seguite a distanza dandoci consigli
preziosi).
Ci incontriamo
al Caffè Cavour e iniziamo a chiacchierare davanti a una cospicua pila di fogli
stampati.
Lì per lì non ce
ne rendiamo conto, ma lo scambio di vedute di un paio d’ore con Giulio rappresenta
per noi una vera e propria folgorazione e ci troviamo tra le mani una
variopinta e invisibile matrioska di parole che custodisce il cuore del
progetto. Torniamo a casa col compito di dare una struttura a tutto quel
materiale, trasformarlo in libro, creare un indice, inventare un titolo e
magari trovare anche una copertina.
Decidiamo di
fare una pausa, di non sentirci per un po’ e di riflettere in solitudine sulle soluzioni,
di far prima decantare l’incontro e poi confrontarci (un po’ come si fa con la
traduzione: dopo averla scritta si lascia lì a riposare qualche giorno e poi si
rilegge a mente sgombra).
Ma l’innesto di
Giulio dà subito i suoi frutti e un paio di giorni dopo ci sentiamo per
telefono.
Abbiamo seguito il
suo suggerimento: rileggere i racconti e cercare – ognuna per conto proprio – le
parole-chiave ricorrenti che fanno da trait d’union.
Quasi per magia,
dopo telefonate su telefonate, ripensamenti e scambi di idee, liste di parole, sfrondature
qua e là, letture di brani che potrebbero portarci sulla strada giusta per un
titolo dell’antologia (finora semplicemente “Antologia Europa”) riusciamo a
escogitare due possibili titoli e due diversi indici da presentare a Giulio: è
come un puzzle doubleface, i pezzi sono gli stessi ma l’immagine che rimandano
è diversa.
Dalla
riorganizzazione del materiale emerge l’immagine di un’Europa come grande
città: i luoghi e i non luoghi, le persone e gli eventi cui essa fa da sfondo
sembrano senza confini, senza bandiera. Emarginati, impiegati, operai,
studenti, perdigiorno, turisti, immigrati, bambini, condividono lo stesso
spazio urbano, apparentemente privo d’identità eppure carico di storie, carico
di Storia.
Ogni racconto è
un pezzo di città, un pezzo d’Europa, eppure racchiude in sé tutta l’Europa,
ogni città diventa tutte le città e l’Europa diventa un’unica grande città.
Ma se è così,
che senso ha l’Europa? E soprattutto, quali “sensi” ha?
È così, da
questa felice intuizione, che nasce l’idea di una duplice versione
dell’antologia: Città Europa e Senso d’Europa.
La variante Città Europa è immediata e diretta ed è
divisa in due sezioni “Pezzi di città”[i] e
“Frammenti di vita”[ii].
Senso d’Europa, invece, gioca con la
molteplicità semantica della parola “senso”: significato, direzione, percezione
sensoriale. Anche in questo caso abbiamo due sezioni “I 5 sensi”[iii] e
“I sensi vietati”[iv].
Quest’ultima è
la versione che più ci appassiona ed è la soluzione più audace e originale, ma siamo
consapevoli che è anche più difficile da decifrare rispetto alla precedente.
È la primavera
del 2009. Torno a Padova.
Stesso Caffè,
stessi interlocutori. Ma stavolta qualcosa è cambiato: la cospicua pila di
fogli stampati non è più un insieme disordinato di racconti.
Giulio rimane
impressionato dal nostro lavoro, tanto che è il primo a suggerirci di accantonare
l’idea originaria di pubblicare sul web e ci propone di trovare un editore
tradizionale. Abbiamo delle chance, ci dice, poche, ma tanto vale provare. Quanto
sia difficile piazzare un volume del genere lo scopriremo più avanti in prima
persona. Ma lui può fare da intermediario, in fondo è il suo mestiere, e così
lasciamo il progetto nelle sue mani e teniamo le dita incrociate.
È la fine
dell’estate, sono passati sei mesi e gli editori contattati da Giulio non hanno
ancora risposto. Con Giulio concordiamo per iscritto che se entro fine ottobre non
avremo risposte ci muoveremo autonomamente, ma lui continuerà a essere il
nostro punto di riferimento. Decidiamo di buttar giù una scheda di presentazione
dell’antologia nelle due versioni e di approfittare della Fiera della piccola e
media editoria per fare promozione.
Nel frattempo il
“nostro” autore olandese è stato pubblicato da una piccola casa editrice
palermitana, ci dispiace ma non ci scoraggiamo. È solo la conferma che abbiamo
avuto fiuto.
Siamo di nuovo
in fibrillazione, stavolta è Tiziana a scendere a Roma.
