di Alberto Scarponi
Digressione preliminare
«L’hai letto
il libro? Sì, ma non personalmente.» È questa un battuta corrente per
descrivere il comportamento di chi discute di libri, ma non ha tempo di
leggerli e così si affida alle recensioni sui giornali o sulle riviste. Il che
già dice dell’importanza funzionale del sostituto corrente del critico
militante, il recensore, il quale oggi sta fruendo di un ulteriore canale di
comunicazione con il pubblico, internet. Cominciano a essere noti infatti vari
siti di rassegne, recensioni, opinioni, notizie critiche per chi, come suona il
titolo di un libro apparso in Francia (Pierre Bayard, Comment parler des
livres que l’on n’a pas lu) vuol parlare di libri che non ha letto e dunque
si affida al parere di recensori, correnti, magari corsari.
Naturalmente
il nuovo canale ripropone il costante problema oggi della manipolazione
informativa: come controllare il modello di selezione del materiale fornito al
lettore? Ma si tratta di un problema che tocca già direttamente il recensore
all’origine del processo critico: il recensore recensisce tutto? No, sceglie.
Ma come sceglie? Con quali criteri? E i giudizi che dà, a loro volta, su quali
criteri si basano?
A complicare
il quadro di partenza viene la considerazione che il critico militante, quello
vero, non è poi una figura, di fatto, in auge: i giornali tendono a relegare le
cose letterarie in coda e spesso mescolate ad altro, mentre le riviste
specializzate hanno uno smercio nullo o al massimo di nicchia, piccola, quindi
scarso e problematico. I lettori sono clienti, audience, dell’industria
culturale, non ascoltatori del
critico militante. Per giunta con internet e reprografia fanno da sé,
costringono gli editori a intervenire in seconda battuta e i critici, di nuovo,
in coda, a supporto, a giustificazione o, se proprio, a insaporire il piatto
con un po’ di sociologia antisociologica, snob, facilissima da controbattere.
D’altronde la
letteratura in senso stretto deve anch’essa rinnovarsi e farsi sbrigativa. Per
dire: Pulsatilla, a rimanere in Italia, nasce blogger con una vivace e sboccata, parole sue, Ballata delle prugne secche e, dopo aver raggiunto la notorietà tramite
l’editore Castelvecchi, lamenta la mancanza di tempo per continuare con il suo blog, si lamenta perché dice (come
dicono gli infiniti giovani che scrivono comunque) che lei scrive solo per se
stessa, «non per gli altri». Poi però contraddittoriamente soffre per
l’«impossibilità di comunicarsi nella sua totalità», la totalità di Valeria Di
Napoli «fragile, malinconica, pensierosa e intellettuale», e non si capisce se
tale totalità stia nel blog o nel
libro. Anche se pare che sia il libro, perché pensa già al prossimo, «ogni
mattina sotto la doccia» (evidentemente dopo lo Chanel 5 della notte una doccia
serve), ma, quando ci si metterà, avrà bisogno di tempo, perché le piace essere
stilisticamente precisa, nel senso etico di «dare alle cose il loro nome»: lei
odia l’ipocrisia. Federico Moccia da parte sua se la gode tre metri sopra il
cielo, ricco del successo, anche lui à la Liala, via fotocopiatrice. Allo stesso modo per
esempio di Julie Powel, che in America è autrice di Julie & Julia,
un repertorio di cucina francese nato blog
e diventato Penguin book.
Tutto questo,
e altro, passa per rivincita dello scrittore contro la ristrettezza di
orizzonti degli editori oppure, come càpita di leggere nella stampa giovane,
risulta una «forza fatta di non regole, di non professionalità e per questo di
passione e sincerità». Fallimentare ideologia, questa giovanilistica, che si
nutre, però, anche di altra falsa coscienza, dell’illusione di arrivare via-blog al miracolo, più in generale,
di una «informazione neutra». In questa ideologia non è detto che l’auspicata
informazione acqua e sapone, se ha da essere, è paradossalmente tutt’altro che naïf, è invece assai colta, tecnicamente
ad alta professionalità, consapevole dei molteplici punti di vista e diviene
inarrivabile senza la hegeliana fatica del concetto, quali che siano i suoi
canali comunicativi, tanto più ormai sapendo, a ulteriore complessificazione,
che il medium pretenderebbe di essere
lui il messaggio.
Non so come
stia il recensore, ma in ogni caso il critico militante non c’entra niente,
con, per esempio, il novissimo romanzo
cellulare che (secondo Maria Teresa Carbone, Il manifesto, 6 gennaio 2007) ha mutato in Giappone l’oggetto-libro
dando occasione a molte ragazze di narrare d’amore e di sesso, dando la fama a
tale Chaco (sembra una ventenne di Osaka) per Cosa m’ha dato l’angelo? e però di fatto dando la vittoria, in un
concorso, che non poteva mancare, a un, diciamo, libro sulla fine del mondo,
opera d’un quarantenne apocalittico. Giusta rivelazione e giudizio in
questo sovreccitato sabba di dazioni.
Forse
una digressione seconda, ma chiarificatrice
La
digressione precedente era per alludere a qualche tratto dello sfondo, dinamico
e povero, su cui si staglia oggi la silhouette
del critico militante.
Ma chi è,
poi, costui? In un libro recente, Apologia
del critico militante (Castelvecchi, 2006) di Giorgio Manacorda, tanto per cominciare si distingue fra comune
lettore, critico accademico, filologo e critico militante. Di questo, poi,
apologeticamente si dice che è un dio laico in terra, il quale, «senza una
chiesa e senza un esercito», dà risposte ultimative (sì/no) a domande basilari
(è poesia questo?). Cioè dà un giudizio di valore, come non fanno né i critici
accademici (che, secondo Franco Fortini, però lo introducono surrettiziamente:
qualsiasi testo da loro preso in considerazione diviene ipso facto parte del canone) né i filologi, essendo questi ultimi –
così neutramente schierati dalla parte del testo-istituzione, per giunta sempre
incompiuto – l’esatto contrario del critico militante, il quale a partire da un
testo, comechessia ma chiaramente definito, appunto dà giudizi di valore.
