Le parole pesano, scrive Antonella Antonia Paolini, e in “Il macello moderno” questo peso si fa carne, si fa urgenza. Non è solo poesia che suona o dipinge immagini: è un corpo in allarme, una tensione che vibra tra mente e pelle. Il suo primo libro, finalista al premio Pagliarani 2026, si stende sulla pagina come una corazza sottile, fragile, pronta a farsi ferita. Paolini inventa un termine, “disannèro”, un tuffo nell’intimità del sé, un gesto di liberazione che attraversa il dolore e l’equilibrio precario tra dentro e fuori. Qui la poesia non si limita a raccontare, ma si fa esperienza, un confronto spietato con il mondo e con se stessa.
Scrivere per liberarsi: il disannèro poetico di Paolini
I versi di Paolini sono quasi tangibili, costruiscono uno spazio fisico. Non si limitano a raccontare, ma vivono, come mura di ferro attorno a un cuore che cerca di resistere. La poetessa immagina un corpo percorso da formiche – alcune lucide, altre opache – che camminano lungo i suoi confini fisici e mentali. È una tensione intensa, che ti costringe a fermarti, a prendersi una pausa. Questo “disannèro” è un rito di liberazione, una discesa dentro i ricordi più profondi, l’infanzia, dove la scrittura diventa insieme cura e veleno.
Laura Pugno, nella sua nota in quarta di copertina, parla di una scrittura “tipografica”, fisica, perché ogni parola pesa, lascia un segno netto sulla pagina, come un’incisione. Quel peso non è casuale: serve a dare forma a un’intimità che altrimenti rimarrebbe soffocata. Così si moltiplicano le “poesie” invisibili, quelle nascoste “nella tasca della penna”, mentre allo stesso tempo la poesia si fa interlocutrice di quel luogo fragile dentro la poetessa. Scrivere diventa allora un modo per restare presenti, per non perdersi nel meccanismo che ogni giorno ci trasforma in automi.
L’allarme del corpo: svegliarsi per vivere davvero
Al centro della raccolta c’è un allarme costante, una tensione che si fa sentire nel corpo e obbliga a guardarsi dentro, oltre la routine meccanica di ogni giorno. È come un “click interno”, un segnale che interrompe la catena di gesti automatici e invita a fermarsi, a osservare con più attenzione. Paolini racconta questo allarme come un momento che spezza la continuità della vita, una pausa che fa male, ma è necessaria.
La filosofia di Gurdjieff, citata nel libro, spiega questo come un bisogno energetico. Nel corpo si accumula energia in piccoli serbatoi che, quando si svuotano, provocano uno “shock esteriore”. È un colpo secco che ricorda il corpo e la sua fatica. Il rischio è tornare a vivere in modo automatico, ma quell’attimo di risveglio è una possibilità: l’occasione per ripartire con più consapevolezza, attraverso parole e immagini cariche di dolore e ironia.
Il centro e la rinascita: la poesia tra gli elementi
La poesia di Paolini si muove anche su un piano più ampio, quasi cosmico, richiamando la simbologia cinese dei cinque elementi: legno, fuoco, terra, metallo e acqua. Il centro, il cinque e la terra, diventano un terreno fertile dove prende forma la trasformazione, la rinascita. In questo intreccio di stagioni ed energie, la donna e la bambina che abitano i versi passano per metamorfosi che ricordano morte e resurrezione.
Questa tensione tra perdita e recupero si esprime in immagini dolci e amare: l’uccello solitario che non trova più compagni di volo, il richiamo alla Pasqua, la figura di Cristo bambina. La poesia diventa così un luogo unico, dove si incontrano fragilità e forza, perdita e speranza. Uno spazio intimo dove cercare nuovi punti di equilibrio dentro il vuoto, in una lotta continua per non cadere in un equilibrio troppo precario.
Caduta e risveglio: la poesia come esperienza fragile
Uno dei temi più forti de “Il macello moderno” è la caduta, lo schianto. Un momento che rompe, fisicamente e simbolicamente, costringendo a fermarsi e a fare i conti con i propri limiti. I versi dipingono un paesaggio verde che si fonde con acqua e luce, un’immersione nella natura che si fa inquietante e alienante. La perdita dei sensi, il controllo che sfugge, si accompagnano a immagini di lamiere taglienti e fiamme ossidriche: segni di violenza e vulnerabilità.
Ma la poesia parla anche di risalita, quel lento muoversi del corpo che si rialza a fatica, che cerca un nuovo equilibrio. Una ricerca mai definitiva, ma sempre in corso, che permette di attingere a una fonte più profonda di energia, al di là degli “shock esteriori” che spesso sembrano garantire forza e ripartenza durature. La poesia di Paolini mostra così come lo stato d’allarme sia anche un segnale vitale: un campanello che avverte della caduta in arrivo, ma che allo stesso tempo apre alla possibilità di un cambiamento vero e duraturo.