Prima di andare
in Fiera facciamo qualche telefonata per sondare il terreno, ma le risposte
sono molto simili: le antologie non vendono bene, è un volume troppo cospicuo,
gli autori sono sconosciuti. E poi c’è la crisi.
Nonostante le
risposte poco incoraggianti, a dicembre del 2009 Tiziana ed io siamo in giro
tra gli stand degli editori a fare promozione: ci rivolgiamo sia a case
editrici note che a quelle appena nate, ci lasciamo guidare dal nostro intuito
e guardiamo soprattutto a chi pubblica narrativa straniera. Alcune case
editrici si mostrano interessate e così, finita la fiera, iniziamo a stabilire i
primi contatti.
|
|
Budapest supermarket, 2004 (ph. Alberto Scarponi)
|
Passano altri
mesi ma alle parole non seguono i fatti, finché a febbraio del 2010, grazie all’intermediazione
di Vincenzo Barca, veniamo contattate da una piccola casa editrice romana.
Caravan Edizioni.
Il nome è tutto
un programma: evoca viaggi, indipendenza, freschezza, voglia di affrontare
nuove avventure senza paura.
E così quattro
giovani donne – Valentina, Marta, Serena e Roberta – fanno una scelta mirata,
in linea col proprio progetto editoriale, e ci propongono di pubblicare solo
alcuni racconti, quelli dell’Europa “che si trova al nostro est”.
Non è facile
veder smembrata l’antologia, ma è una scelta motivata e condivisibile e alla
fine accettiamo la sfida. Sappiamo che è indispensabile ridimensionare il
progetto: non in termini di valore o di aspettative. Bisogna semplicemente
scomporre ciò che è stato inizialmente composto, anche se, apparentemente, il
lavoro fatto finora viene snaturato.
Non ci vuole
molto per trovare un accordo e, quando ci sembra di aver finalmente concluso,
ricominciamo a lavorare. Ricontattiamo gli autori selezionati e i loro
traduttori. Verifichiamo il loro interesse a essere pubblicati e che i diritti
dei racconti siano ancora liberi in Italia. Proponiamo i nuovi termini
contrattuali. Purtroppo perdiamo uno degli autori greci, uno dei più forti. È
un vero peccato, ma alla fine un pezzetto del progetto iniziale sale sul
Caravan e approda all’edizione 2010 di Più
Libri Più Liberi.
Il puzzle Europa
inizia a prendere forma. Discretamente. Quasi sommessamente. I pezzi che lo
compongono e che danno voce a una “certa” Europa riescono ad amalgamarsi, a
formare un quadro tutto sommato completo. Un assaggio, se vogliamo, quasi un
antipasto dell’abbuffata europea che proponeva il progetto iniziale. Ma che
assaggio!
Così è nato “Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un
bar? – Racconti dall’Europa dell’est”: 14 racconti di 11 autori inediti (2
croati, 3 rumeni, 2 greci, 1 polacco, 2 ceche, 1 ungherese) tradotti da 8
traduttrici.
È un libro di
incontri, di viaggi, di confini, di confronti – un libricino da leggere in
treno, al bar, insieme agli amici durante le serate letterarie o in solitudine.
Questa è solo una, delle tante storie, che si possono raccontare su questo
libro.
Per fare un libro ci vuole...
Per fare questo
libro ci sono volute più di cinquanta persone, un’idea semplice ma stimolante, tanta
tenacia e determinazione e il coraggio di chi sceglie una strada non battuta.
* Herta Elena Rudolph è nata e vive a Roma. Si è laureata in Lingue e
letterature straniere presso l’Università degli Studi di Roma La
Sapienza e ha conseguito il Master europeo di II livello in
traduzione specializzata indirizzo spettacolo. È traduttrice freelance e
consulente per l’editoria, il cinema e il turismo. Ha tradotto centinaia di film,
documentari e cortometraggi, guide turistiche, un libro sui Led Zeppelin e
diversi articoli sul Sud del mondo e sui Beni Culturali.
Traduce
da inglese, spagnolo e francese in italiano.
[i] Capp.: I mezzi pubblici, Il
marciapiede, I giardini, I locali, L’hotel
[ii] Capp.: Routine, Al lavoro, Dietro la finestra,
Oltre la porta, Nell’appartamento, Sulla
strada
[iii] Capp.: In tutti i sensi, A doppio senso, A senso unico
– vista, udito, olfatto, gusto, tatto e sesto senso – , Il piacere dei sensi, Perdere
i sensi
[iv] Capp.: Controsenso, Buonsenso, Senso di vuoto,
Senso civico, Ai sensi di legge
Scarica in formato pdf
|