Davanti allo sportello, una fila che sembra infinita. Moduli da compilare, documenti da presentare, passaggi da seguire con una precisione quasi maniacale. Non importa se si tratta di un’urgenza: la burocrazia ha i suoi tempi, spesso lunghi e frustranti. Al municipio come all’ASL, la montagna di carta non pesa solo fisicamente, ma schiaccia chi ne ha bisogno. È un ostacolo invisibile ma concreto, un filtro che separa il cittadino dai servizi essenziali. Quei fogli, così impersonali, sono in realtà il passaporto per prendersi cura di sé, un linguaggio che lo Stato impone per riconoscere un diritto fondamentale.
Corpi simbolici e sistema di cura: il legame tra carta e salute
Boris Groys, nel suo Filosofia della cura , chiama “corpi simbolici” quei documenti che non solo parlano per noi, ma diventano la nostra voce all’interno della macchina del potere. Così come un libro riconosce l’autore o una statua rappresenta lo scultore, anche la carta d’identità, il passaporto o la tessera sanitaria incarnano la nostra esistenza legale e sociale. Sono la chiave per entrare in quello che Groys definisce “sistema di cura”: non solo i servizi sanitari, ma l’insieme di istituzioni e infrastrutture che garantiscono la sopravvivenza fisica e mentale di ciascuno.
Il sistema di cura è ciò che tiene in vita la società e il singolo. Il suo buon funzionamento dipende dallo stato ottimale dei corpi reali, così da permettere un ordine sociale stabile. Stare bene è una richiesta universale, ricorda Groys, e per questo la cura dei corpi simbolici è cruciale: sono i documenti e le procedure burocratiche che permettono al corpo reale di accedere a cure, servizi e diritti. Eppure, spesso quel che fa bene al corpo simbolico può pesare sul corpo fisico.
La fatica nascosta della cura nella giungla della burocrazia
Il lavoro di cura non produce oggetti tangibili né risultati facilmente misurabili. È una pratica costante, ripetitiva, invisibile — un po’ come la fatica di Sisifo. Questa fatica sostiene il lavoro produttivo, ma è anche sotto il controllo del potere statale e delle logiche capitalistiche. Le istituzioni vogliono mantenere le persone in uno stato di “occupabilità permanente”, privilegiano la produttività più che il benessere vero.
Questa dinamica si traduce in una biopolitica che governa la vita e i comportamenti. Paolo Virno osserva che la vita stessa è diventata “forza lavoro” da gestire e regolare. Così, l’accesso alla cura passa attraverso un filtro severo: la burocrazia. Gli sportelli pubblici si aprono solo se i corpi simbolici sono in ordine, completi, corretti. Moduli compilati a regola d’arte, documenti validi, plichi ben organizzati: ecco cosa serve per difendere la salute e i diritti civili. Ma tenere in forma questi corpi simbolici richiede un’attenzione continua che, in certi casi, si traduce in uno sforzo enorme e in stress psicologico.
Le complicazioni burocratiche sono fonte di ansia e disagio, come quando si deve rinnovare un passaporto o districarsi tra piattaforme online che, anziché semplificare, rendono più difficile l’accesso a servizi già complessi. Questo scontro tra corpo simbolico e corpo reale lascia i bisogni concreti delle persone prigionieri di procedure pesanti e farraginose.
Burocrazia come violenza silenziosa: esclusione e controllo
David Graeber, in Oltre il potere e la burocrazia , parla di burocrazia come di una forma di violenza strutturale. Non è violenza fisica, ma una pressione sistematica che mantiene le persone subordinate, soprattutto chi dipende dai servizi pubblici. Pensiamo a un paziente che senza impegnativa e tessera sanitaria non può fare una visita specialistica, o a un migrante senza permesso che resta invisibile e invisitabile allo Stato.
La burocrazia regola l’accesso ai diritti e alle risorse con codici e richieste che spesso complicano l’ingresso ai servizi essenziali. I documenti sono il volto visibile di questa macchina: monotoni, autoreferenziali, ma indispensabili. Graeber sottolinea che queste scartoffie non sono affascinanti o comprensibili, ma strumenti di controllo. L’adesione alle regole e la cura dei corpi simbolici spingono a comportamenti che sembrano irrazionali, ma sono la risposta a una realtà già di per sé insensata.
