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RECENSIONE

CLAUDIO MAGRIS

Alla cieca

Garzanti 2005, € 18,00

Claudio Magris,
"Alla cieca", 2005

di Tiziana Colusso

Come un Ismaele polifonico e schizoide, la voce narrante di Alla Cieca di Claudio Magris percorre i mari, le storie e la Storia in un andirivieni cupo e schiumoso di onda lunga. Sul mare corrono le storie parallele, raccontate in prima persona da un personaggio che incarna tutte le utopie e tutti i fallimenti: Giasone che corre dietro al vello e si ritrova con un destino di lutti e dolore; Jorgen Jorgensen, poeta che regnò sull'Islanda tra il XVII e il XVIII secolo, e che da regnante illuminato e giusto si trova condannato ai lavori forzati in Tasmania; e ancora altre mille incarnazioni fino alla più attuale e dolente: Salvatore Cippico, o Cipiko, militante italiano del partito comunista, imprigionato dal regime di Tito nel bagno penale di Goli Otok, la terribile Isola Calva, dopo aver già sperimentato Dachau nella lotta contro i fascismi europei. L'andirivieni dell'onda della memoria, attraverso un monologo turbinoso, scandisce mille volte lo stesso meccanismo della disillusione: lo slancio in avanti dell'idea, dell'impegno politico, della fede nell'umanità, e l'onda di riflusso che porta via ogni illusione lasciando solo amarezza, tradimento e sangue, tanto sangue. È continuamente evocato, il sangue, in questo libro, è quasi una fisiologia del dolore quella che si disegna tra "tutti i lager del mondo": "Goli Otok, Dachau, o Porth Arthur: il dolore è sempre presente, qui ed ora".
Vello d'oro che imputridisce, bandiera rossa che si trasforma in cappio rosso intorno al collo quando il compagno perseguita il compagno, in sanguinose lotte tra fratelli. Profetiche intuizioni: "Ho capito appena dopo la nostra vocazione a dilaniarci fra noi, il nostro destino di perdenti che perdono perché si sbranano fra loro, mentre gli altri, invece così uniti, ci danno addosso". E ancora: "Ma perché tanti kroz stroj, tanti polli a testa in giù che si straziano a beccate, nelle file della rivoluzione?".

Ogni volta l'onda della rabbia, dell'amarezza e della memoria disillusa spazza via "la lingua falsa dei carnefici": "E così volevo cambiare la lingua, la grammatica dei carcerieri. La rivoluzione comincia nella testa, nell'ordine ossia nel disordine dei tuoi pensieri". E in effetti la lingua di Magris, pur nella trasparenza cristallina da saggista, crea di pagina in pagina un movimento di cupa irrequietudine, come di un'anima errante che non trova pace, carica di risentimento, di sdegno, e di rabbia che acceca. Quella cecità cui allude il titolo è ripresa e riproposta in molte versioni diverse, dalla cecità da veggente di Omero all'essere accecati verso la realtà, o la cecità ipocrita di Nelson che fa finta di non vedere la bandiera bianca, o ancora lo sguardo dilatato e profetico della polena delle navi, "per scrutare qualcosa che ai marinai è vietato e sarebbe fatale sapere". Il marinaio-narratore, privo di ogni polena, procede ormai alla cieca, senza ideali, senza amore, senza nemmeno sapere più chi sono i nemici, eppure questa epopea del fallimento riesce a creare una sorta di sontuosa epica negativa, dove l'eroe è quello che sta sempre dalla parte dei perdenti, senza nemmeno più uno straccio di bandiera per avvolgere le sue ferite.

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