Khaled e il viaggio verso una nuova vita: dal confine croato al piccolo paese italiano in bicicletta

Redazione

8 Aprile 2026

Khaled è partito dal Bangladesh con una bicicletta consumata e un solo grande desiderio: scappare da un’esistenza pericolosa. L’ultima volta che ha viaggiato in auto, era stretto su un veicolo di contrabbandieri, al confine tra Croazia e Slovenia. Oggi, in Friuli, si sposta solo a pedali, quella bici arrugginita che lo accompagna ogni giorno al lavoro, sotto pioggia o sole cocente. Passons, un piccolo paese dove tutti si conoscono, è diventato il suo rifugio. Ma dietro la tranquillità apparente, la sua vita è segnata da scontri con una burocrazia implacabile, rifiuti che si accumulano e settimane di detenzione che sembrano non finire mai. Un sistema migratorio che non gli dà pace.

Passons: un piccolo mondo di speranze e lavoro duro

Dopo aver ottenuto la protezione in Italia, Khaled si è stabilito a Passons, vicino a Udine, in un appartamento condiviso con cinque connazionali del Bangladesh. La sua integrazione è passata dal lavoro nelle campagne, soprattutto nella raccolta delle olive. A ottobre 2024 ha firmato il primo contratto, due mesi dopo il suo arrivo, dimostrando impegno e costanza anche quando il tempo era avverso.

In paese, i bangladesi non erano molti, ma avevano già messo radici. Questa rete è stata un appoggio importante per Khaled, che viveva in un luogo dove tutto è a portata di bicicletta: il piccolo supermercato, l’ufficio del comune per la carta d’identità, la piazza dove incontrare qualcuno. Un mondo semplice, quasi lontano dalle complicazioni delle pratiche migratorie.

Ma questa normalità è stata fragile. Khaled si è trovato a scontrarsi con una burocrazia sempre più rigida, soprattutto dopo che il Bangladesh è stato inserito nella lista dei Paesi “sicuri” dall’Unione europea. Questo ha reso più difficile ottenere protezione e più rapide le procedure di controllo.

La procedura d’asilo accelerata: quando la legge schiaccia le storie

Nel febbraio 2026, l’Unione europea ha ufficializzato una lista di Paesi considerati sicuri, inserendovi anche il Bangladesh. Per chi come Khaled arriva da questi Stati, la strada si fa in salita. Le domande d’asilo vengono esaminate con procedure accelerate: audizione entro sette giorni e risposta entro due. Tempi strettissimi che lasciano poco spazio a racconti complessi o a prove difficili da raccogliere.

Durante l’intervista con la Commissione territoriale, Khaled ha raccontato la sua paura di tornare in Bangladesh, un paese segnato da persecuzioni e violazioni dei diritti umani, documentate da Amnesty International e altre organizzazioni. Ma la sua testimonianza è stata giudicata “confusa” e “inverosimile”.

Questa è una critica comune tra chi lavora con i richiedenti asilo: le commissioni spesso valutano la credibilità basandosi su parametri che non tengono conto delle diverse culture e delle esperienze traumatiche personali. Inoltre, chi fugge ha difficoltà a trovare testimoni o documenti che confermino il proprio racconto.

Alla fine, la domanda di Khaled è stata respinta per “manifesta infondatezza” e si è attivata la procedura di espulsione. Nonostante un ricorso presentato nei tempi, la sospensiva è stata rigettata dal tribunale, impedendogli di restare regolarmente in Italia.

La detenzione nei CPR: una realtà dura e invisibile

Nel settembre 2025, Khaled è stato portato al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Milano, in via Corelli, uno dei dieci centri in Italia. I CPR sono strutture dove vengono trattenuti, in attesa del rimpatrio, chi non ha un permesso di soggiorno valido.

Qui Khaled ha vissuto in una stanza spoglia, con muri anneriti dalla muffa e una luce fioca. Le condizioni sono difficili, aggravate dall’isolamento e dalla mancanza di assistenza sanitaria costante. Negli ultimi mesi del 2024, in questi centri sono stati segnalati casi di tentativi di suicidio, autolesionismo e rivolte quasi ogni giorno, segno di un clima pesante.

Uno degli aspetti più denunciati è l’uso massiccio di psicofarmaci per sedare i detenuti, una pratica che ha sollevato accuse di “deriva manicomiale”. Nel CPR di Milano, però, ai detenuti è permesso l’uso del cellulare, un’eccezione che ha permesso a Khaled di mantenere i contatti con l’esterno e di ricevere il supporto di associazioni come il Naga, che da anni chiedono di poter entrare nei centri per controllare le condizioni dei trattenuti, senza mai ottenere risposta dalle autorità.

Nonostante la detenzione, Khaled ha potuto partecipare a un’udienza di convalida davanti al giudice di pace di Milano. L’avvocato ha sottolineato come Khaled avesse sempre lavorato regolarmente fino al giorno del trattenimento. Questo ha convinto il giudice a non convalidare la detenzione, permettendo così a Khaled di uscire dal centro.

Tra lavoro e incertezze: una vita sospesa

Prima della detenzione, Khaled aveva lavorato nelle campagne e in un ristorante cinese a San Marco, mantenendo un rapporto di lavoro stabile. Ma il rigetto della sospensiva ha creato un vuoto legale e burocratico nella sua posizione. Nonostante il diniego, per un errore dell’amministrazione il permesso di soggiorno è stato rinnovato a marzo 2025, permettendogli di lavorare altri sei mesi.

Queste disorganizzazioni sono comuni nelle storie dei migranti: la burocrazia e la vita reale spesso viaggiano su binari diversi, lasciando chi è coinvolto in una zona grigia di incertezza e precarietà. Durante questo periodo, Khaled non ha ricevuto spiegazioni chiare sulle conseguenze del rigetto e della mancata sospensiva.

Il rapporto di lavoro si è interrotto con la detenzione. A Passons la notizia si è sparsa in fretta, e la perdita del lavoro ha coinciso con un isolamento crescente. Khaled si è ritrovato senza permesso valido, senza un tetto, costretto a dormire nei parchi.

Il ritorno forzato e la sfida di ricominciare

Dopo l’uscita dal CPR, Khaled è tornato in Friuli con pochi mezzi e senza diritti, chiamato a ricostruire una vita spazzata via in pochi giorni. La paura e l’incertezza per il futuro pesano ogni giorno. Rimettersi in piedi, trovare un lavoro, mantenere i familiari lontani in Bangladesh restano sfide enormi.

La comunità bangladese in Friuli Venezia Giulia conta oltre ottomila persone. Per molti, l’emigrazione è un progetto collettivo, un investimento per la famiglia lasciata a casa. Molti partono lasciando moglie e figli, puntando sul lavoro in Europa per inviare soldi.

La detenzione e il rischio di rimpatrio segnano una cesura dolorosa in questo cammino, interrompendo l’impegno sociale ed economico che tante storie di migranti rappresentano. Khaled si trova ora ad affrontare il ritorno in un paese segnato da crisi politica e repressione, consapevole di dover ricominciare da zero.

In pochi anni, Khaled ha vissuto il conflitto tra una normativa europea severa, procedure italiane rigide e la sua vita fatta di lavoro e relazioni. La sua storia racconta le contraddizioni di un sistema che spesso trasforma persone in numeri, lasciandole in bilico tra speranze e decisioni che cambiano il corso delle loro esistenze.

Change privacy settings
×