Io che un tempo poetai con giovanile ardore
ora son costretto nel pianto ai modi della tristezza.
Lacere Camene, ecco, dettano i miei versi
mentre gli elegi mi rigano il viso di lagrime vere.
E loro, almeno, nessun terrore poté persuaderle
a non farsi compagne del mio cammino.
Furono gloria della giovinezza verde e felice,
ora consolano il mio triste destino di vecchio.
Perché incalzata dai mali la vecchiaia è giunta inattesa
e il dolore ha preteso l’età che più gli conveniva.
Precoci si spargono sul capo i bianchi capelli
e la pelle, vuota, trema intorno al corpo sfinito.
È morte lieta quella che non spezza i dolci anni
ma si dona agli infelici che tante volte l’hanno invocata:
ohimè, quanto sorda distoglie invece il suo orecchio dai miseri
e crudele rifiuta di chiudere gli occhi che piangono!
Quando l’infida Fortuna spirava propizia, con gioie fallaci,
per poco un’ora triste non mi sommerse il capo:
ora che il suo volto ingannevole muta e si copre di nubi,
la vita sciagurata protrae un’odiosa bonaccia.
Perché, amici, tante volte mi chiamaste felice?
Chi cadde non aveva fermo il passo.

(…)


Boezio

(da La consolazione della filosofia, trad. it di Maurizio Bettini)



Carmina qui quondam studio florente peregi,
flebilis heu maestos cogor inire modos.
Ecce mihi lacerae dictant scribenda Cameneae
et veris elegi fletibus ora rigant.
Has saltem nullus potuit pervincere terror,
ne nostrum comites prosequerentur iter.
Gloria felicis olim viridisque iuventae
solantur maesti nunc mea fata senis.
Venit enim properata malis inopina senectus
et dolor aetatem iussit inesse suam.
Intempestivi funduntur vertice cani
et tremit effeto corpore laxa cutis.
Mors hominum felix quae se nec dulcibus annis
inserit et maestis saepe vocata venit.
Eheu quam surda miseres avertitur aure
et flentes oculos claudere saeva negat.
Dum levibus male fida bonis fortuna faveret,
paene caput tristis merserat hora meum.
Nunc quia fallacem mutavit nubila vultum,
protrahit ingratas impia vita moras.
Quid me felicem totiens iactastis amici?
Qui cecidit, stabili non erat ille gradu.



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