LUOGO COMUNE
ALDO ROSSELLI - 1
Uno scrittore
nel gorgo
dell’incubo
quotidiano


      
È morto lo scorso ottobre a 79 anni il romanziere, figlio di Nello e nipote di Carlo, i due fratelli Rosselli, oppositori di Mussolini col gruppo Giustizia e Libertà, uccisi nel 1937 in Francia da una banda di sicari fascisti. Un evento che ha segnato profondamente sul piano personale ed esistenziale l’autore fiorentino e si è riverberato incessantemente in tutti i suoi libri, segnati da una ferita psichica che dà luogo ad una incessante nevrosi che si alimenta di costanti surrogati, per approdare ad un ineluttabile e decisivo scacco.
      



      

di Mario Lunetta

    

 

Nel 1983 Aldo Rosselli pubblicò da Bompiani quel libro struggente e tagliente (anche contro i suoi polsi) che è La famiglia Rosselli, e che in sé contiene almeno il mood centrale di tutta la sua opera: un invincibile stato di inaccettabilità di se stesso in un mondo senza rimedio opaco, che si risolveva in una difesa impossibile contro quell’estraneità vissuta come incapacità di adeguarsi, e alla fine di farsi veramente capire, che per lui precipitava soprattutto nella difficile ricerca di una comunicazione irrimediabilmente alterata, o sconnessa: comunque, come priva di una platform di sicura consistenza. Un notevole esercizio di scrittura, questo libro; che è, insieme, un gesto di consapevolezza dolorosa e quindi – inevitabilmente – un atto di grande coraggio intellettuale.

Soltanto nella breve Premessa e nel capitolo conclusivo del libro, che si avvale di una Presentazione di Sandro Pertini e di una Prefazione di Alberto Moravia, il quale rileva che “La famiglia Rosselli apparteneva alla minoranza sinceramente liberale. Era una famiglia con tradizioni risorgimentali  (Mazzini era morto in casa Rosselli, a Pisa, sotto il nome di Mr. Brown)”, l’autore adotta la prima persona. Il corpus dell’opera poggia su una terza persona che non rinuncia mai a un tono di distanza partecipe rispetto ad eventi che hanno segnato di un marker eccezionale e tragico non solo la storia di una famiglia straordinaria, ma un ventennio di storia d’Italia del Novecento. L’autore de La famiglia Rosselli era figlio di Nello Rosselli, terzogenito della coppia formata da Giuseppe (“Joe”) Rosselli e da Amelia Pincherle, e nipote di Carlo e del primogenito Aldo (morto nella Grande Guerra e insignito di medaglia d’argento), di cui ripeteva il nome.

 

L’io che scrive queste pagine tra cronaca e biografia su alcuni personaggi della mia famiglia è un io particolare, incapace di tenere la penna in mano e tantomeno di ergersi a storico o giudice. Un io di nove anni, catturato nel vortice dell’esilio familiare nel 1945, agli sgoccioli della guerra e in quella stagione in cui il duce andava incontro alla sua ingloriosa fine.

A nove anni, per ragioni non tutte analizzabili, si era coagulato in me il senso di storia e di morte che per decenni era stato il destino stranamente corteggiato dalla mia famiglia. Ero vissuto in un’atmosfera di sussurri e dialoghi in cui i nomi ricorrenti erano tutti scomparsi. Aggrapparsi alla mia realtà infantile significava, al di là delle fantasie e dei giochi, dare sostanza a quell’idealismo che, per quanto per me misterioso, doveva essere stata la causa dei nostri peregrinaggi e dei morti disseminati nella vecchia Europa.”

    

I più stretti compagni di strada di Carlo e Nello si chiamavano Pertini, Bauer, Parri, Calamandrei, Olivetti, Salvemini. Con quest’ultimo, che fu il loro maestro, fondarono nel 1925 a Firenze il primo foglio clandestino antifascista, Non mollare. Carlo, che sarà il capo della Colonna Italiana delle Brigate Internazionali nella guerra antifranchista in Spagna e sarà ferito a Guadalajara, aveva direttamente contribuito a far evadere il vecchio leader socialista Turati in Francia. Nel 1929, dopo aver scritto un testo significativo come Socialismo liberale, evade clamorosamente e raggiunge Parigi, dove fonda Giustizia e Libertà. Carlo e Nello, che nel frattempo rielaborava profondamente la sua tesi di laurea (Mazzini e Bakunin) e nel 1933 aveva pubblicato Pisacane con un’ottica tutta girata al presente, sono ormai nel mirino della dittatura del duce. Nel 1937 Nello raggiunge Carlo a Bagnoles-de-l’Orne, in Normandia. Lì vengono assassinati il 9 giugno su mandato di Ciano e Mussolini dai sicari della Cagoule, un’associazione politico-criminale della destra francese. Inizia per le vedove e per gli orfani un esilio decennale (Svizzera, Inghilterra, Stati Uniti) che avrà termine solo nel 1946.







