L’Occupazione del Kuwait nel 1990: Il Racconto Storico di Anna Maria Lorusso sulla Guerra del Golfo

Redazione

15 Marzo 2026

Gennaio 1991: un cormorano intrappolato nel petrolio appare in televisione, simbolo di un ambiente soffocato dalla guerra. È la guerra del Golfo, e quelle immagini rimbalzano ovunque, scuotendo le coscienze. Ma c’è un inganno dietro quel fotogramma: non sono stati girati né in quel luogo né in quel momento. Un falso, o forse una manipolazione, che però raccontava una storia che molti volevano credere. Da allora, il confine tra realtà e racconto si è fatto sempre più labile, trascinandoci nell’epoca della post-verità. Oggi, con l’intelligenza artificiale che modifica immagini, video e parole, tutto diventa ancora più confuso. Anna Maria Lorusso, professoressa di semiotica, indaga queste trasformazioni, mettendo a fuoco le sfide che il nostro sguardo sul mondo deve affrontare.

Guerra del Golfo: l’inizio della manipolazione mediatica

Tra agosto 1990 e febbraio 1991, l’Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait, giustificando l’azione con rivendicazioni legate al petrolio e al territorio. La risposta internazionale fu immediata: una coalizione guidata dagli Stati Uniti, autorizzata dall’ONU, intervenne per liberare il paese. Durante la ritirata, gli iracheni diedero fuoco a molti pozzi petroliferi, scatenando una catastrofe ambientale senza precedenti nel Golfo Persico.

In quel contesto circolarono immagini forti, come quella del cormorano intrappolato nel petrolio. Un’immagine potente, capace di trasmettere un messaggio politico ed emotivo, rafforzando l’idea di un Saddam crudele e spietato. Ma gli esperti e gli ornitologi fecero notare che quei cormorani non abitavano il Kuwait in quel periodo, segnalando come quelle immagini fossero state scattate altrove o in momenti diversi.

Nonostante ciò, il pubblico rimase profondamente colpito, perché quella storia si adattava perfettamente a una narrazione già diffusa e accettata dai media occidentali. La vicenda del cormorano fu uno dei primi casi evidenti in cui i media scelsero di puntare più sull’efficacia del racconto che sull’esattezza dei fatti. Fu l’inizio di un’epoca in cui l’informazione si spinse verso manipolazioni più estreme, con conseguenze pesanti sulla percezione collettiva della realtà.

Post-verità: quando i fatti diventano opinioni

Il termine post-verità arriva nel dibattito pubblico intorno al 2016, ma il fenomeno è più vecchio. Già nel 1992, lo scrittore Steve Tesich notava come la società si stesse abituando a ignorare verità scomode per mantenere una sensazione di stabilità. Col tempo, questo atteggiamento è diventato sistematico: i fatti oggettivi perdono importanza, mentre si moltiplicano le strategie che alimentano confusione e dubbi, per dividere le opinioni e rafforzare gruppi contrapposti.

Anna Maria Lorusso parla di post-verità come di un “regime discorsivo”, dove convivono più versioni della realtà, spesso ideologiche o costruite per suscitare emozioni. Quel cormorano diventa così un primo esempio di questa dinamica: non un caso isolato, ma una tappa di un percorso che ha trasformato profondamente il modo in cui i media raccontano il mondo.

Dagli anni ’80, quando la televisione sperimentava già manipolazioni emotive, fino alla “neotelevisione” degli anni ’90 e 2000, il mondo mediatico si è spostato verso la spettacolarizzazione. La realtà si frammenta e si trasforma in show, confondendo vero, falso e finzione. Già Umberto Eco negli anni ’80 aveva descritto la tv come un “cannocchiale girato dall’altra parte”, capace di distorcere ciò che vediamo.

Realtà disneyficata e finzione che diventa vera: il paradosso del nostro tempo

Nel suo ultimo saggio, Lorusso individua due tendenze chiave della società attuale: la “disneyficazione” della realtà e la “realizzazione” della finzione. La prima è un processo che semplifica e banalizza il reale, trasformando il dibattito pubblico in storie fatte di emozioni e stereotipi. La seconda riguarda il fenomeno per cui ciò che nasce come finzione viene trattato come se fosse vero, conquistando una sorta di “patente di realtà”.

