PRIMO PIANO
ANTONIA POZZI (1912-1938)
Il peso del mondo
in una poesia
orfana d’amore


      
Un ampio scandaglio critico a proposito della pubblicazione, presso Garzanti, del volume “Tutte le opere” dell’autrice milanese morta suicida alla sola età di ventisei anni e ormai riconosciuta come una delle più importanti voci poetiche del nostro Novecento. Versi, saggi su Huxley, quaderni, diario, lettere e un abbozzo di romanzo mai concluso, ci fanno apprezzare la straordinaria sensibilità di questa ‘pupa bambina’ traumatizzata dalle delusioni sentimentali, ma capace di fare del proprio caso umano il sigillo di verità della sua scrittura.
      



      

                         

 

di Domenico Donatone

 

 

 […]

Desiderio di cose leggere

nel cuore che pesa

come pietra

dentro una barca –

 

Ma giungerà una sera

a queste rive

l’anima liberata:

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case

dell’isola lontana,

per un’alta scogliera

di stelle -

(A.  Pozzi, «Desiderio di cose leggere»)

 

***

 

 

A distanza di settant’anni dalla morte, Antonia Pozzi (1912-1938) torna a vivere. Torna con mostre e convegni organizzati a Milano, nella sua città natale, e torna svelando tutto il sentimento così profondamente intimo della sua esistenza in un libro curato da Alessandra Cenni, edito per i tipi Garzanti editore (2009). Libro che raccoglie tutte le opere: poesie, lettere, diario, saggi e un abbozzo di romanzo. A differenza di quanto si credeva, poiché così scarsamente abituati al fatto che una donna riuscisse ad essere in sezioni di spazio ben precisi della sua poesia addirittura molto più immediata e vera, «naturale» diremmo, rispetto ai vari Cardarelli, Montale, Saba e Ungaretti, Antonia Pozzi appare, ed è, oggi indiscutibilmente, una delle più rappresentative poetesse italiane, una voce così squisitamente genuina e «buona», con tutti gli annessi crismi dell’Essere, che ha consegnato nelle mani di Amelia Rosselli, Cristina Campo e Alda Merini, un testimone greve di assoluta tempra lirica ed esistenzialista, nella ben visibile gara a staffetta della poesia del secondo Novecento.

Il quadro d’insieme certamente non esorcizza la minutezza dell’espressione, gli affanni le incomprensioni e anzitutto la severità della sorte. Antonia, infatti, è morta suicida all’età di ventisei anni. Fu la sua una vita troppo breve per essere anche giustamente riconosciuta per tempo. Così l’istante suicida ha dilazionato quello che la critica avrebbe dovuto riconoscere con immediata giustizia, senza clamori e senza esorcismi, eccetto Montale che bene ne intese la portata, allontanando ogni minima ipotesi di beatificazione letteraria solo sulla scia di un emozionismo di facciata. La Pozzi, infatti, più che essere voce femminile, così come giustamente è nella sua ottima natura di donna, è innanzitutto poetessa per sé, poetessa del suo stesso acume, della sua stessa intelligenza, del suo stesso spazio vitale dal quale ella ricava, secondo un assioma fortemente leopardiano di semplicità, una stanza nella quale l’accesso al sentimento, l’accesso al sogno, alla vita, è consentito a tutti. Questo è il primo elemento fondativo della poesia di Antonia Pozzi: essere per tutti. Una poesia che non distacca il suo senso dalla forma. Una poesia che c’è tutta, una poesia che leviga sempre le parole e che non grida con orgoglio smisurato la sua materia o la sua linea d’avanguardia, bensì si mimetizza costantemente con l’umano, con lo spirito del tempo, del luogo e, soprattutto, della natura.

La poesia della Pozzi è continua intermittenza dell’Essere, sequenze di puri flash, esattamente così come li leggiamo fino ad assumersi spontaneamente in costante fluire. Lì dove la spirale della vita concentra la sua energia noi possiamo trovare la trascendenza di una natura che imprigiona e determina l’inesorabile destino dell’uomo. Un destino vincolato ad una precisa storia, a dei fatti che sovvertono addirittura l’acume letterario ed entrano con prepotenza a gestire quel vissuto come se non avesse altra possibilità d’essere affrontato che in quel modo. Un destino, quello della Pozzi, antico quanto moderno, che entra a far parte del circuito lirico ossessivo del novecentismo inteso come luogo dell’ispirazione violata, in cui tutta l’esistenza è in combutta con i fantasmi freudiani, con il sogno-incubo di una vita che non si realizza e che precipita. La Pozzi non è solo poetessa per se stessa, ma diventa inconsapevolmente poetessa-guida per gli altri «da sé», partendo dalla sua personale esperienza esistenziale – pensiamo alla straordinaria vicinanza di destino con Amelia Rosselli, anch’essa, in qualche modo, «vittima» di un amore impossibile per Rocco Scotellaro, morto giovanissimo d’infarto, dopo un’esperienza politica che lo segna irrimediabilmente; oppure si pensi ad Antonio Delfini, in cui l’amore impossibile si trasforma in ossessiva ragione di vita al punto da determinare la «fine del mondo» – tutto ciò per approdare a quel nucleo caldo di «passione», laica quanto mistico-religiosa, che fa da perno conclusivo ad un sottile dramma psicologico, costituito dai fantasmi e dai dolori dell’Essere che intercedono per gran parte della letteratura europea del Novecento.

