The King of Comedy e Joker: il legame tra cinema cult e la nuova ossessione delle criptovalute in Italia

Redazione

12 Marzo 2026

Nel 1983, Martin Scorsese portava sullo schermo la figura inquietante di Rupert Pupkin, un aspirante comico disposto a tutto pur di raggiungere la fama. Oggi, a distanza di decenni e con il ritorno di The King of Comedy sotto i riflettori grazie a Joker, quella storia suona più attuale che mai. Pupkin non è solo un personaggio fuori luogo nel mondo dello spettacolo: è la rappresentazione di una società che premia chiunque riesca a catturare l’attenzione, anche a costo di scivolare nell’autodistruzione. In un’epoca dominata da social network, like e criptovalute, la corsa al successo diventa un gioco sempre più veloce e spietato. Le strade tradizionali per emergere si fanno strette; così, modelli come quello di Pupkin rischiano di trasformarsi da eccezioni in regole.

The King of Comedy: il trionfo del successo a ogni costo

Rupert Pupkin rappresenta una nuova faccia del successo: non tanto legata al talento quanto alla spietatezza e all’assenza di scrupoli. La sua ossessione lo spinge a oltrepassare ogni limite, arrivando persino a rapire il conduttore Jerry Langford per ottenere la sua occasione. E sorprendentemente, il pubblico applaude. Scorsese non punta il dito solo sull’individuo, ma sull’intera società che diventa complice, anzi promotrice, di questo desiderio di fama a tutti i costi. A differenza del Joker di Phillips, dove l’esclusione sociale sfocia in tragedia, The King of Comedy mostra un sistema che premia l’auto-esaltazione e l’irresponsabilità. Il finale, con Pupkin diventato celebrità e autore di best seller, racconta come il confine tra talento e follia si sfumi, lasciando spazio solo allo spettacolo.

La nuova fame di fama e il disagio della generazione Alpha

Oggi il successo è diventato quasi una lotteria, specialmente per i più giovani. Molti cercano scorciatoie per “fare il botto” in un mondo dove la gavetta sembra passata di moda e dove social media e criptovalute promettono guadagni facili. Quello che negli anni Ottanta sarebbe sembrato assurdo, oggi è la norma, alimentando una meritocrazia malintesa e spesso illusoria. Storie di duro lavoro e impegno sono messe in secondo piano da un mercato che premia più le conoscenze, il capitale iniziale o le strategie mediatiche che il semplice talento. Anche negli Stati Uniti, patria del mito del self-made man, le rapide scalate verso la fama sono viste con sospetto, più frutto di marketing che di reale merito.

La “classe disagiata” di Ventura: dall’illusione del successo all’infelicità

Raffaele Alberto Ventura affronta questo tema a fondo in La conquista dell’infelicità , parlando di una “classe disagiata”. Sono persone con alta formazione e cultura, ma incapaci di tradurre tutto questo in sicurezza economica o qualità della vita. Il disagio nasce dallo scontro tra aspettative e realtà, e non è solo una questione psicologica, ma strutturale: oggi il mercato non premia più impegno e talento come un tempo. La narrazione dominante, quella che spinge a “diventare sé stessi” e a realizzarsi, si scontra con un sistema che chiude le porte invece di aprirle.

Ventura invita a una riflessione profonda: serve una rivoluzione che tocchi la società, l’economia e la cultura. Non basta cambiare il sistema, bisogna ripensare anche i valori e le aspettative individuali. Così, “conquistare l’infelicità” diventa una nuova prospettiva, che chiede di mettere in discussione le illusioni su cui si è fondata la civiltà liberale e di immaginare narrazioni alternative, più realistiche e collettive.

Identità e social: tra autenticità, sincerità e profilismo

L’identità personale oggi si mescola con le dinamiche sociali ed economiche. Lionel Trilling, nel 1970, aveva distinto tra “sincerità” e “autenticità”, modi diversi di vivere sé stessi. Oggi, nell’era digitale, si parla di “profilismo”: costruzioni pubbliche e socialmente modellate del sé. Nei social network la linea tra reale e costruito è sempre più sfumata. Essere autentici diventa una performance, un obiettivo da raggiungere, e chi si espone pubblicamente è chiamato a raccontare la propria storia in modo da trasformarla in realtà attraverso un continuo lavoro su di sé.

Questo fenomeno si lega direttamente alla fama, intesa come riconoscimento da parte di sconosciuti. Milioni di persone vivono in prima persona questa esposizione, portando la loro identità dentro un sistema di relazioni che cambia radicalmente le regole del gioco: nuove opportunità ma anche illusioni, con una realizzazione personale che dipende sempre più da algoritmi e narrazioni amplificate dalla tecnologia.

Nuove finzioni per curare sé stessi e la società

Da un lato, il sistema attuale spinge alla competizione e alla concentrazione delle risorse. Dall’altro, si fa strada l’idea di finzioni alternative, capaci di sostenere una società più cooperativa e attenta al benessere. Ventura suggerisce, anche se in modo implicito, di dare valore ai lavori di cura – fisica, psicologica e relazionale – come nuove forme di fedeltà a sé stessi e agli altri. Una società fondata sulla reciprocità e sull’aiuto mutuo potrebbe dare vita a un’immaginazione collettiva diversa.

Il passaggio dalla teoria alla pratica sarà lungo e complesso. Non mancano rischi, come un’eccessiva medicalizzazione o difficoltà nel definire standard di benessere accettabili, che si intrecciano con le sfide di equità e gestione delle risorse. Nessuna finzione potrà mai realizzare pienamente i propri ideali senza cambiare e adattarsi nel tempo.

Rincantare il mondo: la sfida delle nuove narrazioni collettive

Max Weber ricordava che ogni civiltà si regge su narrazioni condivise che muovono l’azione collettiva. Quando queste si sfaldano, tutto diventa più difficile: orientarsi, progettare, sperare. Rincantare il mondo oggi significa forse immaginare nuove storie collettive capaci di ispirare un percorso comune, verso una società meno individualista e più inclusiva.

Ventura non offre soluzioni precise, ma lancia un invito a riflettere sulle radici culturali della realizzazione personale e sociale, e sul ruolo delle finzioni nelle nostre vite. In un’epoca dominata dal profilismo digitale e dal mercato, trovare nuove narrazioni che alimentino speranza e cooperazione è fondamentale per non perdere di vista un futuro meno disilluso.

Il dibattito è aperto, la strada incerta. Ma guardare con occhi critici al presente e alle storie che costruiamo su noi stessi può offrirci chiavi preziose per capire la trasformazione in corso. Forse, la conquista di una felicità diversa, più concreta e condivisa, passa proprio da qui.

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