di Stefano Calzati
Questo capitolo
del mio diario vorrei dedicarlo ad un’analisi un po’ più approfondita del
sistema scolastico ed educativo australiano, non solo perché si tratta della
ragione economico-lavorativa per la quale mi sono recato dall’altra parte del
mondo (nonché dell'attività che occupa la maggior parte della mia giornata), ma
anche perché ritengo – non certo da oggi, ma almeno da quando mi sono recato in
Francia per la borsa Erasmus cinque anni or sono – che comprendere il metodo di
insegnamento di un paese possa fornire un interessante chiave di lettura per
leggere il diverso intorno a noi. I volti dei commuters, ad esempio, nella loro
elastica e sorprendente serenità, o l’atteggiamento e l’abbigliamento di uomini,
donne e bambini; la cordialità o meno delle persone nei vari contesti sociali
in cui si vengono a trovare, il rispetto per l’ambiente circostante e gli
oggetti, nonché le cose a cui prestare attenzione, cura e tutela. In ultimo, la
scala di valori che ogni paese costruisce e fa propria giorno dopo giorno,
trasmettendola di generazione in generazione.
Il sistema
scolastico australiano è leggermente diverso da quello italiano. Si inizia a 5
anni, sebbene il primo anno scolastico – denominato prep. abbreviazione
di preparatory – non sia obbligatorio. Successivamente il ciclo di
Primary School, equivalente grossomodo alle nostre scuole elementari, dura sei
anni (i cosiddetti: “grades 1 to 6”). A 12 anni, infine, si accede alla
Secondary School che dura altri sei anni, denominati “year 7 to 12”. Si tratta
indubbiamente di un sistema più snello e lineare di quello italiano (e più
rapido, poiché si finisce a 18 anni), costituito da due macro-unità educative,
suddivise poi a loro volta in bienni. Il più importante di questi è
indubbiamente l’ultimo – year 11 e year 12 – poiché è durante questo periodo
che gli studenti vengono preparati con costanza martellante al VCE, ovvero il
nostro esame di maturità. Parallelamente, però, la scelta dell’istituto
secondario è assai più complessa poiché vi sono numerose opzioni. Se infatti la
Primary School è spesso soggetta a vincoli territoriali (spesso si è
incentivati ad andare nella più vicina scuola del quartiere in cui si vive,
salvo rare eccezioni), la scelta della Secondary School è libera e l’offerta eterogenea:
vi sono scuole statali, scuole cattoliche, scuole indipendenti (spesso di
ispirazione protestante) e scuole cristiane. Inoltre non è raro trovare
istituti monosesso (in particolate se di orientamento religioso), opzione,
questa, che in Italia è ormai del tutto scomparsa.
Per quanto
riguarda invece il sistema educativo, dopo un mese e mezzo di insegnamento ho
tracciato in modo ormai abbastanza definito i confini professionali e umani del
mio ruolo di assistente, delle mie competenze e delle mie libertà (parlo di
libertà al plurale poiché, come avrò modo di spiegare tra poco, i contesti in
cui mi trovo a insegnare sono molteplici). Ma soprattutto, ciò che ho cercato
di fare è di comprendere più a fondo il sistema educativo australiano, i valori
su cui si fonda e gli obiettivi pedagogici a cui punta per tentare di
interpretare al meglio le persone intorno a me e gli studenti che ho di fronte.
I valori e gli obiettivi sono, in effetti, profondamente diversi dai nostri, in
particolare perché a differenziarci è il background culturale da cui attingiamo
le rispettive risorse educative. Non solo il fine pedagogico è differente: in
modo inevitabile, è diverso anche il percorso per raggiungerlo.