 

Di fatto, oltre ad Antonio Banfi, che rappresenta il nume tutelare per i giovani della generazione della Pozzi (come Remo Cantoni, Enzo Paci, Dino Formaggio, Giancarlo Vigorelli, Luigi Rognoni, Vittorio Sereni, Giulio Preti ed altri) per i quali egli infittisce il legame con l’antidogmatismo assoluto e con la dinamica dell’estetica fenomenologica, che per molti, compreso la nostra poetessa, sarà assolutamente destabilizzante, renderà fragile la loro esistenza che per la prima volta si troverà aperta la via del relativismo, agisce, nella consapevolezza decostruttiva, anche quella che potremmo definire una «coscienza moraviana ante-litteram» che fa intendere la vita come un agone nel quale opera il virus acerrimo dell’indifferenza. Dalla nota biografica si legge: «Con ardente onestà dona tutta se stessa all’amicizia, per colmare la desolazione di quello stato di figlia unica, schiacciata dai privilegi. Alle sorelle elettive: Lucia Bozzi ed Elvira Gandini offre in pegno di sé le sue poesie […][i]». Nella vicenda della Pozzi c’è un aspetto di analisi «galimbertiana», molto psicologico e filosofico, oltre che umano, che vede protagonista una difficoltà a relazionarsi con gli altri, una chiusura tale non prevista che spinge la poetessa a caricare tutte le sue aspettative sull’amore, sulla ricerca dell’amore. Come spesso si dice, se non vuoi essere deluso non devi avere aspettative. Non bisogna immergersi troppo con la propria passione in quella altrui, sapendo che le altrui passioni non corrispondono quasi mai alle proprie. Così ad Antonia Pozzi non rimane che l’amore. Non rimane che trovare e cercare l’amore della sua vita. Per risollevarsi dalle sorti di un’asciuttezza sentimentale e dalla tempra della filosofia esistenzialistica inaugurata dall’avvento del pensiero di Banfi. L’amore vero per redimersi. Cercare l’amore per ottenere l’altrove; un immediato rilascio di quelle passioni che albergavano sin dall’infanzia nella poetessa.

Molti ne hanno parlato di questo amore della Pozzi, diversi suoi amici come il Peci, fino ad Alessandra Cenni che affronta l’alta montagna, ovvero l’esperienza poetica «alpina» e «dolomitica» della Pozzi, curando per i tipi Garzanti l’opera omnia della poetessa (Tutte le opere, 2009). Attorno a questo amore nasce il tormento reale della scrittrice. Alla Pozzi, infatti, può adattarsi molto bene l’incipit della prima elegia duinese di Rilke, in cui il grande poeta austro-tedesco scrive: «Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie | degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso | al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza. | Perché nulla è il bello, se non l’emergenza | del tremendo: || […][ii]». Il verso che si sposa alla vicenda umana di Antonia Pozzi è quello in cui Rilke dice che nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo. In sintesi, il bello non è che l’inizio del tremendo. Il bello, ovvero l’amore. Ed è proprio l’amore per il suo professore di latino e greco al liceo Manzoni di Milano, Antonio Maria Cervi, che spinge la poetessa verso il baratro. Un amore impossibile.

L’incanto rilkiano così ferocemente interrotto prelude l’agonia esistenziale della poetessa. Lei stessa scriverà, ai suoi genitori, e quindi a suo padre, oppositore primo del suo amore per il Cervi e censore nelle carte di Antonia: «Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita. […] Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. […][iii]». Insomma, la storia si ripete. L’amore è nuovamente l’ennesimo detonatore delle pulsioni interiori. Ma la vicenda pozziana non si estingue qui, non si arena solo nella pratica di un amore impossibile e vietato dal padre. La verità «escatologica» della Pozzi è quella di guardare al destino dell’uomo con occhi innamorati, prudenti all’inizio del percorso esistenziale, vivi, gioiosi, poi del tutto impazziti, anelanti, desiderosi di andare oltre la vita che si vive. L’amore è ciò che ci fa sentire che la nostra vita va oltre se stessa. Un piedistallo su cui poggia l’intero affetto umano. Negato, questo stesso si trasforma nella più crudele delle affezioni. Infatti, quando la convinzione e il talento si incontrano con la coscienza la trasformazione è immediata, e più niente si frappone tra la vita e le sue forme, tra il senso della vita e il suo effettivo slancio, tanto da creare in noi, come avviene qui, leggendo la Pozzi, un effetto secondo il quale sentiamo più vivi alcuni personaggi descritti con le parole rispetto a quelli reali.

