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di Tiziana Colusso
«C’era una volta un gruppo di artisti
estrosi, i quali avevano capito che la loro creatività funzionava ottimamente
quando non veniva usata. Di conseguenza si astennero o sfuggirono all’impulso
di dare qualsiasi forma o corpo alla loro immaginazione. Facendo ogni giorno a
meno dell’arte vissero a lungo felici e contenti »
Lamberto Pignotti
Cosa potrebbe esserci di più adatto di una delle favolette crudeli e surreali di Lamberto Pignotti per illustrare lo
spirito di questo gruppo di eterni enfants
terribles che sono gli artisti
verbo-sonoro-performativo-visivi dello stampo di un Pignotti appunto, o Tomaso Binga,
Giovanni Fontana, Tonino Amendola, e dei loro semblables et confrères europei?
Tra l’altro alcuni di questi artisti sono stati per qualche tempo veramente
un “gruppo” – con il nome di BAOBAB – o hanno comunque vissuto affiancati una
lunga stagione artistica, a partire dagli anni ’70, in festival, rassegne,
eventi, esposizioni e via dicendo, pur nelle spiccatissime identità
individuali: potremmo dire riprendendo l’apologo iniziale che per fortuna non
si sono astenuti dal produrre arte e poesia, ed anzi hanno segnato la storia
dell’arte di avanguardia o di frontiera degli ultimi decenni.
Ora sono di nuovo insieme in un volume collettivo, Il suono e le
parole: otto artisti europei sonori
visuali, Marcus Edizioni, curato da Alfonso Malinconico. L’occasione
è stata data da Tomaso Binga (alias Bianca Menna), la quale dopo aver vinto
l’edizione 2005-2006 del Premio Olindo De Gennaro ha segnalato, come richiesto
dallo statuto del premio, “un gruppo di poeti da proporre in un’antologia”. Ed
ecco ricompattarsi in queste pagine ben architettate, tra biografie e
ricostruzioni artistiche, foto e testi, tutto il movimento dei poeti verbo-visivi,
o poeti performativi/visivi, esemplificato dagli autori italiani già nominati, e
con un encomiabile ampliamento alla prospettiva europea della Poesia Sonora: Paula Claire (Gran Bretagna), Julien Blaine (Francia), Bartolomé Ferrando, Endre Szkarosi (Ungheria). Questo
orizzonte largo, questo paradigma di famiglia europea, è cosa assai rara tra i
letterati e poeti nostrani, che si sentono spersi appena alzano lo sguardo
oltre la siepe o il cortile.
Pur nella diversità degli approcci e dei tratti di poetica, ciò che
accomuna gli otto “artisti europei sonori visuali” è la tensione verso una
ricerca incessante, alla frontiera tra poesia, arte visiva, performance,
sonorità strumentale e vocale, e teatro.
Le definizioni si moltiplicano e si rincorrono per tutte le pagine del
volume, e si ha l’impressione che siano coniate più per il piacere del gioco
linguistico che per una seria intenzione di mettere etichette e blasoni alla
ricerca artistica: poesia verbo-visiva, arte visuale-sonoro-performativa,
poesia tecnologica, poesia concreta, performance poietiche, politesti in
risonanza, ultratesti trasversali, sound-poetry, transpoesia……
In qualche caso la tensione sperimentale e di ricerca è così forte, che il
vero prodotto artistico sembra essere proprio l’élan artistique stesso, più che le singole poesie, o performance, o
quadri, o collage, o vocalizzi che dir si voglia. Si ha l’impressione di
assistere ad un flusso - fluxus docet…-
di artisticità, piuttosto che all’accumulo progressivo di prodotti d’arte. È un
aspetto rilevato anche dal critico Lorenzo Mango, il quale in un brano
riportato nel volume (e scritto originariamente per il trentennale del “Lavatoio
Contumaciale”, il centro culturale creato e animato da Tomaso Binga/Bianca
Menna) afferma a proposito della Binga che l’essenziale è “Non una raccolta di
opere, non una serata performativa, quanto un processo creativo che conta di
per sé, per le dinamiche che ha messo in moto, per gli incontri, gli scambi, il
senso di una comunicazione vitale e fluida”. Come frequentatrice di lungo corso
del “Lavatoio Contumaciale”, posso confermare che il senso di questo “gruppo di
continuità”, per così dire, di artisti e spettatori che si ritrovavano lungo
gli anni e spesso i decenni, è senz’altro il dato peculiare e prezioso di
questo luogo.
Lo stesso approccio si ritrova in alcune testimonianze di Paula Claire: “Mi
auguro di essere una catalizzatrice, non una performer per un uditorio passivo.
Quando sollecito un gruppo di persone a far risuonare testi individuati sul
pavimento, nell’aria, nel tessuto della loro pelle, noi diventiamo consapevoli
dell’incredibile intreccio della nostra struttura globale, che vibra in modo
empatico con l’intero universo”. Le parole chiave sono empatia, approccio
collettivo, coinvolgimento del pubblico. L’opera d’arte è l’atmosfera che si
crea in happening come questi, più il singolo testo messo a pre-testo.
Il volume stesso Il suono e le parole,
attraverso le sue pagine di testi, dichiarazioni, memorie, testi, sembra essere
un’opera collettiva fitta di rimandi interni e ricordi condivisi più che
un’antologia nel senso classico del termine.
Dal punto di vista strettamente linguistico, la ricerca di questi autori ha
una tonalità per così dire duplice: da un lato gli eventi performativi e anche
i testi stessi presentano un carattere fortemente
ironico, auto-ironico e a volte francamente giocoso; dall’altra, si sente subito
la presenza, accanto e dietro questi “exploit artistici”, di una poetica
consapevole e strettamente connessa all’onda lunga delle avanguardie storiche –
Futurismo, Surrealismo e Dadaismo, e delle neoavanguardie che hanno
caratterizzato tutto il ’900.
La lunga introduzione di Alfonso Malinconico
propone un dotto excursus nella lunga
storia degli intrecci tra poetico e visivo: al di qua della pietra miliare
delle avanguardie storiche, questa storia affonda le sue radici in tempi
antichissimi, nella preistoria addirittura, con i pittogrammi, e poi lungo la
storia con gli epigrammi greci e latini, l’opera di Porfirio, i Carmina figurata medioevali, fino al poeta
visionario William Blake, a Mallarmé e
Aragon. Quest’ultimo elabora una poesia visiva intitolata “Suicide”, dove ci
sono solo le lettere dell’alfabeto incolonnate in successione, dalla A alla Z.
Dopo questo mero elenco alfabetico la poesia, non potendo dire oltre, si
doveva suicidare? Come si sa l’arte vive di continue morti e altrettante
rinascite, e dal tempo di Aragon molti esperimenti artistici e molte ricerche
sono passate, ed è passata anche molta acqua sotto i ponti e nel flusso del
linguaggio qualche vigoroso e impavido nuotatore, come un pesce guizzo/visivo e
inventor di lingue di pesci, e tra i nuotatori più vigorosi ecco Tomaso/Bianca
(il pesce androgino e mutazionista), Lamberto il saggio Salmone/Salomone, Tonino
Amendola il pesce-martello (per via dei suoi ritmi incalzanti) Giovanni
Fontana, e i compagni europei.
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