La Terza Via delle Foreste: Il Dialogo Segreto che Anticipò la Caduta del Muro di Berlino

Redazione

30 Marzo 2026

Il 22 settembre 1989, in una valle appartata della Slovenia, un gruppo di giovani studiosi si incontrava tra faggi e abeti. Non erano politici né attivisti, ma scienziati con una visione chiara: cambiare il modo in cui l’Europa gestisce i suoi boschi. Parlavano di sostenibilità, certo, ma soprattutto di equilibrio — tra economia e natura. Immaginavano foreste che non fossero solo raccolte di alberi da tagliare, ma spazi vivi, ricchi di biodiversità e in grado di offrire servizi preziosi all’ambiente e all’uomo. Da quell’incontro nacque Pro Silva Europa, un’associazione che ha promosso una gestione forestale “vicina alla natura”. Eppure, a più di trent’anni di distanza, quel movimento continua a lottare per farsi conoscere e per affrontare le nuove sfide di un continente in trasformazione.

Selvicoltura: tra tradizione e nuovi modelli

La selvicoltura è l’arte e la scienza di gestire i boschi per mantenere e migliorare i servizi che offrono alla società. Non si tratta solo di produrre legname, ma di proteggere il suolo, la biodiversità, prevenire incendi, offrire spazi per il tempo libero e proteggere le comunità dai rischi naturali come valanghe o frane. Nel XIX secolo, soprattutto grazie alla Scuola sassone di Tharandt in Germania, la gestione forestale prese una piega industriale, puntando al massimo profitto legnoso. Questo ha significato sostituire le foreste naturali, ricche di specie miste di latifoglie, con piantagioni di abete rosso e pino silvestre, più veloci da coltivare ma meno resilienti.

Col tempo, questa scelta ha mostrato i suoi limiti: i boschi sono diventati più fragili, con alberi schiantati dal vento, attacchi di insetti e una perdita di biodiversità e habitat. Il paesaggio si è trasformato in una sorta di campo agricolo, con crisi sempre più frequenti. Dopo la Seconda guerra mondiale, i forestali europei iniziarono a mettere in discussione questo modello, cercando di riportare i boschi a condizioni più naturali, ma senza rinunciare alla produzione e ai servizi essenziali. Da qui nasce l’idea di una selvicoltura che non punta solo al rendimento, ma rispetta le leggi della natura e favorisce la biodiversità, grazie alla rinnovazione naturale e alla gestione attenta delle specie autoctone.

Pro Silva: il manifesto di una gestione forestale più consapevole

Il 1989 è anche l’anno di nascita di Pro Silva Europa, fondata nel piccolo villaggio sloveno di Robanov Kot. Guidati da esperti come Dušan Mlinšek e Brice de Turckheim, il gruppo lanciò un appello ai forestali europei: abbandonare gradualmente il modello industriale e adottare un approccio più “vicino alla natura”. Nel loro manifesto sottolinearono la necessità di un cambio culturale e operativo, mettendo al primo posto la stabilità degli ecosistemi e la capacità delle foreste di offrire molteplici servizi.

Questo nuovo modo di vedere la selvicoltura puntava a conservare boschi con specie adatte al territorio, valorizzare la diversità strutturale, promuovere la rinnovazione naturale e mantenere habitat fondamentali come alberi vecchi e legno morto. Elementi un tempo visti come ostacoli alla produzione, che sono diventati il cuore di un modello che coniuga sostenibilità e produttività. Nel tempo, Pro Silva si è diffusa in 25 paesi europei, arrivando in Italia nel 1996, e ha promosso convegni, seminari e importanti escursioni tecniche per diffondere queste idee.

Linee guida 2023: un passo avanti verso una selvicoltura più naturale

Il 27 luglio 2023 è stata una data chiave per la selvicoltura europea. La Commissione Europea ha pubblicato le “Guidelines on closer-to-nature forest management”, un documento che ufficializza e diffonde il modello promosso da Pro Silva fin dagli anni ’80. La novità principale sta in una sfumatura linguistica: dal “close to nature” si passa a “closer to nature” .

Non è un dettaglio. L’aggiunta del comparativo “closer” indica un percorso graduale, realistico, piuttosto che un obiettivo immediato e assoluto. È stato un compromesso necessario per far accettare il modello anche in paesi nordici dove la gestione forestale resta ancora molto agricola e intensiva. Qui molte superfici sono coltivate quasi come campi monocolturali, con poca attenzione alla biodiversità e ai processi naturali di rinnovazione.

Le linee guida propongono quindi un cammino a tappe: non un balzo verso un modello completamente naturalistico, ma un avvicinamento progressivo che tenga conto delle esigenze produttive, ecologiche e sociali. Si riconosce l’importanza di alberi vecchi e legno morto per la biodiversità, e si promuovono specie autoctone, rinnovazione naturale e strutture forestali più varie. Tutto ciò per avere foreste più resistenti ai cambiamenti climatici e più ricche di vita.