Ancora una volta,
in questo discorso, riemerge lampante un’idea che avevo già accennato nel primo
capitolo del mio diario: l’Australia – quantomeno in un’ottica storicista
occidentale e modernista – è un paese appena nato, di conseguenza l’approccio
formativo delle nuove generazioni non può che essere nuovo, innovativo,
necessariamente e “geneticamente” sperimentale (come se gli australiani non
subissero il peso che da noi è rappresentato – in senso positivo, si intende –
dalla nostra Storia. Sarà per questo, forse, che stanno riscoprendo e
valorizzando negli ultimi decenni la storia degli aborigeni). A ciò va poi
aggiunto il pragmatismo capitalistico-imprenditoriale – visibile quantomeno in
nuce – di impronta tipicamente British (divise scolastiche, open spaces e
competitività sono all’ordine del giorno). Non sorprende, dunque, che in ogni
studente (non importa di quale età) venga instillato un forte senso di
appartenenza al paese, al territorio e alla comunità (l’idea di community è un
vero e proprio ‘must’). Le nuove generazioni, qui, sono davvero tali, nel senso
che non hanno alle spalle un retroterra culturale sufficientemente solido da
permettere loro una crescita culturale stratificata e la scuola si prefigura
come l’unico vero crogiuolo di valori “comunitari” da cui lo studente possa
attingere conoscenza e sapere. La scuola non solo comunica e trasmette valori,
ma li crea ex novo, dando forma a quello che tra 50 o 100 anni sarà il passato
storico-culturale del paese. Ragion per cui è compito del sistema scolastico
costruire, mattone dopo mattone, la “socialità” e il senso di “tolleranza”
dello studente (è anche per questa ragione che la scuola lavora a stretto
contatto con le famiglie attraverso numerose attività collaterali: newsletters
settimanali, riunioni periodiche, progetti interscolastici, incontri
informativi etc.).
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Bruno Conte, Antolonginea, 1975, libro ligneo a otto pagine mobili, chiuso cm. 70x24x10,5
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Un esempio
concreto di quanto si sta dicendo proviene da un’usanza consolidata nel mio
istituto, secondo la quale ogni mercoledì, prima dell’inizio delle lezioni, ci
si raduna nel cortile principale della scuola per la cosiddetta assembly, ovvero
una riunione generale durante la quale viene cantato l’inno australiano (immaginatevi
com sarebbe cantare l’Inno di Mameli una volta a settimana...) e vengono
consegnate delle simboliche chiavi agli studenti più meritevoli, secondo i
cinque valori portanti della scuola: resistance, resilience, opportunity,
get along, organisation (resistenza, capacità di recupero,
tempismo, socialità, organizzazione). Nello specifico, ogni studente deve
conseguire almeno una chiave per ognuno dei cinque valori indicati, nell’arco
di tutto l’anno (ritorna qui l’idea molto British di motivare gli studenti
attraverso la definizione preventiva di target comportamentali ben definiti).
Un altro esempio
giunge infine dalla constatazione che la giornata scolastica di ogni studente è
arricchita da una serie pressoché sconfinata di extra-activity. Ed è qui che il
mio ruolo subisce diverse flessioni: mi sono ritrovato a fare il cuoco, il
fotografo, l’allenatore e l’arbitro di calcio. In Italia (sebbene abbia
frequentato la scuola elementare ormai venti anni fa non credo che molto sia
cambiato) ad eccezione di un paio d’ore di educazione fisica e, talvolta, di
un’ora dedicata alla musica, tutte le altre ore della settimana sono rivolte
all’insegnamento delle discipline “classiche” (italiano, matematica, storia,
geografia etc.). In Australia, invece, la giornata degli studenti è
letteralmente gonfiata (ma anche svuotata, allo stesso tempo) da innumerevoli
attività: oltre a musica ed educazione fisica, teatro, danza, lingue straniere,
informatica e, nel caso qualcuno si scopra particolarmente dotato, la
possibilità di scegliere uno sport. Una tale frammentazione dell’orario e dell’insegnamento
scolastico, se da un lato ha indubbiamente il pregio di fornire agli studenti
stimoli sempre nuovi e diversi tra loro, dall’altro lato finisce
inevitabilmente per rendere carente o quantomeno più superficiale lo studio
delle discipline old-style. E forse, osservando in maniera un po’ maligna la preparazione
di alcuni professori, non sarebbe male se tra un’esibizione di Shakespeare e una
di footie si studiasse un po’ di più la geografia dell’Australia, dell’Europa o
del mondo intero.
C’è una sorta di
miope fanatismo nella pervicacia con la quale il sistema educativo australiano
cerca di produrre, nel vero senso della parola, adulti-classe-dirigente. Le
nuove generazioni sono considerate realmente il futuro della nazione e in
quest’ottica viene prefigurato per loro un percorso evolutivo di tipo
aziendalista, piuttosto che accademico. D’altronde, questo è l’unico retroterra
half-British and half-American a cui l’Australia attinge. E quando invoco il
silenzio in classe la teacher di cui sono assistente mi ripete stancamente che
il mio approccio di insegnamento è old-fashioned, che mi devo abituare al
rumore e alla colorita espressività degli studenti, come se il silenzio fosse
una questione di stile e non una condizione essenziale di rispetto. Ma si
tratta di un altro mondo, di un altro approccio, di un’altra visione e in
quanto tali vanno rispettati.