E però, ecco
il punto problematico, noi oggi veniamo da «un secolo che ha fatto della non
effabilità del giudizio di valore nella critica il corrispettivo della morte
del significato e del senso in poesia» (p. 13). In sostanza, dal crocianesimo,
sotterraneo o esplicito, ma in trionfo il critico militante è deprivato della
sua funzione primaria. Con grande semplicità, infatti, Cesare Cases nel 1960
(rispondendo a una inchiesta di Nuovi Argomenti sul tema) puntualizzava che «la funzione della critica è
essenzialmente quella di stabilire e motivare dei giudizi di valore», in corsivo, ma poi intendeva «sbrigare rapidamente
la questione di quali siano i valori cui devono riferirsi tali giudizi». Una
illusione questa di Cases, il quale in realtà alla fine delle sue venti pagine
fitte e non sbrigative si trovava a stabilire che tutto si riduceva «al
carattere di rispecchiamento organico dell’opera d’arte» e quindi, secondo
Manacorda, «a Lukács» (p. 14). Il valore letterario, anzi poetico [Manacorda,
germanista, per uscire dall’ambiguità possibile nell’uso corrente di termini
quali poesia e letteratura, si richiama al tedesco, dove il
singolo testo poetico si dice Gedicht, l’attività creativa concreta Dichtung,
il corpus istituzionale dei testi Literatur e il valore artistico Poesie,
termine quest’ultimo che egli estende crocianamente a tutti i generi di arte.
Una articolazione, va aggiunto, su cui forse non sarebbe necessario insistere
se fosse chiaro che il campo culturale, al suo interno il campo artistico e
all’interno di questo, nella fattispecie, il campo letterario sono per loro
natura dotati di valori, cioè di criteri di giudizio, propri, autonomi, non
confondibili con quelli di altri campi, in particolare con quelli dei due
maggiori nella società contemporanea: la politica e l’economia. Campi che di
fatto dinamicamente convivono, traendo dalla convivenza con l’altro anche una utilità per sé.], il valore
letterario dunque è stato sottratto alla vista del lettore, non solo però dalla
pratica marxista (come è intesa qui), ma anche dallo strutturalismo in generale
e da quello di Roland Barthes in particolare. Barthes infatti, ha posto fra
lettore e scrittura l’unico rapporto del piacere, intendendo questo come
un fatto corporeo, attinente alla vita-natura: la materialità fonetica che
occasiona una mera sensazione.
Così, l’uno
mirando alla razionalità sociale, l’altro al significante puro, strutturale,
ciascuno dei due «perde il testo» (p. 26), rimuove la forma poetica. Il punto
filosofico di questa analisi è che o con l’ideologia o con la struttura sempre
queste potenze culturali intendono in ogni caso rimuovere dalla realtà la
poesia, per «controllarne la potenza nutriente e devastante». In termini meno
vitalistici e fenomenologici, ma forse neomarxisti, si potrebbe dire che
intendono negarne l’autonomia sociale
e quindi il potenziale critico.
Il portatore
dell’autonomia sociale della letteratura – fenomeno totalmente moderno – è per
l’appunto il critico militante, costruito dalla cultura illuministica sul perno
concettuale del Progresso, cultura che nell’ottocento diviene positivistica e
fa centro ancora sul progresso, ma questa volta inteso come Nuovo. Da cui tutti
i sillogismi strani tuttora sparsi nei nostri discorsi: che il nuovo sia per
natura progresso e viceversa, che il dopo sia miglioramento del prima, che il
giovane (il dopo) sia perciò più avanti del vecchio (il prima), per cui gli
uomini sarebbero in continuo progresso automatico come massa ma in continuo
regresso automatico come singoli, di qui nell’arte, nella letteratura
l’importanza della generazione (quindi della sociologia) di contro alla
insignificanza dell’individuo (quindi della poesia). Insomma tutte le aporie
dell’«illuminismo impotente» (Alfonso Berardinelli) di oggi.
Da cui però
una conseguenza essenziale, cui Manacorda perviene a sua volta, ma traendola
dal semplice errore di connettere la categoria di progresso con l’arte, dove il
critico resta militante e non è più un critico. Destino che lo accomuna
all’artista, al poeta. Il quale oggi, fuggito dalla alienazione dell’arte alla
politica, ma non ancora convinto della propria autonomia, cerca riconoscimento
sociale nel mercato e nelle sue leggi, si adegua a queste. Avvedendosi dunque
che il suo modo di produrre è poetico e non economico, per adeguarsi alla
logica economica lo critica, quel modo, e si fa produttore di cultura (quale
che sia il significato di questa parola in tale contesto), ossia lavoratore di
prodotti per l’industria culturale. Così, poiché «non c’è più la poesia, ci
sono le poetiche» e la poetica è sempre la stessa («impossibilità di creare, e
quindi grado zero della scrittura, pagina bianca, sventramento dei linguaggi e
delle forme», p. 29), il poeta, divenuto neo-critico, non esiste più come
artista. Al critico militante manca l’oggetto, ma lui, come Don Chisciotte,
continua a militare.
Tutto dipende
dalla confusione dei termini: l’idea che si ha della letteratura dipende dallo Zeitgeist,
dalla temperie culturale, non è di per sé una ideologia, lo diventa solo
«quando strumentalizza la letteratura a esigenze che non la riguardano» (p.
30), che non la riguardano in quanto Poesie,
– per usare expressis verbis la
distinzione tedesca cui Manacorda si richiama, – ora, tali esigenze potranno
presentarsi come utopiche o di potere politico, commerciali o di potere
culturale, in ogni caso il giudizio di valore non sarà di valore poetico.
Dunque «il
critico militante è un prodotto di una civiltà», con tutti i suoi dati di
fatto, inclusi quelli che trasformano la sua vita in una «vitaccia», che
spingono alla distruzione della sua facoltà critica (come nel 1997 aveva
avvertito Berardinelli, in L’eroe che pensa, a tale proposito citato da Manacorda), ma anche quelli che
invece lo sollecitano a pensare.
Infatti – e
qui viene ricordata acutamente un’analisi fondamentale di Franco Fortini – il
critico militante nel pensare, nell’elaborare critica, guarda certamente al
mondo, ma soprattutto ha come oggetto l’opera letteraria delineata dallo Zeitgeist,
e cioè oggi quell’opera «che, proprio perché non-discorsiva, non analitica, ma
sintetica, ha o pretende di avere la complessità stessa del “mondo”, della
“vita” e dell’ “uomo”». In questo tuttavia – ecco il punto – il critico non si
attiene alla «tipica formula reazionaria del mediatore tra ceti o caste o
classi», ponendosi come colui che «sa leggere e insegna a leggere agli altri»,
ma esercita una funzione di mediatore tra «le specializzazioni, le scienze
particolari, da un lato, e l’autore e il suo pubblico dall’altro». Qui –
Manacorda sottolinea – da Fortini vengono separate «le due modalità del
pensiero riconosciute nella civiltà occidentale» ed è tra esse che il critico
deve mediare. Ne deriva una proposta risolutiva: se il lettore non è separato
dall’autore e non è quindi lui il discrimine, il mercato ritorna al suo campo
di competenza, quello economico, e non decide più del valore (letterario) dell’opera.