Pozzi: «Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi. Ma donarsi è un atto di vita che implica una realtà soltanto attraverso i miei occhi e, cercando di uscire da me, di risolvere in quella i miei limiti, me la trovo diversa e ostile»[iv]. Donarsi. Il termine diventa di pura accezione umana e cristiana. Donarsi al prossimo, dare la propria vita per una persona che si ama. Allora accade che tutta l’elevazione poetica della Pozzi, questo continuo peregrinare fisico quanto mentale, filosofico, nelle montagne, rappresenta un meccanismo interiore quanto esteriore per raggiungere Dio, per elevarsi – la montagna è fisicamente, geograficamente, qualcosa che si erge verso il cielo – e lì, in quel cielo, al di sotto rimane sempre la montagna, come una torre dell’anima che si eleva ma non matura definitivamente il suo cammino. In questo c’è la perdita della fede umana, lo smarrimento della poetessa. Per cui da una parte abbiamo il dolore, l’amore impossibile, lancinante – il Cervi sarà fatto trasferire a Roma su influenza del padre della poetessa – la totale mancanza di un appiglio e il dramma femminile, proprio della donna che non riesce a diventare madre, a mettere al mondo un figlio; dall’altra abbiamo questa immersione mistico-religiosa nella natura, di cui testimone sono oltre che le poesie, anche le molteplici fotografie scattate dalla Pozzi stessa ai paesaggi lombardi, a Pavia nel ’31, a Valtournanche nel ’34, a Breuil sempre nel ’34, ma soprattutto a Pasturo, paese eletto a residenza estiva dalla famiglia Pozzi.




Antonia Pozzi in montagna


Dolore e natura. Un connubio quasi francescano, ma di una santità laica, mettiamola pure in questi termini, benché il nostro approccio non abbia richieste ulteriori, che non vive intensamente Dio come benefattore e guaritore delle ferite, ma in Dio e in Cristo accelera la visione del dolore, la propensione naturale alla passione che acuisce quelle ferite e non le cura. Solo il suicidio guarirà tutto. Estremo, assoluto. In questo gesto si può riconoscere una verità anti-cristiana rispetto al dogmatismo più esigente che vede la vita come bene prezioso e irrinunciabile, a cui non si può decidere di mettere fine, e in ciò trova fondamento empatico un articolo di Ravasi su «Avvenire» dal titolo Funerale senza tristezza[v], che dimostra come in qualche modo ci sia una misura pacata, giusta, ma soprattutto onesta anche nei gesti che di più tendono a destabilizzare certezze acquisite come valori. Qui non si vuole discutere tanto del suicidio della poetessa, ma certo è che nella Pozzi, come in Pavese o nella Rosselli, il suicidio corrisponde ad una pienezza di vita che si raggiunge solo nel vuoto. Il suicidio è un vuoto pieno di vita. Un salto dalla vetta delle Dolomiti. Da questo dato finale, conclusivo, credo si debba ripartire per l’analisi del capitolo “poesia”. La Pozzi scriverà nel suo Diario, in data 10 settembre 1937: «Non ho mai provato forte come in questi giorni il senso di essere trasportata da una corrente violenta, ad una tensione altissima. E, nello stesso tempo, mai avuto così solido il senso della personalità e della responsabilità. Mi sento in un destino. È difficile che queste intuizioni siano sbagliate[vi]». Infatti, non lo furono. La Pozzi non ha sbagliato e ha tenuto fede al destino cui si sentiva di andare incontro.

 

Il capitolo “poesia” in Antonia Pozzi è un capitolo abbastanza vasto rispetto alla breve esistenza della poetessa, un capitolo che in qualche modo sembra delineare per quantità una somiglianza con l’abbondante produzione poetica di Emily Dickinson. Duecentoottantotto poesie, compresi i testi inediti, sono state scritte dalla Pozzi, (almeno queste sono le informazioni definitive tratte dall’antologia Garzanti curata della Cenni); e sono un numero rilevante, se pensiamo che la poetessa ha iniziato a scriverle dai diciassette anni fino ai ventisei. Un corpus poetico che non segue un filo conduttore ben preciso, bensì un’alternanza a piacimento dell’ispirazione, dei viaggi e delle proprie sofferenze, che la poetessa decide di trasferire sulla pagina: tutti testi che sono vincolati però al tema della solitudine, della delusione amorosa, della natura montana e a Dio come presenza dentro e fuori questa stessa natura. Per questi fattori la poesia è il capitolo più interessante dell’intera produzione pozziana, prima delle lettere e prima del diario, benché agiscano in simbiosi. Si diceva la natura. La natura che troviamo nelle poesie della Pozzi è una natura che non è né leopardiana e né montaliana. La poetessa tiene la sua poetica salda alla dimensione «escatologica» della montagna, della vetta, del salire, con grande vigore, ma nulla che sia correlativo oggettivo, nulla che sia presenza reale di un male di vivere anteposto all’esperienza, bensì costante traccia-tema di una conseguenza amorosa autobiografica che si riproduce incessante elemento di immedesimazione e di paragone con la natura.