Tra tutela e produzione: la sfida dell’equilibrio

Le nuove linee guida rispondono direttamente a due strategie dell’Unione Europea: la “Strategia europea sulla biodiversità al 2030” e la “Nuova strategia per le foreste al 2030”. Questi piani mettono sul piatto sfide impegnative legate alla conservazione degli habitat, all’adattamento climatico e alla necessità di garantire una produzione costante di materie prime rinnovabili.

Il concetto di “closer to nature” offre uno schema condiviso per integrare tutela della biodiversità e funzioni produttive. In Europa, con paesaggi fortemente antropizzati, questo equilibrio è fondamentale. Evita di cadere in gestioni troppo rigide che dividono il territorio in aree di sola protezione e altre di sola produzione. Lasciare ampie foreste alla sola evoluzione naturale è importante, ma da solo non basta, mentre la produzione intensiva serve a rispondere alle necessità economiche, soprattutto con un ruolo crescente del legno nella transizione ecologica.

Per questo le linee guida propongono una “terza via”: un modello che combina protezione e gestione, preserva gli ecosistemi e assicura le risorse. Secondo le stime, tra il 10 e il 20% delle foreste va riservato alla conservazione rigorosa, un’altra quota simile alle piantagioni produttive specializzate, mentre la parte più grande, dal 60 all’80%, è destinata a una selvicoltura “più vicina alla natura”, cioè multifunzionale e sostenibile.

Gestione integrata o segregata? Il dibattito in corso

Dietro queste linee guida si è acceso un confronto intenso tra centinaia di esperti europei, coordinati dall’European Forest Institute . Il nodo più discusso riguarda il modello da seguire: separare nettamente le aree di protezione da quelle di produzione intensiva, oppure cercare un approccio che bilanci questi obiettivi nello stesso territorio.

Jørgen Bo Larsen, forestale danese e coordinatore del gruppo di lavoro, mette in guardia contro un modello troppo diviso. Secondo lui, la segregazione spinta può creare squilibri sociali e ambientali, con rischi di conflitti e vuoti ecologici. Al contrario, l’approccio integrativo accoglie la complessità del paesaggio europeo, valorizzando la multifunzionalità della gestione forestale.

Questa visione si traduce in progetti concreti come Horizon TRANSFORMIT, che promuove la gestione forestale integrativa con strumenti pratici per monitorare il bilanciamento tra conservazione, produzione e resilienza climatica. In Italia, Pro Silva e reti come Integrate Network portano avanti da anni questa strada, cercando di superare vecchi modelli intensivi e frammentati.

In Italia, esempi concreti di gestione “vicina alla natura”

In Italia, la selvicoltura “vicina alla natura” ha trovato terreno fertile soprattutto nelle Alpi, dove la biodiversità è ricca e le condizioni favoriscono una gestione sostenibile e multifunzionale. Due progetti Life dell’Unione Europea sono esempi concreti.

Life Span, guidato dal CNR-IRET, opera nella foresta friulana del Cansiglio e in quella bavarese di Sailershausen. Qui si creano habitat per specie saproxiliche, cioè organismi che vivono nel legno morto. Questi “Saproxylic Habitat Sites” sono vere oasi naturali sparse in boschi gestiti in modo non intensivo, favorendo così la biodiversità e creando una rete ecologica.

Parallelamente, Life GoProForMED, attivo nel Mediterraneo , promuove la creazione di “core area” ad alto valore conservazionistico, isole per la biodiversità e alberi habitat all’interno di foreste destinate anche alla produzione. Questo progetto sottolinea l’importanza di coniugare protezione, produzione e aspetti sociali, adattandosi ai diversi ambienti mediterranei.

Queste iniziative sono la naturale evoluzione delle idee nate a Robanov Kot e si inseriscono nel solco tracciato dalle linee guida europee, verso una selvicoltura più naturale e sostenibile.

La sfida culturale dietro il “closer to nature”

Nonostante gli strumenti e gli esperti, il cambiamento fatica a prendere piede ovunque. La gestione “closer to nature” si scontra con resistenze soprattutto dove gli interessi economici legati alla produzione intensiva di legname sono radicati. Jørgen Bo Larsen segnala come manchi una certificazione volontaria specifica e meccanismi economici di incentivo, che rendano più facile adottare modelli sostenibili.

Dietro tutto questo c’è però una questione culturale profonda. Il modello segregativo separa nettamente tutela ambientale e produzione, due mondi spesso chiusi in sé stessi. L’approccio integrativo invita a un dialogo, a trovare compromessi responsabili, a costruire una nuova “selvi cultura” dove conservazione ed economia forestale non si escludano, ma si completino.

Gestire “vicino alla natura” significa trovare un equilibrio fatto di empatia e rigore, essenziale in una società che deve affrontare sfide ambientali complesse senza semplificazioni.

A questa sfida si unisce l’urgenza di tradurre le intenzioni in fatti concreti, con investimenti, formazione e pianificazione lungimirante. Solo così le foreste europee potranno diventare territori resilienti e fonte di benessere per le generazioni di oggi e di domani.

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