Chi decide è il critico, nel senso che «il valore dell’opera è deciso
dall’opera» e il critico letterario ha semplicemente il ruolo del competente
diagnosta. Questa funzione tuttavia non ha nulla di estetico, si esplica nel
campo dell’etica (io direi: direttamente nel campo dell’antropologia), giacché
il suo fine è in sostanza di «mantenere l’umanità in contatto con se stessa».
La
spiegazione-premessa di questo passaggio sta nell’idea di Manacorda che occorra
risarcire nell’uomo la sensibilità. L’estetica infatti, con il suo centrare
sulla categoria del bello, è piuttosto la rimozione del sensibile. Nel generale
processo freud-marxiano di rimozione del sentire da parte della
civiltà-alienazione, il pensiero umano (a partire da Platone e Aristotele fino
alla hegeliana «morte» dell’arte, alla sua neutralizzazione tramite il
rispecchiamento nel realismo socialista, alla sua sterilizzazione
strutturalista) ha di continuo prodotto estetiche finalizzate a governare e
possibilmente cassare «il “perturbante” contenuto in quel “sento”» che l’arte,
la poesia, si ostina a far emergere dal sottosuolo. Al dunque, «l’opera d’arte
pone solo problemi etici» alla società e, sembra di capire (ma qui tornerebbe
Hegel), nella società contemporanea la politica e l’economia, che vorrebbero
imporre al comportamento degli individui la propria rispettiva logica, la
sentono come un disturbo.
Il critico
militante perciò lavora, in solitudine esistenziale, contro la pressione delle
ideologie politiche, delle pratiche economiche, anch’esse ideologiche, e, con
apparente paradosso, contro l’estetica, perché appunto è, per così dire, un
rabdomante della poesia e non ha un pre/concetto di ciò che è «bello».
Già, ma che
cosa è la poesia? Domanda prima e ultima, intorno a cui tutto gira. A farla
però per amore della cosa, con
attitudine a-ideologica, in Italia si configura domanda squisitamente crociana.
Croce, dunque. E Giorgio Manacorda non è per nulla intimorito da tale ritorno.
D’altronde, in tempi di spregiudicata postmodernità che, come Molière, prende
il buono dove lo trova, non sarebbe davvero il caso.
Anzi si
avvede di trovarsi con Croce a «scoprire l’acqua calda»: giacché, punto primo,
il pensiero critico e la sensibilità poetica sono cose e funzioni distinte;
punto secondo, l’uomo critica la poesia come critica ogni realtà, da fuori,
cioè in qualche modo non giudicandola e infatti nessuna delle sue attitudini
giudica, né quella estetizzante (che cerca la bellezza), né quella filologica
(che stabilisce solo fatti e connessioni fattuali), né quella
logico-categoriale (che fornisce la parafrasi appunto logica del testo
poetico); punto terzo, il giudizio è possibile solo come esterna
«caratterizzazione» dell’oggetto d’arte, la quale caratterizzazione «si
riferisce veramente al contenuto della poesia, al sentimento che la poesia ha
espresso». Per Manacorda si tratta di «una boccata d’ossigeno» leggere (in
Croce, La poesia, Laterza, 1953, volume da lui trafugato a una
biblioteca svizzera) le parole sentimento,
contenuto, espressione, dopo anni di asfissia in ismo.
E tuttavia
considera che Croce, pur avendo dato «una corretta impostazione del problema»,
pur avendo deciso cioè di non andare fuori tema e, quando il tema è la poesia,
di non discutere di altro, ciò nondimeno rimanga prigioniero della
«novecentesca convinzione dell’ineffabilità» di ciò che sta fuori dalla
razionalità logica. Cita: «non si può in termini generali “effare” quel che si
è già espresso da sé in termini intuitivi, e che, “effabile” per sé, diventa,
nel nuovo rapporto, “ineffabile”». Croce ha spesso il pregio della chiarezza:
la critica «è di sua natura “critica della critica”» e il critico, militante o
no, «se con qualcuno discute… è con un altro o con altri critici, e non con la
poesia».
Ora, se Croce
avesse ragione, i critici militanti sarebbero destinati fatalmente a formare
una marxiana «sacra famiglia» di critici che criticano la critica della critica
critica, sentendo di costituire ciascun gruppo la vera critica critica. Manacorda dice che no, non è così, che filosoficamente
«la poesia è la forma del pensiero», che le neuroscienze hanno ormai scoperto
la perfetta fusione di razionalità ed emotività e che dunque qualunque pensiero
è pensiero emotivo. Il critico militante perciò pensa emotivamente come il
poeta e può quindi discutere con lui in omogeneità di mezzi, come evidentemente
aveva intuìto Fortini. Insomma i critici militanti parlano di poesia.
L’autocoscienza
in fieri del critico militante 1
Il problema
allora è pratico. Si tratta cioè di vedere se le condizioni di lavoro del
critico militante siano tali da permettergli di esercitare la sua professione.
Gabriele Pedullà, il 20 gennaio 2007,
su Alias, supplemento settimanale del quotidiano Il Manifesto
dedicato a musica, arti e ozio, discute appunto sulle condizioni materiali di
lavoro del critico militante e vede che non sono più quelle di una volta,
quando il sistema aveva un equilibrio alla Montesquieu e gli scrittori
scrivevano, gli editori selezionavano, i critici sorvegliavano, i lettori
leggevano, quando dunque a ciascuno spettava il suo compito e tutti ne
rispettavano lo spazio di manovra. Oggi invece il critico militante è stato
quasi espulso dal suo stesso luogo di lavoro, dalle terze pagine dei giornali
(scorporate – aggiungo – e divenute
qualcosa di estraneo: un supplemento culturale, nemmeno letterario, per
giunta dominato dalle rubriche spettacolo e oggi, festevolmente, tempo
libero, che Alias medesimo, snob, qui interpreta come ozio).
Il critico è stato espulso per l’invasione del marketing editoriale. Le vecchie
prose (gli elzeviri, i corsivi, gli interventi, i resoconti, le polemiche, le
recensioni) sono state rimpiazzate dalle anticipazioni trailer dei libri in uscita presso editori amici, dalle promozioni
di ciò che viene edito dal giornale stesso, dalle recensioni preconfezionate in
subappalto di novels, short stories, best sellers in
arrivo dall’estero. Quasi nullo, e in sostanza culturalmente inutile, lo spazio
per il critico autonomo. L’autonomia della terza pagina non c’è più.