Formalmente la poesia della Pozzi assume una postura metrico-sintattica ungarettiana, con versi per lo più brevi, anche se non manca il tradizionale endecasillabo, lasciando emergere anche un’“aura di Pascoli” nella sua ispirazione: un’aura che si menziona amante delle «piccole cose», degli amori domestici e familiari. Ma gli esempi di questa procedura metrica sono molto più evidenti rispetto alla sinapsi lirica che davvero la sostiene e che in qualche modo si divincola dal sentiero ungarettiano: sono esempi modici, sono come rare gocce di forza altrui che cadono sui fogli. Infatti, mentre Pascoli e Ungaretti facevano la loro natura, si costruivano il loro ambiente in cui far agire la loro poesia, la Pozzi è della natura, appartiene a quella natura che dà un ambiente che è universale rispetto al suo vivere, (montagne, croda, violacciocche, strapiombi, neve, ulivi, e ogni tanto il mare come sfondo): tutti elementi di una vastità che indica un particolare stato d’animo. La montagna cristiana. La montagna è cristiana. Le sue vette dolomitiche, alpine, sono vette da cui si scorge l’immensità del creato. Il mare è piatto, invece. Non dà prospettiva, non comunica quel senso dell’altezza se non al rovescio, nella profondità verso il basso, quindi contro una fede che vede il suo perno estatico nell’elevazione spirituale. Il mare è più il suo stesso infinito che l’infinito delle forme che ricerchiamo, un infinito che ci circonda ma senza forma, senza logica: acqua acqua e solo acqua d’intorno. La montagna invece è varia. Sale in alto. Si avvicina a Dio. Chi la sale desidera vedere Dio, stare in qualche modo in alto con Lui. Nella montagna è custodita una verità escatologica del cammino esistenziale inteso come disvelamento estetico e viscerale della vita. Nella Pozzi ci sono pagine di poesia che sono vere pagine di vita intima, segreta: un racconto che non indietreggia di un passo dal profondo canto dell’anima che si rivela al mondo.

La profondità emotiva e la solitudine esistenziale sono le due tracce dominanti la poesia della Pozzi, aperta a momenti di vera e propria preghiera fino ad altri di stoica disperazione. Nel mezzo dei toni si può bilanciare la portata dialettica di questa poesia come frutto di un misticismo laico, non del tutto devoto a Dio ma nemmeno ad esso affatto estraneo. Una lirica che non definiremmo pura, almeno non per le categorie della lirica del Novecento di marca ungarettiana, montaliana o cardarelliana, ma che sta comunque dentro una materia incandescente. La Pozzi sa che la poesia è una con la vita, è anzi la vita stessa; mentre per molti la poesia è stata l’illusione della liberazione o una fuga, in continue variazioni, in ricerche attraverso stagioni e mode, per Antonia Pozzi essa è il luogo segreto della confessione e delle ossessioni. La poesia è il luogo dell’anima quasi spettrale con maglie d’interesse che tendono a stringersi sempre più e che decretano la sofferenza dell’artista come il presupposto fondante il senso della sua stessa poesia, così come accade in quel dibattito sull’arte e sulla sensibilità avviato da Tonio Kröger di Mann a cui la Pozzi si lega disperatamente. A tratti cupa, remissiva e drammatica, mentre in altri del tutto mistica, benché con incipit adolescenziali leggeri che in qualche modo nutrono sin dagli esordi già una statura dialettica uniforme, la poesia della Pozzi non illustra e non racconta la natura che vede, se non in minima parte, se non come utile figurativismo, bensì è soltanto, come convenzionalmente appare, struttura propria dell’Essere, strumento di profondità e di passione.

 

Per questi motivi è la prima volta in vita mia che mi avvicino ad una poetessa con un senso di assoluto rispetto, doveroso sempre, ma non sempre necessario per attenersi ad una pratica critica ortodossa, e il motivo scatenante è stato dettato non tanto dal successo poetico di Antonia Pozzi, di cui oggi si torna a discutere, con saggi e articoli specialistici, a poco più di settant’anni dalla scomparsa (1938-2008), ma dalla straordinaria sensibilità impressa in una vita troppo breve. Così il rossore e il pudore che erano di Antonia sono diventati miei. A lei mi sono avvicinato sul serio come un timido ragazzo. Questa timidezza riscoperta non è il frutto di una conversione, bensì la reale identificazione che si ha tra l’Essere in quanto vita, e l’Essere in sé in quanto vita propria. La linea espressiva che demarca un pudore reale e sentimentale nella Pozzi stabilisce che quello che leggiamo di questa straordinaria poetessa, un «caso degli anni ’30» come Nico Orengo[vii] spiega in un suo intervento, è vincolato al senso della natura quale rigore insieme ordinato e disordinato. Se c’è una cosa che domina il giudizio critico su Antonia Pozzi è questo assoluto non giudicarla. In questo caso rifiuto la morale e aborro l’etica. Capire, capire e ascoltare, sembrano essere solo queste le parole d’ordine che la sua poesia invoca.

