Non fui contemporaneo di nessuno, in nessun modo,
un simile onore è troppo per me.
Un orrore, colui che là si chiama come io mi chiamo,
fu un altro, non io.

Il tempo si appropria di due mele del sonno,
la sua bocca sovrana è bella e fangosa.
Ma si chinerà verso la mano appassita
Del figlio, che invecchia, e svanisce.

Con lui, col tempo, sollevai le palpebre,
doloranti, la coppia di mele del sonno,
e loro, i fiumi, lo tramandarono:
come scoppiò il dissidio tra gli uomini, anno dopo anno.

Un letto pieghevole, leggero, in un bagliore di cuscini,
cento anni fa… come di creta, estraneo,
ci stendo sopra un corpo, strappato al sonno:
la prima ebbrezza del tempo – fino alla fine.

Il passo sferragliante dei mondi, e questo, in mezzo a tutto,
questo letto, leggero, così leggero.
Ora, poiché non ne forgiamo più alcuno,
lasciateci temporeggiare col tempo.

In dimore calde, sotto tende, in arnie,
là muore il tempo – e appena
la coppia di mele del sonno, su ostie cornee,
s’illumina, bianco, raggiante.

 

                                        Osip  Mandel’štam 
 

                                      trad. di Camilla Miglio

 

 

 

 




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