La denuncia
coglie nel segno, dice il disagio dei critici, tanto che sui numeri successivi
di Alias ne segue, fra addetti ai
lavori, un interessantissimo dibattito. Mi sembra tuttavia che, nella
correttezza della descrizione, il problema non risulti del tutto chiaro:
sembrerebbe responsabilità degli editori, diciamo in generale dell’economia in
espansione egemonica, se questa non trova resistenze culturali. Ma non è che la
letteratura, in quanto parte del campo cultura, ha già dismesso da sé la propria autonomia quando
(per ragioni storiche, epocali, che non sto qui a dire) ha assorbito la
pressione della politica e, reagendovi con i suoi innumerevoli ismi, ha in
qualche modo perduto il proprio oggetto? Non dimostra di accettare tale
eteronomia Pedullà quando, a perorare la causa della critica militante, ne
giustifica l’esistenza sociale con una politologica funzione civile
educatrice di lettori attivi, critici, e per questo cittadini democratici? Il
configurarsi di solidarietà di gruppo in termini di sociologia della conoscenza
(giovani, generazioni, correnti, scuole, provenienza geografica, ecc.) non è un
adattamento passivo alla risorsa-criterio politico del potere? La solidarietà di gruppo su criterio economico, via agenzia, editor o holding
editoriale, non si chiama egualmente lobby,
non nasce dallo stesso proposito, ma
poi finisce addirittura con l’essere percepita (giacché, si sa, non olet)
come una libertà, seppure liberistica? Dice: gli editori fanno il loro
mestiere. E infatti, è giusto così. Ma non è che il loro potere sia divenuto
troppo totale? Anzi una egemonia culturale, che raddoppia quella della
politica, tanto che per esempio i «giovani scrittori», ormai è chiaro, psicologicamente
più pronti, da un lato non cercano lettori,
ma elettori, e perciò, dall’altro
lato, non amano il critico militante, che s’interporrebbe a filtro non
funzionale tra sé e il fan,
ostacolando il flusso delle vendite. Per evitare tale disturbo, quando non
riescono ad avere puri galoppini, usano il fai-da-te (io a te tu a me) oppure
il girotondo (io a lui, lui a te, tu a me). E visto che – come nota Pedullà – ormai
classico non si sa più cosa
significhi, ma long seller sì, i
critici militanti cosa sono? una comunità esoterica? una tribù metropolitana?
una élite di unhappy few? o, alla fin
fine, un po’ di candidi letterati in attesa che passi ’a nuttata?
Di che notte
si tratta, poi?
Agostino Tulumello, "La fantasia è il nuovo progresso", 2007 |
Terza
digressione: la nuova condizione umana
Antonio Scurati,
scrittore intervenuto anche nel dibattito, ha pubblicato in tema un libro importante,
La letteratura dell’inesperienza
(Bompiani, 2007), per dire che la situazione è parecchio brutta: l’uomo non è
più in grado di fare esperienza, soprattutto per colpa della tv, della cultura
di massa e del virtuale, tanto che è persino impossibile narrare, figuriamoci
criticare.
Su di esso ha
scritto, in Tuttolibri (il 27 gennaio), Angelo Guglielmi
accogliendone il ragionamento di fondo. È dal costituirsi del Moderno e, dentro
questo, della società di massa alla fine dell’ottocento, insieme infine al
dispiegarsi attuale delle «tecnologie del visuale artificiale», che le cose si
allontanano e restano inesperite dagli individui, complicandone il processo di
soggettivazione, per il fatto che scompare, «annientato l’ordine simbolico, la
possibilità stessa di riprodurre attraverso un sistema di segni significativi
la struttura delle cose». Queste restano nude di senso, perché si è rotto lo
specchio in cui quel senso si mostrava. Ma, obietta Gugliemi, i fatti succedono
e non c’è niente da fare, piuttosto bisogna avere gli occhi per vedere. E cita
una opinione di Luciano Anceschi riferendola a oggi: «La cosa più grave è la
inesistenza di una chiara volontà di recupero e di rinnovamento».
Così,
positivamente, suggerisce alcuni «accorgimenti» per ottenere almeno quella
«suggestione di verità» che lo scrittore, in queste circostanze, non può più
fornire al suo inventare, avendo «perduto da tempo il ruolo (che fino a ieri
gli era attribuito) di dispensatore di verità e lo ha perduto quando ha
scoperto che per ogni domanda sono possibili più risposte». Per cui, a meno di
non voler «scegliere la strada della mistificazione manipolatoria» inventando
gratuitamente, è meglio usare il romanzo biografico, giacché al materiale con
cui questo è costruito non si può disconoscere lo «stato di cosa accaduta»,
che, se non è proprio realtà, poco ci manca.
A me, a dire
il vero, questo consiglio non viene perspicuo. Per quel che capisco, il
materiale biografico funziona più meno allo stesso modo del materiale
d’invenzione, vale a dire che è solo ciò con cui viene costruito
quell’artefatto, dove poi scompare. Inoltre, il ruolo attribuito allo scrittore
nel passato era bensì quello di «dispensatore di verità», ma proprio nel senso
che avvertiva il lettore della presenza possibile di altre risposte, talora
molteplici, alle singole domande. In fondo, io credo, chi scrive, in questo
senso, lavora sul possibile, uno sul possibile reale, un altro sul possibile
irreale o addirittura sul possibile impossibile (allo stato delle cose) e un altro
ancora, quello che non serve o appena, lavora sul dato di fatto per dire che è
accaduto davvero (epperò il lettore già lo sapeva, quindi al più s’intrattiene
in godimento solitario a glorificarsi). Ma è Guglielmi stesso che ce lo spiega:
la «creatività (e fantasia) dello scrittore», anche nel caso del romanzo
biografico, mica ci racconta una vita, cerca invece di «scoprire e trasmettere
nuova conoscenza e comunicare possibili suggestioni di autenticità».
In ogni caso,
una venatura d’incertezza si potrebbe intravedere in questa frase: «Io non ho
ben capito per quale altra strada Scurati arrivi alla stessa conclusione» di
scegliere il romanzo storico. Il fatto è che non ci arriva, ci si attacca
all’improvviso alla fine, dopo aver tematizzato lungo tutto il suo discorso «il
problema di come trasformare in opera letteraria l’assenza di un mondo
eclissatosi assieme all’autorità del vivere e della testimonianza» (p. 61),
ponendo dunque come argomenti l’opera letteraria, il mondo, la biografia,
l’esperienza. Vale a dire che Scurati implica nella sua analisi (1) il
distinguo di Walter Benjamin fra narrazione e romanzo, (2) la filosofia di
Martin Heidegger che verte sull’uomo come essere-al-mondo e come esserci weltbildend, plasmatore di mondo, (3) lo
svuotamento dell’individuo nel «si» (terza persona singolare massificata,
impersonale e senza destino) ancora di Heidegger o, se vogliamo, la sua
deprivazione di sé nell’alienazione di Karl Marx, infine (4) l’inesperienza
dell’homme imaginaire di Edgar Morin,
uomo che si è liberato dell’esperienza della propria mortalità, del proprio
limite (radice di ogni esperienza possibile) e sta fuso in una cultura che,
divenuta di massa, «non è più filtrata, strutturata, civilizzata dall’arte» (p.