Allinearsi a quel tipo di esistenza e capire; allinearsi soprattutto a quel tipo di profondo sconforto derivato dall’impossibilità di poter amare e capire i flussi abissali, anche politici, perché il Fascismo e le sue leggi razziali approvate proprio nel 1938, anno in cui la poetessa si suicida, sembra abbiano ancor più fatto precipitare quella che era già una fragile situazione sentimentale ed emotiva. Le leggi razziali è come se avessero indotto la poetessa ad una ulteriore nevrosi legata al totale imbarbarimento del suo tempo storico, come se si fosse sentita schiacciata da un’arroganza che non avrebbe dovuto mai verificarsi. Entrare nel vivo di questa vicenda umana è quindi doveroso. D’altronde chi e cosa può definirsi maggiormente poeta e poesia se non una vicenda che ha tutti i tratti salienti di una esistenza comune, normale, genuina ma al contempo disperata? Qui davvero la vita è l’opera principale. Sembra una storia di provincia quella della Pozzi, nonostante accada a Milano. Ed è, di fatto, una storia di provincia, perché la Pozzi stessa decide di esiliarsi sulle montagne delle Dolomiti, di guardare altrove, far sì che il suo sguardo si distragga e che quello dell’amato venga sostituito da quello della natura della Valsassina. Ma dalla stessa provincia ci si spinge oltre, si arriva fino ad una pura astrazione del fatto in sé, per determinare una dinamica esistenziale ben più valida che nelle lettere e nei diari allude ad un percorso che si nutre di quell’anti-dogmatismo banfiano ed esistenzialistico, con cui entra in conflitto e che redime il dramma personale rendendolo favola di una genuina ragazza vissuta col desiderio dell’amore eterno.




Antonia Pozzi in posa felice


Questa riflessione l’ho avuta osservando attentamente delle belle fotografie che ritraggono Antonia Pozzi nella natura, di lato ad un albero, con in mano un fiore, e lei sorridente, felice, sia nella capanna sul Cervino e sia nella dimora estiva della famiglia a Pasturo (Valsassina). Fotografie che tradiscono la vita di questa poetessa, che non lasciano pensare ad un trauma della mente e del corpo. Questo ci fa capire che nelle fotografie, a differenza dei testi, è molto più facile mentire, essere disonesti con chi ci ritrae. Questo atteggiamento ci fa capire che si può essere astuti, che si può far credere una gioia e una felicità che non ci sono: pensiamo a quante foto abbiamo già fatto fino ad ora sforzandoci di apparire sereni, di sorridere. Magari Antonia Pozzi lo era nel momento in cui quelle foto venivano scattate, ma è vero che non lo era nei fatti, che la poetessa soffriva profondamente per amore. Esiste un dolore che c’è ma non si vede, ed è il dolore più vicino a noi, perché è un dolore interiore, non del corpo. Questa chiave di lettura diventata usuale in gran parte della lirica del Novecento, connesse anche le sue astrazioni, confluisce in questa storia “della montagna”, e in lei noi ritroviamo quello che immancabilmente ci accade e continua ad accaderci. Che la poetessa soffrisse ed abbia sofferto per amore non è una novità, innanzitutto letteraria, anzi, ci troviamo di fronte ad un topos. La novità sta nella sconfitta, nell’impossibilità di ottenere quello che si desidera essere e fare. La novità letteraria della Pozzi sta nella casistica del male che va a definire una norma morale, di comportamento, che si scopre essere il partner più solidale dell’uomo.

