Dentro l’officina delle Antimacchine di Valentina Tanni: tra pericoli e creatività nel seminterrato oscuro

Redazione

28 Marzo 2026

Nel cuore di Roma, sotto le volte antiche di un edificio nascosto, si apre una stanza dove i dispositivi elettronici non sono sacri. Firmi una liberatoria, consapevole dei rischi, poi ti immergi in un ambiente quasi surreale: trapani, seghetti, martelli in mano, e via, a smontare smartphone, tablet e tutto ciò che emette un segnale digitale. Non è un set da film horror, ma CR3P4, una rage room ideata dal collettivo Liminal State. Qui la distruzione diventa un gesto consapevole, un’indagine sulle “scatole nere” che portiamo sempre con noi, ma di cui ignoriamo il funzionamento interno. Non si tratta solo di sfogare la rabbia: è un modo per rompere la passività con cui usiamo la tecnologia, trasformando il gesto in un atto politico, culturale, filosofico. A guidare questa riflessione è Valentina Tanni, autrice e ricercatrice che, con il suo libro _Antimacchine_ , ci spinge a guardare alle tecnologie digitali con occhi critici, creativi e, se necessario, sovversivi.

CR3P4: la rabbia contro la tecnologia diventa scoperta a Roma

Entrare nella rage room CR3P4 significa entrare in uno spazio sospeso, un luogo dove distruggere diventa un modo per scoprire. Nel seminterrato, una dozzina di persone maneggiano attrezzi affilati con la cura di un chirurgo, illuminando con luce fredda parti di macchine smontate, quasi fossero corpi elettronici su un tavolo da sala operatoria. L’idea è semplice, ma potente: offrire un posto dove sfogare la rabbia contro i dispositivi digitali che ci governano ogni giorno, aprirli, rovinarli, smontarli con i martelli, per svelarne la complessità nascosta.

Il collettivo Liminal State, che cura lo spazio, mescola questa voglia di distruzione con un’estetica cyberpunk, quasi una denuncia contro l’alienazione tecnologica che subiamo senza nemmeno accorgercene. La rage room diventa così un laboratorio per capire come interagiamo con la tecnologia: smontare significa anche riappropriarsi di un rapporto spesso opaco e distante con ciò che ci circonda.

Questo spazio non è solo distruzione fisica, ma anche una provocazione che mette in discussione la natura stessa degli strumenti digitali. È un invito a riscoprire un ruolo attivo, a non restare spettatori passivi di oggetti “black box” di cui ignoriamo il funzionamento interno. Un’esperienza intensa, a tratti scomoda, che però regala un raro momento di libertà: la tecnologia si spoglia dell’aura di invincibilità e si lascia finalmente guardare dentro.

Valentina Tanni, tra arte digitale e critica militante

Valentina Tanni è una delle voci più importanti nel campo dell’estetica digitale e della tecnologia contemporanea. Cresciuta con Internet, esplora le forme artistiche nate nel mondo digitale, mantenendo un equilibrio tra fascino e critica lucida verso rischi e potenzialità. Dopo libri come _Memestetica_ e _Exit reality_ , ora con _Antimacchine_, edito da Einaudi nella collana Maverick, sposta l’attenzione su un atteggiamento più pratico e deciso verso i dispositivi digitali.

Dai primi studi sui fenomeni virali – i meme, oggetti digitali pieni di significati culturali – fino a un’analisi delle estetiche di internet, la ricerca di Tanni trasforma l’osservazione artistica in un atto politico. In _Exit reality_ aveva già descritto il mondo digitale come un “ecosistema alieno”, tra nostalgie , sfide esistenziali e paure collettive : un’immersione totale nelle nuove estetiche della rete.

Con _Antimacchine_, però, il discorso si fa più deciso: si passa dalla meraviglia a una militanza consapevole. Il libro racconta come il rapporto con le macchine sia fatto di controllo e resistenza, tra uso imposto e rifiuto creativo. La prospettiva è quella di un uso “sbagliato”, che sovverta le regole e recuperi uno spazio di libertà dentro la tecnologia.

“Misuse”: usare male le macchine per resistere e far politica

Il cuore di _Antimacchine_ è la nozione di “misuse”, cioè l’uso improprio delle tecnologie. Non è solo infrangere le regole, ma un modo strategico per appropriarsi, riusare e trasformare le macchine, per sovvertirne il significato e il controllo. Questa pratica, nata da Jon Ippolito con _The Art of Misuse_ nel 2001, attraversa tutto il libro di Tanni.