71).
Ora, se
«nelle condizioni di vita della società tardo-moderna» «è la struttura stessa
dell’esperienza a essere andata distrutta (p. 34) nel modo indicato, logica
vorrebbe che la ribadita funzione critica dello scrittore si esercitasse
appunto come discorso, anche qui antropologico, sull’assenza di «mondo» per l’uomo, cioè come «critica dell’immaginario»
(p. 76) nella sua struttura e nei suoi effetti di indistinzione tra reale e
fittizio, tra arte e vita, quindi come riproposta dell’arte quale via reale per elaborare una coscienza
possibile (intrisa d’incertezza, d’inconscio, di sensibilità) di questa nuova
condizione umana. Infatti, posta fine alla confisca di tutta la coscienza da parte del pensiero raziocinante, non ha più
senso, è vero, «l’esibizione della letterarietà della letteratura» per
distinguerla dalla realtà, tanto più che tramite la tecnica televisiva anche la
realtà fisica è divenuta fiction e la
vita è divenuta reality, non serve
però nemmeno, non cava il ragno dal buco, accogliere con rassegnazione il fatto
dell’homme imaginaire e della sua
conseguente inesperienza dentro un rispecchiamento sentito «come» un romanzo
storico.
In breve, lo
scrittore, il poeta, produce coscienza concreta, indaga sulle risposte
possibili alle domande ogni volta da lui individuate. È questa la sua autonoma
funzione sociale, cioè antropica, cioè, nell’immediato, etica. E allora, ecco
strutturarsi, a me sembra, il mondo della libera società letteraria (o, più
ampiamente, artistica) che – tornando al tema o problema – prevede quale essenziale funzione quella del
critico militante, che appunto media fra scrittore e lettore, da una parte, e
scienza in tutte le sue specificazioni, dall’altra.
L’autocoscienza
in fieri del critico militante 2
Solo ora,
dopo questo detour, credo di capire i
guai del critico militante spiattellati da Gabriele Pedullà.
Che il
discorso tocchi un nervo scoperto è dimostrato dall’entrata in campo dapprima
(il 10 febbraio) di due significativi esponenti dell’editoria: Ernesto Franco, direttore editoriale di
Einaudi, e Sandro Veronesi, pars magna
tra altre della nuova impresa Fandango Libri. Il primo per dire che, è vero, si
tende a «un sistema che espelle il punto di vista della critica disinteressata»
(nel senso del disinteresse economico e/o ideologico-politico), ma il fenomeno
può essere considerato una semplice trasformazione di ciò che c’è sempre stato.
Quanto a oggi, l’editoria in realtà non è così brutta come si racconta, invece
«è talmente stressata dal punto di vista del profitto che proprio per questo
mette in movimento un sistema di ricerca e di percezione di quanto avviene nel
mondo, senza pari». Franco non entra nel merito dei criteri e obiettivi di tale
ricerca e percezione degli editori, ma in ogni caso invita la critica a non
cedere ai meccanismi della propria eutanasia individuati da Mario Lavagetto.
Essa piuttosto dovrebbe adeguarsi – egli pensa – alla oggettiva trasformazione
di tutto, seguendo il nuovo già esistente, vale a dire «una idea “nuova” di
percorso saggistico che, diciamo, senza dimenticare informazione, metodi e
filologia, si basa su un preciso profilo di esperienza d’autore». Dunque, che i
critici abbandonino il terreno militante e si facciano autori di libri secondo
«la forma contemporanea del saggismo, che ha il suo capostipite moderno in
Montaigne». L’intelligente veleno dell’argomento sta, mi sembra, nel fatto che,
per altro verso, gli scrittori da parte loro vanno proprio convergendo verso
una scrittura, diciamo, mescidata, formalmente meticcia, per cui alla fine
saremmo comunque a una eutanasia della critica, ma questa volta solo di quella
militante, di quella cioè non recuperabile nemmeno come prodotto editoriale.
Sandro Veronesi in veste di editor è convinto che possa esistere una
editoria ispirata a criteri diversi da quelli puramente economici e in ogni
caso non appiattita tutta dentro «la logica della grande distribuzione, del
consumo di massa». Di qui il disegno della Fandango Libri come impresa la
quale, pur subendo all’esterno la realtà del «meccanismo malato», agisca contro
di esso, scegliendo la «navigazione controvento». Questa editoria delle buone
intenzioni quindi non ha bisogno di rifiutare la critica militante, come sta
avvenendo nella «sciagurata tendenza antistorica» denunciata da Gabriele
Pedullà, ma aspira a una corretta «condivisione delle responsabilità tra
autori, editori, critici e lettori». Né Veronesi stesso è sospettabile di
volere il fai-da-te promozionale del corto circuito autori-recensori-autori per
avere, alla metà degli anni novanta, condotto sul Corriere della Sera contro Michele Mari quella equivocata polemica sui critici coetanei. In essa in realtà
egli auspicava semplicemente lettori aperti alla comprensione critica verso i
giovani scrittori. Allora e dopo quella ricerca di «un meccanismo che si nutre
anche di una consustanzialità generazionale, per così dire», è stata vittima di
un sospetto ingiustificato. Evidentemente, par di capire, l’idea era ed è
quella di una critica militante rispondente alla sua natura, ma con qualche
ma.
Tale progetto
buono di Veronesi viene (il 17 febbraio) preso di mira ma anche in qualche modo
accolto da Alberto Arbasino, con
prosa squillante, per dire che in verità sarebbe ora to criticize the Critic, come voleva Eliot, e non fare «le onoranze
funebri per la critica letteraria» fomentando nelle persone un atteggiamento
«comodo, scansafatiche e scaricabarile». Occorrerebbe invece che ciascuno
recensisse a «presupposti o pregiudizi dichiarati», com’era nei gran tempi
tanto rimpianti, quando tutti («di scuola e osservanza e ottemperanza
idealista, marxista, psicanalitica, formalista, femminista, strutturalista,
semiotica, trasgressista, jemenfoutiste,
revisionista, situazionista, quartomondista, o comunque politicamente e
conformisticamente correct ex cathedra»)
avendo da dire e da ridire trovavano «ampi spazi sui migliori quotidiani e
settimanali». Oggi, allora, «eclissi della critica, fra il populismo delle
tirature e la casualità delle intermittenze accademiche e la pochezza degli
interventi pubblicistici?» Arbasino non risponde, ottimisticamente, e se la
cava con un lazzo: per fortuna, dice, «il Fattore Generazionale» esonera gli
anziani, come lui, dal lavoro, tanto più che si vorrebbe fosse svolto «magari
gratis».
