La scrittura intensa di Leila Guerriero: tra dolore, tortura e corpo nel libro La chiamata (2025)

Redazione

24 Marzo 2026

“Mi chiamavano la loca,” ripete Silvia Labayru, voce spezzata ma ferma. La sua storia, catturata da Leila Guerriero in “La llamada”, non è una semplice cronaca. È un fiume in piena che travolge chi legge, con pause e ripartenze che sembrano respirare. La dittatura di Videla in Argentina torna a vivere attraverso le sue parole, ma non come un racconto piatto. Silvia non è solo una vittima: è un corpo che pulsa, fragile e resistente al tempo stesso. Guerriero non si limita a narrare; si mette in gioco, mostrandosi incerta, dubbiosa, parte di quel racconto che si costruisce tra memoria e scrittura.

Ripetizioni e liste: la struttura che fa vibrare il racconto

In “La llamada”, le parole tornano continuamente, diventano quasi cose da toccare e sentire. Le ripetizioni non sono un semplice difetto o un appesantimento, ma veri e propri strumenti di scrittura pensati per lasciare un segno nella memoria del lettore. Così si costruisce il racconto di Silvia Labayru: un pensiero che ribolle, che si ripete, che torna su se stesso. Parole come “cuerpo” , “dolor” e “tortura” ricorrono spesso, tracciando una mappa emotiva e tematica ben precisa.

La struttura si regge su serie di elementi simili, frammenti di ricordi che si dispiegano con calma. Le liste diventano come “zattere” a cui Guerriero si aggrappa per attraversare momenti diversi della storia. Questi raggruppamenti tematici non solo guidano il lettore, ma lo portano a sentire davvero il dolore, l’angoscia, la tortura che non è solo fisica, ma si riflette anche nella forma stessa del racconto. Prendiamo per esempio la serie “torture”, con descrizioni che mostrano la resistenza attraverso il linguaggio, il corpo che si contrae, o la serie “i miei genitori” che esplora legami familiari tesi e dolorosi.

La prima persona: tra oralità e soggettività

Guerriero sceglie di raccontare in prima persona per mostrare la relazione complessa tra la giornalista e Silvia Labayru. Non è una semplice intervista, ma un dialogo carico di tensioni, dubbi e contraddizioni. L’autrice non si nasconde dietro a un ruolo neutro: mette in chiaro i suoi dubbi, le domande senza risposta, le immagini che la colpiscono.

La narrazione ha una voce sobria, equilibrata, che evita toni troppo tragici per dare spazio alla complessità emotiva della protagonista. Il modo di parlare raccontato rispecchia fedelmente l’eloquio frammentato, esitante di Silvia, soprattutto quando parla di militanza e prigionia. Così Guerriero unisce realismo e poesia, creando un testo che ha una sua musica interna fatta di pause, ribaltamenti e scatti lirici improvvisi.

Scrivere con il corpo: fisicità e piacere oltre il trauma

“La llamada” si distingue anche per la cura con cui Guerriero mette al centro il corpo, sia nell’esperienza vissuta da Silvia sia nell’atto stesso di scrivere. La parola “corpo” non è solo una metafora, ma una presenza concreta, tangibile. L’autrice parla di scrivere con il corpo, di uno sforzo fisico reale. Lo racconta anche nella sua esperienza: venti giorni per rimettere in sesto una mano dolorante a forza di scrivere, la consapevolezza del corpo come strumento di lavoro.

Nel racconto non manca il piacere, soprattutto quello sessuale, fondamentale per capire la forza vitale di Silvia Labayru. Uno degli episodi più sorprendenti è l’introduzione del “Satisfyer” – un vibratore – come simbolo di autodeterminazione e resistenza, anche negli spazi più opprimenti della detenzione. Questo dettaglio rompe il cliché della vittima passiva, portando nel racconto un’intimità fatta di ironia e humor nero, elementi essenziali per raccontare una realtà complessa, che non si riduce al solo dolore.

Un racconto che salta nel tempo: memoria e montaggio frammentato

La narrazione si sviluppa senza capitoli, con un montaggio discontinuo che avanza e torna indietro nel tempo, proprio come un fiume che non scorre dritto. La linea temporale si intreccia continuamente con il presente di Silvia, i suoi ricordi e gli eventi storici dell’Argentina durante la dittatura. Guerriero costruisce la storia seguendo gli indizi che emergono piano piano, rispettando il modo in cui la mente e le emozioni di chi racconta lavorano.

Questo montaggio fuori dagli schemi riflette il funzionamento della memoria: antica, fragile, ma intensa. L’autrice evita una narrazione rigida e cronologica per lasciare spazio a un percorso che somiglia a un flusso mentale, fatto di ripetizioni, variazioni, luci e ombre. Così la scrittura diventa esperienza del tempo incerto della rielaborazione interiore.

La parola come strumento vivo

Ogni parola nel libro ha un suo peso preciso, estetico e narrativo. Non c’è spazio per termini buttati lì a caso o intercambiabili. Guerriero cura ogni espressione, le dà consistenza, ritmo, corpo. La scrittura si fa fisica e si avvicina alle teorie di Annie Ernaux e Joan Didion sul non-fiction, che evita la finzione ma apre nuove strade formali.

Parole dure come “tortura”, “dolore”, “violenza” sono usate con parsimonia, perché ogni volta devono avere la forza di una rivelazione, mai diventare routine o sfocature. La parola diventa una chiave che apre mondi nascosti, invita chi legge a entrare nei dettagli più segreti del racconto, a cogliere quel bagliore che si nasconde nel grigio della memoria.

Dubbi e contraddizioni: un racconto che non si chiude mai

In “La llamada” non si trova una verità definitiva o un’unica interpretazione. Guerriero non vuole dare la versione “giusta” della storia di Silvia, ma mostra il racconto come un terreno instabile, fatto di sospetti, incoerenze e contraddizioni. Il dubbio è al centro della narrazione, invita il lettore a mettersi in ascolto con rispetto per la complessità dell’esperienza.

Anche le ambiguità – per esempio quelle legate ai giudizi sulle azioni o alle inevitabili imprecisioni del ricordo – diventano parte della dimensione umana e politica del racconto. La relazione tra giornalista e fonte si rivela piena di pregiudizi reciproci e momenti di scontro, rendendo tutto più intenso e autentico.

L’opera si presenta così come un’inchiesta giornalistica che va oltre il semplice reportage, trasformandosi in un’esperienza letteraria che spinge a riflettere sulle forme della testimonianza, sull’etica della narrazione e sull’importanza della voce di chi racconta la Storia.

Con “La llamada”, Leila Guerriero offre una prova di scrittura che intreccia corpo, parola e memoria. Un libro che insegna come raccontare la violenza senza perdere di vista l’umanità, che rompe la linearità per scavare nel tempo fluido della coscienza e della testimonianza.

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