TEATRICA
MARCELLO SAMBATI

Michele Lambo, "Omeomerie", 2000
  "L'incompatibile" e "Addio" sono le ultime bellissime messinscene, di pura essenza "zen", di un maestro nascosto del teatro italiano di ricerca

di Marco Palladini

1. Si parla tanto e spesso a sproposito di "teatro di poesia", ma è soltanto dopo la visione di uno spettacolo bellissimo come L'incompatibile di Marcello Sambati al Furio Camillo di Roma, che diventa di plastica, innegabile evidenza il concetto di poesia scenica. Il sottotitolo del lavoro è "seconda lezione delle tenebre", e quella di Sambati è appunto la lezione di un piccolo-grande maestro del teatro italiano di ricerca che da quasi 30 anni esplora i margini fecondi, espressionisti dell'arte della scena. Il tema dello spettacolo è, nell'enunciazione dello stesso Sambati, "il sacrificio della parola, della voce e del corpo". Sacrificio è il termine-chiave che ci fa intendere come il teatro di Sambati sia un penetrante tentativo di ridefinire, illuminare il rapporto dell'uomo con la dimensione del sacro. L'incompatibile si svolge come un flusso di quadri viventi attorno e dentro una grande e vuota cornice di legno, in una calibrata alternanza di buio e luce, di silenzi e suoni, di pause e accelerazioni. Giacca blu, camicia e pantaloni bianchi, alti scarponcini ai piedi, Sambati agisce ora con movimenti lentissimi da danzatore butoh, ora con frenetici balletti di pose e gesti quotidiani, ora assumendo posture che con piccoli trucchi lo fanno levitare da terra, sfidando la legge di gravità. I suoi versi, gravi e macerati ("corpo mortaio corpo di sputi e sangue… nel cranio vuoto di stelle un tarlo assiduo rode nel tempo"), si mescolano con fonemi animali, linee di canto, mugolii post-umani. Il suo approdo dichiarato è l'autoestinzione: "mi rinuncio, mi cancello, mi consegno a questa tagliente morte, morte amore". La vera, scandalosa poesia dell'uomo, ci dice Sambati, è in questo "essere per la morte". In questa sacra tenebra è il dio della salvezza.
2. Marcello Sambati lo si potrebbe icasticamente oggi definire il "monaco zen" del teatro italiano di ricerca. Il suo trentennale percorso artistico, segnato da una indefettibile coerenza estetica e poetica evidenzia il suo atto primigenio di separazione, di distacco dal mondo, forse di disgusto del mondo. Ma è un disgusto non urlato, mai gridato o proclamato, semmai sussurrato, suggerito per sottrazione, per posizionamento liminare, per traiettorie tangenti che ti portano altrove. Il suo ultimo lavoro, Addio, inscenato ancora al Furio Camillo di Roma, è il terzo e terminale capitolo di una trilogia intitolata "L'ospite inconsistente - Tre lezioni delle tenebre". Questo ospite "inconsistente", fantasmatico è giusto il doppio teatrico di Sambati, che si profila dal cuore di tenebra della scena come una figura disincarnata, un'apparizione metafisica e metastorica che tenta più e più volte di levitare, di sollevarsi, magicamente o autisticamente, dal peso del mondo, di svincolarsi dalla forza di gravità (im)morale del mondo.
Asceta Sambati lo è nel senso letterale che cerca di ascendere ad un piano diverso, ad un orizzonte aereo dove fluttuare leggero e lasciar cadere brevi versi poetici, pronunciati quasi come paradossali sentenze definitive sugli enigmi del mondo e della vita. Ben più che spettacoli, le ultime uscite teatrali di Sambati sono delle vere epifanie, sottolineate dal gioco rigorosissimo di luce e buio, che provoca nello spettatore appunto una visione fanée, un faticoso intravedere spettrali fotogrammi di pose e posizioni e gestualità, talora snodate e plastiche, quasi sempre in equilibrio precario, da biancovestita "super-marionetta" di craighiana memoria. L'epifanico ostendersi di Sambati si inscrive nella nicchia ad arco di un monumento celibe, o forse di una sconsacrata (o riconsacrata?) cappella, unico visibile punto di appoggio e di leva una sedia thonet, che pare fare a un certo punto corpo unico con le figurazioni del performer. La voce bassa, profonda di Sambati s'incrocia con quella (registrata) dolce ed insinuante di Isabella Bordoni e s'incastona in una colonna sonora modulare e stridente che alterna Gorecki e Preisner, Gubaidulina e Silvestron: a volte questa voce sembra l'eco di se stessa, la voce al quadrato di una irraggiungibile anima solitaria, di un eremita assetato di assoluto, di puro chaosmos.
Verso la fine quest'anima abbandona le pose statuarie, la periclitante immobilità e si dinamizza, i suoi movimenti si fanno sincopati, disegnano linee brusche e nervose, sono scatti isterici da balletto frenetico e vano, come quelli di una sagoma schizzata che danza sull'orlo dell'abisso o, forse, dal fondo dell'abisso. E là, in quel punto di sutura e di trapasso dalle tenebre alla luce dove non si genera l'essere, ma si manifesta l'esserci, viene in mente il Macbeth del Bardo Willie: la vita di un uomo rappresentata da un idiota che si agita e vaniloquia per un'ora sulla scena e poi "non se ne parla più". La luce della corta candela si smorza e le tenebre lo inghiottono di nuovo, per sempre.
L'Addio di Sambati ha un che di profondamente shakespeariano, ma non ha un sapore di amaro rimpianto, semmai di sublime congedo.

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