Un po’ nello
stesso ordine di idee secondo cui i critici dovrebbero fare i critici e gli
altri altro, interviene (il 3 marzo), seppure lateralmente, cioè nel contesto
di una recensione al volume di Elisabetta Mondello In principio fu Tondelli (il Saggiatore, 2007), Enzo Di Mauro. Il quale, ricordando
come a metà degli anni novanta si sia avuta la sintomatica «durissima polemica»
fra Mari e Veronesi a sua volta ricordata da Pedullà e ora reinterpretata da
Veronesi stesso, segnala un processo allora iniziato che egli descrive nei
termini seguenti: quel decennio fu, non solo «un’autentica e fantasmagorica féerie socialdemocratica fatta di salde
e convenienti alleanze e di false scaramucce», non solo «il decennio della
stupefazione astuta, della meraviglia sotto forma di birignao e della
dissimulazione disonesta» «le cui aderenze e metastasi (appunto) a tutt’oggi
non smettono di riprodursi», ma fu anche «il momento cruciale in cui la critica
letteraria cominciò a non essere più un soggetto riconosciuto mediante un ruolo
e uno statuto suoi propri», fino a venir sostituita o addirittura confusa con
il giornalismo letterario e di costume. Per conseguenza, ritiene che non valga
entrare nel merito, giacché, «quando la letteratura diventa un fenomeno, è
meglio lasciarla, nel migliore dei casi, alla sociologia».
Con proposito più accomodante, tuttavia, Filippo La Porta aveva già (il
17 febbraio) cercato in qualche modo di dialettizzare il discorso, pur
giudicando «ineccepibile» la diagnosi negativa di partenza. È che parlare solo
del degrado dell’editoria e della critica in maniera sommaria a La Porta
risulta unilaterale, in quanto egli vede comunque qualche «segnale contrario»,
per esempio alcuni recensori deontologici che agiscono in senso inverso alla
eutanasia della critica. Il fatto è che per rendere visibili tali presenze occorrono
occhiali teorici che nessuno usa, quelli che fanno arrivare all’occhio
dell’osservatore il concetto di individuo
come funzione morale interna all’animo umano. Per cui «la critica è il
critico», lo diviene cioè quella persona che sceglie il proprio «essere
individuo» e quindi decide di essere «responsabile, capace di fare esperienza,
geloso della propria autonomia, ecc.». Inoltre, poiché «l’individuo – portatore
di destino – è indispensabile al funzionamento della democrazia», quest’ultima,
per proprietà transitiva, lavora addirittura a vantaggio del critico
letterario. Vi è dunque persino qualcosa di strutturale che opera
controcorrente. L’ottimismo teorico induce infine La Porta a vedere nella
situazione oggettiva italiana «una inaspettata vitalità»: «corpose minoranze»
di Bartleby che dicono no e fitti «preziosi anticorpi» anticonsumistici. In
proposito fa anche qualche nome.
Una visione morale,
qualcuno potrebbe dire moralistica, del comportamento letterario, assai diversa
da quella di Arbasino, che punta invece sul talento e sul carattere (cose che
notoriamente vengono e vanno, similmente allo spirito, quando dove come gli
pare), ma anche inefficace a curare il fenomeno colto dalla citata analisi di Mario Lavagetto. In Eutanasia della critica (Einaudi, 2005)
questi infatti ha citato una situazione dove «il saggio dialoga con il saggio,
l’articolo chiacchiera con l’articolo, in un’infinita galleria di queruli
echi», dove dunque «la meccanica dell’interminabilità è quella delle locusta.
Una monografia si nutre dell’altra, la visione si ciba della revisione. Il
testo primario è soltanto la fonte distante di una proliferazione esegetica
autonoma». Ora, è vero che George Steiner, dalla cui l’analisi Lavagetto ha
preso le mosse, aveva inteso parlare della critica accademica, la quale appunto
si parla addosso soffocando sotto le proprie parole l’opera d’arte e uccidendo
se stessa per troppo amore di sé; non è detto però che la critica deontologica,
non finisca per fare lo stesso dimenticando l’arte dell’opera per godersi il
bello della propria individualità morale.
Un problema,
questo della concretezza delle opere e dei giorni, che viene invece al centro
del discorso con Franco Cordelli (il
24 febbraio). Anzi ne intride a tal punto persino lo stile, tutto fattuale,
positivo, da far parere che dica cose meno importanti di quelle che in effetti
dice e da indurre il lettore nella tentazione di rimanere nel limite del
positivo, oltre cui vigono il sì e il no a prima vista indifferenti, soggettivi.
I fatti sono, com’è noto, aperti al significato, anzi loro è la vertigine
semiotica da cui il delirio accademico ora citato. Anche il redattore di Alias cade nella trama, titola
l’intervento I dannati e i damnandi, per
me, quasi che per Cordelli davvero il punto sia fare i nomi in/out. Se fosse così, l’analisi di
Pedullà, che denuncia un fenomeno oggettivo stringente, non gli parrebbe
«calzante» e soprattutto esaustiva, mentre gli suscitano perplessità solo «i
discorsi sui massimi sistemi», in quanto «se non si fanno nomi… risultano aria
fritta». Il fatto è che fino a quel momento nessuno ha giocato quel gioco, né
Franco né Veronesi, che si sono attenuti a tangibili interessi loro, né
tantomeno il jemenfoutiste Arbasino.
Un po’ l’ha giocato La Porta tematizzando l’individuo e traendone ottimismo
deontologico. Però poi è anche colui che ha fatto nomi, ricevendo per questa
concretezza approvazione. Non sarà magari che qui Cordelli vada per litoti
inverse e nessi associativi neganti a imitazione dell’inconscio? Come a dire:
queste sono cose di peso, non aria fritta.
Infatti
enuncia due punti massimi: «Primo… il critico letterario… è in realtà… il vero
filosofo del nostro tempo. Secondo… la letteratura di narrazione, come sfera
dell’esperienza umana, ha perduto fisionomia», o piuttosto oggi «il meglio
della sopravvivenza e della nobiltà letteraria… si riscontra in un genere
misto, né romanzo né saggio, scritture», le quali «avvicinando il romanzo al
saggio si accodano, com’è ovvio, alla critica e avvicinano la critica al saggio
e alla scrittura in sé», dunque «si rinserrano i ranghi delle scritture, si
arroccano le fila della comunità». Vengono poi i nomi, ma hanno poco a che
vedere con la qualità del critico militante in quanto tale. Si tratta di exempla per questa vicenda, di fondo,
interna alla storia della scrittura letteraria.