Tra noi e la Pozzi non c’è una reale distanza, bensì una emotiva vicinanza al fatto che la vita proceda come norma che detta nei comportamenti generali i casi specifici della rinuncia. E tanto più il dolore è sordo, cieco, è fitto nella mente, tanto più il corpo appare indenne, custode solo di traumi apparentemente non lancinanti. Poche dimensioni liriche riescono ad essere così estensive di un sentimento di vita nutrito davvero con passione, pochi tratti del cuore versati interamente in poesia diventano così plenari e totalizzanti come nel caso della Pozzi, innanzitutto perché parlando di sé il poeta esclude la moltitudine dal suo sguardo, mentre è proprio la genuinità del canto lirico che in sé assomma visioni e linee di complemento che altrove sono meri espedienti di formazione e di tecnica poetica. Inseguendo questa poesia delle «grandi immagini» (distese vallate, alte montagne, mare e isole del cuore) la Pozzi ha ricondotto a pura essenza quello che è un continuo dichiarare di sé al mondo, sulla base del dolore e della sconfitta. Una sconfitta del cuore che è di molto più forte di quella politica. In politica si può sempre gareggiare, tentare di recuperare una maggioranza, in amore no! In amore si è sempre maggioranza per sé stessi. Così la Pozzi traduce tutto questo impasse scrivendo e riscrivendo sempre, ininterrottamente, facendo delle parole un fiume ogni volta distinto e vitale, intrecciando una tensione idiosincratica nei confronti di sé e del proprio destino. Nella poesia della Pozzi non è da trascurare però nemmeno il costante rapporto genetico-erratico con la natura, un insieme di forti fenomeni facenti capo ad un esistente che incorre continuamente nella vita della poetessa.

In questo senso è d’obbligo per chi legge fare una classificazione per argomenti ispiratori, là dove la poetessa semplicemente ha scritto e scriveva senza curarsi dei venti e delle maree che la circondavano, stabilendo sempre una filologia temporale, fatta di precise datazioni dei componimenti poetici ed osservando il fiume di emozione e di energia empatica che la travolgeva e quasi la esimeva dal dare concrete spiegazioni di quel che dentro sé montava e si accresceva come gesto conclusivo della sua esistenza. “Non vi domando nulla, voi altrettanto non chiedetemi!”: sembra questo in sostanza il leitmotiv poetico della Pozzi. È nel Diario che lei si apre e s’interroga come soggetto che cerca risposte e verità, ma nella poesia rimane a custodire sempre quel velato senso di impotenza che viene redento dal vigore e dalla forza della natura che la circonda. «Qui, o si muore o si comincia una tremenda vita», scriveva il 21 marzo del 1935[viii]. «Mi sembra di aver scoperto in tutte le cose un principio di corruzione, un verme nascosto. Io ho sempre teorizzato, simbolizzato, divinizzato le contingenze particolari, proiettato in ischemi quelle che erano solo delle esperienze individuali. Ognuna delle posizioni momentanee mi pareva la missione di tutta la vita. E invece la vita cambia ad ogni istante, ogni forma dell’essere nasce con un principio di morte, l’eterno è in tutte le cose, è nell’incessante variare di tutte le cose, ma nessuna cosa è l’eterno». Parole forti quanto vere. Di una verità che rende la vita conquista che si ottiene sul campo. Il passaggio fondamentale dall’adolescenza alla maturità è questo. Un passaggio che, come tutti sanno, produce morti e feriti. C’è nella Pozzi questo tentativo di mostrare l’onestà come unico perforamento possibile della propria esistenza. Non nascondersi più, dire apertamente quello che davvero si pensa.

 

Queste riflessioni possono incunearsi in quel senso disarmante e di resa dinanzi alla forza della realtà e delle cose che Antonio Delfini metterà in luce nel suo Manifesto per un partito conservatore e comunista e altri scritti (Guanda, 1951), in cui egli dirà, altrettanto apertamente: «La realtà è in gran parte nell’assurdo, in quell’immaginazione che è a un passo per diventare realizzazione, ma che non la diventerà mai. Nella vita, in fondo, la realtà esiste e non esiste. La vita è piena di piccole cose inspiegabili, come il tempo che si misura ma non se ne può afferrare una porzione tra un punto e l’altro mentre la viviamo. Se io penso di fare una cosa, la cosa fatta è sempre diversa da quella che ho pensata: pertanto la realtà sta tra la cosa fatta e quella pensata. Tutto si compendia nella vita: sogno, assurdità, piacere e dolore, lavoro e pigrizia: realtà». Ecco, tutto si compendia! E la Pozzi aveva desiderio di compiere non l’inspiegabile ma la cosa più normale, diciamo pure più ovvia, nonostante nell’ovvietà sia ravvisabile una sicura debolezza, una conclamata fragilità della sua persona. Una fragilità che diventa forza, perché ho sempre pensato che chi si suicida, al di là degli scongiuri e degli anatemi della Chiesa, è in qualche modo più forte di chi decide di vivere. Vivere è facile, morire è più duro. Il suicidio compie, al di là di un’accezione pagana o lucreziana, quello che la vita non è riuscito a darti. Il suicidio ti risarcisce, e non credo sia del tutto sbagliato pensare queste cose, mettendomi sempre nella prospettiva della poetessa e di quello che deve aver vissuto e sofferto, perché non c’è dubbio che è più giusto resistere (personalmente non darei la mia vita neppure per un’idea, figuriamoci per una donna!), ma è altrettanto giusto pensare che il suicidio è un atto d’intimità assoluto che vagliarlo, scandagliarlo, sarebbe soltanto presuntuoso.

