Ora che Ŕ capovolta la clessidra,
che l'avvenire, questo caldo sole,
giÓ mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritorner˛ senza dolore
a Bellosguardo. lÓ posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un etemo rosa
vibravano le mani. Denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(giÓ prossimi, giÓ nostri, giÓ lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono;
il mento in mano alla tavola nuda
vegliare sola: come da bambina
col califfo e il visir per le vie di Bassora.

Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte; e divezzare
l'attesa della sua consolazione,
seno antico che non ha pi¨ latte.

Vivere finalmente quelle vie
                - dedalo di fal˛, spezie, sospiri
                da manti di smeraldo ventilato -
                col mendicante livido, acquattato
                tra gli orli di una ferita.


Cristina Campo

(da "Gli invisibili", La Finestra editrice, 2008)



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