Questo il
fatto da registrare: gli scrittori divengono strutturalmente critici, i critici
scrittori, e tutti dunque filosofi del nostro tempo. Sta cambiando qualcosa
nello Zeitgeist: la letteratura
diventa centrale. Il resto, se non è noia, è ciò che «è sempre stato»: dalle
nuove esigenze e forme della comunicazione, alla gente che lì dentro fa il suo
lavoro, alle recensioni tra coetanei e amici. «Ma ai critici e agli scrittori»,
rectius ai critici-scrittori e
viceversa, «che importa?» Tanto più che «i migliori, strano a dirsi, stanno
quasi tutti qui, presso Alias»,
«nell’apparente vuoto della letteratura».
Generale,
perciò, è in questo dibattito la sottolineatura della critica come, diciamo,
specifico letterario, sebbene se ne traggano conseguenze diverse quanto a
portata e a pratiche. Gilda Policastro
(il 24 febbraio) la definisce «imprescindibile strumento di mediazione
culturale» (speriamo abbia tenuto conto della precisazione in proposito di Franco Fortini) e sollecita, per non
condannarsi a una «esistenza appartata in un mondo di forme vuote», dove la
televisione e la conseguente albagia degli autori star fioriscono concimate dalla pasoliniana «merce-merda», a
giovanilmente «passare all’attacco», ad aprirsi alla filosofia, alla storia,
alla scienza, a uscire «dalla marginalità, perché non diventi piena e
definitiva inesistenza», a cercare la qualità del testo usando tutti i mezzi di
lettura a disposizione, ma soprattutto fattivamente a darsi «progetti culturali
nuovi e proposte realmente antagoniste». A prima vista sembra di no, ma
l’impressione è che si tratti anche qui di ottimismo deontologico individuale,
questa volta affidato però alla forma
gruppo della cultura, quella che passa il convento di tradizione giovane.
All’opposto Raffaele Manica (il 3 marzo), distingue
e aristocraticamente si apparta. Il critico letterario (non quello militante)
nel contesto pratico dell’industria culturale, che si è impadronita del libro,
vive «un clima» a lui estraneo, ma, «constatata la faccenda, tirerà oltre».
Egli infatti è assai diverso dal recensore di professione e dal saggista pur di
cose letterarie, cosicché «appare troppo accademico ai militanti… e troppo
militante agli accademici». Il rapporto con le vendite è per lui estrinseco e
casuale, mentre vede che il suo merito sta «nel rivelare una piega del discorso
sconosciuta al suo stesso autore. Altro non conta, se non questa ricerca della
letteratura, questo oltre magari
vissuto come “generazione” o “circolo amicale” o “comunità” (è il termine usato
da Cordelli)» in «nottate, anticipazioni di lavori in corso, gare di versi a
memoria per far rivivere i poeti, riviste semiclandestine, piccole case
editrici», insomma in idilli d’arte, pur «tra feroci invidie», di cui ci si
ricorderà sempre con nostalgia come di «appartenenze, e della nostra stessa
vita» di critici né militanti né accademici.
Preoccupato
invece si dice (il 10 marzo) Eraldo
Affinati delle relazioni pericolose istituite dalla «critica letteraria
italiana… con il sistema editoriale e giornalistico», perché senza lo «sfondo»
fornito dalla critica la letteratura
sarebbe a noi invisibile e – notazione parecchio interessante – «lei non
vedrebbe noi». La preoccupazione diviene ancora maggiore se, allargando lo sguardo,
ci si rende conto inoltre che «la cosiddetta crisi della critica militante e
accademica è figlia dello spirito del tempo». Dipende in realtà dalla «crisi
del pensiero dialettico», la quale è «lungi dal riguardare soltanto l’Italia»,
pur avendo prodotto anche qui «la filosofia del centro commerciale», in sua sostituzione,
e per conseguenza «la perdita di autorità della parola in ogni sua forma non
strumentale». Questo fenomeno d’epoca include inoltre l’inaridimento delle
fonti dell’esperienza causato dalla «deflagrazione informativa», con la
correlativa necessità di cercarne di nuove.
In tali
condizioni «il giudizio di merito sul testo, quand’anche fosse libero e
indipendente» dall’industria culturale, si trasforma comunque «in un
geroglifico per iniziati», vale a dire per quei pochi cui Foscolo, nel 1809,
riteneva che «l’alta letteratura risèrbasi», come Affinati cita, aggiungendo
che tali pochi «se la caveranno sempre». Se la caveranno (e come pezza
d’appoggio elenca «alla rinfusa» una caterva di autori odierni, tutti non
italiani, non chiarendo se ciò abbia un significato), mentre oggi – nella
società di massa, suppongo planetaria, tanto che parla di migrazioni – il
problema si presenta come «emergenza educativa». Per cui «bisogna ripartire
dalle aule» scolastiche. Tale rielaborazione in positivo del concetto di
società di massa sembra illuminante, non so tuttavia se, vedere per illusione
ottica che soltanto oggi i ragazzi pensino «per nessi associativi, prima che
deduttivi» e ritenere che «pensare così significa avere una testa diversa da
quella delle generazioni trascorse», poi aiuti. Secondo me, in tale emergenza,
centrale diventa invece l’apertura al possibile di cui diceva Guglielmi, e
dunque l’assunzione pedagogica del modello mentale della critica militante.
Il
ritorno dell’intellettuale
«In calce al
dibattito» Antonio
Scurati (il 17 marzo) mette a fuoco la figura del critico
militante come intellettuale e nota con simpatia che, «vedovo della politica,
della teoria, dell’università, della storia, messo al cospetto del mondo,
l’intellettuale» si ritrova ottocentesco protagonista delle balzacchiane Illusioni Perdute. In molti degli
interventi infatti si riscontra un idem
sentire, quello espresso «con l’abituale vigore intellettuale» da Cordelli,
sentimento che pone la forma della comunità
quale «principale risorsa strategica per un rinnovato antagonismo sociale»: se
la società è pessima, alimentiamoci alle nostre radici letterarie, comunità versus società, Kultur contro Zivilization,
come fu soprattutto in Germania alla fine dell’ottocento.