Ognuno vive la vita che sa vivere. In questa vita era evidente l’approdo ad un’esistenza tranquilla, tutt’altro che tormentata, eppure essendo la realtà nell’assurdo, proprio come sostiene Delfini, ecco che quello che ci accade è in qualche modo sempre quello che non vorremmo. Allora il desiderio di «cose leggere», avere una vita tranquilla, fatta di piccole cose, di amore, di famiglia e di figli, viene improvvisamente a mancare per cause esterne quanto per cause profondamente caratteriali, e l’accettazione della rinuncia o produce l’annullamento di quanto si è fatto e vissuto fino a ieri, oppure diventa il presupposto per innescare un teorema dal quale si pensa di poter estrarre una norma che vede la vita vincolata per sempre a quella rinuncia non del tutto accettata. «Compiuta la rinuncia, io avrei dovuto ricominciare a vivere, non fare di quella una teoria per sostenere la negatività della mia vita.[ix]», questo scriverà come ulteriore aggiunta la poetessa.




Antonia Pozzi bambina


Di questa vita che sarebbe dovuta tornare a vivere, mentre è rimasta avvinghiata al tanto di amore desiderato e poi sfumato, ci rimangono delle poesie molto belle della Pozzi – e la natura del mio giudizio vuole essere semplicemente estetico, senza entrare nel vivo di concetti anche non condivisibili, ma che per naturale empatia volgono verso un affetto umano: poesie belle, intense, tracciate da una ragazza che avverte la sua crescita evolvere verso una straordinaria sensibilità e vacuità del tutto; una sorta di spirale, di spazio antropo-assertivo da cui si desume che l’esistenza umana è vittima delle sue passioni. I testi di questa “Pupa bambina”, come lei stessa volle definirsi, sono il resoconto romantico e drammatico, sognante e cristiano, molto autobiografico, di una vicenda amorosa che vuole sprigionarsi con forza e allo stesso modo definire una regola di portamento, di dignità, dinanzi al fronte ben più ampio che li circuisce che è quello della fede. «Se io capissi | quel che vuole dire | – non vederti più – | credo che la mia vita | qui – finirebbe. || Ma per me la terra | è soltanto la zolla che calpesto | e l’altra | che calpesti tu: | il resto | è aria | in cui – zattere sciolte – navighiamo | a incontrarci. || […][x]». In qualche modo si esplica una «vita sognata», idealizzata, come la stessa poetessa asserisce, che assume la forma di una «vita strozzata», perché nel sogno è insito un dato per il quale ciò che ci sveglia da esso è spesso l’incubo, il suo contraltare, che definisce drammaticamente anche lo spazio reale che il sogno davvero ci affida. Sognare il desiderabile per trovarsi da svegli dinanzi l’indesiderabile insuccesso oppure dinanzi ad una morale disamina. L’opera della Pozzi è un’opera che acquista la sua elevazione non azzardando le vette del Parnaso attraverso la sua bravura, – e questo mi fa pensare a Mia Martini, poetessa nel cuore sicuramente più che cantautrice – ma diventa un’opera desiderosa di cose leggere perché è capace di delineare, facendosi antesignana di un’esperienza, un’esistenza che non ha nulla di criptico, (e qui Leopardi docet), bensì acquisisce il suo senso reale dal proprio cammino portandosi dietro i pesi del suo stesso disvelamento.

 

                       Solitudine

 

Ho le braccia dolenti e illanguidite

per un’insulsa brama di avvinghiare

qualchecosa di vivo, che io senta

più piccolo di me. Vorrei rapire

d’un balzo e poi portarmi via, correndo,

un mio fardello, quando si fa sera;

avventarmi nel buio, per difenderlo,

come si lancia il mare sugli scogli;

lottar per lui, finché mi rimanesse

un brivido di una vita; poi, cadere

nella più fonda notte, sulla strada,

sotto un tumido cielo inargentato

di luna e di betulle; ripiegarmi

su quella vita che mi stringo al petto –

e addormentarla – e anch’io dormire, infine…

No: sono sola. Sola mi rannicchio

sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo

che, invece di una fronte indolenzita,

io sto baciando come una demente

la pelle tesa delle mie ginocchia.

 

Milano, 4 giugno 1929

 

                                   *

 

 

           La vita sognata

 

Chi mi parla non sa

che io ho vissuto un’altra vita –

come chi dica

una fiaba

o una parabola santa.

 

Perché tu eri

la purità mia,

tu cui un’onda bianca

di tristezza cadeva sul volto

se ti chiamavo con labbra impure,

tu cui lacrime dolci

correvano nel profondo degli occhi

se guardavamo in alto –

e così ti parevo più bella.