In quel libro singolare che è La famiglia Rosselli, l’autoanalisi vira costantemente, invincibilmente si direbbe, verso la tentazione impietosa di disegnare il proprio profilo di uomo e di scrittore ormai adulto, comunque impossibilitato a cedere alla doppia indulgenza verso il se stesso bambino e il se stesso uomo. Lo sguardo è sempre saldamente, se non aspramente, disincantato: e anche quando affiora una bava sottile di contraddittoria nostalgia per i luoghi e gli ambienti, ciò che resta ineliminabile è la cicatrice di un’irredimibile diversità: “grassoccio e poco coordinato, da futuro intellettuale, combattevo già allora, nell’agosto del 1945, la mia privata guerra da vittima designata. Ebreo, figlio d’un morto ammazzato, raccoglievo tenerezza e stupore. Tuttavia, incapace di amarmi, da bambino ero già catalogatore espertissimo di tutti i più raffinati modi con cui gli altri ti possono ferire. Odiatore della mia identità, sognavo un ipotetico futuro ‘coito’ con cui congiungermi ai miei persecutori. Persecutori che, fin dai miei primi sogni di auto-annientamento, presero le sembianze di quelle minuscole malfattrici piene di lentiggini che, attraverso vertiginose crescite genetiche, sarebbero diventate le squisite manipolatrici della tortura che tutti chiamano donne.” (…) “Inoltre ero uno snob, come tutti i bambini solitari, sempre proponendo con estrema schifiltosità confronti col deludente mondo degli altri. Non scrivevo, no – per certe cose era troppo presto –,  ma possedevo una mini-collezione di penne con le quali, solo che lo avessi voluto, avrei potuto buttar giù fior di libri. Una grammatica piena zeppa di errori, la mia, ma tagliente come una grattugia, qualche volo di quelli che ai tempi del nonno si chiamavano pindarici, e una manciata d’ironia con cui ricoprire il mondo di un incantato disprezzo.”

 

Una dose massiccia di consapevolezza precoce, per una “vittima designata”. La stessa che nei suoi racconti e nei suoi romanzi Aldo avrebbe dipanato (o nascosto, se si preferisce), in quella sua scrittura avvolgente, e di quando in quando improvvisamente isterica, che dietro la maschera dell’accusa o della recriminazione, finisce sempre per esaltare il predominio dei personaggi femminili: un predominio che, se non è genetico, è certo costruito e esercitato sulla coscienza della propria forza.

Sì, perché l’intellettuale e lo scrittore Aldo Rosselli si costruiscono soprattutto sulla gelosa custodia dei propri traumi, delle proprie angosce, delle proprie fragilità, a partire dalle prime prove narrative: Il megalomane (1964) e il più maturo Ottoz (1968). Ma è col suo terzo romanzo (Professione: mitomane, 1971) che si può istituire un bilancio assai più che provvisorio. Vediamo. L’area nella quale si è sviluppato il lavoro dello scrittore ha una sua sicura delimitazione di motivi e di temi: la nevrosi, la consumabilità inesorabile delle certezze quotidiane, lo smarrimento dell’identità, il susseguirsi di una disperata ricerca di surrogati, fino allo scacco, che appare alla fine il solo obiettivo davvero perseguito, in una sorta di innaturale ghirigoro labirintico.

Anche nel mondo di Rosselli la sconfitta è l’ultimo approdo di un viaggio nel buio costellato di stazioni che si chiamano menzogna, mistificazione e demenza. Il discrimine fra realtà oggettiva e proiezioni dell’inconscio obnubilato è sempre, nelle sue storie, così tenue da finire lacerato, invariabilmente: col risultato che i deboli paraventi dietro i quali i suoi personaggi-emblemi tentano di ripararsi, finiscono travolti e poi risucchiati coi loro incauti protetti nel gorgo di irreparabili miserie private: nella generale miseria dell’esistenza.

Assunto pervicacemente gnoseologico, quello di Rosselli, prima ancora che rappresentativo: nel senso che ciò che soprattutto conta, in un universo disintegrato nel quale tutto quanto fu materia densa è ridotto a poltiglia o maceria, è ri-stabilire almeno la collocazione del proprio ombelico, del proprio naso, per tentare di ritrovare, come che sia, una possibile statica. Il resto è tenebra, assenti tutte le bussole e le carte orientative. L’itinerario dei grigi personaggi di Rosselli comincia e finisce entro i confini della propria mente sperduta: ecco perciò la necessità di una lingua opaca, cocciutamente piatta, raramente eccentrica rispetto alle lente volute dell’analisi.

