Guglielmo Marconi: Il Pioniere Italiano che Ha Cambiato la Comunicazione e la Storia Aerea

Redazione

2 Aprile 2026

Nel 1911, mentre le onde radio cominciavano a trasformare il mondo, l’Italia lanciava la sua offensiva coloniale in Libia. Guglielmo Marconi, nome simbolo dell’innovazione, si trovava al centro di una realtà ben diversa dal progresso puro: la tecnologia che aveva creato veniva usata per controllare territori e sorvegliare popolazioni. Tra i primi bombardamenti aerei e le trasmissioni radio, si consumava una guerra poco raccontata, ma cruciale per capire le radici del colonialismo italiano. Alessandra Ferrini, scavando tra archivi e immagini dimenticate, smonta i miti nazionali in “I saw a dark cloud rise”, un progetto che mette in luce l’intreccio tra fascismo, propaganda e repressione. A Torino, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, questa narrazione svela un volto nascosto della storia, costringendoci a confrontarci con le ombre ancora vive del passato.

Marconi, tra mito tecnologico e ruolo coloniale nella guerra italo-turca

La figura di Marconi è scolpita nell’immaginario collettivo come quella di un innovatore, quasi un eroe nazionale, il padre della comunicazione senza fili. Il suo nome spuntava ovunque: sulle monete, nei diplomi radioamatoriali, nei libri di scuola. Ma pochi sanno che durante la guerra italo-turca, nel 1911-1912, Marconi fu anche un attore chiave di una campagna militare coloniale. Fu lui a mettere a punto l’uso della radiotelegrafia per coordinare le truppe italiane in Libia, segnando così un salto tecnologico al servizio di una conquista violenta. Non si trattò solo di un esperimento scientifico: Marconi stesso si definì “primo fascista” della radio, vantandosi di aver anticipato Mussolini unendo fasci di raggi elettrici.

In quella guerra, Marconi vestì così due ruoli insieme: scienziato e militare, innovatore e strumento di un regime che lo esalterà come simbolo di un’Italia in cerca di grandezza imperialista. Tra il 1927 e il 1937 fu anche membro onorario dell’Associazione Radioamatori Italiani, un’organizzazione che contribuì a diffondere la figura del “marconista”. Questo intreccio tra progresso tecnologico e dominio coloniale non si può certo ignorare, soprattutto se visto con gli occhi di oggi.

Le immagini nascoste del colonialismo: Ferrini smonta la memoria ufficiale

Con la sua mostra “I saw a dark cloud rise”, Alessandra Ferrini rompe il silenzio su un passato spesso taciuto o raccontato male. A Torino, nel 2025, ha messo insieme fotografie, documenti, cartoline e manifesti d’epoca per ricostruire i segni visivi di un colonialismo italiano intriso di fascismo tardo, quello che lo storico Alberto Toscano chiama “Late Fascism”. Il suo lavoro è quasi da detective: cerca “segni involontari” che svelano la violenza nascosta nel modo in cui la tecnologia e l’immaginario italiano sono stati plasmati.

La mostra si presenta come un atlante visivo senza compromessi: volti di bambini libici oscurati, accostati a immagini di coetanei italiani diretti verso la conquista; manifesti che esaltano la potenza tecnica del regime ma nascondono gli orrori dei bombardamenti; documenti ufficiali che mostrano la stretta complicità tra scienza, propaganda e oppressione. Ferrini evita il voyeurismo tipico di certe rappresentazioni coloniali: sfuma i volti, manipola le immagini per far emergere una violenza dello sguardo ancora oggi molto presente.

Assemblaggi e videoinstallazioni coinvolgono il pubblico, invitandolo a riconoscere un sistema di “fantasie tecnologiche fasciste” alimentate da gerarchie razziali e imperialismo estetico. La mostra diventa così un laboratorio critico, dove l’arte smonta miti e apre a una nuova consapevolezza storica.

Tecnologia e guerra: il legame tra il primo bombardamento aereo e le comunicazioni wireless

Un’altra parte della mostra si concentra sul nesso tra l’evoluzione della tecnologia senza fili e il primo bombardamento aereo della storia, compiuto dall’aviatore Giulio Gavotti nel 1911 durante la guerra italo-turca. Questa non è una coincidenza: tecnologia e violenza si intrecciano nelle strategie militari di un regime che coniuga modernità e brutalità.

La videoinstallazione mette insieme suoni e immagini originali: il ronzio degli apparecchi radio primitivi, le voci di Marconi, Gavotti e del futurista Filippo Tommaso Marinetti, che proprio dalla Libia trasse ispirazione per le sue sperimentazioni letterarie sull’“immaginazione senza fili”. Così cinema, letteratura e tecnologie si intrecciano nel quadro di un dominio coloniale e di nuove armi.

Ferrini riprende e sovverte il concetto di “occhio bellico” di Paul Virilio: spezza le immagini di guerra, ne annebbia la chiarezza, mettendo in discussione il modo in cui queste testimonianze vengono usate per celebrare o cancellare la memoria delle violenze. È un invito a riflettere sul potere delle immagini, su cosa raccontano davvero e cosa invece nascondono.

Famiglie, Biennale e i nodi mai sciolti del postfascismo

Un altro capitolo del lavoro di Ferrini indaga istituzioni culturali italiane e la loro storia intrecciata con la politica di un’epoca ambigua e mai del tutto superata. Nella performance “Unsettling Genealogies” , l’artista racconta la storia della sua famiglia e quella della Biennale di Venezia, simbolo dell’arte italiana e del suo respiro internazionale.

I suoi parenti lavorarono per Antonio Maraini, segretario generale della Biennale tra il 1928 e il 1942. In quegli anni, Giuseppe Volpi, uomo chiave del regime fascista e governatore della Tripolitania, guidava l’istituzione e promuoveva eventi come la prima Esposizione internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Ancora oggi, la coppa che premia i migliori attori porta il suo nome, un’eredità che mostra quanto siano complicati i legami tra arte, politica e memoria.

Con queste scoperte, Ferrini sfida chi guarda a capire come reti di potere e ideologie abbiano resistito nel tempo, ben oltre la fine ufficiale del fascismo. L’arte diventa così uno strumento per discutere il presente alla luce di un passato che non è mai stato davvero elaborato.

Storia e revisione critica: libri e cinema contro l’oblio coloniale

Accanto all’indagine visiva, Ferrini porta avanti un lavoro editoriale e cinematografico. Nel 2024 ha pubblicato “Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya”, un volume che raccoglie studi di storici e ricercatori che scavano nelle pagine più oscure della storia coloniale italiana. Il titolo riprende una frase forte di Angelo Del Boca, storico che da decenni denuncia il silenzio intorno alla repressione fascista in Libia.

Del Boca, già nel 1983, denunciava il veto italiano al film “Il Leone del deserto” di Moustapha Akkad, un documento fondamentale sul genocidio dei Senussi. Si parla di campi di concentramento, armi chimiche, deportazioni di massa: fatti troppo spesso dimenticati nella memoria nazionale.

Attraverso cinema e pubblicazioni, Ferrini esplora i legami tra passato e presente: in “Gaddafi in Rome. Anatomy of a Friendship” si guarda alle relazioni postcoloniali tra Italia e Libia, mostrando come accordi e retoriche attuali riprendano modelli di dominio vecchi di decenni.

Questo percorso mette in luce la necessità di affrontare la complessità storica, rompendo il silenzio e mettendo in discussione i miti che ancora influenzano la coscienza collettiva.

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