 

O velo

tu – della mia giovinezza,

mia veste chiara,

verità svanita –

o nodo

lucente – di tutta una vita

che fu sognata – forse –

 

oh, per averti sognata,

mia vita cara,

benedico i giorni che restano –

il ramo morto di tutti i giorni che restano,

che servono

per piangere te.

 

25 settembre 1933

 

                                   *

 

 

 

           Via dei Cinquecento

 

Pesano fra noi due

troppe parole non dette

 

e la fame non appagata,

gli urli dei bimbi non placati,

il petto delle mamme tisiche

e l’odore –

odor di cenci, d’escrementi, di morti –

serpeggiante per tetri corridoi

 

sono una siepe che geme nel vento

fra me e te.

 

Ma fuori

due grandi lumi fermi sotto stelle nebbiose

dicono larghi sbocchi

ed acqua

che va alla campagna;

 

e ogni lama di luce, ogni chiesa

nera sul cielo, ogni passo

di povere scarpe sfasciate

 

porta per strada d’aria

religiosamente

me a te.

 

27 febbraio 1938

 

                                   *

 

                       Alpe

 

Sulla parete strapiombante, ho scorto

una chiazza rossastra ed ho creduto

che fosse sangue: erano licheni

piatti ed innocenti. Ma io ho tremato.

Eppure, folle lampo di tripudio

e saettante verità sarebbero

un volo e un urto ed un vermiglio spruzzo

di vero sangue. Sì, bello morire,

quando la nostra giovinezza arranca

su per la roccia, a conquistare l’alto.

Bello cadere, quando nervi e carne,

pazzi di forza, voglion farsi anima;

quando, dal fondo d’una fenditura,

il cielo terso pare un’imparziale

mano che benedica e i picchi, intorno,

quasi obbedienti a una consegna arcana,

vegliano irrigiditi. Sulle vette,

quando la brezza che ci sfiora è l’alito

di vite arcane riarse di purezza

ed il sole è un amore che consuma

e, a mezza rupe, migrando le nubi

sopra le valli, rivelando a squarci,

con riflessi di sogno, la pensosa

nudità della terra, allora bello

sopra un masso schiantarsi e luminosa,

certa vita la morte, se non mente

chi ci dice che qui Dio non è lontano.

 

Pasturo, 28 agosto 1929

 

                                   *[xi]

 

 

Come si è detto la vicenda umana della poetessa è parte integrante della sua poesia. Il connubio vita-opera si sposa perfettamente come in rari casi si è potuto rivelare nel firmamento letterario. Una vita che determina l’opera. Non l’opera che è parte di una vita che con essa non ha referenti immediati. Antonia Pozzi non è una poetessa che fa poesia a prescindere dal caso umano, è una poetessa che fa del proprio caso umano la sua poesia. Questo è per chi legge duplice garanzia, sia dal punto di vista dell’ispirazione, della bellezza e della forza del verso, e sia dal punto di vista di una logica dell’arte, perché quanto più la poesia è figlia di un solco esistenziale, di un taglio netto, tanto più lo stesso, di cui ci si volesse un giorno liberare per cadere in un’astrazione semantica, torna ad essere disciplinato dal senso tangibile del suo percorso. Quella che ai nostri occhi appare come un’antologia poetica ben nutrita è più un «racconto» esistenziale dall’impronta lirico-religiosa e antropo-assertiva di un viaggio compiuto solo ed esclusivamente attraverso le alte sfere del cuore. Ecco perché la Pozzi è poetessa «per tutti», non nel suo determinare una variante, un gusto o una visione, ma nel discorrere senza ingombri filosofici un’esistenza che ne sarebbe stata lungamente limitata, se solo gli stessi fossero stati accettati come puri dogmi. Ecco perché questa poesia non ci limita ma ci aggrada, ci solleva anche dalla ragione, perché ci fa capire che la vita è proprio quando più niente è come la vita pensata, la vita sognata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[i] Cit. op. Tutte le opere di A. Pozzi, a cura di A. Cenni, pp. 652-653, Garzanti,  2009.

[ii] Elegie duinesi, di R. M. Rilke, (traduzione di F. Rella), Fabbri editori, 1997.

[iii] Cit. op. a p. 573

[iv] Cit. op. a p. 595

[v] Vedi G. Ravasi, Funerale senza tristezza, in «Avvenire», 29 novembre 2003.

[vi] Cit. op. a p. 604

[vii] Vedi N. Orengo, «La vita di Antonia Pozzi [..]: si riscopre un caso degli anni ‘30», in La Stampa-Tuttolibri, Torino a. XV, n. 540, 28 gennaio 1989.

[viii] Cit. op. a p.602

[ix] Cit. op. a p. 596

[x] Vedi Ricongiungimento, in op. cit. (p. 322)

[xi] Tutte le poesie citata nel seguente articolo sono tratte dall’opera «Antonia Pozzi, Tutte le opere», a cura di A. Cenni, Garzanti ed., Milano, 2009.




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