ATTESA IN PORTO

Allora infine vado alle navi, per dove il Tevere
che si apre in fronte bicorne , solca i campi a destra.
Il braccio di sinistra, inaccessibile per troppa sabbia, viene evitato;
accolse Enea, gli resta questa sola gloria.
E già aveva sciolto più spazio alle ore notturne
Febo nel cielo, più pallido, delle Chele.
Esitiamo a tentare il mare, e aspettiamo in porto
e non rincresce la quiete imposta dal rinvio
mentre le Pleiadi al tramonto infuriano sul mare infido
e mentre l’ira del momento procelloso cade:
è bello volgersi ancora, spesso, a Roma vicina
e con lo sguardo che viene meno seguire i monti;
dove mi guidano, gli occhi godono dei luoghi cari
ed ecco sembra che, ciò che bramano, lo vedano.
Né riconosco da un filo di fumo il punto
che segna il centro del mondo, le mura sovrane
(benché l’indizio di un lieve fumo commendi Omero
se sorge agli astri dalla terra che ami):
ma una zona più luminosa in cielo, e un tratto sereno
segna le sette splendenti vette dei colli.
Là sono eterni soli, e ancora più terso
appare il giorno che Roma crea per sé.
Di più e di più, stordito, avverto il chiasso dei giochi,
acclamazioni improvvise dicono pieni i teatri,
l’aria, percossa, mi rende voci note,
volino qui davvero o sia, a plasmarle, l’amore.


Rutilio Namaziano

(da Il ritorno, trad it. di Alessandro Fo)



Tum demum ad naves gradior, qua fronte bicorni
dividuus Tiberis dexteriora secat.
Laevus inaccessis fluvius vitatur harenis;
hospitis Aeneae gloria sola manet.
Et iam nocturnis spatium laxaverat horis
Phoebus Chelarum pallidiore polo.
Cunctamur tentare salum portuque sedemus
nec piget oppositis otia ferre moris,
occidua infido dum saevit gurgite Plias
dumque procellosi temporis ira cadit.
Respectare iuvat vicinam saepius urbem
et montes visu deficiente sequi,
quaque duces oculi grata regione fruuntur,
dum se, quod cupiunt, cernere posse putant.
Vec locus ille mihi cognoscitur indice fumo,
qui dominas arces et caput orbis habet
(quamquam signa levis fumi commendat Homerus,
dilecto quotiens surgit in astra solo),
sed caeli plaga candidior tractusque serenus
signas septenis culmina clara iugis,
illic perpetui soles, atque ipse videtur,
quem sibi Roma facit, purior esse dies.
Saepius attonitae resonant circensibus aures,
nuntiat accensus plena theatra favor;
pulsato notae redduntur ad aethere voces,
vel quia perveniunt, vel quia fingit amor.



Il sito dal 01/04/2006 al 30/11/2006 ha raggiunto n° 5200 visite