Facile per
Scurati a questo punto criticare il critico che, colto in fallo di vedovanza,
rifiuterebbe l’aperto della società,
i suoi millepiani, la sua marginalità di massa, il suo stesso trovarsi
ammassato («tutti assieme, scrittori e popolo») da questo lato dello schermo
tv, nell’inferno degli individui soli, a covare una «nostalgia di trascendenza»
invece di collocarsi laico nella «immanenza dei rapporti di forza sociali». La
realtà è però, rileva Scurati, che, «se la cultura di massa della nostra
società non attribuirà un valore alle comunità intellettuali, le comunità
intellettuali non sopravivranno (si veda l’attuale, veloce agonia
dell’università)». In fondo anche Fortini ci aveva ripensato, rispetto al 1965,
nel 1969, quando aveva scritto: «Non si deve rinunciare a nulla»,
rammaricandosi di «non aver
sufficientemente difeso la insostituibilità del discorso poetico e letterario»
(corsivo di Fortini).
Al che Cordelli riprende la parola (il 24 marzo) per
chiarire che si tratta di un equivoco, di una sua leggerezza terminologica. E
argomenta che sul piano personale le performances
dei poeti nel teatro-cantina Beat 72
da lui organizzate nel 1977 erano bensì qualcosa di comunitario, ma già «nel
1979 Castelporziano testimoniava che le [sue] intenzioni erano ben altre»,
alludendo alla circostanza che quest’ultimo incontro poetico fu di massa e
all’aperto, addirittura simbolicamente in riva al mare. Può essere. Non si può
negare però che gli eventi tipo Woodstock, così come più tardi quelli
estasianti, fino ai raves, o le
collettività tipo tribù e oggi esplicitamente le communities informatiche (sto evidentemente facendo d’ogni erba un
fascio per tenermi sulle generali) abbiano mirato e mirino proprio al caldo
dello stare-insieme e, anche, all’accordo opaco, viscerale fra cooptati, il
contrario del freddo critico (quale che sia il significato di questa parola)
fornito da rapporti e fatti della società. Est
modus in rebus, naturalmente, e Castelporziano ha lasciato di sé un’immagine
di gioco cordiale oltre che di innovazione culturale. Tuttavia, quando un poeta
vi rifiutò i fischi, forse ludici ma insomma critici, degli astanti sostenendo
che i poeti andavano solo incoraggiati, diceva di ritenere quella una comunità
emotiva di con-senzienti e non una società letteraria, per quanto sui
generis e all’aperto.
Il rapporto
fra comunità e società è evidentemente un argomento delicato, complesso, dove
non valgono le polemiche brevi. Cordelli comunque esce fuori con nettezza dal
possibile equivoco quando precisa il suo obiettivo: ribadire che, a prescindere
da come vadano le cose in società, intenzioni dell’autore e successo o
insuccesso inclusi, «il libro ha un valore» autonomo, letterario, e non sono i
singoli a determinare tale valore, lo determina, pur nella sua fluidità «la
critica», entità quasi indicibile.
In sostanza,
questo intellettuale del critico militante è una funzione necessaria alla
vitalità di una letteratura, sia che s’intrecci innovativamente con il lavoro
stesso dello scrittore, come riscontra e forse indica Cordelli, sia che voglia
porsi accanto allo scrittore in termini più conosciuti, come rivendica Gabriele
Pedullà. È questo infatti il punto dolente su cui propriamente verteva la sua
apertura del dibattito in Alias e su cui egli torna concludendolo. Senza
la critica militante la letteratura cambia campo di valore e rischia –
nell’egemonia morale-intellettuale oltre che nell’odierno dominio persino politico
del «grande ingranaggio» economico – la marginalizzazione fino
all’annullamento. Annullamento in quanto attività strutturalmente produttrice
di poesia, di coscienza esistenziale dell’individuo (il target, se vogliamo
dire così, della letteratura è l’individuo) cui il semplice intrattenitore, che
racconta storie al fine di distrarre e divertire, per sua natura non si dedica.
Salvo il fatto che nell’infinito della realtà poi succede di tutto.
Pedullà
comunque aggiunge, quanto alla pratica concreta, che, essendosi oggi costituito
«uno spazio letterario globale», la risposta o magari la soluzione del problema
di come congiungere critica e scrittura non sta tanto nel «cavalcare la tigre
dei nuovi media», o almeno non basta, occorre piuttosto puntare sul «dialogo»
(una cosa, sia detto tra parentesi, che ricorda la leopardiana
«conversazione»), dandogli le gambe di molteplici «tribune alternative». In
definitiva, ne deduco, occorre rispondere costruttivamente alla situazione
attivando ciò che è tipico della critica militante e del valore letterario da
essa guardato: la cultura delle molte risposte possibili.
Sembra
niente, al più una faccenda intestina e quasi clandestina della lobby
letteraria (per chi queste società o comunità le chiama così) e forse nemmeno
per intero, ma solo di quella sua parte che fino a poco fa si vantava d’essere
costituita da intellettuali. Oggi però – è questo uno sfogo di Sergio Romano
sul Corriere della Sera del 24 gennaio, sfogo sintomatico perché un
tantino sopra le righe rispetto alla sua solita diplomatica flemma – perché
ritornano? «A che cosa servono questi intellettuali? Sono davvero necessari al
buon funzionamento di una società moderna?» Altrove è diverso, si sta più
tranquilli: in USA «non hanno mai contribuito a fare la politica nazionale», in
Russia «l’intellighenzia è stata custode della coscienza nazionale» et ça
suffit, – sembra dire il nostro custode della Realpolitik ovvero
dell’egemonia della Politica, – infatti là i singoli intellettuali «hanno
pagato di persona» con crisi, patimenti ed esìli, insomma si sono tolti dai
piedi. «Da noi» invece «sono molto spesso soltanto funzionari della cultura»
(ahi! della Cultura!). Ma poi, diciamolo signor mio!, «sono ambiziosi,
ricercano affannosamente il cerchio della luce della notorietà, e hanno
esigenze terrene che richiedono prebende, assegni, gettoni». Questo sciupio è
cosa d’altri tempi, quando dominava la Politica Ideologica,
ma oggi quando domina l’Economia (il cui unico correttivo è, sappiamo,
l’autonomia della Realpolitik) risultano uno spreco vero e proprio, un
esborso che a consuntivo non si sa se va in nero o in rosso, forse più in nero,
ma finalmente appunto oggi bastano e avanzano gli stipendi, se «questi
intellettuali» poi trovano un impiego, magari precario, magari come consulenti.
Quando servivano l’ideologia, «allora, occorre riconoscerlo, gli intellettuali
organici servivano a qualcosa. Ma oggi… a che cosa servono?». Disse un comico
una volta: a che serve la serva che non serve?