 

Dei nove racconti che compongono Episodi di guerriglia urbana (1972) la prima terna possiede una compatta e tetra efficacia che i rimanenti raggiungono solo in certe parti, per offuscarsi in altre. L’America, e in genere l’american way of live esteso metaforicamente all’intera condizione dell’uomo d’Occidente, è il crasso, limaccioso sedimento in cui fruga la rabbiosa monomania dello scrittore, in un’ininterrotta operazione di attratta curiosità e di nauseato rifiuto. Il suo repertorio contempla esclusivamente casi clinici e miserande aberrazioni, quasi a definire perentoriamente la purulenta dissoluzione in cui siamo immersi senza rimedio, qui o altrove non importa poi tanto, dal momento che le “colonie” non possono che somigliare goffamente ai caratteri primari (magari anche travestiti da atteggiamenti pop) dell’Impero, sempre al tempo stesso lontano e presente.





Aldo Rosselli (1934-2013)


Di cinque anni dopo è La trasformazione, un romanzo col quale Rosselli, perfettamente consapevole della natura ”dannata” che pressoché inesorabilmente segna l’eros e la condizione psico-sociale della coppia moderna, costruisce all’interno del suo cerchio paralizzante un oggetto succoso e crudele, imponendogli quasi scaramanticamente un titolo “innocente” che riprende Moravia e allude a Butor. La fatalità impossibile dell’amore vi è vista come il mutamento bloccato delle progressive fasi dell’odio, l’apparente variazione su una fissazione gelida e muta, come dire la malattia indispensabile alla vita stessa di un rapporto che si nasconde continuamente, si camuffa da oggetto neutro e ingombrante, cela vanamente la sua vera essenza di strumento di tortura reciproco.

Il ”lui” e la “lei” anonimi che danno vita al durissimo duello sentimentale su cui si snoda il romanzo, funzionano come gli emblemi, monchi e speculari, di una perduta unità, stritolati negli ingranaggi di una dialettica impazzita: ma, a loro modo, affamati come sono di ferocia e di autopunizione, frantumano le ipocrite regole del rituale della coppia borghese radicalizzandone fino all’insostenibilità il codice esteriore. Stanno insieme, i due, solo per farsi male, il più gran male possibile, in un miscuglio viscoso di attrazione-repulsione che pare sciogliersi, dolorosamente, miserabilmente, con la morte violenta della donna per mano di improbabili guerriglieri coi quali lei, borghese viziata, s’è altrettanto improbabilmente imbrancata. C’è anche un cancro che l’affligge, negli ultimi tempi, e prima, ci sono spostamenti incongrui, viaggi “di piacere” che sono in realtà fughe dal presente e da se stessi, un bunker in rovina, un isolotto al largo delle coste africane, una villa toscana umida e spettrale, una New York molto livida. E intorno, la violenza dei nostri anni e di trent’anni fa, le guerre, le guerriglie, le paure, tutte tèssere sconnesse di un unico pannello che è l’Incubo Quotidiano della realtà e della memoria, della veglia e del sogno in una sospensione liquida e sinistra. Mutano i luoghi geografici della tragica farsa, ma i “trasferimenti” sono soprattutto della coscienza assente, della psiche malata che vegeta di rimozioni crudeli per l’incapacità di definire i propri desideri. In un mondo squilibrato e disfatto non c’è spazio per un rapporto che non sia spasmodico: e l’ascesi, cioè la rinuncia ai propri vizi, id est alle proprie abitudini, al proprio vero essere, è pura illusione. All’uomo rimane la viltà, alla donna la velleità battuta di una rigenerazione ”politica” tentata soprattutto come ultima chance vitalistica e vanitosa. Ogni “sogno di pace”, come dice Rosselli, è davvero “insano”.

Per praticare sevizie feroci occorrono strumenti adeguati, di raffinata sottigliezza. Bene: la lingua di Rosselli, per rappresentare una storia di sevizie, si è fatta agevolmente, in questo caso, strumento acuminato e sottile, freddo e lucido. Sotto le sue frizioni esplodono scintille brucianti, e una sorda, nauseata pietà.

 

Credo sia questo, in fondo, il nucleo più significativo del lavoro narrativo di quello scrittore, di quell’intellettuale tormentato e integro che, per ragioni di dna e per drammatiche ragioni di educazione familiare  è  stato Aldo Rosselli. Tra lui e chi scrive c’è stata un’amicizia disinteressata, pulita, fatta di reciproca simpatia, di adesioni e ancor più di divergenze sempre superate da un fiato forte di solidarietà e di intransigenza nei confronti di tutto ciò che ci pareva contravvenire a quei princìpi di Giustizia e di Libertà che, al dilà delle diverse coloriture ideologiche e delle diverse scelte culturali, abbiamo sempre considerato irrinunciabili. Ecco perché, ora che Aldo Rosselli non è più tra noi, anche in nome di quelle diversità posso dirgli con spirito fraterno: Addio, Aldo. Ti sia lieve la terra. 

                                                                                                                              




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