Il potere burocratico agisce innanzitutto sui corpi simbolici, ma il colpo ricade pesante sui corpi reali. Quando i documenti falliscono nel garantire l’accesso dovuto, a soffrirne sono le persone, vittime di una violenza silenziosa ma concreta.
Il volto digitale della burocrazia: tra smaterializzazione e nuovi ostacoli
La digitalizzazione ha cambiato la burocrazia, ma non ha alleggerito il peso sulle persone. Anzi, ha spostato le difficoltà dal mondo reale a quello virtuale. La carta d’identità elettronica elimina il supporto cartaceo, ma obbliga a usare codici PIN che si trovano ancora su documenti tradizionali o lettere inviate a casa. L’illusione di semplificazione si scontra con sistemi complessi e poco amichevoli.
Gestire strumenti come lo SPID richiede passaggi tecnici lunghi e spesso farraginosi, soprattutto per migranti o persone meno pratiche con la tecnologia. Anche qui i corpi simbolici si moltiplicano e complicano l’accesso ai servizi. Il sistema digitale, in gran parte gestito da società private, sembra più un laboratorio tecnologico che un servizio a misura di cittadino.
In più, questa digitalizzazione trasforma sia i cittadini sia i dipendenti pubblici in operatori amministrativi, caricandoli di nuovi obblighi e competenze. Il passaggio dal cartaceo al digitale non ha risparmiato energie, ma ha spostato e riorganizzato difficoltà e responsabilità, creando nuovi tipi di esclusione.
Pubblico e privato: privatizzazioni silenziose della burocrazia
Negli ultimi anni, il mondo pubblico si è sempre più adattato a logiche aziendali e interessi privati. Gli uffici statali somigliano sempre più a quelli delle aziende private: ambienti asettici, schermi, pannelli divisori, guardie giurate. Questo nuovo volto della burocrazia mette in evidenza il doppio ruolo di controllo e potere, una minaccia costante per chi entra.
In Italia, procedure come i concorsi pubblici sono spesso affidate a società esterne, come Merito o Selexi, che gestiscono prove scritte e documenti. Questo trasferimento di competenze dal pubblico al privato trasforma la macchina burocratica in un terreno di guadagno per interessi commerciali, legittimandoli nella gestione del pubblico.
La digitalizzazione non è solo un fatto tecnico, ma frutto di politiche che allineano lo Stato alle regole del mercato, consolidando un modello che riduce le risorse pubbliche e spinge verso la privatizzazione dei servizi essenziali.
Oltre la burocrazia: disobbedienza civile e nuove strade possibili
Di fronte a questa complessità che schiaccia corpi simbolici e reali, la soluzione non può essere solo tecnica o amministrativa. La crisi riguarda il rapporto tra corpo simbolico e corpo fisico, tra documenti e bisogni veri. Ognuno ha un solo corpo reale, ma può avere tanti corpi simbolici, la cui validità decide lo Stato.
Semplificare i corpi simbolici senza ripensarne il ruolo lascia intatto, se non peggiora, il loro peso e la loro fragilità. Per uscire da questo impasse bisogna riconoscere che quei corpi sono strumenti del potere e possono anche non servire.
Una strada possibile è la disobbedienza civile mirata, da costruire insieme agli stessi operatori pubblici, spesso vittime della burocrazia. Ma questa alleanza deve uscire dai confini delle regole per arrivare ai luoghi concreti della società: scuole, ospedali, università, case di riposo. Sono lì che si gioca la vita sociale, oggi soffocata da logiche burocratiche e biopolitiche.
Solo rafforzando l’autogestione di questi spazi, offrendo conoscenze, strumenti e infrastrutture in modo diretto e solidale, si potrà parlare di una cura reale. Non più basata su moduli compilati o documenti in regola, ma capace di restituire dignità a vite e comunità. Nel 2024, sperare che la “pura energia vitale” superi le barriere burocratiche è un invito urgente a ripensare cittadinanza e partecipazione sociale.