I reality show, come il Grande Fratello, sono l’esempio più evidente: trasformano la vita quotidiana in narrazioni costruite per catturare un pubblico sempre più confuso da un mare di informazioni. Anche il true crime segue questa logica: i casi di cronaca nera diventano prodotti di consumo, spingendo il pubblico a una sorta di inquisizione simulata. Questo incide sulla coesione sociale, creando una visione spettacolare e individualistica della giustizia e della verità.

I documentari complottisti amplificano ancora di più questa tendenza: per avere successo devono coinvolgere con storie moralistiche, dove il mondo si divide in eroi e cattivi, e si “scoprono” complotti nascosti. Queste narrazioni puntano a sembrare scientifiche, ma si basano soprattutto su un coinvolgimento emotivo e identitario. Chi si sente escluso o impotente trova così un ruolo nella difesa di “verità interiori”, con effetti pericolosi sul dibattito democratico.

Intelligenza artificiale: il nuovo terreno di gioco per le notizie

L’ultimo capitolo del libro di Lorusso affronta il ruolo dell’intelligenza artificiale nel nostro modo di comunicare. L’IA è in grado di creare testi, immagini e video rapidamente, combinando una montagna di dati già esistenti, producendo contenuti che sembrano credibili ma mancano di creatività vera e spesso risultano piatti e ripetitivi.

Questo strumento amplia la capacità di costruire realtà ibride, rendendo ancora più labile il confine tra vero e falso. La diffusione di contenuti prodotti dall’IA rischia di uniformare le conoscenze, riducendo la complessità culturale a pochi temi dominanti e condivisi.

Un altro problema riguarda il modo in cui riceviamo queste informazioni: se la produzione diventa troppo veloce, diventa difficile fermarsi a capire davvero cosa c’è dietro, quali sono i contesti e i significati. Per questo diventa sempre più importante mantenere uno sguardo critico, imparando a riconoscere chi parla, da dove e con quali interessi.

Verità personali e frammentazione della dimensione pubblica

Oggi a dominare è l’individualità, che guida il modo in cui si percepisce e si legittima la verità. Le esperienze personali diventano spesso più importanti dei dati oggettivi. L’autenticità di un racconto privato viene vista come la prova definitiva, alimentando una cultura dove “l’intimità” è il metro di giudizio.

Il risultato è una frammentazione del sapere collettivo: diventa sempre più difficile costruire un linguaggio comune che metta insieme le differenze. Crescono invece bolle identitarie chiuse, polarizzate e impermeabili al confronto. Questo fenomeno indebolisce la politica e la democrazia, che si reggono proprio su una base sociale pluralistica.

Il web e i social media spingono verso comunicazioni rapide, percepite come spontanee e immediate, ma spesso superficiali e facili da manipolare. Il mito della spontaneità diventa uno strumento per legittimare una cultura dell’io che spesso sfugge alla riflessione critica.

Tra moltiplicazione delle verità e crisi del sapere condiviso

Oggi convivono tante “verità” contrapposte, ciascuna vista come assoluta in opposizione alle altre. Questa frammentazione indebolisce i legami sociali tradizionali e rende difficile il confronto pubblico su basi comuni.

Un sapere basato solo sulle esperienze personali fatica a creare un terreno condiviso per il dibattito e l’organizzazione collettiva. In un mondo sempre più confuso, la sfida è imparare a gestire la complessità e il caos della comunicazione.

Lorusso insiste sull’importanza di una “alfabetizzazione mediatica” più forte, non come controllo delle informazioni, ma come capacità di leggere testi e contesti, riconoscere le storie che vengono raccontate e valutare con senso critico i loro effetti.

Il compito che ci aspetta è costruire nuove forme di fiducia collettiva, in un’epoca in cui le certezze vacillano e il ritmo frenetico delle notizie spesso porta a confusione e disgregazione. Serve uno sforzo costante e consapevole per difendere il valore di un confronto ampio e articolato, capace di includere ma anche di distinguere.

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