“Ho paura di ammalarmi, anche quando sto bene.” Loris, trent’anni, convive con un’angoscia che non lo lascia mai. Nel nuovo romanzo di Giulia Caminito, Il male che non c’è, questa paura non è un semplice vezzo o una battuta da raccontare. È una gabbia quotidiana, un pensiero ossessivo che lo tiene prigioniero dentro un corpo percepito come fragile e minacciato. Pubblicato a settembre 2024 da Bompiani, il libro scava a fondo nell’ipocondria maschile, un tema già noto ma qui restituito con una forza intensa e originale. Non c’è spazio per ironie leggere o stereotipi comici; Caminito prende in mano una narrazione classica e la trasforma, mettendo a nudo le tensioni psicologiche e sociali che spesso si ignorano. Il risultato è un ritratto intimo, quasi personale, che scava dentro il tormento invisibile di chi teme il proprio corpo più di chiunque altro.
Ipocondria e letteratura: un tema antico visto da una nuova prospettiva
L’ipocondria ha attraversato la letteratura italiana grazie a autori come Italo Svevo, Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Berto. Ma spesso veniva raccontata con toni diversi. Caminito si inserisce in questa tradizione, ma con un approccio più empatico e meno superficiale. Nel suo romanzo, il protagonista è un uomo, Loris, scelta che non è casuale, soprattutto perché l’autrice stessa ha affrontato l’ipocondria in prima persona, raccontandola in un articolo autobiografico nel 2020.
Dietro questa decisione c’è una riflessione profonda: tradizionalmente, nella letteratura italiana i personaggi ipocondriaci sono quasi sempre maschi, anche quando scritti da donne, come Elsa Morante o Matilde Serao. Secondo Caminito, questo riflette le difficoltà della fragilità maschile, un tema che la letteratura ha spesso cercato di svelare. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando: autrici come Gilda Policastro stanno cominciando a far emergere personaggi femminili con questa caratteristica, rompendo uno schema consolidato.
Il romanzo si inserisce così in un dibattito attuale, dove l’ipocondria diventa uno strumento per esplorare il maschile da un’angolazione nuova, offrendo un racconto meno scontato e più sfaccettato.
Perché un protagonista maschile? La scelta dietro il filtro narrativo
Caminito spiega che Loris non è una provocazione né una polemica contro la rappresentazione femminile, ma un modo per sperimentare e allargare lo spazio narrativo. Dopo aver raccontato la vita attraverso una voce femminile, ha voluto cambiare registro per evitare ripetizioni e per prendere le distanze dal memoir, pur partendo da esperienze personali.
L’ipocondria diventa così una lente per affrontare temi più ampi: la salute, la malattia, la paura della morte e il rapporto col corpo. Loris è al tempo stesso personaggio e filtro, uno strumento per indagare queste paure da un punto di vista di finzione, ma che affonda le radici nell’esperienza vissuta dall’autrice. Attraverso lui emergono empatia e solitudine, che nascono da un rapporto ossessivo con il proprio stato di salute.
Caminito rifiuta poi lo stereotipo che vuole la fragilità femminile come finzione o manipolazione, e mette invece al centro la realtà di un uomo come Loris, che crede davvero nel proprio male immaginato. Non finge: vive il malessere in modo soffocante e totale.
Salute, memoria e passato: il peso che segna Loris
Uno dei passaggi più intensi del romanzo riguarda l’ossessione di Loris per la malattia, che si traduce in un’incapacità di separare sé stesso dal mondo che lo circonda. Lui sente le malattie degli altri come minacce personali. Ogni notizia, ogni dettaglio medico diventa un timore paralizzante, un pericolo che sembra sempre all’orizzonte. La sua continua richiesta di esami e prove è una rincorsa vana a una sicurezza mai raggiunta, che finisce per rubargli tempo e spazio.
Questa tensione è una difesa della mente, un modo per cercare di tenere a bada un’ansia che si nutre di proiezioni costanti. La paura della morte o della malattia è un allarme sempre acceso. A tutto questo si aggiunge il peso del passato: l’infanzia di Loris, rappresentata dal giardino del nonno Tempesta, diventa un Eden perduto, un luogo di serenità e dolore insieme, richiamato da sogni e ricordi.
Quel passato è per Loris una gabbia e un rifugio al tempo stesso. Nel conflitto tra presente e passato si giocano molte delle tensioni del romanzo: la regressione emotiva e fisica, l’impotenza, il richiamo alla cura materna si manifestano in momenti drammatici, come la perdita del controllo sul proprio corpo. Qui l’ipocondria si intreccia con un ritorno infantile, fatto di bisogno e dipendenza.
Animali e fantasia: i simboli che raccontano l’ipocondria
Una nota originale di Il male che non c’è è la presenza di personaggi non umani, soprattutto animali, che giocano un ruolo simbolico nel racconto. I piccioni e il mutaforma immaginario chiamato Catastrofe accompagnano Loris nel suo viaggio interiore. L’elemento fantastico porta una svolta interessante alla narrazione, mescolando ipocondria, delirio e simboli psicologici.
Gli animali non sono solo compagni, ma simboli di innocenza fragile, di espiazione e di legami con la memoria familiare e il territorio. L’agnellino dai “neri e profondi” occhi, che rimanda all’Africa, richiama un tema caro all’autrice, già presente in La grande A. Questo richiamo al continente africano aggiunge un livello di complessità, simile a quello che Ennio Flaiano aveva introdotto in Tempo di uccidere parlando di contagio e storia coloniale.
Nel racconto di Caminito, gli animali vivono tra passato e presente, tra realtà e allucinazione. Spesso si trovano in situazioni innaturali o troppo vicine all’uomo, e questo li porta a subire conseguenze tragiche. Dietro questa dinamica si legge un discorso più ampio sul rapporto tra uomo e natura, e sul destino di fragilità che accomuna animali e persone, soprattutto in contesti urbani e familiari.
Ipocondria tra empatia e paura: il tormento di Loris
In Caminito l’ipocondria si fa anche una forma di empatia distorta. Loris sente in modo esasperato la sofferenza degli altri, quasi come se fosse maligna, ma questa empatia non si traduce in un vero dialogo con chi sta vicino. Anzi, diventa fonte di angoscia, perché lui si identifica continuamente con i mali del mondo, trasformandoli in minacce dirette e incessanti.
C’è una vena narcisistica in questo meccanismo: il dolore altrui è soprattutto paura per sé, non condivisione reale. È un peso che schiaccia, che lo blocca in una spirale di dubbi, esami e controlli, in una ricerca affannosa di una verità che sembra sempre sfuggire. Il suo modo di cercare certezze è quasi scientifico, maniacale.
Attraverso questo ritratto, l’ipocondria emerge come una risposta esasperata a traumi, ansie e frustrazioni profonde, più che come un disturbo psichico o fisico. La malattia immaginaria diventa così la lente per raccontare un’esperienza esistenziale complessa, fatta di dolore e paura antica: quella della morte imminente e incontrollabile.
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Il male che non c’è apre uno squarcio su zone d’ombra raramente indagate con tanta precisione e profondità nel panorama letterario contemporaneo. Con una miscela di autobiografia, simbolismi e scelte narrative, il romanzo si impone come un contributo importante alla letteratura italiana sul disagio mentale e sulla fragilità umana, soprattutto nella sua forma maschile.