Attraverso esempi concreti, il libro spiega quanto sia importante questa strategia per uscire dalla “gabbia tecnologica” che ci imprigiona, fatta di modelli funzionali e ideologici preconfezionati. Dirottare un dispositivo significa rifiutare la sua “efficienza” normale e aprirsi a nuove forme di espressione e azione politica.

Il “misuse” si divide in tre grandi modi. L’appropriazione cambia il valore simbolico degli oggetti, come un graffito che trasforma un muro. Il riuso dà nuova vita a dispositivi vecchi o strani, come nel circuit bending dei giocattoli sonori, creando un’estetica fatta di rumori inaspettati. La ricontestualizzazione sovverte l’ideologia nascosta negli oggetti, come nel film marxista _La dialectique peut-elle casser des briques?_ di René Viénet, che trasforma un film di arti marziali in un’opera di agitazione politica.

Queste pratiche vanno da installazioni artistiche come _Magnet TV_ di Nam June Paik, a operazioni più estreme e pericolose, come trasformare un Roomba in una macchina armata di coltelli. Idee bizzarre come il Furby Organ o il Vape-o-Gochi portano all’estremo il concetto di dispositivo tecnologico come spazio di sperimentazione anarchica e giocosa.

Tra tutti spicca _The Ultimate Machine_ di Marvin Minsky, costruita negli anni ’50: si spegne da sola appena accesa, incarnando uno spirito filosofico e ironico che riassume tutta la teoria dell’antimacchina come provocazione sul senso e lo scopo della tecnologia.

Quando le macchine diventano “umane”: i rischi della fede tecnologica

Il discorso di Tanni supera il campo artistico e tecnologico per entrare nella cultura di massa. Nel 2024, per esempio, il film _Il robot selvaggio_ di Chris Sanders racconta la storia di un androide abbandonato che si integra con gli animali di un bosco, trasformandosi in un essere quasi “vivente” e socialmente accettato. Qui la macchina diventa un personaggio empatico.

Questo filone, già presente in film come _WALL-E_ o _Big Hero 6_, mostra la tendenza a umanizzare macchine e intelligenze artificiali, costruendo un rapporto di comunicazione invece che di semplice strumento. Se da un lato questa empatia può suscitare curiosità e tenerezza, dall’altro rischia di offuscare una visione lucida dei meccanismi tecnologici, nascondendo la necessità di un uso critico e distaccato.

L’avanzata dell’intelligenza artificiale, con modelli come ChatGPT o Gemini, è accompagnata oggi da narrazioni quasi religiose. Nel mondo tech, tecnologia e fede si intrecciano, con figure di spicco come Marc Andreessen o Sam Altman che parlano della tecnologia come di un potere salvifico, creando una sorta di culto secolare che mescola apocalisse e utopia.

Tanni osserva che questa tecno-mistica non è una novità, ma oggi ha assunto una piega paradossale. Se un tempo si sperava che le macchine liberassero l’uomo dal lavoro, oggi si affida alla tecnologia la salvezza da crisi complesse come quelle ambientali, economiche e sociali, rischiando di cadere in una fede cieca che svuota la ragione critica.

Rimettere in discussione la tecnologia: il manifesto di una resistenza attiva

Il messaggio di _Antimacchine_ è chiaro e forte: basta subire la tecnologia passivamente. Bisogna restituirle il ruolo di oggetto manipolabile, smontabile e, se serve, sabotabile. Ignorare le istruzioni, aprire un dispositivo o cambiarne la funzione non sono solo gesti pratici, ma azioni cariche di significato politico e culturale.

Tanni invita a un uso improprio come forma concreta di resistenza, un gesto che unisce pratica e riflessione filosofica, opponendosi alla sacralizzazione incontrollata della tecnologia. Questo rifiuto della venerazione della macchina diventa un atto di disobbedienza che rompe il pensiero unico dominante e apre spazi per sperimentare, dissentire e liberarsi.

In un’epoca in cui il controllo politico e sociale sulla tecnologia è un tema centrale, la proposta di Tanni suona come un manifesto per chi non vuole arrendersi al dominio delle “black box” e vuole reinventare ogni giorno il proprio rapporto con le macchine. La battaglia contro una tecnologia troppo potente e incomprensibile si gioca anche nel coraggio di chi decide di fare un passo avanti: rompere, modificare, disubbidire.

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